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Le marce contro il clima e la necessità di una rivoluzione eco socialista

In una lettera pubblicata sulla Gazzetta Bassoli (consigliere di Sel) riprende la manifestazione del climate march che si è svolta anche nella nostra città sintetizzando una posizione largamente diffusa da alcune associazioni ambientaliste ad altre ambigue come Avaaz che coopera direttamente con le segreterie di Ban-Ki-Moon.  Il ragionamento più o meno è il seguente: milioni di persone hanno manifestato la propria preoccupazione (Papa incluso) per l’innalzamento climatico globale nell’auspicio le preoccupazioni collettive sui disastri ambientali riescano a infondere un’etica ai responsabili di  multinazionali e governi nel Cop21. Un copione difficilmente digeribile anche per un cinepanettone. Vediamo perché

Duecento anni di produttivismo hanno portato il sistema climatico al collasso. Le condizioni ambientali disastrose hanno portato alla scomparsa di  interi ecosistemi, catastrofi ambientali che milioni di persone, specialmente i più poveri,  pagano con la propria vita. La responsabilità delle emissioni incontrollate è per l’80% dei paesi sviluppati e in via di sviluppo, mentre a pagarne quasi sempre le spese sono i Paesi del Sud del Mondo.  Secondo le dottrine liberiste la sola economia di mercato, sarebbe in grado di risolvere la stabilizzazione del clima con il diritto allo sviluppo all’espansione produttiva. Per questo ancora oggi assistiamo alle convention sul clima dell’Onu su cui i media enfatizzano speranze e buoni propositi.  Occorre però dare una spiegazione del motivo per cui i propositi vengono costantemente disattesi da Kyoto a Copenaghen a Cancun e avranno i medesimi esiti a Parigi. Il riscaldamento globale è un dato di fatto e nella migliore delle ipotesi è solo possibile mitigarne al massimo gli effetti e costruire percorsi di adattamento e transizione. Una frase così moderata e condivisibile però presuppone draconiane misure di riduzione delle emissioni e l’utilizzo di tutta la tecnologia disponibile per sostituire un energia fossile con una rinnovabile, a prescindere dai costi.  Le necessità di crescita produttiva e di miglioramento del rapporto costi/efficienza non sono in nessun modo compatibili con un impegno a una riduzione dell’abbassamento delle emissioni. L’energia pulita senza emissioni ha un costo enormemente superiore a quella fossile estratta. Ha un valore sociale crea benefici collettivi, ma un costo di infrastrutture sicuramente più alto. Le lobby delle energie fossili e i settori che da esse dipendono si rifiutano di pagare il conto e perseguono il solo scopo  proteggere i propri sovraprofitti , hanno determinanti partecipazioni ai governi e agli organismi internazionali di monitoraggio (il Cop21 appunto) e  non hanno alcun interesse economico a sostituire le energie pulite e rinnovabili con quelle fossili. Al massimo possono ritenere redditizia l’introduzione di una nuova fascia di mercato per l’utenza che ne ha le possibilità e cerca di contribuire come singolo consumatore optando per una scelta ecosostenibile, ma la risibile energia pulita andrebbe a sommarsi a quella estratta, non a sostituirla.  Quindi occorre chiarire che per  salvare il mondo dalle catastrofi ambientali occorre rivoluzionare il sistema economico e rivoluzionare quello energetico. Questi principi configgono violentemente, senza alcuna mediazione possibile, con le necessità di aumentare rendite e profitti delle multinazionali, che avranno i loro maggiori ricavi intensificando lo sfruttamento intensivo del suolo, l’inquinamento delle acque, il decentramento delle attività produttive dove non esistono controlli (petrolchimici in primis), lo sfruttamento della forza lavoro e ovviamente le emissioni di CO2.  Eppure il potenziale tecnico delle energie rinnovabili consentirebbe di coprire per oltre dieci volte i bisogni dell’umanità. Non si tratta quindi di una impasse fisica, ma sociale. La sostanza di fondo del problema, è politica. In ultima istanza scelta che abbiamo di fronte è drammaticamente semplice:
O si ridimensiona radicalmente la sfera della produzione capitalistica per garantire la transizione verso un altro sistema produttivo ed è allora possibile limitare al massimo i danni del riscaldamento pur garantendo a tutte e a tutti uno sviluppo umano di qualità, basato esclusivamente sulle energie rinnovabili
O si resta nella logica capitalista di un’accumulazione sempre più frenetica, e allora il disordine climatico che ne deriva riduce drasticamente il diritto di esistere per milioni di persone e le generazioni future saranno condannate a fare le spese della rincorsa di energie pericolose: nucleare,Ogm, agro-carburanti e stoccaggio geologico della CO2
Soluzioni intermedie non esistono, o sono solo speculazioni illusorie di chi vuole rabbonire un’opinione pubblica inferocita per i disastri a cui assiste e subisce, che deve tutelare i propri profitti

Come, Cosa,Dove e per chi produrre. La transizione energetica non è solo necessaria ma dovrà anche essere radicale. Noi optiamo per un modello energetico che richiami una società democratica e una gestione partecipativa e socialmente controllata, in cui i beni comuni siano condivisi collettivamente e non sottoposti alle leggi di valorizzazione del capitale. Per questo cogliamo lo spirito positivo con cui le climate march sono state convocate ma poniamo la necessità di dover intraprendere rivendicazioni altre dal tirare la giacchetta dei potenti per incrementare i propri guadagni avvelenano e uccidono il pianeta.  Sarebbe necessario che tutti ci riappropriassimo della politica e della necessità di determinare le esigenze di vita nostre che non sono quelle delle aziende e delle banche italiane. Peccato che il movimento ambientalista che ha manifestato esattamente tali principi abbia subito la repressione della polizia e la criminalizzazione del governo Hollande.
Per questo solidarizziamo con gli arrestati a Parigi e la repressione della Gendarmerie francese e  oltre a voler confrontarci su un analisi teorica e scientifica siamo impegnati nella costruzione di alternative dal basso.

