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	<title>articolozero &#187; Internazionale</title>
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		<title>Come ti costruisco il debito pubblico e come lo legittimo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 18:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una rassegna di articoli che analizzano la crisi economica che stiamo attraversando, i postulati del governo delle banche, le spese militari impriscindibili e due letture per una risposta dal basso alla dittatura del debito di Guido Viale e Christian Marrazzi.
&#160;

&#160;
I postulati di Monti
&#160;
di Danilo Corradi e Marco Bertorello
14/1/12
da http://ilmegafonoquotidiano.it
Il pensiero economico mainstream antecedente la crisi vantava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una rassegna di articoli che analizzano la crisi economica che stiamo attraversando, i postulati del governo delle banche, le spese militari impriscindibili e due letture per una risposta dal basso alla dittatura del debito di Guido Viale e Christian Marrazzi.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/monti2_0.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18521" title="monti2_0" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/monti2_0-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
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<p><strong><em>I postulati di Monti</em></strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>di Danilo Corradi e Marco Bertorello</em></strong></p>
<p><strong><em>14/1/12</em></strong></p>
<p><strong><em>da <a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/">http://ilmegafonoquotidiano.it</a></em></strong></p>
<p>Il pensiero economico mainstream antecedente la crisi vantava una comprensione dei processi dalla precisione pressoché matematica. L&#8217;ambizione al superamento del carattere ciclico dell&#8217;economia era giustificata dall&#8217;affermarsi di sofisticati strumenti di calcolo che consentivano la realizzazione di investimenti sempre più in equilibrio. La finanza risolveva matematicamente i problemi del ciclo. Oggi in Italia sembra l&#8217;inverso.</p>
<p>Dall&#8217;approccio scientista e lineare si è passati all&#8217;opposto: al terreno dell&#8217;inspiegabile, all&#8217;assenza di nessi tra azione e reazione, tra problemi e provvedimenti. D&#8217;altronde non potrebbe essere diversamente per riuscire a dare spiegazione dell&#8217;attuale crisi e dell&#8217;assenza di prospettive credibili per uscirvi. Il dibattito sui rimedi ai mali italici appare esemplare. Il governo Monti, dopo aver operato in una prima fase di emergenza della finanza pubblica attraverso presunti indiscutibili provvedimenti che mettessero &#8220;i conti in salvo&#8221;, ora deve passare alla fase due del programma di salvezza nazionale. Come da tempo ci viene spiegato, il rigore di bilancio da solo non può risolvere il buco nei conti pubblici e le difficoltà che l&#8217;Italia sta attraversando. Ai sacrifici si deve aggiungere il volano della crescita. Un totem di cui si fa fatica a comprendere il profilo. La crisi sistemica e di ordine perlomeno continentale suggerirebbe soluzioni di ampio respiro, europee per l&#8217;appunto, ma per il momento nulla appare all&#8217;orizzonte se non proposte sempre di ordine politico-finanziario. Un nuovo ruolo alla Bce, fondo salva Stati, pareggio di bilancio, ecc&#8230; Sul versante della crescita nessuno sembra avanzare idee forti capaci di guidare il vecchio continente fuori dalla crisi, ma solo proposte in scala minore e dal carattere incomprensibilmente salvifico. In Italia, per il momento, sembrerebbe che l&#8217;impegno profuso sia tutto concentrato su due binari: riforma del mercato del lavoro e liberalizzazioni.</p>
<p>Per quanto attiene la prima i risultati della progressiva flessibilizzazione del lavoro sono sotto gli occhi di tutti. Il tentativo di far aderire domanda e offerta di lavoro al pari di una qualsiasi merce viene da lontano. Le prime sperimentazioni nacquero a partire dalla fine degli anni Settanta, addirittura nel settore pubblico, con i contratti a termine nella scuola. Da lì vi fu una progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro che ha avuto i momenti di maggior sistematizzazione sul piano legislativo con il pacchetto Treu nel 1997 e con la legge 30 nel 2003. Solo le classi dirigenti non vedono come ormai non solo siano state semplificate l&#8217;entrata e l&#8217;uscita dal mondo del lavoro, ma, fattore più concreto ancora, come siano state destrutturate le relazioni tra impresa e lavoro. La flessibilizzazione mostra i suoi effetti sia sul piano formale quanto soprattutto su quello dei rapporti di forza. Il lavoro è stato reso più debole nel suo complesso, grazie al fiato sul collo tenutogli attraverso la precarizzazione, il suo potere è stato ridimensionato, fino a rendere pressoché impercettibile la vecchia discriminante tra garantiti e non. La definitiva messa al bando del contratto nazionale e l&#8217;individualizzazione dei rapporti giuridici di lavoro coniugati con un welfare straccione per i woorking poors e gli esclusi, vuoi perché troppo giovani oppure vecchi, rappresentano gli ultimi tasselli di una trasformazione degli assetti socio-economici che il mercato ha perseguito pervicacemente nel tempo. Risultato: negli ultimi trent&#8217;anni ridimensionamento della quota salari sul Pil rispetto a profitti e rendite, minore e più instabile occupazione, in definitiva una vita molto più precaria.</p>
<p>I processi di liberalizzazione sono un poco più recenti e forse meno evidenti nei loro effetti. Anche se il referendum dello scorso anno suggerisce che anch&#8217;essi siano stati compresi adeguatamente nella società. Una recente ricerca della CGIA di Mestre (liberalizzazioni? No grazie) ha analizzato gli andamenti dei prezzi nei servizi erogati in undici settori aperti alla concorrenza negli ultimi vent&#8217;anni. Si va dall&#8217;aumento delle tariffe nel settore delle assicurazioni (184,1% dal 1994) a quello dei servizi bancari (109,2% dal 1994), dai treni (53.2% dal 2000) a quello delle autostrade (50,6% dal 1999), passando per gas (33.5 dal 2003) e trasporti urbani (7.9 dal 2009) ecc&#8230; Gli unici settori che hanno visto una effettiva riduzione delle tariffe sono quello della telefonia e dei prodotti farmaceutici. Persino l&#8217;andamento dei prezzi dei voli aerei, nonostante l&#8217;avvento dei low cost, risulta complessivamente aumentato (48.9% dal 1997).</p>
<p>Come da questi dati si possa avanzare la teoria che le liberalizzazioni di taxi, edicole, e altre più o meno presunte caste (intendiamoci: che notai e avvocati lo siano non c&#8217;è alcun dubbio!) possa consentire una crescita del Pil di 1 o 2 punti su base annua è un mistero. Che la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali possa contribuire a fronteggiare la crisi (quasi a dire che i soldi li abbiamo, ma è il tempo per spenderli che manca) è un altro mistero. La fase due del governo Monti sembra incentrata su postulati euclidei, cioè quelle poche regole che in geometria vanno studiate a memoria e dove non vale il ragionamento per giungervi. Così continuiamo a vedere somministrate dosi crescenti del medesimo farmaco che in questi anni non ci ha curato, sarà il caso di cambiare farmaco e magari anche medico.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/biani.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18520" title="biani" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/biani-300x264.jpg" alt="" width="300" height="264" /></a></p>
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<p><em><strong>Il debito e le spese militari</strong></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>da Guerra &amp; Pace del 06/01/12</strong></em></p>
<p><em><strong>di Alberto Stefanelli e Piero Maestri</strong></em></p>
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<p>In queste ultime settimane tra i tanti articoli sulla crisi economica, sulla manovre e i provvedimenti governativi, sulla necessità di cospicui tagli al bilancio dello Stato – si è affacciato un inizio di dibattito sul peso delle spese militari sullo stesso bilancio pubblico e sulla possibilità di riduzioni del bilancio della difesa, con particolare riferimento al programma di acquisto di 131 caccia F35 Strike fighter (spesa prevista intorno ai 15 miliardi di Euro).</p>
<p>Di questo ne siamo ben lieti: da quando abbiamo fondato la rivista <a href="http://www.guerrepace.org/">Guerre&amp;Pace</a> nel “lontano” 1992, non è passato anno senza articoli, analisi, proposte sui temi delle spese militari e nette prese di posizione per un loro drastico taglio.</p>
<p>Purtroppo non ci pare sia davvero un dibattito serio, perché non sembra affrontare le questioni fondamentali e politicamente più rilevanti riguardo il bilancio militare: a cosa servono queste spese, il loro legame con i debito pubblico e l’intreccio tra imprese, banche e forze armate (in fondo si tratta ancora del “complesso militare-industriale” – ora più finanziario – di cui parlava il presidente Eisenhower).</p>
<p>Intendiamoci: quando le spese militari e il bilancio della difesa verranno tagliati, qualsiasi sia il motivo e l’entità, saremo comunque favorevoli. Non ci convince però – anzi ci preoccupa – che questo terreno venga affrontato da due punti di vista per noi insufficienti o addirittura fuorvianti: da una parte la polemica sulla “casta militare”, indubbiamente esistente – ma che rischia di mettere in secondo piano le più preoccupanti responsabilità politiche e di banche e imprese (con Finmeccanica in primo piano); dall’altra il rischio di assecondare la tendenza alla “razionalizzazione” delle spese militari, per avere comunque forze armate più efficienti. E qui sta la questione di fondo: efficienti per fare cosa? Le forze armate italiane sono state costruite negli ultimi 20 anni per fare la guerra – ed è quello che fanno le missioni internazionali (dall’Afghanistan alla Libia), dentro il quadro di un’Alleanza atlantica che ha assunto via via il ruolo di regolatore dell’ordine mondiale e di poliziotto che si auto-autorizza a applicare sanzioni a chi viola le sue regole.</p>
<p>L’esempio più lampante di queste tendenze è fornito dall’articolo di Repubblica intitolato “Monta la protesta contro i caccia F35: ‘<a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/01/02/news/programma_acquisto-27509860/?ref=HRER2-1">Costano troppo, il governo non li compri’</a>” .</p>
<p>Nessun ripensamento sul ruolo di quei cacciabombardieri o di altri sistemi d&#8217;arma (perché gli Eurofighter è bene che li compriamo? Il programma di questi ultimi è più costoso, tra l’altro&#8230; e della seconda portaerei, la Cavour, davvero non possiamo farne senza?), ma solo l’idea di qualche “aggiustamento”. E il meglio di sé lo da la senatrice del PD Roberta Pinotti, già presidente della Commissione Difesa della Camera tra il 2006 e il 2008, che dichiara: &#8220;Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l&#8217;acquisto a 40-50&#8221;, in buona compagnia con il dipartimento esteri dei democratici che “suggerisce a Monti una fase di &#8220;sospensione&#8221; e &#8220;ripensamento&#8221;”&#8230;.</p>
<p>Ora, la sen. Pinotti, da sempre favorevole a tutte le guerre dell’Italia e quindi corresponsabile dei loro crimini, e sostenitrice degli aumenti delle spese militari (anche come supporto finanziario alle imprese come Finmeccanica) dovrebbe ricordarsi che la firma in fondo al «memorandum» del 2007 dell’accordo con gli Usa per gli F35 è quella del suo compagno di partito on. Forceri, uomo di Finmeccanica e già sottosegretario del governo Prodi (il governo che maggiormente aumentò le spese militari&#8230;) e che pensare di comprare 40/50 aerei inutili e dannosi non è una riduzione del danno, ma una sonora presa per i fondelli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I DATI DELLE SPESE BELLICHE</strong></p>
<p>Per discutere l’argomento è prima di tutto capire di quali cifre stiamo parlando.</p>
<p>Secondo gli ultimi dati disponibili del <a href="http://www.sipri.org/">Sipri</a>, uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali sulle armi, l’Italia ha speso nel 2010 circa 26,6 miliardi per la difesa militare – a fronte dei 20,3 miliardi dichiarati dal ministero della difesa &#8211; posizionandosi ancora una volta al decimo posto nella classifica dei paesi che maggiormente spendono per i loro eserciti. Ma non si tratta di un’eccezione; sempre leggendo i dati <a href="http://www.sipri.org/">Sipri</a> l&#8217;Italia del nuovo millennio ha speso in media ogni anno circa 25 miliardi di euro per le spese militari. Molti di più di quanto dichiarato ufficialmente.</p>
<p>Per il 2012 il bilancio della Difesa è pari (con l&#8217;approvazione del bilancio dello Stato il 12/11/2011) a 19.962 milioni di euro suddivisi in 14,1 miliardi per esercito, marina e aeronautica e 5,8 miliardi per i Carabinieri. A questi numeri va aggiunto che nello stato di previsione del ministero dell&#8217;Economia è presente il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato con 700 milioni di euro dalla Legge di stabilità, raddoppiati poi dalla manovra Monti. Lo stato di previsione del ministero dello Sviluppo Economico comprende poi 1.538,6 milioni di euro per interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro per lo sviluppo e l&#8217;acquisizione delle unità navali della classe Fremm. La Legge di Stabilità proroga al 31 dicembre 2012 l&#8217;utilizzo di personale delle Forze armate per le operazioni di controllo del territorio per una spesa complessiva di 72,8 milioni di euro.</p>
<p>Si arriva così a una spesa complessiva &#8211; verificata &#8211; di oltre 23 miliardi di euro, <a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/ilmanifestosbil.html">come riportato da il manifesto</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>UN BILANCIO PER LE GUERRE</strong></p>
<p>Ma a cosa servono queste spese? Lo ripetiamo, questo è l’argomento centrale.</p>
<p>Non si tratta solo dell’inutile aereo F35, un aereo da attacco dalle caratteristiche tecniche tali che lo rendono adatto ad una guerra contro altre superpotenze militari; questi soldi vengono bruciati anche per mantenere un carrozzone di 180.000 uomini (e donne) in cui, come rileva il rapporto di Sbilanciamoci 2012, i graduati (in aumento) sono più della truppa (in diminuzione) e i generali sono in proporzione più di quelli statunitensi. Una struttura con molti marescialli in soprannumero e magari inadatti, anagraficamente, alle nuove necessità operative.</p>
<p>La questione va molto oltre.</p>
<p>L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza Atlantica piazza l’Italia al 5° posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni di euro, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno Unito, Germania e Francia.</p>
<p>Per adeguarsi ai requisiti della Nato l’Italia ha dato vita già da tempo ad un ampio programma di riarmo, attualmente in atto, che si traduce nell’acquisto di 121 caccia Eurofighter per un costo totale di 18 miliardi di euro, 6 miliardi per elicotteri da attacco e da trasporto, più di 7 miliardi per 12 fregate, 1,4 miliardi per la nuova portaerei, 1,9 miliaardi per 4 sommergibili, 1,5 miliardi per 249 blindati. Più ovviamente obici, siluri, missili, radar e tutto quanto serve per operare in guerra fuori dal territorio nazionale.</p>
<p>Mezzi che non sono solo risorse sprecate ma che fanno danni quando vengono impiegati per le guerre della Nato. Se negli ultimi anni le truppe impegnate all’estero si aggiravano tra gli 8000/8500 uomini, più della metà sono stati impegnati in missioni Nato (l’Italia è il 4° paese per contributi alle operazioni a guida Nato).</p>
<p>Tra queste non ultimo l’Afghanistan, dove l’Italia è presente con circa 4.000 soldati (3.918 a inizio settembre) con armamenti e attrezzature al seguito, che sono costati nel 2011 più di 800 milioni di euro, che porta il totale per i dieci anni di permanenza al seguito dell’alleato statunitense a circa 3,5 miliardi di euro (mentre il totale dei fondi destinati alle missioni militari nazionali dal 2001 si aggira sui 13 miliardi di euro).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’ITALIA NELLA DIVISIONE DEL LAVORO BELLICO</strong></p>
<p>In questo ambito l’Italia si occupa anche di quella che, nella divisione internazionale del lavoro militare all’interno della Nato, viene riconosciuta come un’eccellenza italiana, cioè la gestione dell’ordine pubblico attraverso le forze di polizia ad ordinamento militare. Questo attraverso due “centri” collocati a Vicenza e gestiti dall’Arma di Carabinieri: il Comando della Gendarmeria Europea, una forza di pronto intervento formata da diverse polizie militari europee pronta ad intervenire in missioni di “pace” a supporto degli eserciti nelle fasi di occupazione dopo la guerra. E il CoESPU, una scuola di polizia per forze armate del terzo mondo dove viene formato personale per le varie missioni di pace. Non per niente i carabinieri protagonisti di Genova 2001 venivano dalle guerre della Somalia e del Kossovo e oggi gli Alpini passano direttamente dall’Afghanistan alla Val di Susa</p>
<p>Soprattutto di questo dovremo discutere quando parliamo di spesa militare. In questo quadro crediamo sia quindi indispensabile chiedere una riduzione delle spese militari non solo e non principalmente in funzione di eliminare sprechi, spese inutili, o privilegi di casta. Questo è certo necessario ma non sufficiente a definire una diversa politica della difesa improntata alla pace e non più alla guerra.</p>