Vieni a confrontarti con noi:
#martedì8dicembre per il corteo in difesa a Mondeggi-fattoria senza padroni (partenza h11 a La Boje!)
#domenica13dicembre durante la visione di cowspirancy – doc sull’industria della carne e la sovranità alimentare
# verso la fine di dicembre verso il lancio della rete di autoproduzioni di Genuino Clandestino

Una prima importante risposta

Hanno partecipato in tanti, quasi un centinaio, alla manifestazione  “Da che parte stare” contro razzismo, fascismo e terrorismo che la rete antirazzista ha lanciato ieri. Un presidio largo e attraversato da giovani, studenti, migranti, uomini e donne che non vogliono cedere al paradigma di guerra e terrorismo che sta montando in tutta Europa. Per chi non legge il mondo e il sangue versato da Parigi a Gaza, da Bamako a Beirut con la vergognosa rappresentazione mediatica di due insiemi in cui nel primo ci sono i buoni occidentali, bianchi, cattolici, democratici  ed eterosessuali  e nel secondo  i cattivi Non occidentali, Non-bianchi, terroristi e islamici. Perché i cortocircuiti logici sono talmente spudorati che la narrazione del dolore e della paura non la vogliamo lasciare a chi rimane il primo sospettato di essere artefice e complice delle stragi di Parigi e Beirut. Il Califfato esiste e i terroristi islamici ci sono, organizzano e dirigono pezzi di Africa e Medio Oriente. Governano con la paura e il terrore, sono l’espressione più feroce dell’oppressione sulle libertà di espressione, sulla sessualità, sul diritto alla vita. Rendono pubbliche le esecuzioni a morte in cui paventano un raffinato piacere alla rappresentazione pubblica dell’orrore come strumento di dominio e controllo. Qualcosa di simile a quando nazisti e fascisti dovevano punirne uno per educarne cento. Lo stesso orrore e o stesso terrore da cui milioni di persone fuggono e cercano riparo. Ma ISIS non è un corpo estraneo alla governance europea. E’ il servo vigliacco degli interessi dei ricchi Sceicchi e del controllo dei paesi Europei sul Medio Oriente, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna. Non crediamo alle lacrime versate dai governi che da alcuni decenni si spartiscono Africa e Medio Oriente con le moderne forme di controllo e colonizzazione in uno sporco gioco in cui il meccanismo di armare fanatici religiosi diventa una micidiale forma per gestire territori privati della democrazia . Non crediamo a chi ha intessuto fitte trame commerciali del mercato di armi con i Paesi che finanziano le falangi terroriste islamiche (Arabia Saudita in primis), spesso avvalendosi della collaborazione dei flussi agevolati che il mercato nero offre (mafia e n’drangheta per il nostro Paese).  Non crediamo a chi si appella alla necessità di sospendere i principi di democrazia e libertà che abbiamo consolidato, che ci appartengono, esercitando misure di restrizione di libertà individuali e collettive, repressione, muri, frontiere, coprifuochi, rappresaglie, per poi volerli un domani riscriverli. Non crediamo alla tensione inquisitoria con cui canoni  estetici, culturali, religiosi, diventano elementi per agire una discriminazione su un pezzo di persone che lavorano, studiano, giocano con noi ed alimentare panico e razzismo nella nostra quotidianità. Non lasciamo alcuno spazio ai fascisti e ai comitati fantoccio utili solo a proiettare una diversa immagine sull’opinione pubblica, perché loro sono i nostri fanatici contro cui dobbiamo combattere. E badate bene che siamo perfettamente coscienti che non è il solo numero di neofascisti  che ci inquieta, ma il consenso politico ai peggiori rigurgiti razziali: In Francia Le Pen non è al governo, ma il governo di unità nazionale Hollande-Sarkozy-LePen rende l’opzione fascista francese la politica praticata dal Governo.
Vogliamo al contrario essere solidali ed accogliere le vittime che fuggono da un terrorismo che i nostri governi finanziano e mantengono vivo per tutelare gli interessi economici di multinazionali, abbattere i muri, vivere tutti gli spazi dai concerti ai campi di calcio,dai campi di basket ai teatri alle birrerie ai ristoranti a tutti i luoghi di socialità. Oggi è stato l’inizio di un percorso a cui chiediamo a tutte e tutti di partecipare. Una prima importante risposta.

LaBoje! – FavillaCommuniaMantova

Manifesto Rete Antirazzista Mantova

La rete è nata per connettere il lavoro dei soggetti che nel territorio di Mantova sono attivi a contrastare il razzismo istituzionale del modello “fortezza Europa” e le oppressioni generate dal “sistema di accoglienza”.
Quest’ultimo, creato dal precedente ministro leghista Maroni, è sospeso tra speculazione e controllo grazie alla gestione esternalizzata ai soggetti terzi, generando così tensioni nei territori, lo sfruttamento degli operatori sociali precari e l’alienazione dei migranti.

La necessità di costruire la rete però non proviene solo dalle esperienze a fianco dei migranti o dei lavoratori sociali percari, ma anche per avere un ambito ampio di confronto ed informazione su un quadro europeo ed internazionale che nonostante stia precipitando rimane nascosto dai media principali.
Non si parla mai di come il nostro stile di vita occidentale sia garantito dallo sfruttamento lavorativo, politico ed ambientale del sud del Mondo, o di come i processi migratori, o le speculazioni politiche come la differenziazione tra migranti politici ed economici, siano funzionali ad alzare muri di filo spinato sulle frontiere e garantire un bacino di manodopera sostitutiva a basso costo.

Lo sgretolamento del welfare europeo (diritti essenziali ed accesso ai servizi sociali) e la sua traduzione nel “mercato dei servizi” ci dice che dobbiamo schierarci con LA LIBERA CIRCOLAZIONE DI DONNE E UOMINI e lottare per conquistare dal basso nuove forme di cittadinanza e distribuzione della ricchezza.
Dall’altro lato infatti la LIBERTÁ DEI CAPITALI, come mostra il tentativo di costruire un mercato unico tra UE ed USA (TTIP), impoverisce i territori e il livello di diritti e garanzie sociali sollecitando di fatto delle migrazioni forzate.

Pensiamo sia indispensabile costruire la rete attorno a 3 obiettivi e 3 livelli di lavoro.

Vogliamo proporre a chi è interessato alla rete:

1- del materiale comune per smontare gli slogan del razzismo di media e fascisti e costruire dei percorsi antirazzisti in tutto il territorio provinciale;
2- mettere in rete le iniziative dei singoli soggetti e costruire insieme delle campagne comuni;
3- continuare a diffondere, produrre e discutere le alternative all’attuale modello di accoglienza, prendendo spunto dal dibattito nazionale ed internazionale.

La Rete Antirazzista di Mantova vorrebbe attivarsi in 3 modalità che i soggetti possono valutare di volta in volta:

1- intervenire con materiali e attività antirazziste dove si presenta il tentativo di speculare politicamente sulle migrazioni;
2- attivare dei percorsi di mutuo-soccorso e riconoscimento tra migranti e territorio in modo da dissipare la continua separazione del “noi” e “loro”;
3- supportare le rivendicazioni di migranti ed operatori sociali in situazioni di sfruttamento.

Regalare Mantova ai grandi marchi?

Apprendiamo dalla Gazzetta del 9/11 che la giunta mantovana “si è gettata con profusione di grande energia” in una serie di agevolazioni con lo scopo di favorire la presenza di grandi marchi nei locali commerciali rimasti sfitti, in centro e non solo. Il comune di Mantova vuole così rivitalizzare le vie che si apprestano a diventare il salotto della capitale della cultura 2016.

Non possiamo che esprimere perplessità rispetto a tale provvedimento. Modificando i termini del messaggio, si potrebbe tradurre il tutto in altro modo: il comune investe 1 milione di euro per favorire i grandi marchi finanziari che prenderanno i posti lasciati vuoti da piccoli esercenti commerciali impoveriti dalla crisi. È abbastanza chiaro come le politiche neo-liberali non facciano altro che togliere risorse ai poveri e dirottarle verso la ricchezza già esistente.

Chi, se non i grandi marchi escono agevolati dalla crisi in questa faccenda? Perché non si prendono misure uguali per favorire il piccolo e medio commercio o le attività di artigianato che tanto arricchirebbero il tessuto sociale del centro? Quale tipologia di persone si vuole frequentino i luoghi di cui va fiera l’intera città?

Da tempo noi della Boje consideriamo il PD il partito del capitalismo e non ci scandalizziamo, quindi di questi provvedimenti. Quel che ci lascia alquanto meravigliati è la velocità con cui Palazzi rinnega il programma, pur timido, per cui è stato votato da molti mantovani.

Quel che ci separa nettamente dal PD mantovano, che non fatichiamo a definire un partito di destra neo-liberale, è l’idea di città. Alla città del capitale promossa dalla giunta Palazzi noi contrapponiamo la città attraversabile dalla comunità. Alla città securitaria e dell’esclusione, noi contrapponiamo la città dell’integrazione e della condivisione, alla città dell’interesse privato, noi contrapponiamo la città del bene comune.

Una domanda, però, rimane aperta: quale modello preferirebbero gli abitanti di Birmingham?

La strategia delle intimidazioni fasciste

Dopo l ‘aggressione di matrice neofascista del 13 Agosto che ha visto coinvolto un attivista di ARCI Casbah nel comune di Pegognaga, le intimidazioni rivolte a realtà antifasciste del territorio si sono intensificate. Ronde notturne ed atti di vandalismo davanti alla nostra sede diventano sempre più frequenti e gli autori, già identificati, sono gli stessi che da mesi insistono con le medesime provocazioni.