<p>Già nei precedenti governi di centrosinistra e centrodestra che hanno preceduto l’attuale era ben presente l’insostenibilità economica dell’apparato militare. Pur senza arrivare a nulla di fatto e senza avviare una discussione pubblica, questi governi hanno cercato di operare per arrivare a “forze armate ancora più efficaci e adeguate ai nuovi compiti, razionalizzando i costi, adeguando le risorse e ammodernando la concezione stessa di Forze Armate”, come ha affermato La Russa nell’aprile 2009; o come si era espresso prima di lui il sottosegretario alla difesa Forcieri nel settembre 2006 arrivando a delineare uno strumento militare con meno marescialli e con più strumenti per le missioni militari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IL DEBITO PUBBLICO E LE SPESE MILITARI</strong></p>
<p>L&#8217;enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste &#8211; come gli articoli pubblicati sul sito <a href="http://www.rivoltaildebito.org/">www.rivoltaildebito.org</a> hanno già più volte mostrato.</p>
<p>Per l&#8217;argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l&#8217;aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell&#8217;uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall&#8217;altra il sostegno pubblico all&#8217;industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.</p>
<p>Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l&#8217;anno).</p>
<p>L&#8217;Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con undebito pubblico di oltre 1900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato &#8211; che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.</p>
<p>E&#8217; chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.</p>
<p>L&#8217;altro elemento è quello del sostegno pubblico mascherato all&#8217;industria bellica. L&#8217;industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche, e anche se in questi ultimi 20 anni si sono susseguiti accordi internazionali, acquisizioni, joint-venturs, una società come Finmeccanica non potrebbe sviluppare il settore militare senza forti commesse pubbliche e senza un sostegno diretto e indiretto alle proprie produzioni.</p>
<p>Questo è quanto avvenuto, nello stesso periodo in cui entra in crisi la produzione civile di Fincantieri e la stessa Finmeccanica è in procinto di dismettere completamente la produzione di treni (vedi l&#8217;articolo di Marco Panaro (<a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/panaro.html">Meno treni e più armi. La death economy di Finmeccanica</a>).</p>
<p>Il sostegno a questa impresa a capitale prevalentemente pubblico si è intrecciata nel nostro paese alle politiche di dismissioni industriali, agli scandali legati alla «cricca-economy» e in generale al legame tra politiche neoliberiste e guerre.</p>
<p>Un legame che viene messo in luce persino da un uomo come Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria e autore del libro «Banchieri, politici e militari» (Ed. Laterza), che in un convegno a Trento ha affermato: «Non si può comprendere la crisi del petrolio del 1974 senza la guerra del Vietnam e le tensioni in Medio Oriente. Analogamente la bolla finanziaria del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Il debito infatti si ingigantisce, e come nell&#8217;Antica Roma, chi è debitore è schiavo: in questo caso noi siamo schiavi dei mercati finanziari (le misure della BCE per esempio) che ci dicono come comportarci e quali correttivi introdurre, perdendo così la nostra sovranità».</p>
<p>Su questi legami crisi-guerre-spese belliche-debito vogliamo tornarci prossimamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>UN ALTRO MODELLO PER LA “DIFESA”</strong></p>
<p>Arriviamo allora al punto che più ci interessa. Le spese militari italiane (ed europee) vanno drasticamente ridotte come conseguenza di una scelta politica precisa: non vogliamo più un modello di “difesa” pensato e strutturato per fare la guerra. Sia che si tratti di quello attuale con sprechi, privilegi e spese inutili; sia che si tratti di quello più “efficace” nel fare le guerre che vorrebbero il ministro Di Paola o il gen. Roberta Pinotti (e La Russa, prima di lei).</p>
<p>Non vogliamo più la partecipazione italiana alle guerre illegittime e alle missioni militari della Nato; vogliamo che l’Italia esca dalla Nato e questa “obsoleta” alleanza militare venga sciolta – o comunque che l’Europa scelga una postura internazionale pacifica e di cooperazione e co-sviluppo con il Mediterraneo, l’Asia, l’America latina e l’Africa.</p>
<p>È sulla base di queste scelte politiche che affrontiamo il nodo del taglio alle spese militari.</p>
<p>Non per arrivare a forze armate più pronte ed efficenti nel partecipare alle guerre della Nato, ma per un diverso modello di difesa.</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto che con l’equivalente di 15 giorni di guerra Emergency ha realizzato in Afghanistan tre centri chirurgici, 28 ambulatori e un centro di maternità e che l’intero programma di Emergency in Afghanistan si mantiene con l’equivalente di due giorni di presenza militare italiana.</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto, come ci ricordano i dati della campagna Sbilanciamoci, che con la stessa somma impiegata in dieci anni di missioni militari si potrebbero costruire, ad esempio, 3.000 nuovi asili nido che servirebbero un’utenza di 90.000 bambini, creando 20.000 posti di lavoro; inoltre installare 10 milioni di pannelli solari per 300.000 famiglie con la relativa creazione di 80.000 posti di lavoro e infine, sempre con la stessa cifra, mettere in sicurezza 1.000 scuole di cui beneficerebbero 380.000 studenti creando così altri 15.000 posti di lavoro</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto del peso delle armi sullo sviluppo economico nazionale, come ci ricorda la <a href="http://costsofwar.org/">ricerca della Brown University</a> (Usa) che mostra come per ogni milione di dollari investito nel settore armi si creano 8 posti di lavoro, gli stessi posti che si otterrebbero con lo stesso investimento in programmi di sviluppo legati all’energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse). Che però diventerebbero 14 con lo stesso investimento nell’assistenza sanitaria, nel trasporto pubblico o nelle ferrovie; e che sarebbero 15 se l’investimento avvenisse nel sistema educativo pubblico e soltanto 12 se investito nella climatizzazione delle abitazioni.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si può naturalmente partire dalla cancellazione dei programmi più scopertamente vergognosi e scandalosi – come quello che riguarda gli F35 – come, appunto, punto di partenza di una consapevolezza di una necessaria riconversione delle politiche e del sistema militare-industriale – non come strumento di razionalizzazione delle spese stesse, cercando pure il consenso in tempi di crisi e di ristrettezze di bilancio.</p>
<p>Tra l&#8217;altro, come hanno <a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/f35vignarca.html">dimostrato più volte</a> la rivista «Alteconomia» e il suo redattore Francesco Vignarca, non è prevista alcuna penale per l&#8217;uscita da quel programma &#8211; e gli stessi Usa stanno profondamente rivedendolo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>NON PAGARE IL DEBITO, TAGLIARE LE SPESE MILITARI</strong></p>
<p>In questo senso l’approccio è analogo a quello della campagna “Rivolta il debito”: il problema non è più principalmente “chi deve pagare il debito”, ma la consapevolezza che il debito pubblico che si è formato in Italia (come nel resto d&#8217;Europa) è in gran parte illegittimo e per questo non deve essere pagato affatto.</p>
<p>Lo stesso vale per il bilancio della difesa: va drasticamente tagliato perché si può e si deve fare a meno dello strumento delle forze armate come concepito dal “pensiero unico della difesa” che ha visto sempre concordi le forze politiche da An al Pd (con brutti scivoloni anche di Prc e dintorni&#8230;).</p>
<p>E una parte del debito pubblico si è formato anche per permettere di tenere alte le spese della difesa, come chiedevano la Nato e gli Usa: interessante al proposito uno studio del 1999 del Government Accountabilty Office del Congresso statunitense (<a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/gao.html">Nato: implications of European Integration for Allies’defense spending</a>) che sosteneva: «Essendo le spese per la difesa una porzione relativamente piccola del bilancio dello stato, dovrebbero essere facilmente protette dai tagli. Comunque, anche se il sostegno per i tagli alla difesa è minimo, potrebbe diventare un obiettivo attrattivo: la pressione per ulteriori aumenti per le pensioni e la sanità dovute all&#8217;invecchiamento della popolazione metteranno a rischi i bilanci futuri in molti paesi europei. Una forte crescita economica è chiaramente la chiave per fornire ai governi la flessibilità necessaria a equilibrare bisogni e risorse». La storia di questi anni ci racconta come è andata: la crescita è stata debole, la spese per pensioni e sanità è diminuita e le spese militari sono aumentate &#8211; per la gioia dei nostri «alleati» statunitensi &#8211; e intanto aumentava il debito pubblico.</p>
<p>La campagna contro il pagamento del debito e quella contro le spese militari sono profondamente connesse; per questo una parte dell’audit dei cittadini sul debito pubblico dovrà riguardare le spese militari come forma specifica di illegittimità della destinazione dei fondi con cui si è formato il debito pubblico.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/dollar-roll1-equalmoney1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18519" title="dollar-roll1-equalmoney1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/dollar-roll1-equalmoney1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
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<p><strong><em>La nostra spending review</em></strong></p>
<p><strong><em>(FONTE: GUIDO VIALE &#8211; IL MANIFESTO | 28 DICEMBRE 2011 )</em></strong></p>
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<p>Il costo del debito pubblico italiano non è sostenibile: 85 miliardi all&#8217;anno di interessi su 1.900 miliardi di debito complessivo, che l&#8217;anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100; a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all&#8217;anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell&#8217;eurozona al 60 per cento dei Pil. Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce n&#8217;è un&#8217;altra &#8220;nascosta&#8221;, che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il Tav (treno ad alta velocità) è l&#8217;esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica &#8211; finora, ma non è finita qui, e Passera ci si è messo di impegno &#8211; un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20 mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di &#8220;finanze di progetto&#8221;, i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità. Colpa della Politica? Certamente. Ma soprattutto colpa delle privatizzazioni, che non sono un&#8217;alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come beni comuni..</p>
<p>Finora gli interessi sul debito pubblico italiano sono stati pagati ogni anno, in tutto o in parte, con nuovo debito (che infatti è in larga parte il prodotto non di veri investimenti, mai fatti, ma di interessi accumulati nel corso del tempo). Ma con il pareggio di bilancio in Costituzione, quegli 85-100 e poi 130-150 miliardi all&#8217;anno, dovranno essere ricavati interamente da un taglio ulteriore della spesa pubblica o da maggiori entrate fiscali.</p>
<p>Finché il sistema finanziario globale è stato stabile, il debito italiano (ora al 120 per cento del Pil) non creava problemi: era una cuccagna sia per coloro che incassavano gli interessi, sia, soprattutto, per l&#8217;evasione fiscale (120 miliardi di euro all&#8217;anno!) e la corruzione (altri 60 miliardi; altro che le pensioni troppo generose!). Quei costi e quegli ammanchi venivano infatti coperti dallo Stato, indebitandosi. Ma da quando il sistema finanziario è diventato turbolento (e nei prossimi anni lo sarà sempre di più) fare fronte a quel debito è sempre più difficile e costoso; e prima o dopo la corda si spezza. È un pò quello che è successo con i mutui subprime; per anni hanno reso bene a chi li concedeva, a chi li rivendeva impacchettati a milioni nei cosiddetti Cdo, e a chi li ricomprava, ripartendo il rischio &#8211; come sostiene la teoria economica &#8211; su tutto il pianeta: in particolare, per quello che riguarda l&#8217;Europa, tra le banche inglesi, francesi e tedesche, che ne sono ancora oggi piene. Ma un debito non può crescere e accumularsi all&#8217;infinito; prima o dopo arriva la resa dei conti. Con i mutui subprime la si è in parte attutita e in parte nascosta finanziando a man bassa, con migliaia di miliardi di denaro pubblico, le banche che li detengono perché non fallissero. Con i debiti pubblici dei paesi dell&#8217;Europa mediterranea la Bce di Draghi ha deciso di fare la stessa cosa: finanzia le banche a tassi scontati perché riacquistino i debiti pubblici in scadenza, a tassi cinque-sette volte maggiori. E le banche lucrano la differenza. Ma è un gioco che non può durare in eterno; nemmeno se, per miracolo, la Bce fosse autorizzata a comprare quei titoli direttamente (&#8220;stampando&#8221; &#8211; come si dice, ma le cose non stanno proprio così &#8211; moneta).<strong> Che cosa c&#8217;è, allora, alla stazione di arrivo di questo binario?</strong> O la &#8220;crescita&#8221; o il default.<br />
Ecco perché politici ed economisti (e gli economisti-politici) si sbracciano a snocciolare ricette inconsistenti e persino ridicole per la &#8220;crescita&#8221;. Ma quale crescita? Con il pareggio di bilancio &#8211; e in un contesto in cui gli interessi sul debito non vanno a sostenere la domanda, ma volano a gonfiare la bolla finanziaria &#8211; per tornare a crescere il Pil italiano dovrebbe aumentare a un tasso superiore all&#8217;incidenza del servizio del debito (interessi più ratei di rimborso). Ritmi cinesi (e di una Cina che non c&#8217;è più) se lo spread resta ai livelli attuali; ma anche, a partire dal 2015, se tornasse a livelli giudicati &#8220;normali&#8221;. Ma niente di questo è in vista: invece di crescere, l&#8217;Italia è già in recessione; l&#8217;Europa sta per entrarci; le economie emergenti non &#8220;tirano&#8221; più e il mondo intero sta correndo incontro a un disastro ambientale irreversibile. <strong>Per questo il default non è fantascienza ma, ahimé, una prospettiva sempre più probabile; non ci siamo abituati, ma non sarebbe né il primo né l&#8217;ultimo della storia.</strong><br />
Meglio dunque prepararsi. E prepararsi vuol dire negoziare a livello europeo una ristrutturazione del debito (di molti paesi; e di molte banche; anche di quelle dei paesi più forti). E per ristrutturare i debiti bisogna sapere come si sono formati, chi li detiene, e come isolare le conseguenze più negative di un loro congelamento, di una loro riduzione (il cosiddetto haircut: taglio di capelli) o di un loro annullamento selettivo (larga parte del debito italiano è classificabile come &#8220;odioso&#8221; o &#8220;illegittimo&#8221;) a seconda delle categorie coinvolte. <strong>È l&#8217;audit del debito: un programma di indagine che dovrebbe vederci impegnati per i prossimi mesi e forse anni; ma con cui è possibile costruire in forme condivise una piattaforma alternativa di governo dell&#8217;economia.</strong> In altri paesi &#8211; in Europa, Grecia, Irlanda, Spagna; e in altri in America Latina &#8211; questo lavoro è già in corso. Da noi potrebbe assumere dimensioni più vaste e profonde. Non si tratta infatti soltanto di coinvolgere un gruppo di economisti &#8211; il più vasto possibile &#8211; disposti a impegnarsi in questo esercizio; di <strong>rivendicare l&#8217;accesso a documenti mai resi pubblici; e di diffondere i risultati della ricerca con una grande campagna di informazione</strong>. Per essere esauriente, l&#8217;audit dovrebbe ricostruirne non solo il passato &#8211; come si è formato il debito &#8211; ma scavare nel presente e, per i motivi spiegati prima, anche nel suo futuro. Cioè, <strong>portare alla luce come viene gestita la spesa pubblica nella sua dimensione operativa</strong>.<br />
Per condurre un audit in questo modo bisognerebbe costituire in ogni città e in ogni ente un nucleo di persone disposte e interessate a rendere pubblico &#8211; senza violare per ora alcun obbligo di riservatezza &#8211; il modo in cui concretamente si formano le decisioni relative all&#8217;erogazione della spesa in cui il loro ufficio o il loro servizio è coinvolto; e di includere in questa disamina una rappresentanza dei cosiddetti stakeholder: gli utenti, siano essi pazienti, fruitori, soggetti di registrazione o controlli, o contribuenti; le imprese che accedono a qualche servizio o che ne sono fornitori; le altre branche, correlate, della pubblica amministrazione.<br />