Da insulti e lancio di fumogeni nel cortile dello spazio sociale, a inseguimenti che hanno lo scopo di intimidire gli avventori casuali; il disegno politico che ne esce è chiaro: attaccare i protagonisti delle lotte contro l’impoverimento sociale e delle mobilitazioni per l’estensione dei diritti.
Basterebbe ciò a testimoniare il vero volto delle organizzazioni nazifascite protagoniste dei raid notturni sopra citati; lo stesso ruolo che sempre hanno rivestito: altro non sono che i cani da guardia del capitalismo e delle sue politiche repressive.

In questo momento storico e politico, in cui spazi di auto-organizzazione popolare come La Boje!intensificano le proprie iniziative in difesa dei diritti e di ricerca di nuovi ambiti di protagonismo socio–politico, allo scopo di smantellare ogni diktat del neoliberismo, il livello dello scontro si sta drammaticamente alzando.
A questo punto ci troviamo a riflettere sulla valenza della parola “sicurezza” sempre più schiacciata su posizioni xenofobe, rivendicata tanto dalla destra istituzionale che dai movimenti politici chiaramente nazi-fascisti.
Entrambi adottano un uso strumentale di tale termine ed entrambi vorrebbero ergersi a paladini  in difesa dell’ordine, della nazione e della razza.

L’esempio più inquietante di tali processi è, nel territorio mantovano, il consigliere comunale Luca De Marchi che, pur avendo impostato la sua intera campagna politica sull’odio etnico e lo scontro tra civiltà, paradossalmente si trincera dietro la posizione di “uomo delle istituzioni” prendendo le distanze da atteggiamenti e provocazioni da lui stesso alimentate.
Qual è, dunque, il significato del termine  “sicurezza”, di cui tanto parlano questi personaggi, se non quella di essere liberi di odiare il “diverso” impunemente?

Come se non bastasse la stessa stampa democratica, nella persona del direttore, se da un lato non perde occasione per strumentalizzare ed oscurare le nostre iniziative, dall’altro c’è una banalizzazione nel descrivere l’attività neofascista nel territorio e il revisionismo della storia contemporanea dell’ultimo secolo, dando così ossigeno ad azioni come le scritte e gli striscioni nostalgici attaccati nell’ultimo anno (tra cui l’ultima “Sabbioneta è fascista”).

Nonostante tutti i tentativi di boicottaggio subiti di recente, le nostre iniziative e l’attività politica proseguiranno, confidiamo perciò in una partecipazione larga ed interessata dei mantovani che credono nella libertà, nell’uguaglianza e nella vera democrazia.

A questo proposito comprendiamo quanto sia necessario tessere sempre nuove relazioni con i quartieri e le periferie in cui gli strati sociali più deboli sono sempre più vittime di speculazione e strumentalizzazioni politiche.

Chiedilo ai cocchieri

una risposta sul tentativo di polemica sull’invito di Curcio alla festa de La Boje! per presentare il libro “La Rivolta del Riso”.

di Favilla – Spazio Sociale La Boje!

Marco Carra non ritiene opportuna la visita di Renato Curcio alla festa de La Boje!, per presentare il libro “La rivolta del riso”, il prodotto di un laboratorio di analisi sociale e narrativa che ha coinvolto educatori, animatori ed operatori sociali impegnati in una riflessione sulle condizioni di lavoro nel cosidetto terzo settore. Condizioni di lavoro che sono state coinvolte dalle radicali trasformazioni che sta vivendo questa realtà a seguito dei tagli al welfare e dello smantellamento dello stato sociale e mercificazione del lavoro di cura – la responsabilità dei quali ricade quindi anche sul Partito Democratico.

Da 25 anni Renato Curcio, dopo aver scontato le pene connesse al suo passato politico, svolge la sua attività di ricerca su questi temi, ed il collettivo di operatori sociali di Mantova ha ritenuto che il libro da lui curato possa essere di stimolo ad un dibattito sulla realtà del settore. Secondo Marco Carra questo lavoro pluridecennale invece non merita di essere discusso. Ci auguriamo che questa sua posizione sia dovuta ad una ignoranza della produzione letteraria di questa casa editrice e ad un desiderio di raccogliere consensi, rivangando vicende legate ad una persona della quale non sottovalutiamo il passato politico, dal quale peró il lavoro successivo si discosta completamente.

Se parliamo di precarietà lo facciamo esclusivamente dalla parte dei precari, ci scuserà se non abbiamo chiamato il suo collega di partito e ministro del lavoro Poletti, sembra più interessato a stare alle cene con i Casamonica che nei luoghi dello sfruttamento.  O forse, se vuole indagare i rapporti tra criminalità e politica oggi, dovrebbe rivolgersi lei alla sezione romana del PD e ai loro amici cocchieri dei malavitosi.

Solidarietà Antifascista agli attivisti della Casbah

In seguito ai fatti dell’aggressione di stampo neofascista ,avvenuti lo scorso martedì 4 agosto, vogliamo esprimere tutta la nostra solidarietà al nostro compagno e a tutti gli attivisti dell’arci Casbah.
L’ episodio non è isolato ma è il più grave di una lunga serie di provocazioni a realtà fisiche che portano avanti una radicata politica antifascista.
Nel mantovano, queste aggregazioni neofasciste oltre ad essere piccole sono socialmente emarginate, difficilmente individuabili e poco conosciute ma praticano una strategia fatta tutta di istigazione e sfida, ponendo come unico obbiettivo lo scontro fisico violento.
Agendo nell’ombra non vengono riconosciuti come minaccia reale ma cavalcano astutamente l’onda incalzante di una retorica xenofoba e sempre più razzista e sessista su cui, scaltri leader dell’ultimo minuto, hanno costruito una politica di soppraffazione.
Partiti istituzionali come la lega nord, promotrice di innumerevoli campagne per la sicurezza e la legalità, si schiera in piazza con nuovi movimenti di estrema destra come Casapound che più organizzati e politicizzati non differiscono dai piccoli gruppetti di “neonazisti da paese”, nelle modalità di azione violenta.
Poniamo, dunque, uno spunto di riflessione per quanto riguarda l’ambiguità di alcuni temi come legittimità e giustizia, facendo riferimento alla legge 20 giugno 1952, n. 645 (contenente “Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Costituzione”), detta anche Legge Scelba, all’art. 4 che sancisce il reato commesso da  « un’associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista. ».
Non tutti rispettano le leggi e non tutte le leggi vengono rispettate ma episodi di aggressioni come quello avvenuto martedì non avevano solo scopi intimidatori, a questo proposito la solidarietà, l’informazione e la partecipazione sono le uniche risorse con cui contrastare questa bieca tradizione fatta di violenza, ignoranza ed attacco ai movimenti sociali.
La storia ci ha insegnato e ci insegna che la lotta è un esercizio quotidiano e che l’antifascismo è un valore che deve vivere ogni giorno.

Favilla_CommuniaMantova

Spazio Sociale La Boje!

La partecipazione è l’unica garanzia!

a cura di Favilla – Spazio Sociale La Boje!

Lunedì sera trenta persone si sono incontrate dietro i campi da calcio EX-IACP. L’obiettivo, oltre a formalizzare la nascita del comitato “riqualificare non vuol dire edificare”, era quello di mettere insieme impressioni e critiche  degli abitanti del quartiere al progetto del Palazzetto dello Sport che la nuova giunta comunale vorrebbe costruire nell’area non edificata dietro la zona di BorgoNovo.
Dietro gli stabili della zona commerciale-tecnica che costeggia strada Chiesanuova (la prima ad aggiungersi alle casette che facevano da cintura tra città e campagna), con l’orizzonte occupato dall’edilizia residenziale di DuePini, un cerchio di persone spezzava quello che poteva essere lo scenario abituale di un quartiere povero di relazioni sociali e spazi di comunicazione.
Due settimane fa è arrivata la notizia della trasformazione della palestra complementare ai campi sportivi utilizzati dalla San Lazzaro in un palazzetto da 500 posti, che si è proposto alla regione di ri-collocarlo nell’area dietro via De Andrè, quella che collega i palazzi abbandonati della zona Borgonovo a ridosso della tangenziale.

Molti si chiederanno per quale motivo bisognerebbe fare un comitato, dato che i comportamenti dei rappresentanti politici e le procedure istituzionali sembrano volerci convincere dell’inutilità della partecipazione attiva fuori del periodo elettorale.

Innanzitutto un comitato è uno strumento per smontare alcune narrazioni tossiche sostenute da media e figure istituzionali, che evitano di mettere in discussione lo status quo delle decisioni politiche ed economiche.  Aggirare il processo di critica sociale facendo leva su pensieri largamente condivisi e diffusi (ad esempio “l’opera X porta lavoro”) è la modalità più efficace per sostenere che “non c’è alternativa”, che la giunta non ha responsabilità, al massimo può aggiustare.
Nel caso del nuovo palazzetto, come per l’ipotetico supermercato Esselunga a Porta Cerese, i sindaci delle due differenti amministrazioni hanno utilizzato entrambi gli argomenti: l’utilità dell’opera in modo generico (non si approfondisce per chi, perché, come e con quali conseguenze sul territorio); il ristretto spazio decisionale da parte della giunta rispetto l’opera (perchè inserita in programmi con altri enti pubblici o perché progettata dalla giunta precedente o perché è impotente di fronte ad alcuni diritti di proprietà).

Nonostante questi due appigli retorici molto deboli, il potere politico territoriale si trova di fronte ad un bivio: o accetta le regole del gioco mantenendo lo spazio decisionale ( e le informazioni) tra gli enti preposti per la realizzazione dell’opera (inserendo al massimo un paio di modifiche in modo da caratterizzare il proprio operato rispetto al precedente); oppure mette in discussione le procedure abituali e fa partecipare la cittadinanza alle decisioni, fornendo informazioni altrimenti difficilmente fruibili.

Le giunte tendono a seguire la prima strada, spesso appellandosi al “progresso” e alle “occasioni da non farsi sfuggire”, anche se dopo pochi anni la cittadinanza deve subire i disagi conseguenti alle opere. Il PalaBam e l’ex palazzetto svenduto e abbandonato in modo coatto piuttosto ci dicono chiaramente che i disagi della città non sono causati dal “popolo del no” come la narrazione (tossica) maggiormente diffusa suggerirebbe, ma dalla scarsa attenzione sociale e all’eccessiva delega politica.