Chiunque abbia lavorato in o a contatto con organismi pubblici sa che tra le leggi che disciplinano una materia e la loro applicazione operativa c&#8217;è un&#8217;infinità di passaggi, alcuni normati in forma di regolamento, altri gestiti in modo discrezionale, alcuni del tutto inutili o facilmente semplificabili, e molti sottoposti ai condizionamenti sia di lobby legali che di attività illecite. In più, chiunque abbia lavorato in questo contesto sa che in certi ambiti una parte del personale è veramente superflua, perché l&#8217;organico risponde esclusivamente a una logica di potere della gerarchia; mentre in altri è decisamente insufficiente o insufficientemente qualificata; e che anche la mobilità interna potrebbe essere gestita molto meglio, e in modo non vessatorio, con il coinvolgimento non episodico e non condizionato sia di chi il lavoro lo svolge tutti i giorni che di chi ne fruisce o concorre al suo risultato come fornitore o utente. Si tratta di portare tutto questo alla luce, connettendolo, mano a mano che l&#8217;analisi procede, al contesto della elaborazione macro sul debito sviluppata dagli economisti. Una riforma democratica della spesa pubblica e del debito non può prescindere da un&#8217;operazione del genere. <strong>Ma non può prescinderne nemmeno una vera riforma della pubblica amministrazione fondata sui principi della partecipazione</strong>. Quella spending review che Brunetta ha varato interpretandola come licenza di bastonare sadicamente i lavoratori e Tremonti come programma di &#8220;tagli lineari&#8221; a cui sottoporre in modo indiscriminato e devastante tanto gli organici della pubblica amministrazione quanto la dotazione di risorse gestita da ogni servizio, i lavoratori del pubblico impiego la potrebbero prendere nelle loro mani. Per farne la base tanto di una piattaforma rivendicativa per una riorganizzazione dal basso del loro lavoro, quanto di una informazione dirompente del modo in cui si forma giorno per giorno la spesa e giorno per giorno si accumula il debito. È una proposta irrealizzabile o è il complemento irrinunciabile di un programma di conversione ecologica?</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-tir.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-18530" title="blocco tir" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-tir.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
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<p><strong><em>Un orrizonte sovranazionale per rompere la trappola del debito </em></strong></p>
<p>di Christian Marrazzi</p>
<p>da IlManifesto 15/12/11<br />
<a href="http:// http://rivoltaildebito.globalist.it/news/un-orizzonte-sovranazionale-rompere-la-trappola-del-debito">http://rivoltaildebito.globalist.it/news/un-orizzonte-sovranazionale-rompere-la-trappola-del-debito </a></p>
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<h1>Le politiche di austerity tendono a occultare la natura violenta del rapporto tra capitale e lavoro.</h1>
<p>Debiti illegittimi e diritto all&#8217;insolvenza di François Chesnais è un saggio sulla «geometrica potenza» dei mercati finanziari, un manuale prezioso, rigoroso e molto documentato, per i movimenti di resistenza contro gli effetti devastanti della finanziarizzazione che da trent&#8217;anni domina il pianeta, distruggendo l&#8217;esistenza di milioni di persone, l&#8217;ambiente e la democrazia. L&#8217;analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del modello fordista e del sistema monetario di Bretton Woods fino alla crisi dei debiti pubblici e della sovranità politica di oggi, ha al suo centro la divaricazione tra profitti e condizioni di vita, di reddito e di occupazione, che da tempo è all&#8217;origine della produzione di rendite finanziarie, del «divenire rendita dei profitti», quel processo che dalla crisi dei subprime del 2007 alla crisi dell&#8217;euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a a salvare il potere dei mercati finanziari. Una crisi la cui funzione è esplicitata in un documento del Fmi del 2010: «le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno falllito», una vera e propria strategia da shock economy, come Naomi Klein ci ha ben spiegato.<br />
Ma il libro di Chenais è anche un programma per la costruzione di un movimento sociale europeo, un movimento che deve porsi la questione della lotta contro i «debiti illegittimi», odiosa conseguenza delle politiche di sgravi fiscali degli ultimi vent&#8217;anni, dei piani di salvataggio del sistema bancario e della speculazione finanziaria sui debiti pubblici che sta aggravando pesantemente il servizio sui debiti, ossia gli interessi che gli stati devono pagare sui buoni del tesoro. Il «governo attraverso il debito», dove il debito è il riflesso speculare della polarizzazione della ricchezza e delle misure per ammortizzare il crollo bancario e finanziario, non è accettabile e va rifiutato: onorarlo significa rinunciare ai diritti sociali, schiacciare i redditi e lacerare quel che resta dei beni comuni e delle spese collettive indispensabili per tenere assieme la società. Come ha scritto Cédric Durant, riassumendo la proposta di Chesnais, «ciò significa interrompere i rimborsi &#8211; una moratoria &#8211; e stabilire chiaramente chi sono i creditori &#8211; attraverso un audit &#8211; al fine di stabilire la parte di debito che può essere rimborsata e quella che deve essere annullata».<br />
È quanto propone il Comitato greco contro il debito, il primo paese in cui sia stato creato un comitato nazionale che ha consentito la creazione di comitati locali: «Il primo obiettivo di un audit è quello di chiarire il passato. Cosa ne è stato del denaro di quel prestito? A quali condizioni si è concordato quel prestito? Quanti interessi sono stati pagati, a quale tasso, quale quota di capitale è stata rimborsata? Come si è gonfiato il debito senza che questo andasse a vantaggio dei cittadini?». Imponendo di aprire e di verificare i titolari del debito pubblico, il movimento per l&#8217;audit civile osa l&#8217;impensabile: avanza nella zona rossa, nel sancta sanctorum del sistema capitalistico, lì dove, per definizione, non è tollerato alcun intruso.<br />
A modo suo, ma coerentemente con il principio di trasparenza e di sovranità popolare che sta alla base dello Stato-nazione, Papandreu ci ha provato con la proposta di referendum popolare sulle misure d&#8217;austerità imposte dalla Unione europea. Ma la sua idea è durata lo spirare di un giorno, e se ci fosse riuscito è realistico pensare che ci sarebbe stato un colpo di Stato. Il che ci costringe a porre la questione, centrale nella lotta contro la schiavitù del debito, di quale sia il terreno sul quale mobilitarsi. L&#8217;idea della moratoria, dell&#8217;audit, del diritto all&#8217;insolvenza è sacrosanta, ma dove partire?<br />
Nella configurazione odierna del capitalismo finanziario, in particolare nell&#8217;Europa dell&#8217;euro dominata dai mercati finanziari e da una Banca centrale che ad essi ha delegato la monetizzazione dei debiti pubblici, il diritto all&#8217;insolvenza va declinato in modo tale da evitare qualsiasi forma di «sovranismo», di affermazione del primato dello Stato nazionale a fronte della dittatura dei mercati finanziari. E questo per una ragione tanto semplice quanto stringente: la rivendicazione dell&#8217;insolvenza su scala nazionale creerebbe una situazione di autarchia economica, di totale chiusura verso il resto del mondo, di non accessibilità alle fonti di finanziamento ma, soprattutto, di impossibilità di generalizzare la mobilitazione sociale al resto dell&#8217;Europa. Non è solo una questione pratica, per così dire. Si tratta di capire che la logica della finanziarizzazione, come d&#8217;altronde emerge dal libro di Chesnais, la logica del «governo attraverso il debito» ha la sua origine nel rapporto fondamentale tra capitale e lavoro, tra plusvalore e lavoro necessario. Il capitalismo fnanziario ha globalizzato l&#8217;imperialismo, il suo modus operandi attraverso la «trappola del debito», dell&#8217;indebitamento pubblico e privato, per realizzare-vendere il plusvalore estratto dal lavoro vivo. Il debito, nello schema imperiale, è la faccia monetaria del plusvalore, dello sfruttamento universale della forza-lavoro, ed è una trappola perché impedisce al lavoro vivo di affrancarsi dallo sfruttamento, di autonoimizzarsi dal rapporto di dipendenza e di schiavitù che è proprio del debito.<br />
La lotta contro il debito, il diritto all&#8217;insolvenza, deve partire dalla mobilitazione del lavoro vivo contro la natura debitoria del plusvalore, quella stessa che si esercita su scala nazionale nel rapporto diretto tra capitale e lavoro e che oggi vede gli Stati come articolazioni locali di un capitalismo finanziario globale.<br />
Partire da questo livello, dal lavoro vivo contro il capitale, significa ad esempio organizzare gli studenti e le loro famiglie indebitate per affermare il diritto allo studio e alla sua libertà. Significa cioè soggettivare il diritto all&#8217;insolvenza, sottraendolo alla trappola del debito come dispositivo di esercizio di un potere globale contro il quale concretamente mobilitarsi indicando soggetti e forme di lotta.</p>
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		<title>Un nuovo movimento mondiale</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 17:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa rassegna di articoli l&#8217;abbiamo letta e discussa nei giorni successivi alla manifestazione del 15 ottobre.
Lo spaesamento per una continuazione della mobilitazione tornati da Roma ha preso il sopravvento su tutte le organizzazioni politiche e collettivi, che fossero stati più o meno attivi o entusiasti dei riot della capitale.
La produzione ininterrotta, per quanto intermittente, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa rassegna di articoli l&#8217;abbiamo letta e discussa nei giorni successivi alla manifestazione del 15 ottobre.</p>
<p>Lo spaesamento per una continuazione della mobilitazione tornati da Roma ha preso il sopravvento su tutte le organizzazioni politiche e collettivi, che fossero stati più o meno attivi o entusiasti dei riot della capitale.</p>
<p>La produzione ininterrotta, per quanto intermittente, di conflittualità in Italia, dallo scoppio della crisi, si è scontrata su un corpo sociale troppo affezionato all&#8217;antiberlusconismo e non ancora disponibile ad una critica del sistema.</p>
<p>In piazza San Giovanni sono esplose le contraddizioni di un dibattito non affrontato, in quanto sotterraneo tra le organizzazioni di movimento, così il più grande corteo europeo della giornata dell&#8217;indignazione mondiale, non ha saputo fare i conti con nuove forme di politicizzazione che interrogano quelle classiche.</p>
<p>Intanto nelle piazze di mezzo mondo si è affacciato un nuovo movimento mondiale.</p>
<p>Nuovo per rivendicazioni, pratiche di lotta e composizione.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-oakland.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18525" title="Occupy Oakland Calls For General Strike" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-oakland-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a></p>
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<p><strong><em>Mantra del sollevarsi</em></strong></p>
<p><strong>Franco Berardi Bifo</strong></p>
<p>18/10/11</p>
<p><a href="http://looponline.info/index.php/component/content/article/644-mantra-del-sollevarsi-15-ottobre-e-dintorni">http://looponline.info/index.php/component/content/article/644-mantra-del-sollevarsi-15-ottobre-e-dintorni</a></p>
<p>Il 15 febbraio del 2003 centomilioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo.<br />
Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e la violenza della guerra. Il 15 Ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando le popolazioni (come la BCE) sorridono nervosamente e dicono che sono d’accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente. Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche o ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia.<br />
La rabbia talvolta alimenta l’intelligenza, talaltra si manifesta in forma psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati, perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce anche rabbia psicopatica.<br />
Il giorno prima della manifestazione del 16 in un’intervista pubblicata da un giornaletto che si chiama La Stampa io dichiaravo che a mio parere era opportuno che alla manifestazione di Roma non ci fossero scontri, per rendere possibile una continuità della dimostrazione in forma di acampada. Le cose sono andate diversamente, ma non penso affatto che la mobilitazione sia stata un fallimento solo perché non è andata come io auspicavo.</p>
<p>Un numero incalcolabile di persone hanno manifestato contro il capitalismo finanziario che tenta di scaricare la sua crisi sulla società. Fino a un mese fa la gente considerava la miseria e la devastazione prodotte dalle politiche del neoliberismo alla stregua di un fenomeno naturale: inevitabile come le piogge d’autunno. Nel breve volgere di qualche settimana il rifiuto del liberismo e del finazismo è dilagato nella consapevolezza di una parte decisiva della popolazione. Un numero crescente di persone manifesterà in mille maniere diverse la sua rabbia, talvolta in maniera autolesionista, dato che per molti il suicidio è meglio che l’umiliazione e la miseria.</p>
<p>Leggo che alcuni si lamentano perché gli arrabbiati hanno impedito al movimento di raggiungere piazza San Giovanni con i suoi carri colorati. Ma il movimento non è una rappresentazione teatrale in cui si deve seguire la sceneggiatura. La sceneggiatura cambia continuamente, e il movimento non è un prete né un giudice. Il movimento è un medico. Il medico non giudica la malattia, la cura.<br />
Chi è disposto a scendere in strada solo se le cose sono ordinate e non c’è pericolo di marciare insieme a dei violenti, nei prossimi dieci anni farà meglio a restarsene a casa. Ma non speri di stare meglio, rimanendo a casa, perché lo verranno a prendere. Non i poliziotti né i fascisti. Ma la miseria, la disoccupazione e la depressione. E magari anche gli ufficiali giudiziari.</p>
<p>Dunque è meglio prepararsi all’imprevedibile. E’ meglio sapere che la violenza infinita del capitalismo finanziario nella sua fase agonica produce psicopatia, e anche razzismo, fascismo, autolesionismo e suicidio. Non vi piace lo spettacolo? Peccato, perché non si può cambiare canale.<br />
Il presidente della Repubblica dice che è inammissibile che qualcuno spacchi le vetrine delle banche e bruci una camionetta lanciata a tutta velocità in un carosello assassino. Ma il presidente della Repubblica giudica ammissibile che sia Ministro un uomo che i giudici vogliono processare per mafia, tanto è vero che gli firma la nomina, sia pure con aria imbronciata. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che un Parlamento comprato coi soldi di un mascalzone continui a legiferare sulla pelle della società italiana tanto è vero che non scioglie le Camere della corruzione. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che passino leggi che distruggono la contrattazione collettiva, tanto è vero che le firma. Di conseguenza a me non importa nulla di ciò che il Presidente giudica inammissibile.</p>
<p>Io vado tra i violenti e gli psicopatici per la semplice ragione che là è più acuta la malattia di cui soffriamo tutti. Vado tra loro e gli chiedo, senza tante storie: voi pensate che bruciando le banche si abbatterà la dittatura della finanza? La dittatura della finanza non sta nelle banche ma nel ciberspazio, negli algoritmi e nei software. La dittatura della finanza sta nella mente di tutti coloro che non sanno immaginare una forma di vita libera dal consumismo e dalla televisione.<br />
Vado fra coloro cui la rabbia toglie ragionevolezza, e gli dico: credete che il movimento possa vincere la sua battaglia entrando nella trappola della violenza? Ci sono armate professionali pronte ad uccidere, e la gara della violenza la vinceranno i professionisti della guerra.<br />
Ma mentre dico queste parole so benissimo che non avranno un effetto superiore a quello che produce ogni predica ai passeri.</p>
<p>Lo so, ma le dico lo stesso. Le dico e le ripeto, perché so che nei prossimi anni vedremo ben altro che un paio di banche spaccate e camionette bruciate. La violenza è destinata a dilagare dovunque. E ci sarà anche la violenza senza capo né coda di chi perde il lavoro, di chi non può mandare a scuola i propri figli, e anche la violenza di chi non ha più niente da mangiare.<br />
Perché dovrebbero starmi ad ascoltare, coloro che odiano un sistema così odioso che è soprattutto odioso non abbatterlo subito?<br />
Il mio dovere non è isolare i violenti, il mio dovere di intellettuale, di attivista e di proletario della conoscenza è quello di trovare una via d’uscita. Ma per cercare la via d’uscita occorre essere laddove la sofferenza è massima, laddove massima è la violenza subita, tanto da manifestarsi come rifiuto di ascoltare, come psicopatia e come autolesionismo. Occorre accompagnare la follia nei suoi corridoi suicidari mantenendo lo spirito limpido e la visione chiara del fatto che qui non c’è nessun colpevole se non il sistema della rapina sistematica.</p>
<p>Il nostro dovere è inventare una forma più efficace della violenza, e inventarla subito, prima del prossimo G20 quando a Nizza si riuniranno gli affamatori. In quella occasione non dovremo inseguirli, non dovremo andare a Nizza a esprimere per l’ennesima volta la nostra rabbia impotente. Andremo in mille posti d’Europa, nelle stazioni, nelle piazze nelle scuole nei grandi magazzini e nelle banche e là attiveremo dei megafoni umani. Una ragazza o un vecchio pensionato urleranno le ragioni dell’umanità defraudata, e cento intorno ripeteranno le sue parole, così che altri le ripeteranno in un mantra collettivo, in un’onda di consapevolezza e di solidarietà che a cerchi concentrici isolerà gli affamatori e toglierà loro il potere sulle nostre vite (anche togliendo i nostri soldi dai conti correnti delle loro banche come suggerisce Lucia).<br />
Un mantra di milioni di persone fa crollare le mura di Gerico assai più efficacemente che un piccone o una molotov.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/occupy-wall-street-2c9052ac61b44e53.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18524" title="occupy-wall-street-2c9052ac61b44e53" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/occupy-wall-street-2c9052ac61b44e53-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a></p>