La nascita di un comitato dovrebbe essere salutata come una buona notizia, questo può infatti lavorare ad approfondire le singole problematiche di abbandono o speculazione edilizia, rendendo fruibili quelle informazioni tecniche di difficile consultazione e comprensione, promuovendo una contro-AGENDA che parta dai bisogni del quartiere e non dagli interessi dei costruttori.

Oltre all’aspetto dell’auto-politica un comitato, ma più in generale l’attivarsi per gli interessi di una comunità, ha una funzione di garanzia verso le promesse delle istituzioni, gli appalti assegnati e i tempi di costruzione.
Dopotutto il settore dei lavori pubblici e della gestione dei servizi a soggetti terzi (quello consigliato caldamente dal codice neoliberista) è quello che è stato maggiormente investito da inchieste rispetto le infiltrazioni criminali e gli appalti guidati (scandalo grandi opere e Mafia Capitale per citarne un paio).

Come Spazio Sociale La Boje! dopo 3 anni e mezzo a Borgo Chiesanuova abbiamo elaborato qualche ragionamento verso quelli che sono i principali nodi da affrontare rispetto la difesa del territorio, il diritto alla salute e la riduzione delle disuguaglianze che proveremo a sintetizzare in un documento nei prossimi giorni.

Ora pensiamo sia il momento di augurare al comitato una buona partenza, dovrà infatti affrontare passaggi abbastanza delicati. A fianco del lavoro di indagine e classificazione dei problemi del quartiere (la mappatura) c’è infatti quello di reciproca conoscenza e discussione che dovrebbe man mano costruire l’identità di un comitato tra le persone che lo compongono. Tanto più forte sarà l’identità del comitato, comune il suo dibattuto interno e puntuale la sua critica, tanto più sarà libero da influenze istituzionali e interessi particolari.

La partecipazione dei quartieri nella forma “comitato” non è certamente un fatto nuovo e negli anni e nelle latitudini più disparate si sono prodotte forme di partecipazione con forme ed obiettivi diversi, a volte contrapposti. Sono comitati quelli dei paesi della Val Susa, come lo sono quelli dei quartieri ricchi americani che vogliono difendere la loro zona dall’arrivo di poveri che potrebbero abbassare il prezzo delle proprietà immobiliari.

In sostanza c’è un approccio che guarda ai problemi del territorio considerandoli nell’insieme (politico, economico ed ambientale) più generale in cui sono inseriti e un altro definito NIMBY (not in my backyard) che si limita a non voler un’opera in una determinata zona.
Aldilà del fatto che chiaramente pensiamo sia più corretto ed efficace il primo paradigma, nel contesto della periferia sud di Mantova, dove il triangolo della città storica disegnato dai laghi si allarga in spazi verdi, ci sembra dannoso non costruire un’analisi generale sulle possibili speculazioni.

Dopotutto non possiamo restare sereni dato che durante il colloquio con il nuovo sindaco questo ha affermato che la periferia sud non è più campagna e bisogna aumentare i metri cubi di cemento.

Siamo rimasti piacevolmente sorpresi nel vedere che gli abitanti di Borgo Chiesanuova lunedì erano particolarmente attenti a discutere del palazzetto non tanto nei termini autistici del volerlo o meno, quanto rispetto al poter valutare il progetto definitivo, alla reale esigenza di strutture sportive, allo stato delle strutture sportive esistenti, al possibile utilizzo di parte del palazzetto come luogo utilizzabile dal quartiere.
Una prova di maturità non scontata da cui può partire un urbanizzazione partecipata e dal basso, l’unico elemento che pensiamo possa realmente risolvere i problemi della periferia sud della città.

Qua sotto proviamo a riassumere alcune delle incognite che sono state sollevate rispetto al palazzetto dello sport, in modo da permettere anche ai più distratti di avere un quadro di quello che si è mosso nelle ultime due settimane.

1- UN PALAZZETTO É LA SOLUZIONE PER L’ABBANDONO PER LA ZONA “BORGONOVO”?  SE L’OPERA RIMANE INCOMPLETA RISCHIA SOLO DI AUMENTARNE LA MARGINALITÁ

2- QUALI INTERVENTI SERVIREBBERO A BORGONOVO NEL CASO IN CUI VENGA COSTRUITO IL PALAZZETTO? (SERVIZI, VIABILITÁ, RIPRISTINO DELLE PALAZZINE VUOTE)

3- CHI COSTRUIREBBE IL PALAZZETTO? É POSSIBILE SFUGGIRE  AL SISTEMA DELLE ESTERNALIZZAZIONI E IMPIEGARE MANODOPERA DISOCCUPATA?

4- CON QUALI TEMPI VERREBBE COSTRUITO?

5- CHI LO GESTIREBBE? SIA PER NON APPALTARLO ANCHE QUESTO A TERZI, SIA AFFINCHÉ LA STRUTTURA SIA UTILIZZABILE DAL QUARTIERE.

6- I COSTI RISCHIANO DI ESSERE PIÚ DEL DOPPIO DEL PROGETTO ORIGINARIO (QUINDI PIÚ DI 1, 3 MILIONI DI EURO), SIAMO SICURI CHE NON CONVENGA RINUNCIARE AI SOLDI DELLA REGIONE?

7- CON I 650MILA EURO IN PIÚ DI PANNELLI SOLARI E COIBENTAZIONE CHE LAVORI SI POTREBBERO FARE PER IL QUARTIERE?

8- NON DOVREMMO INCOMINCIARE A METTERE IN DISCUSSIONE LE MODALITÁ DI QUESTO TIPO DI FINANZIAMENTI PER OPERE PUBBLICHE? QUALI ALTERNATIVE?

9 – PER LE CARATTERISTICHE URBANISTICHE DI MANTOVA, TUTTA LA PERIFERIA SUD RISCHIA DI ESSERE AL CENTRO DELLA SPECULAZIONE EDILIZIA. COME FERMARE QUESTO PROCESSO E PROPORRE INTERVENTI PER RENDERLA A DIMENSIONE DI CITTADINO E NON DI LOTTIZZAZIONE?

Ras de Quartiere: il nuovo palazzetto dello sport e la distanza tra il PD e la partecipazione popolare

a cura di FAVILLA – COMMUNIAmantova

Pochi giorni fa il governo Greco di Syriza ha deciso, disobbedendo ai tavoli con la Troika, di chiedere ai greci cosa pensassero di un memorandum per il pagamento del debito che li avrebbe messi ulteriormente in ginocchio.

Ha vinto il NO. Grazie alle lotte che si susseguono da anni e ad un impoverimento delle condizioni di vita sempre più profondo ed esteso, si è creato un processo di consapevolizzazione, aldilà delle narrazioni tossiche dei media, su quali siano gli interessi del popolo e quali le necessità delle istituzioni economico finanziarie che stabiliscono le regole del mercato mondiale.

Nell’ultimo anno il neo-eletto sindaco del PD Mattia Palazzi ha sapientemente orchestrato la campagna elettorale tirando i fili dell’associazionismo ARCI e dei lavoratori delle cooperative impegnate nei servizi sociali per scimmiottare un processo partecipativo.
Guardando i numeri dei risultati delle elezioni comunali, aldilà delle nostre valutazioni, è visibile che se Palazzi ha presentato un prodotto politico (l’accostamento alla merce si presta facilmente alla politica odierna) spendibile e ammiccante, nettamente superiore (sempre in termini di mercato) al polpettone del centro destra, è pur vero che è stato scelto da meno del 50% dei cittadini.
Segno abbastanza palese di una mancato riconoscimento tra rappresentati e rappresentanti e quindi una mancanza di partecipazione.

A pochi giorni dalle elezioni Palazzi si è espresso in modo contraddittorio sullo stile della sua giunta: è stato capace di affermare contemporaneamente la necessità di partire dalle periferie e dalla partecipazione attiva dei loro abitanti in “consigli di quartiere” e di volere una giunta “del fare”.
Noi pensiamo che il nuovo sindaco non sia stupido e utilizzi l’accento sulla partecipazione dal basso per garantirsi quel minimo di legittimità popolare di cui la politica istituzionale oggi difetta.
Per lui è una maschera, nulla di più, nella sua storia non ha mai sollecitato la partecipazione diretta interna ed esterna alle strutture da lui controllate. Contestuale a questo atteggiamento è la sua difficoltà a prendere posizione nel dibattito all’interno del PD nazionale.

I DS prima e il PD poi sono stati tra i protagonisti politici del processo di privatizzazione nel nostro paese sia a livello locale che nazionale.
Nonostante l’enorme crisi del teorema neoliberista (non tanto nel distribuire dividenti ai ricchi, ma nel sembrare accettabile per la crescente massa di poveri) gli amministratori PD, Palazzi compreso, faticano a mettere in discussione il sistema degli appalti per la costruzione di opere pubbliche, l’esternalizzazione dei servizi sociali a “cooperative” terze costrette a gare d’appalto al ribasso.

(su produzione di valore VS estrazione di valore e valore d’uso e di scambio di qualcosa vedi qua http://www.articolozero.org/…/we-dont-sow-non-seminiamo-de…/ )

In questi pochi nodi troviamo tanti aspetti dei problemi attuali: il venir meno del contratto tra stato e cittadino, l’aumento dei costi dei servizi e la loro inefficienza, la legittimità della politica e gli strumenti di partecipazione, l’aumento del debito, il controllo dei capitali privati su aspetti determinanti della vita pubblica.

Per chiudere il cerchio del parallelismo con la Grecia affermiamo che non è possibile produrre alcun tipo di cambiamento reale a favore delle fasce più povere e di un governo della città maggiormente partecipato e diffuso se non si entra in contrasto con una serie di dispositivi istituzionali e di filosofie d’impresa permeate totalmente nelle istituzioni pubbliche. O si ha il coraggio di opporsi concretamente ai dispositivi del fiscal compact, al taglio alla spesa sociale, al contenimento delle assunzioni e alla privatizzazione di beni comuni e servizi pubblici, o si possono solo ripercorrere i capitoli di un libro che stiamo leggendo e rileggendo a partire dalla crisi dei mutui subprime del 2007. É un libro che parla di autostrade per arricchirsi per quelli già ricchi e di cinghie sempre più strette per i più poveri.

Possiamo pure parlare di “modello Birmingham” o di fare tutti i giri in vespa che vogliamo per le periferie, ma nulla può cambiare se non si capisce che tipo di politica-economica ha in mente la nuova giunta, quali relazioni tra pubblico e privato, quali relazioni di potere (e con i capitali privati ) vuole tenere con il territorio. Questo è il contenuto celato del pacco (regalo?) giallo canarino.