<p><strong><em>L&#8217; illusione della democrazia</em></strong></p>
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<p><em>Internazionale, numero 922, 4 novembre 2011</em></p>
<p><a href="http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/internazionale/l%E2%80%99illusione-della-democrazia">http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/internazionale/l%E2%80%99illusione-della-democrazia</a></p>
<p><em><strong>di Slavoj Žižek</strong>*</em></p>
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<p>Le proteste a Wall street e di fronte alla cattedrale di St. Paul a Londra hanno in comune “la mancanza di obiettivi chiari, un carattere indefinito e soprattutto il rifiuto di riconoscere le istituzioni democratiche”, ha scritto Anne Applebaum sul Washington Post. “A differenza degli egiziani di piazza Tahrir, a cui i manifestanti di Londra e New York si richiamano apertamente, noi abbiamo istituzioni democratiche”. Se si riduce la rivolta di piazza Tahrir a una richiesta di democrazia di tipo occidentale, come fa Applebaum, diventa ridicolo paragonare le proteste di Wall street a quelle in Egitto: come possono i manifestanti occidentali pretendere ciò che già hanno? Quello che la giornalista sembra non vedere è un’insoddisfazione generale per il sistema capitalistico globale, che in luoghi diversi assume forme diverse.</p>
<p>“Eppure in un certo senso”, ammette Applebaum, “è comprensibile che a livello internazionale il movimento non sia riuscito a produrre proposte concrete: sia le origini della crisi economica globale sia le sue soluzioni sono, per definizione, al di fuori della sfera di competenza dei politici locali e nazionali”. Ed è costretta a concludere che “la globalizzazione ha chiaramente cominciato a minare la legittimità delle democrazie occidentali”. È proprio questo il punto su cui i manifestanti vogliono richiamare l’attenzione: il capitalismo globale mina la democrazia. La conclusione logica è che dovremmo cominciare a riflettere su come espandere la democrazia oltre la sua forma attuale – basata su stati-nazione multipartitici – evidentemente incapace di gestire le conseguenze distruttive dell’economia. Invece Applebaum accusa i manifestanti “di accelerare il declino” della democrazia.</p>
<p>Sembra sostenere quindi che, siccome l’economia globale non è alla portata del sistema democratico, qualunque tentativo di espandere la democrazia per gestire l’economia rischia di accelerare il declino della democrazia stessa. Cosa dovremmo fare allora? A quanto pare dovremmo continuare a riconoscere un sistema politico che, stando alla spiegazione di Applebaum, non è in grado di fare il suo lavoro. In questo momento le critiche al capitalismo non mancano: siamo sommersi da storie di imprese che inquinano spietatamente l’ambiente, banchieri che intascano bonus enormi mentre le loro banche sono salvate dal denaro pubblico, fabbriche che sfruttano i bambini per confezionare abiti destinati a negozi di lusso.</p>
<p>Ma c’è un tranello. Il presupposto è che la lotta contro questi eccessi dovrebbe svolgersi nel quadro liberaldemocratico. L’obiettivo è democratizzare il capitalismo, estendere il controllo democratico sull’economia globale grazie alla denuncia dei mezzi d’informazione, a inchieste parlamentari, leggi più severe, indagini di polizia eccetera. Ciò che non si mette mai in discussione è il quadro istituzionale dello stato democratico borghese.</p>
<p>Qui l’intuizione cruciale di Marx è attuale ancora oggi: la questione della libertà non dovrebbe essere riferita solo alla sfera politica, cioè a cose come le libere elezioni, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa o il rispetto dei diritti umani. La vera libertà risiede nella rete “apolitica” dei rapporti sociali, dal mercato alla famiglia, dove la trasformazione necessaria per promuovere dei miglioramenti non è la riforma politica, ma un cambiamento nei rapporti sociali di produzione. Noi non votiamo su chi possiede cosa o sul rapporto tra i lavoratori in fabbrica. Queste cose sono lasciate a processi che esulano dalla sfera del politico, ed è un’illusione che si possa cambiarle “estendendo” la democrazia: creando, per esempio, banche “democratiche” controllate dal popolo.</p>
<p>Occorre ricordare che i meccanismi democratici fanno parte di un apparato dello stato borghese chiamato ad assicurare il regolare funzionamento della riproduzione capitalistica. Alain Badiou aveva ragione quando sosteneva che il nemico ultimo oggi non si chiama capitalismo, impero, sfruttamento o cose del genere, ma democrazia: è l’“illusione democratica”, l’accettazione dei meccanismi democratici come unico mezzo legittimo di cambiamento, a impedire un’autentica trasformazione dei rapporti capitalistici.</p>
<p>Le proteste di Wall street sono appena un inizio, ma bisogna cominciare così, con un gesto formale di rifiuto che è più importante del suo contenuto propositivo, perché solo un gesto di questo tipo può aprire lo spazio a un nuovo contenuto. Perciò non dovremmo farci distrarre dalla domanda su cosa vogliamo. Questa è la domanda che l’autorità maschile rivolge alla donna isterica: “Ti lamenti e piagnucoli: almeno sai cosa vuoi?”. In termini psicoanalitici le proteste sono una crisi isterica che provoca il padrone, minandone l’autorità. E la domanda del padrone, “Ma cosa vuoi?”, nasconde il suo sottinteso: “Rispondi nei miei termini oppure stai zitto!”.</p>
<p>Finora i manifestanti sono riusciti a evitare di esporsi alla critica fatta da Lacan agli studenti del 1968: “Come rivoluzionari siete degli isterici che vogliono un nuovo padrone. Lo troverete”.</p>
<p><em>Traduzione di Gigi Cavallo.</em></p>
<p><em></em>*<strong>Slavoj Žižek</strong> è un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro è Dalla tragedia alla farsa (Ponte alle grazie 2010).</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/6215671523_813a53e0fa.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18526" title="6215671523_813a53e0fa" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/6215671523_813a53e0fa-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong><em>La fine della grande illusione</em></strong></p>
<p><em>di Marco Bertorello e Danilo Corradi* dalla rivista <strong>Erre </strong></em>(<a title="http://ilmegafonoquotidiano.it/rivista/indignati-di-tutto-il-mondo" href="http://ilmegafonoquotidiano.it/rivista/indignati-di-tutto-il-mondo">http://ilmegafonoquotidiano.it/rivista/indignati-di-tutto-il-mondo</a>) in vendità a 5 euro allo spazio sociale La Boje!</p>
<div> <a href="http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/rivolta/la-fine-della-grande-illusione">http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/rivolta/la-fine-della-grande-illusione</a></div>
<p>Dopo il movimento antiglobalizzazione, i giovani e le giovani continuano a riempire le piazze, a contestare, a reclamare diritti e a mostrarsi “indignati”. Ci sono alcuni elementi comuni in questa nuova effervescenza sociale, tratti da una comune condizione materiale che subisce la crisi di più, almeno sul piano delle speranze, di altri soggetti sociali. La società della conoscenza ha fatto larghe promesse che ora non riesce a mantenere.</p>
<p>Appunti e note per una sinistra anticapitalista.</p>
<p>Da Seattle oramai sono passati tredici anni e il movimento antiglobalizzazione è in quella forma una pagina di storia. I giovani e le giovani continuano però a infiammare le piazze e a essere protagonisti in molteplici forme, vecchie e nuove, di conflitti, indignazioni di massa, processi di radicalizzazione, fenomeni elettorali con alcune caratteristiche comuni a quella esperienza. Lo stesso referendum vittorioso si inserisce in questa dinamica. Processi molto diversi che disvelano grandi potenzialità, contraddizioni e forme nuove di partecipazione e di percezione di sé. Dinamiche spesso veloci nella loro costruzione, travolgenti nella loro espressione, ma anche rapidissime nel loro apparente dissolvimento senza un lascito organizzativo che sarebbe stato lecito aspettarsi. Una soggettività atipica che merita una riflessione più profonda per indagare le possibili forme di una nuova soggettivazione di classe.</p>
<p>È l’intreccio tra crisi economica, ecologica e politica che può determinare l’affermarsi di nuove identità, frutto a loro volta di profondi sconvolgimenti sul piano socio-economico. Ma come vengono elaborati questi processi dai principali soggetti che ne sono al centro, come ad esempio le nuove generazioni? Sembra manifestarsi una crescente insofferenza verso l’ordine costituito attraverso differenti gradi di indignazione e mobilitazione: ci sono particolari figure sociali che stanno animando questi fenomeni?<br />
Domande complesse a cui è rischioso e difficile rispondere. In questo articolo proveremo a ragionare abbozzando solo alcune suggestioni analitiche con l’obiettivo di stimolare un’analisi e una risposta politica necessaria quanto urgente, consapevoli che i cambiamenti sul piano sia ideologico sia identitario sono la risultante di un complesso intreccio di fattori socio-economici e politici che in questa sede solo parzialmente proviamo a focalizzare.</p>
<p><strong>Una visione tecnocentrica</strong><br />
La rivoluzione capitalistica degli anni Settanta nasce dalla doppia risposta alla crisi del ʼ73-ʼ74 e all’ascesa del movimento operaio. La soluzione si è data sul piano economico, finanziario, tecnologico e ideologico. È su questo ultimo aspetto che vogliamo soffermarci. La costruzione del consenso a una ristrutturazione di tale portata è stata costruita a partire dall’utilizzo ideologico di alcune rivendicazioni emerse nei movimenti e nei tumulti che seguirono il Sessantotto.<br />
Il rifiuto dell’alienazione della fabbrica fordista, la libertà individuale, le rivendicazioni di mobilità sociale e i conflitti sulla formazione, il desiderio di liberazione delle donne, sono stati rielaborati e utilizzati dal capitale contro gli stessi soggetti che avevano osato sfidare la sua egemonia. Un’operazione facilitata ovviamente dal progressivo fallimento del socialismo reale e dalla conseguente perdita di credibilità di un’alternativa, una vittoria del mercato e della scienza occidentale dunque sulla grigia e stanca burocrazia statalista dell’Est…<br />
L’ideologia neoliberista associata alla nascente società della conoscenza si è potuta accreditare come via maestra capace di offrire flessibilità e autonomia dalla “fabbrica carcere” e dal lavoro ripetitivo. Il liberismo avrebbe rotto le vecchie burocrazie e gerarchie, la società della conoscenza avrebbe reso padroni del proprio destino e forti delle proprie capacità e professionalità i nuovi lavoratori del terziario, il toyotismo avrebbe reso partecipi e creativi persino i vecchi operai organizzati per team dentro la fabbrica snella e meritocratica, l’ingresso massivo delle donne nel mercato del lavoro veniva propagandato come l’ultimo atto di una parità oramai acquisita.<br />
La tecnologia assurgeva a centro della nuova terra promessa, capace di far divenire intelligenti anche le bombe della guerra del Golfo. Lo sviluppo di Internet disegnava la grande metafora di un mondo nuovo, più democratico, cosmopolita, capace di premiare le nuove idee e di sviluppare le capacità del singolo individuo fuori dalle pesantezze del secolo scorso. L’arricchimento dei nuovi guru dell’informatica alla Bill Gates, o di società come Yahoo e Google, rinverdiva progressivamente il vecchio sogno americano riproposto in salsa postmoderna.<br />
Erano gli anni Novanta, quando si annunciava la libertà dal posto fisso. Una libertà ancora una volta garantita dalla rivoluzione tecnologica che sempre più avrebbe richiesto lavoro qualificato e creativo, ad alta mobilità, dinamico e flessibile. Il lavoro astratto e dequalificato era materia da lasciare ai manuali di storia. Persino una certa cultura post-operaista sempre attenta ai cambiamenti rimaneva incantata dalle novità che stavano intervenendo semplificando oltremodo il quadro generale e di conseguenza i percorsi per affermare un’alternativa.<br />
La sinistra, invece, risultava incapace a darsi un orizzonte credibile di trasformazione, passava di sconfitta in sconfitta, perdendo credibilità, scivolando sempre più a destra, cooptata nel progetto liberista e sempre meno attraversata dai soggetti sociali e per questa via più incline a una profondissima burocratizzazione.</p>
<p><strong>Generazioni tra ideologia e realtà</strong><br />
<strong>La distanza tra aspettativa, in particolare delle nuove generazioni, e realtà è andata progressivamente aumentando con un ruolo decisivo della crisi economica e sociale di questi ultimi anni. Un esempio che rende visibile questo processo è la spinta alla formazione che ha mosso milioni di giovani verso l’università e la contemporanea evoluzione quantitativa delle professioni.</strong><br />
Gli studenti universitari iscritti alla fine del ciclo di lotte degli anni Settanta erano ancora inferiori al milione, seppur in crescita continua dagli anni Sessanta. Dopo una frenata negli anni Ottanta le immatricolazioni riprendono a salire nonostante il continuo de-finanziamento del sistema formativo e l’impoverimento delle famiglie con reddito da lavoro dipendente. Una spinta profonda dovuta alla convinzione che il futuro e la mobilità sociale risiedano nell’accesso alla società della conoscenza. Eppure erano gli anni in cui la disoccupazione dei laureati e il boom dei fuoricorso avrebbero dovuto incrinare alcune convinzioni. Il picco si raggiunge nel 2005 (sfiorando i 2 milioni) anno di un’inversione di tendenza significativa dovuta a un calo delle immatricolazioni negli anni precedenti. Dal ’90 a oggi oltre 6.5 milioni di giovani frequentano o sono passati all’università, oltre il 10 % dell’intera popolazione italiana collocata oggi nella fascia di età che va dai 19 ai 39 anni. Nei paesi Ocse le cifre sono maggiori. A questi andrebbero aggiunti coloro che hanno investito nella formazione professionale al di là degli atenei, a partire dalla formazione in campo informatico.<br />
Nel frattempo nell’evoluzione delle professioni non accadeva nulla di ciò che era stato ideologicamente prefigurato. Alla precarizzazione del mercato del lavoro e alla riduzione del salario si sommava una decisa crescita dei lavori dequalificati. E non solo in Italia. Come rilevato recentemente da Martin Ford nella classifica delle professioni americane al primo posto troviamo gli addetti alla vendita (4.374.230) seguiti dai cassieri (3.479.390), gli impiegati di ufficio (3.026.710), cuochi e addetti alla cucina (2.461.890), infermieri, manovali movimento terra, camerieri (sui 2.3 milioni ciascuno) addetti ai call center e pulitori (entrambe oltre i 2 milioni), ecc. Recentemente Krugman ha ripreso la tesi di Ford dalla pagine del New York Times spiegando come la macchina informatica riesca ad automatizzare lavori immateriali qualificati, mentre fa più fatica con vecchie professioni manuali come i camionisti, camerieri, cuochi e pulitori. Persino Richard Florida che da anni sottolinea l’ascesa di una nuova classe creativa non riesce con precisione a scorporarne la consistenza dalla ben più generica occupazione nei servizi.<br />
E ancora. In Italia nel 2006 su 24.7 milioni di occupati, 7 milioni sono impiegati nell’industria e nelle costruzioni, 1 milione nell’agricoltura, 4.5 nel commercio, alberghi e ristoranti, 1.2 in trasporti e magazzinaggio, 1.35 sono badanti o svolgono altre attività in famiglia, 1.6 sono impiegati nell’istruzione, 1.1 nei servizi sociali e personali. I famosi servizi alle imprese sono inseriti in una categoria che comprende le attività immobiliari e arriva a 2.9 milioni. Sanità e assistenza sociale e altre attività della pubblica amministrazione insieme arrivano ai 3 milioni. Dati che non danno proprio l’idea di un boom del lavoro qualificato e ricco di conoscenze. Andando in profondità questa sensazione aumenta. Ad esempio i tecnici informatici, in senso stretto, nel 2005 erano 266mila poco più dei baristi (235mila) mentre i collaboratori domestici (1.2 milioni) sono i primi nelle previsioni di crescita, seguiti al secondo posto dagli addetti non qualificati ai servizi di pulizia.</p>
<p>Il famoso terziario, quindi, è sempre meno avanzato e sempre più dequalificato. I giovani sono coloro che più hanno impattato queste nuove tendenze. Interessanti a questo proposito i dati dell’ultima indagine di Almalaurea. Tra i laureati, che rimangono una porzione minoritaria di chi ha frequentato l’università, dopo un anno dalla laurea i lavoratori in nero crescono oscillando tra il 6 e il 9% sul totale dei laureati occupati. Il reddito medio dei neo-laureati è in diminuzione costante e oscilla leggermente al di sotto dei mille euro. A tre anni dalla laurea 1 su 4 dichiara che non sa che farsene del proprio titolo e delle capacità acquisite, mentre solo il 21,8% ritiene centrale il proprio titolo per la sua attuale occupazione di cui una cospicua parte solo per necessità “formali”. Il 46% dei laureati di primo livello e il 36% del secondo livello fa lo stesso identico lavoro antecedente alla laurea. Inoltre va considerato che psicologicamente non è facile dichiarare “ho studiato per niente”, dunque queste stime possono considerarsi ottimiste. Parliamo di occupati, perché il 25% è semplicemente disoccupato.<br />
Sia chiaro, nella società italiana i laureati continuano ad avere maggiore occupabilità e un differenziale positivo di reddito, ma questa differenza è sempre più sottile e i nuovi laureati ci mettono sempre di più a trarre qualche vantaggio dalla propria formazione. Un vantaggio dovuto spesso al livello di inquadramento raggiunto piuttosto che alla qualifica del lavoro svolto.<br />
I tassi di disoccupazione e precarietà, particolarmente rilevanti se guardiamo al complesso dei e delle giovani, segnalano la dimensione di una condizione semplicemente opposta a quella che fu promessa per decenni.</p>
<p><strong>La percezione di sé</strong><br />
Come mai alcune tendenze come la minore utilità della laurea nella mobilità sociale (iniziata sul finire degli anni Ottanta) trovano riscontro nei comportamenti sociali (vedi il -13% nelle immatricolazioni tra il 2005 e oggi) solo dopo più di venti anni? Sicuramente l’università rimane una pur piccola speranza di salto qualitativo, ma c’è di più. Le ultime generazioni, anche al di là della formazione universitaria, hanno posticipato sempre più le proprie speranze dominate dall’ideologia della flessibilità e della società della conoscenza, atomizzati in un lavoro sempre più politicamente e socialmente frammentato. “Oggi faccio un lavoraccio, ma continuo a fare nuove esperienze, a formarmi con stages e master, specializzazioni e acquisizione di nuove abilità. Prima o poi il mio talento emergerà”. Questo pensiero è stato ed è molto comune dentro e fuori l’università. È ciò che ha messo in luce Richard Sennett ne L’uomo flessibile, dove dei giovani precari occupati in un forno semi-automatizzato, che rendeva ripetitivo un compito che un tempo avrebbe avuto bisogno di esperienza e conoscenza, si percepivano e si descrivevano come ceto medio e consideravano quel lavoro come transitorio. Transitorio verso il meglio, ma in realtà la stragrande maggioranza dei giovani americani quando cambia lavoro ne trova uno peggiore o pagato meno.<br />
Fino a quando si può fingere? <strong>Sulla soglia dei quarant’anni le cose cambiano e la trasmissione sociale degli esempi di chi non ce la fa può diventare particolarmente veloce in epoca di crisi.</strong><br />
Questa crisi ha ulteriormente contribuito a demistificare una sorta di nuova profezia, incentrata sul carattere aperto e collettivo della società della conoscenza, caratterizzata da un regime di abbondanza anziché di scarsità, di economia del dono e di volontariato, dove il primato della reputazione e della condivisione mettevano all’angolo le regole dello scambio commerciale e della necessità. Non solo. Attraverso la rete sembrava fosse possibile estrarre una logica pura del mercato fatta di competizione perfetta e non asimmetrica. Un approccio che aveva al centro una tecnica avulsa dal contesto socio-economico, che non faceva i conti con il ruolo magnetico dell’economia di mercato, la sua capacità, col tempo, di cambiare di segno alle novità che possono rimetterne in discussione i fondamenti. Assorbendo e manomettendo pratiche collaborative, riaffermando i soggetti vincenti e quelli perdenti. L’informatica in questi anni si è diffusa socialmente, è diventata sempre più orizzontale, presente nel lavoro come nel tempo libero delle persone, ma non per questo è stata meno devastante l’attuale crisi economica e sociale, sottostando alle consuete regole del mercato, dei profitti, dell’eccesso di accumulazione. Crisi di sovrapproduzione si sono affermate anche nella new economy, il lavoro non ha ridotto il suo tasso di ripetitività e di semplificazione che ha consentito una decisa immissione di precarietà-sostituibilità. La rivoluzione tecnologica, dunque, non è esterna alle più complessive dinamiche socio-economiche dominanti nella società contemporanea.</p>
<p><strong>L’ideologia contro se stessa</strong><br />
Esiste un settore dai contorni certamente sfumati che cerca un nuovo protagonismo e che dà vita a nuove e inedite dinamiche sociali. L’ideologia della società della conoscenza è il punto di rottura, ma anche di partenza della nuova insofferenza di massa, dell’elaborazione di chi non ce la fa.<br />
Ecco che la rivendicazione parte dal reclamare esattamente quella società che non è stata realizzata. Una società che la tecnologia, le capacità, la conoscenza e la meritocrazia possono veramente rendere ecologica, democratica, ricca e liberata dall’alienazione del lavoro ripetitivo e comandato. Una società che viene rivendicata come possibile qui e ora, che non passa tanto per una rottura economica e dei rapporti sociali capitalistici, ma per una rottura con le norme, le corporazioni, le caste e le cricche (non a caso fenomeni editoriali) che impediscono il suo avvento quasi naturale. Una sorta di sogno negato che cerca se stesso riproponendosi in forme conflittuali. Se guardiamo ad alcune dinamiche comuni a fenomeni sociali diversi troviamo alcuni esempi contraddittori di questo lungo processo, della sua elaborazione, nelle sue potenzialità e nelle sue problematicità. La rete diviene oltre che una metafora di questo vissuto, anche luogo di esperienza concreta, di percezione di sé, addirittura di cambiamento delle attitudini cognitive per milioni di giovani e meno giovani, sintesi estrema di una realtà virtuale che non coincide con la vita, sia quando navighiamo che quando lavoriamo o studiamo. La rete non era anche il simbolo di un’orizzontalità comunicativa e democratica?<br />
Per anni il dissenso si è manifestato attraverso movimenti dal modesto, se non addirittura inesistente, tasso di aggregazione e consolidamento. Tale fenomeno oltre che essere il risultato di una frammentazione e vaporizzazione dei legami sociali, delle scelte soggettive e delle sconfitte del movimento operaio, è stato anche il frutto di una certa ideologia della società della conoscenza che per anni ha annunciato come la connettività di Internet con la sua leggerezza coniugata con una certa capacità a saper “esserci” attraverso il cyberspazio era in grado di dare vita a un sistema più aperto e democratico dove tra l’individuo e la scelta da assumere non vi fosse intermediazione, ma neppure conflitto per il raggiungimento di un obiettivo. Dove la novità dello sharing (condivisione) e del peering (alla pari) venivano presentati come elementi di una palingenesi eccessivamente totalizzante, senza contraddizione alcuna. Come se l’antagonismo tra soggetti, classi, dispositivi di potere non esistesse. Lo strumento tecnico diventava la nuova pietra filosofale per la costruzione di una nuova ingegneria sociale e politica. La democrazia, la libertà, la giustizia sociale invece necessitano per la loro affermazione della fatica della partecipazione, dell’elaborazione comune, di un conflitto che nel suo svilupparsi riaggrega, trasforma, incalza i soggetti coinvolti. A questo proposito la rivendicazione e la pratica di una democrazia radicale, le assemblee interminabili degli indignados spagnoli, il rifiuto delle burocrazie, la voglia di sperimentarsi con forme atipiche di organizzazione sono forse il portato più importante e più ricco di potenzialità che attraversa una generazione e forse di più, che pone al centro una nuova pratica collettiva. Il rifiuto della burocrazia e di una democrazia rappresentativa può prendere la direzione di un rifiuto qualunque della politica, ma anche una nuova soggettivizzazione politica che abbia al centro l’idea dell’autorganizzazione e di nuove forme di democrazia diretta. Le stesse mobilitazioni nel mondo arabo parlano di Internet come di un’infrastruttura delle sollevazioni utilizzata dalle nuove generazioni, come dai sindacati illegali, non certo come dell’elemento risolutore.<br />
Il problema resta, democrazia, antiburocrazia, ma anche insofferenza verso le forme permanenti di organizzazione anche al di là dei partiti. La leggerezza del web, l’individuo al centro che naviga linkando compulsivamente da una pagina all’altra sembra riproporsi parzialmente anche come pratica sociale di aggregazione. Maggiore comunicazione, più conoscenti, maggiore velocità, ma meno profondità nelle relazioni, molte delle quali si possono interrompere cliccando su spegni. La generazione del flash mob, del grande evento, descrive un universo di immagini forzate e forse un po’ astratte, ma che ci dicono qualcosa di alcune caratteristiche dei soggetti che hanno attraversato i controvertici, e le piazze di questi ultimi anni. Un’onda, molto emotiva, non troppo organizzata, molto radicale.<br />
<strong>L’assenza di forme intermedie e permanenti di strutturazione di questa radicalizzazione è forse la caratteristica più complessa e problematica.</strong> Non è un caso che anche il piano elettorale a volte divenga terreno di manifestazione dello stesso disagio, l’importante è che il candidato sia appunto esterno alla burocrazia, alla corruzione che blocca il merito e la razionalità tecnologica che non ha bisogno di politica. Un po’ come Facebook e Google, nate nell’ideologia dell’apertura, dell’orizzontalità e del gratuito, e oggi nuovi monopoli del web e della comunicazione. Il populismo della rete trova alcune similitudini con il populismo politico. Il riaffermarsi di un personalismo politico è un termometro di questa tendenza. Ecco che Grillo, De Magistris, Pisapia e lo stesso Vendola, in forme diverse, possono apparire come “uno di noi” e in fondo anche il berlusconismo e la Lega nord hanno beneficiato a tratti della stessa dinamica.<br />
La meritocrazia è un tasto importante di una parte di una generazione che vede negate le proprie aspirazioni perché crede semplicemente non venga riconosciuto il proprio merito. Per noi la meritocrazia ha un senso solo se viene dopo l’uguaglianza, il nuovo capitalismo nega però sempre più il merito, tende a trasformarsi in rendita guidata da una nuova aristocrazia. Un sentimento che può saldarsi con l’uguaglianza o negarla.</p>
<p>Abbiamo provato in questi appunti a descrivere alcune dinamiche che riguardano, come ampiamente segnalato, un settore e non il tutto della classe. <strong>Un settore dinamico, al “margine”, ma effervescente, forse il settore che più di altri paga la crisi e che più di altri può divenire avanguardia di fenomeni sociali di ricomposizione e nuova soggettivazione.</strong> Un settore non immediatamente anticapitalista, ma che pone rivendicazioni e aspirazioni certamente contraddittorie, ma non proprio compatibili con l’evoluzione di un capitalismo sempre più lontano dall’ideologia che aveva propagandato. Non è un caso che la piattaforma degli indignados sia evoluta rapidamente verso una direzione altamente condivisibile. Che fare? Crediamo che questa domanda meriti una riflessione collettiva che questo articolo prova solo a stimolare. La premessa d’obbligo è navigare in questo mare, valorizzarne gli aspetti e gli spazi di aggregazione (università, scuole, luoghi di lavoro, rete…) di maggiore potenzialità, che possono evolvere sul terreno anticapitalista, immaginare contenuti e forme organizzative che tengano conto di quanto abbiamo provato a descrive, immaginare nuovi punti di alleanza tra settori di classe diversi. Solo da questa molteplicità si può ripartire. Una nuova sinistra anticapitalista deve nascere dentro questa complessità.</p>
<p><em>* Autori del libro <strong>Capitalismo tossico</strong> con postfazione di Riccardo Bellofiore, Edizioni Alegre, Roma, luglio 2011.</em></p>
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		<title>Occupy Everything! La lezione di Oakland</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 11:48:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Aggiorniamo il sito con una rassegna di tre articoli sul movimento Occupy. Nello specifico sullo sciopero generale precario indetto da Occupy Oakland. Una forma di mobilitazione che subito ha aperto dibattiti e costruito immaginari qua in Europa, per quanto a ciò non sia seguita una concretizzazione locale della cosa. La radicalità dello sciopero di Occupy Oakland trova sicuramente spiegazione nelle caratteristiche di una delle città più radicali degli Stati Uniti: il Black Panthers Party for the self defense negli anni sessanta, i blocchi dei sindacati autonomi dei portuali per la guerra in Iraq, le sottoculture sempre all&#8217;avanguardia che attraversano la città.</p>
<p>Nonostante il territorio particolarmente fertile di Oakland per lo sprigionarsi di una certa radicalità d&#8217;azione, quello sciopero cittadino generalizzato pone domande ancora insolute nel nostro paese. Domande ancor più impellenti dopo i blocchi stradali degli ultimi giorni.</p>
<p>Se da un lato abbiamo gigantesche sigle sindacali confederali incapaci di rifiutare la complicità con Confindustria e approcciarsi a forme più radicali ed efficaci di sciopero, dall&#8217;altro abbiamo una lotta degli autotrasportatori, che sì ha bloccato il paese, ma sembra una serrata dei padroncini più che uno sciopero generalizzato.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/occupy-oakland1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18510" title="occupy-oakland" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/occupy-oakland1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
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<p><strong><em>Il Futuro di Occupy</em></strong></p>
<p>7/11/11</p>
<p>di Felice Mometti</p>
<p>da <a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/news/il-futuro-di-occupy">http://ilmegafonoquotidiano.it/news/il-futuro-di-occupy</a></p>
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<p>Negli Stati Uniti il movimento è già in una fase nuova e si interroga sulle sue prospettive. Che sono quelle del radicamento e della democrazia</p>
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<p>In un lungo articolo sul <strong>New York Times di domenica 6 novembre</strong> si tenta un bilancio di 50 giorni di occupazione di Zuccotti Park. La tesi di fondo è che il movimento Occupy Wall Street si trovi a un bivio importante con l’approssimarsi dell’inverno data la sua composizione sociale e quindi la sua capacità di resistenza. Secondo il quotidiano newyorkese, da sempre termometro degli umori interni al partito democratico, questo movimento senza leader riconosciuti, senza una prospettiva politica chiara con una composizione degli attivisti formata da studenti, veterani di guerra e senza fissa dimora ha fatto il suo tempo. Il messaggio è stato compreso, ora bisogna lasciare spazio alla “politica vera”. <strong>La descrizione caricaturale di Occupy Wall Street</strong>, in sintonia con le dichiarazioni degli ultimi giorni del sindaco Bloomberg che per l’ennesima volta ha evocato lo sgombero della piazza, è il sintomo che si stanno esaurendo gli spazi di mediazione tra il movimento e l’establishment politico-istituzionale. La scorsa settimana, senza grandi clamori, è continuata quella sorta di repressione a bassa intensità portata avanti dalla polizia. E’ stata permessa un’organizzazione più strutturata della piazza occupata con tende stabili per la cucina, il pronto intervento, il media center ma sono <strong>stati sequestrati i generatori di energia elettrica</strong>. L’atteggiamento della polizia a Zuccotti Park è un po’ meno aggressivo ma ogni volta che ci sono iniziative al di fuori della piazza scattano subito gli arresti com’è successo giovedì scorso, 25 arresti, davanti alla banca d’affari Goldman Sachs sotto processo per truffa ai risparmiatori e sabato durante il presidio davanti alla banca JP Morgan, 15 arresti. In realtà i problemi che deve affrontare Occupy Wall Street, ma che possono essere estesi anche alle occupazioni nelle varie città, sono altri rispetto a quelli sollevati dal New York Times e <strong>riguardano i rapporti con i sindacati, con le comunità afroamericana e latina di Harlem e del Bronx e l’organizzazione politica del movimento.</strong></p>
<p>I gruppi dirigenti nazionali dei grandi sindacati, soprattutto <strong>dopo la riuscita dello sciopero generale di Oakland, </strong>mostrano sempre più preoccupazione e alternano dichiarazioni formali di sostegno al movimento alla riaffermazione decisa del proprio ruolo. Il movimento, dicono in sostanza, deve occuparsi delle questioni generali contro lo strapotere del capitale finanziario e suscitare il giusto sdegno etico e morale per le malefatte perpetrate ai danni dei cittadini. Non deve varcare il limite della piazza e riversarsi sui territori o ancor peggio nei luoghi di lavoro. <strong>Si teme il contagio soprattutto delle forme di democrazia diretta </strong>e di una conflittualità estesa non controllabile e disciplinabile. Di natura diversa sono le difficoltà di diffusione del movimento nelle aree metropolitane popolate dalle comunità afroamericane e latine. New York può senza alcun dubbio esser presa come esempio di riferimento.<br />
Le assemblee tenute ad Harlem e nel Bronx non hanno avuto effetti significativi al di là della ricostruzione dei rapporti con le associazioni di base di quei quartieri che da decenni si battono contro le discriminazioni e la drastica riduzione del welfare. L’idea di riprodurre le stesse modalità di azione e partecipazione che vanno bene a Zuccotti Park ad Harlem e nel Bronx, dove la crisi e le politiche di austerità bipartisan stanno devastando l’intero tessuto sociale, non trova sufficienti attenzioni per innescare il conflitto sociale come se la dimensione dei problemi fosse altra e di natura diversa. Venerdì scorso è stato costituito <strong>lo Spoke Council di Occupy Wall Street</strong> dopo discussioni durate parecchi giorni. Una sorta di consiglio dei portavoce – che ruotano ad ogni riunione- dei vari gruppi di lavoro, circa una settantina, che dovrebbe alternarsi, tra volte alla settimana, all’assemblea generale. E’ stata data, sull’esempio di Occupy Oakland, un’interpretazione un pò più elastica del metodo del consenso per assumere le decisioni, <strong>ora serve l’accordo del 90% dei portavoce</strong>, ed è iniziata una discussione sulla natura politica del movimento.</p>