Abbiamo visto una campagna elettorale ridicola in cui da SEL alla destra non si è parlato di debito e delle sue ricadute sulla politica economica europea e le scelte quotidiane di un’amministrazione comunale. I candidati sindaco hanno aderito tutti (aldilà del candidato dell’Altra Mantova) alla narrazione della “buona politica contro il malaffare” o del “buon amministratore”, quasi che l’Europa e la Grecia non ci avessero mostrato a sufficienza lo scontro tra interessi opposti che sta avvenendo.

Di fronte alla prima prova di relazione con la cittadinanza (il palazzetto a Borgochiesanuova autorizzato come palestra che affiancasse i campi da calcio dalla giunta Sodano) il sindaco si è mostrato autoritario e allergico alle critiche.

A dimostrazione di questo, invece di bloccare un progetto della giunta precedente a cui sono vincolati lo stanziamento da parte della regione di 650mila euro (solo all’interno del quartiere e per quel tipo di opera), si è convinto trasformandolo in PALA-palazzetto e raddoppiando la spesa per il comune. La retorica dei pannelli solari e della coibentazione dei muri ci sembra in contraddizione con la visione della periferia sud come zona in cui aumentare i metri cubi di cemento.

A noi interessano altre domande.

Rifiutando i 650mila euro regionali per un opera inutile non si risparmierebbero dei soldi che potrebbero essere investiti in interventi necessari?
Perché alle persone del quartiere che si sono mobilitate è stata tenuta nascosta l’area dell’opera proposta ieri in regione (dietro l’arci Tom)?
Perché non si parte con una urbanizzazione partecipata in cui vengano considerate prima le necessità collettive degli abitanti del quartiere?
Come si relazionerà il potere politico cittadino con le proprietà private da bonificare che tengono in scacco diverse zone della periferia di Mantova?

Queste domande sono ancora più centrali dopo la proposta formulata dal sindaco, dall’assessore ai lavori pubblici Nicola Martinelli e dal dirigente del settore lavori pubblici Ernesto Ghidoni alla regione Lombardia di riformulare entro settembre il progetto nell’area dietro all’Arci Tom.

Il quartiere Borgonovo è un non-sense urbanistico che ha prodotto un quartiere fantasma e ha distrutto un campo giochi di ritrovo a Due Pini. Fu concepito dalla giunta Burichellaro (in cui Palazzi era consigliere), costruito dalla coop “rossa” Unieco e permise di costruire l’arci Tom quale onere sociale per l’opera.

Non sarà certo un opera importante come un palazzetto da 500 posti a rivitalizzare un quartiere nato e concepito come periferia isolata.
Ma sembra che il bravo sindaco sappia cosa è meglio per noi, siamo passati in pochi giorni dal PALA-PALAZZI al PALAZZI-DISTRICT.

OXI LIBERA TUTTE E TUTTI

 

DA PIAZZA SYNTAGMA RINASCE LA NUOVA AGORÀ DEI POPOLI

Nel 2011, e anche prima, da piazza Syntagma si alzavano scure nubi, frutto della esplosione rabbiosa di un popolo che diceva chiaramente di non volersi piegare ai diktat della troika. Oggi quella rabbia si è organizzata in una coalizione come syriza che, pur con le sue contraddizioni, non ha voltato le spalle a quella piazza in fiamme ma, al contrario, le ha dato dignità e protagonismo politico.

Chi come noi ha condiviso dal primo momento quella rabbia, sapeva che si sarebbe arrivati a questo momento, il giorno in cui il capitalismo e le politiche neo-liberali hanno rivelato il loro vero aspetto: una maschera di opressione, odio, egoismo ed ingiustizia!

In queste ore difficili in cui l’assalto alla democrazia in Europa si fa sempre più duro, c’è bisogno della presa di parola e di posizione di tutte e tutti noi!

Saranno i nostri gesti a cambiare il corso degli eventi, ce lo insegna la Grecia, ce lo impongono le nostre vite, sempre più bisognose di un cambiamento, sempre più soffocate da un regime tecnocratico che con il ricatto del debito sta cercando di prendere il controllo politico dei popoli europei.

C’è bisogno di tutti noi, di tutti quelli a cui le politiche di austerità hanno tolto il diritto alla salute, alla pensione, all’istruzione, al lavoro, alla dignità, di tutti quelli rimasti soli nella crisi, segregati fuori dai confini della fortezza europea.

Nelle ore in cui cadono le maschere e si rivela con chiarezza il terreno dello scontro c’è la necessità di scavalcare la paura e respingere i ricatti e andare dall’altra parte, di dare voce alla maggioranza delle persone fino oggi rimasta invisibile e senza diritto di parola, per popolare insieme una grande agorà europea; uno spazio allargato di ricostruzione, di coalizione, di solidarietà, di giustizia sociale, di democrazia e di pace costruito dal basso che abbia a cuore le sorti delle persone dove abiti il meglio di noi. Abbiamo bisogno di una lotta popolare in cui far nascere una nuova Europa.

Questo è il momento della speranza, questo è il momento del coraggio: la democrazia comincia da noi.

OMNIA SUNT COMMUNIA

FAVILLA-COMMUNIA/SPAZIO SOCIALLE LA BOJE!