<p>Lo sciopero di Occupy Oakland ha nei fatti imposto <strong>un’accelerazione a tutto il movimento dal punto di vista politico</strong>. La decisione, dopo lo sciopero, dell’assemblea generale di Oakland di lanciare una campagna di occupazione di case e edifici vuoti che appartengono all’amministrazione locale, alle banche e alle società finanziarie per aprire degli spazi pubblici di iniziativa e partecipazione, per dare una casa a coloro i quali è stata pignorata, per avere dei luoghi di socialità non mercificati va nella direzione di articolare territorialmente gli obiettivi e la lotta pur mantenendo il carattere generale di opposizione al sistema capitalistico in quanto tale. I collettivi degli studenti delle principali Università di New York hanno lanciato <strong>dal 14 al 21 novembre una settimana di mobilitazione, che vedrà nel 17 novembre la giornata di azione generale</strong> in tutta la città insieme a Occupy Wall Street; da come sarà costruita quella giornata, che tipo di esito avrà e quali connotazioni assumerà la dimensione politica del movimento influirà un bel po’ sul futuro di un’esperienza che potrebbe far scricchiolare il centro dell’Impero.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/oakland-17-large.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18514" title="oakland-17-large" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/oakland-17-large-300x159.jpg" alt="" width="300" height="159" /></a></p>
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<p><strong><em>Occupy coast to coast</em></strong></p>
<p>25/11/11</p>
<p>di Felice Mometti e Michele Cento</p>
<p>da <a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/news/occupy-coast-coast">http://ilmegafonoquotidiano.it/news/occupy-coast-coast</a></p>
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<p>Da New York a Oakland, dopo il successo del 17 novembre &#8220;il movimento occupy&#8221; entra in un&#8217;altra fase del suo sviluppo. Il 28 novembre sciopero degli studenti in California e poi il 12 dicembre nuovo sciopero a Oakland</p>
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<p>Il successo della giornata del <strong>17 novembre a New York</strong>, assedio alla Borsa al mattino, studenti nelle strade al pomeriggio e <strong>più di 30 mila persone in piazza la sera,</strong> è in larga parte dipeso dalla capacità di <strong>Occupy Wall Street</strong> di tradurre l’ampio consenso di cui gode in mobilitazione sociale. Tuttavia, il sostegno – secondo i sondaggi – della maggioranza dei newyorchesi non è sufficiente se tale meccanismo di accumulazione del consenso rimane a livello di opinione pubblica e non diventa possibilità concreta di inceppare i meccanismi della riproduzione dei rapporti sociali.<br />
In altri termini, occorre chiedersi se OWS sia in grado o meno di costruire connessioni tali da produrre rotture nell’ordine sociale, anche quando l’onda emotiva innescata dallo sgombero si è ormai esaurita. La proposta, avanzata dal “gruppo di Azione diretta” subito dopo il 17, di <strong>occupare sette tra edifici e piazze sparsi per la città </strong>costituiva un ulteriore segnale in direzione di un superamento dei confini ormai stretti di Zuccotti Park. L’obiettivo non era tanto quello di delimitare spazi, quanto piuttosto quello di attivare nuovi focolai di disordine da cui il virus di Zuccotti si sarebbe dovuto diffondere. Un virus pericoloso per la salute del capitale e dell’establishment politico-istituzionale, proprio per la sua capacità di contagiare i gruppi che oggi pagano maggiormente i costi della crisi. In questo senso, si poteva scorgere una spinta verso una definitiva radicalizzazione del movimento, espiando dunque il peccato originale della semplice rappresentazione del conflitto.</p>
<p>Purtroppo, <strong>le difficoltà logistiche prodotte dallo sgombero</strong> così come la costante repressione della polizia hanno per il momento impedito il dispiegarsi della protesta. Anche l’occupazione di alcuni locali dell’Università New School, che puntava a innescare un cortocircuito nel sistema dell’istruzione statunitense, creando uno spazio pubblico in un’università privata, non ha avuto gli effetti sperati scontando la frammentazione e la divisione dei collettivi studenteschi.<br />
Se lo sgombero ha rinvigorito Occupy Oakland, su OWS sembra non aver avuto lo stesso effetto. Certo, <strong>Oakland ha superato vittoriosa il battesimo del fuoco dello sciopero generale del 2 novembre</strong>, mentre forse OWS ha pagato la scelta minimalista di reagire allo sgombero con una semplice manifestazione di solidarietà. Cosa che ha certamente catalizzato l’indignazione dei liberal newyorchesi verso il sindaco Bloomberg, ma non ha incanalato lo scontento sociale delle comunità ispaniche e afroamericane, che pure alla manifestazione del 17 novembre erano presenti in massa, verso forme di azione diretta. Per parafrasare un vecchio sociologo sui generis, OWS ha peccato di “crisi di immaginazione rivoluzionaria”.</p>
<p>Ma non è solo questo. <strong>La manifestazione dei 30mila nella serata del 17 è stata soggetta ad un controllo rigido da parte dei sindacati</strong>, tanto da impedire il blocco totale del ponte di Brooklyn suscitando una notevole insofferenza in ampi settori di movimento. La dichiarazione pubblica, dei gruppi dirigenti sindacali, di sostegno alla rielezione di Obama fatta il giorno prima della manifestazione ha pesato moltissimo. Sembra cioè che il rapporto con i sindacati si stia tramutando da elemento di amplificazione del movimento a gabbia per la messa in campo della conflittualità sociale.<br />
Con ciò non si vuole dire che OWS abbia perso il suo slancio antagonista. Anzi, proprio per riaccumulare la forza e la credibilità incrinate in questi ultimi giorni, ha messo in cantiere almeno un paio di iniziative rilevanti. In primo luogo, <strong>ha convocato per il 6 dicembre una giornata nazionale di sit-in</strong> nei quartieri dove più alta è la percentuale di sfratti e pignoramenti di abitazioni. In tal modo, OWS punta a toccare un nervo scoperto della società americana ai tempi della Grande Recessione. La crisi economica ha infatti mostrato il suo volto più duro ai titolari di mutui subprime, che, una volta dichiarati insolventi, si sono ritrovati senza un tetto a causa dell’azione repressiva delle banche. Quelle stesse banche per cui il governo americano ha sborsato cifre astronomiche proprio per evitarne l’insolvenza. Ecco allora il duplice senso dell’iniziativa di OWS: da un lato, un’azione concreta a favore di ampi settori della società americana situati tra le classi medio-basse, dall’altro mettere in evidenza le contraddizioni e le storture di questo capitalismo a trazione finanziaria.<br />
<strong>Un nuovo e interessante tentativo di connessione proviene poi da El Barrio</strong>, lo storico quartiere ispanico di East Harlem dove è attivo Encuentro, un gruppo persone di colore di ogni orientamento sessuale ed età, con una forte presenza di lavoratori e migranti. Da anni El Barrio è sottoposto a un processo di <em>gentrification</em>, che punta a riconfigurare peculiarità socio-culturali e costo della vita del quartiere per adeguarlo agli standard della middle class bianca. Tale processo sta mettendo a dura prova la resistenza dei latinos, che, più in generale, osservano quotidianamente il potere violento del capitale distruggere la loro comunità, a partire proprio dalle procedure di sfratto. Pertanto, Encuentro ha proposto a OWS di unire gli sforzi contro le dinamiche di sfruttamento e di subordinazione perpetrate dal capitale globale, costruendo un tessuto connettivo tra le molteplici istanze che attraversano sia il movimento sia la comunità di East Harlem.<br />
Entrambe le iniziative possono ridare nuova linfa a OWS e un nuovo slancio radicale.</p>
<p>Tuttavia, una rinnovata fase di lotta può essere costruita solo tramite una più stretta connessione con i movimenti Occupy della West Coast, dove l’epicentro della protesta sembra essersi spostato. Occupy Oakland, grazie anche alla sua particolare composizione sociale e ad una soggettività politica decisamente più marcata rispetto alle altre esperienze, dopo <strong>lo sciopero generale ha lanciato per il 12 dicembre una giornata di blocco di tutti i porti della costa oves</strong>t coinvolgendo nel coordinamento dell’iniziativa le occupazioni di Los Angeles, San Francisco, Portland. <strong>Gli studenti dell’Università della California di Sacramento hanno indetto uno sciopero generale per il 28 novembre contro i tagli all’istruzione</strong> fatti dal governo e il vertiginoso aumento delle tasse universitarie, con l’obiettivo di generalizzarlo anche negli altri 10 campus dell’Università della California compreso Berkeley. Le occupazioni di Seattle, Tacoma, Bellingham, Everett si sono mobilitate per sostenere i lavoratori, in grande maggioranza precari, della sede di Renton della Wal-Mart la più grande catena commerciale del mondo, nella loro lotta contro un tasso di sfruttamento e una mancanza di diritti elementari che ricordano i tempi della prima rivoluzione industriale.<br />
Questo sommovimento generale che sta investendo la West Coast apre una fase nuova in tutta la galassia Occupy negli Stati Uniti dimostrando ancora una volta che i tempi e i luoghi della conflittualità dei movimenti sono imprevedibili, non controllabili una volta che l’insorgenza collettiva rompe i dispositivi del discorso dominante. Questo anche e forse soprattutto nel cuore del sistema capitalistico.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/oakland-19-large.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18516" title="oakland-19-large" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/oakland-19-large-300x191.jpg" alt="" width="300" height="191" /></a></p>
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<p><strong><em>Imparare da Oakland, spostare sul porto il fronte della precarietà</em></strong></p>
<p>Michele Cento</p>
<p>da <a href="http://connessioniprecarie.org/sconnessioni-precarie-globali/sciopero-precario-imparare-da-oakland/imparare-da-oakland-7-spostare-sul-porto-il-fronte-della-precarieta/">http://connessioniprecarie.org/sconnessioni-precarie-globali/sciopero-precario-imparare-da-oakland/imparare-da-oakland-7-spostare-sul-porto-il-fronte-della-precarieta/</a></p>
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<p><em>In Italia il processo di costruzione dello sciopero precario sembra attraversare una fase di ripensamento e di solitudine. Precarie, migranti e operai sembrano quasi spaventati di fronte alla possibilità enorme che avevano appena scoperto di avere. Il compito che si sono dati nei mesi passati appare solo in controluce all’interno della costruzione di eventi, della ricerca di visibilità mediatica e della lunga rielaborazione del 15 ottobre. Eppure le vicende statunitensi del movimento </em>Occupy<em>mostrano che connessione e critica producono effetti significativi proprio sul fronte dello sciopero precario. La connessione imprevista delle figure del lavoro sociale consente di aggirare e mettere in scacco un’organizzazione del lavoro della quale il sindacato è parte integrante paradossalmente anche quando organizza la lotta per miglioramenti salariali e normativi. Di questa organizzazione del lavoro oggi noi vediamo la riproposizione fuori tempo massimo, ma non per questo meno gravida di futuro, nel modello Marchionne, nel collegato lavoro e nella sempre silenziosamente riconfermata legge Bossi/Fini. Essa però è destinata a trovare il suo nemico fondamentale proprio nella pratica dello sciopero precario. Anche la rappresentazione del lavoro sociale come figura unitaria è parte della sua precarizzazione, perché ne mantiene intatta la frammentazione e impedisce l’accumulazione di forza politica che si potrebbe invece produrre attraverso la connessione delle sue diverse figure. Precarizzare e frammentare sono perciò le parole d’ordine dell’organizzazione del lavoro contemporaneo. Questi sono di conseguenza anche i processi che il movimento</em>Occupy<em> a Oakland e dintorni sta cercando felicemente di contrastare. L’opera di connessione di lavoratori migranti e non è ancora più essenziale negli Stati uniti dove, nonostante sia ormai da decenni un dato costitutivo dell’organizzazione del lavoro, la presenza di forza lavoro migrante in tutti i luoghi di lavoro corrisponde a una gerarchia ferrea e quasi invalicabile in termini di salari e di servizi. Su questo terreno precarizzazione e frammentazione sono la forma di una integrazione socialmente inesistente, ma economicamente </em>low cost<em>. La connessione nuova di precarie, migranti e operai impone perciò la critica pratica delle strutture sindacali esistenti. Spostare sul porto il fronte della precarietà svela gli effetti sociali dell’egemonia del capitale finanziario, mentre mette a nudo la crisi forse definitiva dell’organizzazione contemporanea del lavoro. Lo sciopero precario è uno sciopero politico se mette in discussione i rapporti di forza – ovvero i rapporti politici – che impongono la precarizzazione del lavoro. Lo sciopero precario è tale sia per le figure del lavoro che mette in movimento sia per l’assenza di un modello sindacale certo al quale fare riferimento. La precarietà impone così di ripensare alla radice l’organizzazione sindacale del conflitto di classe. E su questo passaggio inevitabile dovremo tornare sempre più spesso nei prossimi mesi, superando le nostre paure e facendo della nostra riflessione non una pausa, ma una costante pratica collettiva. </em></p>
<h3><strong>Fermare Wall Street sul fronte del porto</strong></h3>
<p>Michele Cento</p>
<p>Neanche fosse il miracolo di San Gennaro, il blocco del porto di Oakland è riuscito ancora una volta. Senza però scomodare i santi, il successo di Occupy Oakland è dipeso piuttosto dalla sua capacità di <strong>aggregare i vari movimenti Occupy della West Coast e di trasformarli in canali della rabbia sociale che monta nel mondo del lavoro americano</strong>. Certo, i numeri della protesta sono stati inferiori a quelli del tutto inattesi dello sciopero generale del 2 novembre, così come le resistenze del sindacato, soprattutto a livello nazionale, hanno indebolito l’iniziativa di Occupy Oakland. Ci sono stati anche momenti di tensione con alcuni autotrasportatori sindacalizzati, che temevano di non poter portare a casa la paga giornaliera, ma i portuali hanno aderito in massa al blocco del porto e lo hanno fatto, sia pure in misura diversa, nelle principali città della West Coast.</p>
<p><strong>Il dato inedito dello sciopero del 12 dicembre è infatti quello di aver rotto la pratica delle azioni isolate, lanciando un’iniziativa coordinata per bloccare i porti della costa occidentale</strong>. Numerose le adesioni: oltre ad Oakland, hanno partecipato, tra gli altri, Los Angeles, Seattle, Portland, Houston, San Diego, Vancouver, mentre Denver e New York hanno organizzato iniziative in solidarietà con Oakland. L’obiettivo era rispondere agli sgomberi che hanno colpito uno dietro l’altro i principali Occupy del paese, in seguito a una strategia concertata – in maniera del tutto <em>bipartisan</em>– dalle amministrazioni cittadine Usa. Come era già successo nello sciopero generale del 2 novembre, <strong>la difesa delle occupazioni nate per combattere gli apprendisti stregoni di Wall Street si è saldata con forme di lotta a favore dei lavoratori, nella convinzione che il potere oscuro della finanza poggi sempre e comunque sullo sfruttamento del lavoro</strong>. E non a caso gli obiettivi dichiarati del blocco del porto sono l’EGT, multinazionale dell’agro-business in procinto di licenziare 4000 membri dell’International Longshoremen and Warehouse Union (ILWU, sindacato dei portuali) a Longbeach, e l’SSA Marine, operatore marittimo controllato da Goldman Sachs che a Los Angeles ha licenziato 26 autotrasportatori che vorrebbero formare un sindacato. <strong><em>Shut Down Wall Street on the Waterfront</em> (Fermare Wall Street sul fronte del porto), come recita lo slogan del volantino di Occupy Oakland, sintetizza questa consapevolezza</strong>.</p>
<p>La solidarietà espressa ai lavoratori nel documento che lanciava il blocco del 12 dicembre è d’altronde qualcosa di più di una semplice attestazione di vicinanza. È il tentativo di rappresentare le istanze del lavoro in una nazione dove il continuo smantellamento dei diritti dei lavoratori ha indebolito fortemente il sindacato e la sua capacità di lotta. Elemento, quest’ultimo, che emerge molto bene dalle forme con cui è stato attuato il blocco del porto di Oakland. <strong>La clausola contrattuale che impedisce ai membri dell’ILWU di scioperare, se non su precise vertenze contrattuali, ha di fatto delegato a Occupy Oakland il compito di mettere a segno la protesta</strong>. Sono gli attivisti del movimento, infatti, a formare il picchetto di fronte ai cancelli dei terminal portuali, dal momento che un eventuale coinvolgimento dei lavoratori comporterebbe una violazione del contratto e possibile ripercussioni sul sindacato e sugli stessi lavoratori. A dimostrazione della connessione tra Occupy Oakland e i portuali, questi ultimi hanno rispettato il picchetto in attesa dell’arrivo dell’<em>arbitrator</em>, figura preposta a stabilire se i portuali avrebbero potuto lavorare in condizioni di sicurezza. Come previsto, la presenza dei picchetti ha indotto l’<em>arbitrator</em> a pronunciarsi in favore dei lavoratori, ai quali è stato dunque consentito di tornare a casa con l’ovvia conseguenza della paralisi del porto.</p>
<p><strong>La flessibilità di Occupy Oakland, il suo eccedere le pratiche istituzionalizzate, gli ha permesso cioè di incunearsi tra le pieghe della severa legislazione sul lavoro e di sfruttarle a proprio vantaggio</strong>. Cosa che il sindacato, intrappolato dal Taft-Hartley Act (la legge del 1947 che regola in maniera restrittiva l’attività sindacale) e dal suo ruolo di gregario del partito democratico, non sembra più in grado di fare.</p>
<p>E non a caso l’iniziativa di Oakland ha sollevato un dibattito tra i movimenti Occupy e le unioni sindacali. Subito dopo il lancio dell’iniziativa, la direzione nazionale dell’ILWU aveva infatti condannato lo sciopero di Oakland perché metteva in pericolo le trattative per il salvataggio dei posti di lavoro a Longbeach. Ma più di ogni altra dichiarazione ufficiale pesano le parole di Bob McEllrath, leader nazionale dell’ILWU, “solo i membri dell’ILWU o i suoi rappresentanti possono autorizzare azioni da parte dei lavoratori”. <strong>In altri termini, McEllrath rivendica al sindacato un monopolio dello sciopero, in quanto arma politica che evidentemente non viene usata a favore dei lavoratori, ma solo gelosamente custodita come strumento di potere per reclamare posizioni pubbliche</strong>. Il fatto di tenerla sempre nella fondina e di non sfoderarla – se non raramente – li fa apparire come leader responsabili e al tempo stesso progressisti, cosa che piace tanto ai democratici. Il fatto è che, soprattutto a livello nazionale, i leader sindacali, e l’ILWU non fa eccezione, si comportano come “manager del malcontento”, impegnati a non violare la “santità” del contratto e sempre disposti a sedare la rabbia dei lavoratori, che vengono sacrificati sull’altare delle alleanze politiche e del <em>team concept</em>, un’espressione “very cool”<em> </em>che nient’altro significa se non vendersi al datore di lavoro. <strong>D’altronde, in occasione dello sciopero dei migranti del primo marzo, anche i sindacati italiani avevano affermato lo stesso monopolio dello sciopero. Dimenticandosi però di scioperare. Per la serie: tutto il mondo è paese e ognuno ha la sua croce</strong>. Ma qui, come oltre oceano, nonostante timori e difficoltà, precari, migranti e operai hanno già mostrato di sapere come muoversi tra le strette maglie sindacali.</p>
<p><strong>Fortunatamente il quadro sindacale americano presenta posizioni più sfumate, soprattutto se dal livello nazionale passiamo a quello <em>local</em></strong>. Dan Kaufmann, leader della Local 21 dell’ILWU di Longbeach, ha sostenuto pubblicamente lo sciopero del 12 dicembre, tenendo un discorso di ringraziamento a Grant Plaza, sede dell’<em>acampada</em> di Oakland. Le dirigenze di altre <em>local </em>hanno assunto invece atteggiamenti più circospetti e, almeno sul piano dell’ufficialità, hanno negato l’<em>endorsement </em>al blocco del porto, senza tuttavia condannarlo come ha fatto il leader nazionale.</p>
<p>Se ancora una volta si deve sottolineare la dialettica tra livello nazionale e livello <em>local</em>, che in qualche modo erode le rigidità di una struttura sindacale troppo centralizzata avvicinandola alle istanze dei lavoratori, <strong>occorre anche sottolineare che Occupy Oakland punta a far saltare la logica stessa della rappresentanza sindacale</strong>. La strada battuta dal movimento di Oakland punta infatti a costruire un legame diretto con i lavoratori, sindacalizzati o meno che siano, aggirando l’intermediazione della leadership sindacale. Lo si è visto nell’opera di volantinaggio e di persuasione che gli attivisti di Oakland hanno fatto nelle fermate dei treni dei pendolari e davanti ai cancelli del porto. Ma lo si vede anche quotidianamente nelle assemblee di Occupy Oakland, popolate stabilmente da molti lavoratori, anche sindacalizzati. Interrogato in merito al rapporto con il sindacato, Boots Riley, ormai riconosciuto come figura di punta di Occupy Oakland, ha dichiarato che l’obiettivo di quest’ultimo è di accogliere e organizzare la base sindacale e, più in generale, tutti i lavoratori per spingerli alla conflittualità sociale, nella consapevolezza che il sindacato sta esaurendo il suo ruolo storico. In altri termini, se il CIO nacque per “organizzare i non organizzati”, Occupy Oakland sembra porsi l’obiettivo ambizioso quanto visionario di “politicizzare sindacalizzati e non sindacalizzati”. Ovvero<strong>riconoscere che le lotte quotidiane per il lavoro non sono dirette solo alla conquista di un salario più alto, ma sono lotte di potere</strong>. Perché solo attaccando le gerarchie di forza all’interno del luogo di lavoro si possono acquisire nuovi diritti e nuove conquiste materiali.</p>
<p><strong>Per comprendere meglio tale prospettiva, occorre guardare alla vicenda degli autotrasportatori, in solidarietà dei quali Oakland ha indetto il blocco dei porti</strong>. Inquadrati come <em>independent contractors</em>, come cioè se si trattasse di “padroncini”, questi autotrasportatori che lavorano per SSA Marine non possono aderire al sindacato dei Teamsters né formarne uno proprio. L’inquadramento non deve però trarre in inganno: in larga maggioranza ispanici, sono autotrasportatori “proletari” al pari degli altri, o, meglio, più precari degli altri. Non sono infatti pagati a ore ma a numero di carichi e scarichi effettuati, nonostante lavorino in media 60 ore settimanali. Da tempo combattono una battaglia per lavorare in condizioni umane e sotto tutela sindacale, ma finora hanno ottenuto solo 26 licenziamenti. Impossibilitati a ricorrere all’aiuto dei Teamsters, hanno cercato la spalla dei movimenti Occupy, perché, come si legge nel loro comunicato di sostegno al blocco dei porti del 12 dicembre, “non possiamo ancora avere un sindacato, ma nessuno può vietarci di agire come tale”. <strong>È in questo cortocircuito, insomma, che emerge l’inadeguatezza della forma sindacale a rappresentare le lotte del lavoro contemporaneo, troppo sfuggente per essere categorizzato secondo logiche rigide</strong>. E non è un caso che questi autotrasportatori abbiano potuto partecipare attivamente allo sciopero perché privi di un contratto sindacale, laddove i membri dell’ILWU hanno dovuto ricorrere all’escamotage del picchetto condotto da Occupy per incrociare le braccia.</p>
<p><strong>Che la via aperta da Oakland segua la giusta direzione è confermato, se non altro, dal successo delle sue azioni</strong>. Benché ci fosse meno gente dello sciopero generale del 2 novembre (maturato però in circostanze eccezionali, ovvero in seguito allo sgombero brutale di Occupy Oakland da parte della polizia), nella giornata del 12 il movimento ha di fatto bloccato gran parte dei terminal portuali in due fasi cruciali della giornata: il cambio di turno delle 7 del mattino e quello delle 17. Parzialmente bloccati, almeno in mattinata, sono risultati gli scali di Houston, San Diego e Portland. L’intervento violento della polizia ha impedito tuttavia il protrarsi del blocco. D’altronde, proprio le azioni della polizia contro le occupazioni gemelle hanno spinto Oakland a estendere il blocco del porto anche al cambio di turno delle 3 di notte.<strong>Un’azione che sancisce l’indiscutibile leadership su scala nazionale che la cittadina californiana ha assunto all’interno del movimento Occupy.</strong></p>
<p><strong>Spostando lo sguardo sulla costa Est vediamo invece New York arrancare dietro l’ormai ossessiva ricerca di spazi e di riflettori</strong>. Benché all’interno del Gruppo di Azione fosse ormai passata l’idea che Zuccotti Park fosse solo un simbolo e che la strategia di farsi arrestare di fronte alle telecamere dovesse essere superata perché politicamente improduttiva, Occupy Wall Street ha solidarizzato con le occupazioni della West Coast con una marcia culminata con 17 arresti di fronte al World Trade Center. Analogamente, l’occupazione di un nuovo spazio annunciata per il 17 dicembre, data che segna il terzo mese di vita di OWS, sembra ricalcare schemi ormai logori. <strong>Per quanto uno spazio possa essere utile dal punto di vista simbolico e anche logistico, il punto è che non contribuisce alla conflittualità sociale se non viene politicizzato, ovvero non diventa terreno di lotta per rovesciare le gerarchie oppure per far saltare gli schemi della rappresentanza politica</strong>. Certo, la logica fortemente inclusiva e democratica di Zuccotti Park aveva prodotto delle rotture significative sotto questo aspetto, ma l’idea di rinchiudersi nuovamente in uno spazio appare un passo indietro rispetto alla strategia delineata all’indomani dello sgombero. Così, le pur meritorie azioni condotte da OWS negli scorsi mesi a favore degli sfrattati e le connessioni con il mondo del lavoro rischiano di passare in secondo piano di fronte a un movimento che sembra avvitarsi su se stesso. <strong>Detto in altre parole, forse è il caso che anche New York inizi a imparare da Oakland.</strong></p>
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		<title>Il 15 ottobre romano e la necessità dell&#8217;autorganizzazione</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 21:38:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Proviamo a offrire degli spunti di riflessione sulla manifestazione del 15 ottobre a Roma. Una data che sicuramente non ha soddisfatto tutte le potenzialità che portava e ha mostrato i limiti nell&#8217;innestare quella mobilitazione dal basso che si sta dispiegando a livello mondiale.
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Proviamo a offrire degli spunti di riflessione sulla manifestazione del 15 ottobre a Roma. Una data che sicuramente non ha soddisfatto tutte le potenzialità che portava e ha mostrato i limiti nell&#8217;innestare quella mobilitazione dal basso che si sta dispiegando a livello mondiale.</p>
<p>Nonostante le divergenze su alcune pratiche di piazza e l&#8217;eterogeneità nell&#8217;affrontare certe situazioni di pericolo, ci sentiamo di esprimere la nostra totale solidarietà a chi è stato arrestato quel giorno solo per aver reagito alle camionette lanciate contro la folla in piazza San Giovanni.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/scontri-manifestazione-15-ottobre1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18472" title="scontri-manifestazione-15-ottobre1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/scontri-manifestazione-15-ottobre1-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a></p>
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<h2>Ma il nodo è quello dell&#8217; autodeterminazione</h2>
<p>nota di Sinistra Critica</p>
<p>Si possono utilizzare sguardi e criteri diversi per descrivere quello che è accaduto a Roma il 15 ottobre e posizionarsi di fronte agli accadimenti. A noi interessa poco il dibattito sui “violenti” o sul “complotto”, sui “cattivi” a cui si contrappongono i “buoni”. <strong>Il nostro sguardo e il nostro punto di vista si colloca decisamente dentro al movimento</strong> che vogliamo costruire e si preoccupa delle sue potenzialità, della sua crescita, della sua efficacia e, soprattutto, della sua possibilità di decidere democraticamente. Di autodeterminarsi. Questo è il punto che vogliamo mettere al centro di questa riflessione perché, allo stesso tempo, questa possibilità è <strong>la grande sconfitta della giornata del 15 ottobre.</strong></p>
<p>1) Le potenzialità del 15 ottobre sono evidenti dai numeri di una manifestazione in grande parte autorganizzata sia pure dal contributo di molte organizzazioni. Organizzazioni, però, che non sono quella “potenza politica” che c’è stata in altri tempi e quindi il numero di coloro che in vario modo hanno sfilato a Roma – 200mila ci sembra la cifra più credibile – dimostra una forza d’urto che è importante registrare e valorizzare. Il contrasto alle politiche messe in campo dai governi liberisti – di centrosinistra e di centrodestra, poco importa – in questo paese continua a essere importante anche se politicamente si colloca in forme diverse o, forse, non si colloca affatto. <strong>C’è una massa critica che resiste che costituisce l’anomalia italiana</strong>, il segno di un paese che non si è anestetizzato nonostante 17 anni di berlusconismo e, sottolineiamo, di antiberlusconismo deteriore. Da qui occorre ripartire.</p>
<p>2) Cosa ci facciamo con questa potenzialità, cosa avremmo potuto fare se il 15 ottobre fosse andato diversamente? Come si trasforma la disponibilità a lottare in mobilitazione permanente? Questa domanda è importante porsela subito perché aiuta a dare un giudizio non impressionista sui fatti del 15. Una buona componente della manifestazione, tra cui noi con molta determinazione, aveva proposto di chiudere il corteo con una grande accampata: una forma politica che smentisse la ritualità della sfilata e non seguisse facili avanguardismi. <strong>A cosa serviva l’accampata? A compiere un atto simbolico di contrapposizione al potere dominante – sia esso il governo o la Banca d’Italia o anche lo stesso Quirinale – a definire uno spazio pubblico di dibattito e autorganizzazione</strong> e, quindi, a predisporre i primi meccanismi per la nascita di un movimento vero: organizzato dal basso, autodeterminato, dotato di un programma avanzato. Tutti questi ingredienti, infatti, oggi non esistono. C’è un umore generale, un’incazzatura diffusa, la disponibilità a venire a Roma ma, poi, nei territori, nei luoghi di lavoro, di studio, nei luoghi del non lavoro, nei luoghi migranti manca ancora la densità specifica e tipica di un movimento di massa. Per noi, il 15 ottobre serviva a far germogliare tutto questo.</p>
<p>3) Serviva anche, quella giornata, a offrire uno spazio d’azione utile a coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di un movimento di massa duraturo e efficace: i soggetti reali, gli operai, gli studenti, i precari, le donne, i migranti, i comitati per i beni comuni e così via. Anche qui, se oggi ci sono segnali importanti in questa direzione, quelle soggettività sono troppo spesso rappresentate solo dalle organizzazioni di riferimento: sindacali, qualche volta sociali, in parte partitiche. I soggetti reali non sono ancora i protagonisti e questa resta una priorità di fase che ci porta, con questo spirito, a diffidare della solita forma “parlamentare” di direzione del movimento con riunioni di intergruppi che, se forse andavano bene dieci anni fa a Genova, oggi non riescono a interpretare la fase. Per la natura diversa, a volta contrapposta, dei soggetti in questione, per alcune coazioni a ripetere indigeste e per una forma che pensa di assemblare il molteplice con una dimensione che non rappresenta più tutto quello che si muove. Il 15 è anche una sconfitta di quella dimensione e questo va tenuto in considerazione.</p>
<p>4) L’azione portata avanti dai settori che hanno animato gli scontri costituisce una proposta politica molto chiara e, anche per questo, attrae una porzione di giovani in gran parte precari che non va banalizzata. Tanti giovani si sono uniti agli scontri spesso solo per esprimere la frustrazione che proviene dalla crisi. Ma, appunto, la proposta politica è in larga parte questa: offrire una sede scenica per dare sfogo alla frustrazione. Inscenare scontri e un conflitto a uso delle telecamere per poi farlo rappresentare da un migliaio di giovani &#8220;incazzati&#8221; non ci sembra però una proposta in grado di reggere nel tempo se non con imprevedibili, quanto controproducenti, escalation.<strong>Escalation che abbiamo già visto e che tra i tanti guasti prodotti hanno comportato l&#8217;affossamento dei movimenti di massa.</strong></p>
<p>5) La decisione di forzare la situazione ha contraddetto quelle che ci sembrano le priorità fondamentali: la costruzione di un movimento, la sua crescita ed efficacia, la sua autodeterminazione. <strong>Il movimento non è riuscito a nascere sabato in piazza,</strong> non avrà maggiore facilità a crescere e soprattutto è stato determinato da soggettività che non rispondono a nessuno.</p>
<p>6) In realtà, quello cui abbiamo assistito è stata la stanca <strong>replica di un film troppe volte visto negli ultimi decenni.</strong> La nascita di un movimento è scambiata per le forme e il gesto estetico di cui si dota; l’autodeterminazione di massa, paziente e complessa, viene aggirata tramite una scorciatoia praticabile da pochi; viene assolutamente minimizzata la difficoltà a riportare su scala locale, sul posto di lavoro, di studio o quant’altro, la dinamica che si sviluppa a livello centrale; il passaggio democratico che richiede tempo e orizzontalità viene bypassato da una scelta elitaria, avanguardista, verticalizzata e, facciamo notare, fondamentalmente maschile.</p>
<p>7) Per questo pensiamo che quanto avvenuto il 15 ottobre, con <strong>gravi responsabilità della polizia</strong>per il modo irresponsabile con cui è intervenuta in piazza San Giovanni, si ritorce contro il movimento e lo spinge all’indietro, tutto sulla difensiva e in balia di quei settori moderati ed elettoralisti – presenti in forze al suo interno e pronti ad approfittare del 15 ottobre – che in questo contesto recuperano forza e centralità.</p>
<p> <img src='http://www.articolozero.org/wp/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> Noi non ci riconosciamo in queste forme ma solo in quelle che vengono espresse dalla maturità e dalla consapevolezza dei soggetti sociali autodeterminati. I mezzi e il fine vanno accordati e l’unico modo per farlo, l’unica “moralità” che si può riconoscere all’azione politica e quella che proviene dalla <strong>democrazia del movimento, dalla sua autodeterminazione e quindi dalla sua autorganizzazione.</strong></p>
<p>9) Questo è il punto che vogliamo proporre davvero alla discussione. L’unico modo per uscire da questa impasse e dalla frustrazione che si registra a livello generalizzato. Il movimento deve saper affrontare le proprie scadenze avendo deciso cosa fare nelle piazze e come difenderlo politicamente, socialmente e materialmente. Per fare questo occorrono modalità che in Italia raramente si sono date visto che la grammatica dei movimenti è stata in larga parte monopolizzata dalla svalorizzazione e dal burocratismo della sinistra istituzionale e dal sostituzionismo di forze &#8220;antagoniste&#8221; che, a quanto pare, continuano a riproporre lo stesso schema già fallimentare.</p>
<p>10) Proponiamo, dunque, di <strong>ripartire dall’indignazione dei soggetti reali,</strong> dagli studenti, dai lavoratori, dai precari, dai migranti, dalle donne. Ci impegniamo soprattutto nella costruzione di movimenti reali a partire da questi soggetti Solo questa dimensione può fare davvero la differenza.</p>
<p>11) <strong>Rilanciamo l’idea dell’accampamento</strong>, ovviamente da reinventare, in forme non estemporanee né calate dall’alto ma come espressione delle lotte di soggetti reali.</p>
<p>12) Pensiamo che la lotta contro la crisi e la sua declinazione politica vada condotta rafforzando l’autorganizzazione, il movimento di massa, la sua disponibilità al conflitto sulla base della capacità di dotarsi di una vera piattaforma di lotta che dica che il debito non lo paghiamo e che per farlo proponiamo un’altra agenda: moratoria unilaterale sul debito pubblico, realizzazione di una banca pubblica nazionale, tassazione fortemente progressiva di rendite e patrimoni, salario minimo, reddito sociale per giovani e precari, riduzione dell’orario di lavoro, riduzione drastica delle spese militari, difesa dei beni comuni contro grandi opere come la Tav, abolizione del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro per i migranti, estensione della democrazia diretta.</p>
<p>13) Siamo scesi in piazza al grido di <strong>“a casa non si torna”</strong>. Questo slogan, dopo il 15 ottobre, è ancora più attuale.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/15ott.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18473" title="15ott" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/15ott-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
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<div>Nelle nostre intenzioni, la giornata del 15 ottobre doveva essere un grande momento di avvio (ripetiamo, avvio) di un processo di mobilitazione collettiva, permanente, che nascesse dal basso, dalla libera condivisione e dall’autodeterminazione di ogni singolo e singola.Una riappropriazione collettiva e stabile dello spazio pubblico sempre più urgente visto il precipitare della crisi economica e sociale, il carattere epocale e cruciale di questi giorni, di queste settimane, di questi mesi. Un processo inedito di mobilitazioni permanenti in corso in molti paesi, dagli Usa al Portogallo e alla Spagna ma che in Italia non è stato ancora possibile innescare.<br />
Le notizie sul 15 ottobre dal mondo fanno crescere in noi la convinzione che questo processo si sarebbe potuto innescare anche in Italia proprio in quella giornata e invece così non è stato.<br />
L’irriducibile complessità della giornata del 15 ottobre ci obbliga a riflessioni approfondite e pure a mantenere la calma, il sangue freddo, a reprimere sul nascere ogni, opposta, ma simmetrica, reazione emotiva di fronte a quello che è successo sabato, ai commenti di molti, così come all’utilizzo strumentale che di quella giornata si sta facendo da più parti.<br />
A Roma hanno manifestato più persone che in qualsiasi altra capitale europea, questo è il dato che per noi più di tutti sintetizza l’occasione perduta. Sì perché alle nove o alle dieci di sabato sera eravamo tutti e tutte a casa e per questo ci domandiamo: su cosa si misura la radicalità di una pratica?<br />
Noi siamo convinti che si misuri sulla capacità di raggiungere un obiettivo politico, di comunicarlo e farlo percepire come praticabile a livello di massa. Quasi un anno fa, il 14 dicembre, scontrarsi con chi difendeva un despota e un palazzo corrotto era un obiettivo politico che in tanti hanno sentito proprio. Nessuno ha avuto la sensazione di essere stato sovradeterminato da pochi manifestanti quel giorno, perché era chiaro a tutti da dove veniva e dove voleva arrivare quella rabbia. Sabato questo non è successo. Siamo scesi in piazza con le nostre tende, per rimanerci, per occupare una piazza e aprire uno spazio pubblico di mobilitazione permanente. Un bisogno che abbiamo ritrovato nei volti delle centinaia di persone che abbiamo incontrato sabato con le tende in spalla.</p>
<p>La piazza San Giovanni che avevano in mente una parte degli organizzatori non era quello che secondo noi serviva, non superava l’inutile ritualità, non avrebbe messo in campo elementi realmente utili alla costruzione del movimento necessario. Allo stesso modo però, non è stato utile nemmeno quanto accaduto da via Cavour a via Merulana, quando azioni in classico stile minoritario hanno cambiato il volto di un’intera manifestazione. Per questo abbiamo proposto altro, quell’altro che si sta dando ovunque tranne che in Italia. Una proposta di mobilitazione permanente che ci appare la più radicale, perché inedita, perché permanente, perché riproducibile, perché democratica!</p>
<p>Chiaramente è differente il nostro giudizio su quanto accaduto a Piazza San Giovanni, dove migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno resistito e si sono opposti alle cariche scellerate e criminali delle forze dell’ordine, che non hanno esitato a caricare con mezzi blindati ed idranti un’intera piazza.</p>
<p>Ovviamente dal giorno dopo è subito partito il massacro mediatico che porta inevitabilmente alla divisione fra buoni e cattivi. Il dividi et impera, insomma, era annunciato!<br />
I giornali chiedono condanne e denunce pubbliche dei violenti. Una denuncia pubblica la vogliamo fare: polizia, carabinieri e finanza hanno tenuto un comportamento criminale, con le cariche  e i caroselli di blindati su una piazza composita ed eterogenea, dimostrando la volontà di colpire indiscriminatamente l’intero movimento.</p>
<p>Per questi motivi non abbiamo dubbi nell’esprimere la nostra piena solidarietà a chi da giorni sta subendo irruzioni e perquisizioni in casa, a chi viene sbattuto in prima pagina e consegnato al massacro mediatico, a chi è stato arrestato e subirà la violenza di un sistema sempre più repressivo.</p>
<p>Ci opporremo con tutte le nostre forze alle proposte di Maroni su nuove leggi speciali contro le manifestazioni e contro chi manifesta. Come al solito si vuole ridurre un problema sociale, frutto della crisi economica e della crisi della rappresentanza politica, ad un problema di ordine pubblico. Come al solito la ricetta parla di repressione e di limitazione degli spazi democratici e di dissenso.</p>
<p>Da oggi vogliamo chiudere il capitolo 15 ottobre e guardare avanti. Vogliamo ripartire dalle centinaia di migliaia di persone scese in piazza e che hanno dimostrato che in Italia è presente una larghissima opposizione sociale.<br />
Questo movimento ha bisogno di potersi incontrare, di discutere liberamente, di condividere forme e contenuti. Questo movimento ha bisogno di poter sedimentare lentamente teorie e pratiche nuove e non di ripeterne di precostituite.<br />
Questo movimento deve legittimarsi e non imporsi. Deve riuscire a catalizzare la rabbia e l’indignazione sociale in un percorso condiviso, ampio e partecipato, in un soggetto che sappia contrastare, contestare e sconfiggere ogni giorno le politiche capitaliste e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.<br />
Questo movimento va dunque costruito.</p>
<p>Ripartiremo dalle nostre facoltà, dai luoghi di studio e di lavoro. Ripartiremo dalle alleanze sociali che in questi anni hanno visto scendere in piazza gli studenti al fianco dei lavoratori, dei movimenti per i beni comuni, dei migranti, delle donne, dei precari.</p>
<p>Siamo scesi in piazza gridando “Noi il debito non lo paghiamo”. Vogliamo trasformare questo slogan in realtà e far pagare la crisi a chi l’ha provocata!</p>
<p><em>AteneinRivolta – Coordinamento Nazionale dei Collettivi</em></p>
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<div><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/adbusters_occupy-wall-street1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18474" title="adbusters_occupy-wall-street1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/adbusters_occupy-wall-street1-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a></div>
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<h1>Intervista a Wu Ming 1 sul 15 ottobre</h1>
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<h5>[Su <a href="http://www.ilmanifesto.it/">«Il Manifesto»</a> di oggi, a firma <strong>Roberto Ciccarelli</strong>, compare quest'intervista a Wu Ming 1. Il titolo è «Wu Ming, autocritica in movimento». Nel sommario, il dibattito su Giap è definito «il più franco e orizzontale sul 15 ottobre».]</h5>
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«Bisogna raccogliere tutte le informazioni possibili prima di decidere che un suono è rumore». Con questa citazione di <strong>Tom Waits</strong>, Wu Ming 1, membro del collettivo degli autori di <em>Q</em> (come Luther Blissett), <em>54</em> e <em>Altai</em>, è intervenuto a metà della <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5599">fluviale discussione</a> sulla manifestazione del 15 ottobre avvenuta sul blog <em>Giap</em>. Nei 467 post prodotti in tre giorni, di suoni se ne sono registrati parecchi e anche il “rumore” è stato meno fastidioso degli inviti alla delazione di massa, o alla ricostruzione dei fatti in base ai rapporti dell’<em>intelligence</em> registrati nell’ultima settimana. Nella discussione pubblica più lunga e articolata avvenuta in rete, molti partecipanti hanno dichiarato senza remore di aver preso parte agli scontri in Piazza San Giovanni, pur riconoscendo che molte cose non hanno funzionato e la manifestazione ha avuto un esito politicamente disastroso. E così anche chi ha condannato con decisione gli scontri ha riconosciuto la difficoltà di leggere i fatti distinguendo tra «violenti» e «non violenti». Finita la lettura, un elemento sembra emergere con chiarezza: la convinzione che la divisione tra la “massa” e “pochi facinorosi” non regge più, così come è a dir poco inadeguato dirsi soddisfatti per aver fatto fallire una manifestazione.<br />
Più che un’auto-narrazione, o il tentativo di individuare una mediazione impossibile, la discussione su <em>Giap</em> può essere considerata lo strumento per ridefinire un campo della riflessione politica che oggi non trova spazio nei movimenti, nella sinistra o sui media <em>mainstream</em>. «Curioso che un blog di scrittori sia stato eletto a luogo di dibattito, anche lacerante, sulla débâcle del 15 – conferma Wu Ming 1 – Forse ha supplito a una carenza di spazi senza bandiere, o forse è solo un luogo dove si riesce a discutere, perché bonificato da troll e provocatori. Noi siamo intervenuti poco. Avevamo seguito l’evento da Bologna, entrando e uscendo dal reparto di cardiologia dov’era ricoverato <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5802">un nostro compagno</a>. Un po’ per questo, un po’ per non sembrare grilli parlanti, abbiamo deciso di ascoltare, di seguire il divenire senza tentare una sintesi».</p>
<p><strong>Dieci anni fa, dopo Genova, avete proceduto ad un’auto-critica. In cosa consisteva e perché a tuo avviso è ancora valida dopo il 15 ottobre?</strong></p>
<p>«Nel 2001 <em>avviammo</em> l’autocritica, ma troppo timidamente. Subito dopo Genova scrivemmo cose molto ingenue. Il movimento non sembrava vinto, era come quei personaggi di cartoon che, superato un dirupo, per qualche istante corrono sospesi a mezz’aria. Dopo il G8, altre Grandi Scadenze alimentarono false speranze, ma agli inizi del 2003 i social forum erano morti, c’erano scazzi feroci, la depre dilagava. L’autocritica prese forma allora, ma siamo riusciti a esprimerla solo nel 2009, nel testo <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap6_IXa.htm"><em>Spettri di Müntzer all’alba</em></a>. Facemmo molti sbagli nel preparare la Grande Scadenza. Non fummo i soli, ma noi parliamo delle <em>nostre</em> responsabilità. Facendo gli apprendisti stregoni col mito politico e metafore ‘tossiche’ come l’Assedio al Potere, favorimmo la <em>reductio ad unum</em>, l’idea di andare tutti a Genova anziché restare molteplici ed evitare la trappola. Rispetto a Genova l’autocritica è stata tardiva, e rispetto a oggi era troppo in anticipo. Il risultato è che non è servita a granché, ci siamo solo lavacchiati la coscienza.»</p>
<p><strong>La metafora dell’assedio alla zona rossa ha perso la sua forza evocativa e politica…</strong></p>
<p>«Alla buon’ora. Violare le zone rosse era pura autoillusione, là dentro non c’era niente, in quei summit non si decideva nulla. Il potere capitalistico non sta chiuso in un fortilizio: è nel rapporto di produzione, nello sfruttamento quotidiano, nella valorizzazione finanziaria, nelle articolazioni sul territorio.<em>Occupy Wall Street</em> è già un passo avanti. Come dice <strong>McKenzie Wark</strong>, lì si tratta di <a href="http://www.versobooks.com/blogs/728-mckenzie-wark-on-occupy-wall-street-how-to-occupy-an-abstraction"><em>occupare un’astrazione</em></a>. Senza voler fare l’apologia di quel percorso, che conosce <a href="http://nplusonemag.com/monday-night-urgent-ows-message">ora</a> <a href="http://amleft.blogspot.com/2011_10_01_archive.html#7917091200696325643">le prime crisi </a>(speriamo di crescita), c’è un’intuizione più precisa su come funziona il potere. Discorso simile per il nostrano tentativo di “occupare Banca d’Italia”: non si voleva<em> letteralmente</em> occupare la banca, ma spostare l’attenzione dal teatrino politicante ai diktat del capitale. Insomma, niente banalità del tipo “Assediamo i palazzi del potere”. Detto ciò, non è impossibile usare bene un’immagine d’assedio, pensiamo ai NoTav quando parlano di ‘assediare il cantiere’. Il rovesciamento ironico è palese: nei piani di chi vuole imporre la TAV, doveva essere il cantiere ad assediare il territorio, invece è il territorio ad assediare il cantiere.»</p>
<p><strong>Ora che la teologia della Grande Scadenza Nazionale è finita, esistono soluzioni alternative per produrre un conflitto incisivo e coniugare le istanze locali con l’idea di una coalizione sociale determinata ?</strong></p>
<p>«<em>Occupy Everything</em> può essere considerato un buon precetto. L’Onda universitaria lo mise in pratica un anno fa, ai tempi del “Blocchiamo tutto”: le autostrade, il Colosseo, la Mole… Il movimento sembrava ubiquo, era pieno d’energia, poi la scadenza del 14 dicembre dissipò in un giorno tutta la forza accumulata. Crediamo sia sempre meglio colpire in più posti che trovarsi in un posto solo, però stiamo attenti: non è solo un problema di <em>forme</em>, di tattiche. Se non è chiaro <em>chi</em> pratica la piazza e <em>perché</em>, non c’è proposta sulle forme che tenga. Se i movimenti volano col pilota automatico e precipitano sempre nello stesso punto, è chiaro che il problema è a monte, riguarda la devastazione degli ultimi decenni, la poca chiarezza sull’attuale composizione di classe e, aggiungo, la vaghezza di proposte e parole d’ordine, dal “comune” all’<em>evergreen </em>“reddito di cittadinanza”.»</p>
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		<title>Perchè Londra è Bruciata?</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Sep 2011 16:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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Londra: perchè qui? Perchè adesso?


Tari Ali


Perché dunque sono sempre le stesse zone che s’infiammano, quali  sono le cause? È puramente accidentale? O ci sarà un rapporto con la  razza, la classe sociale, la povertà istituzionalizzata e il carattere  sinistro della vita quotidiana?
Presi nelle loro ideologie pietrificate, i politici della coalizione  (compresi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/09/londra-brucia1.jpeg"></a><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/09/Aftermath-Tottenham-Riots-007.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18389" title="Aftermath-Tottenham-Riots-007" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/09/Aftermath-Tottenham-Riots-007-300x180.jpg" alt="" width="300" height="180" /></a></div>
<div><strong>Londra: perchè qui? Perchè adesso?</strong></div>
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<div><strong>Tari Ali</strong></div>
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<p>Perché dunque sono sempre le stesse zone che s’infiammano, quali  sono le cause? È puramente accidentale? O ci sarà un rapporto con la  razza, la classe sociale, la povertà istituzionalizzata e il carattere  sinistro della vita quotidiana?<br />
Presi nelle loro ideologie pietrificate, i politici della coalizione  (compresi quelli del nuovo partito laburista, che potrebbe benissimo  partecipare a un governo di unità nazionale se la recessione prosegue)  non possono dirlo, perché i tre partiti [Conservatore,  Liberal-democratico e Nuovo Laburista] sono ciascuno responsabile della  crisi. Sono loro che hanno creato il guasto.<br />
Privilegiano i ricchi. Fanno sapere che i giudici e i magistrati  dovranno dare l’esempio infliggendo pesanti pene di prigione ai  rivoltosi armati di pistole ad aria compressa. Non rimettono mai  seriamente in discussione il fatto che nessun poliziotto sia mai stato  punito nonostante più di mille persone sono morte dal 1990 mentre erano  detenute. Qualunque sia il partito o il colore della pelle del  parlamentare, recita gli stessi cliché. Sì, lo sappiamo che la violenza  nelle vie di Londra è deplorevole. Sì, lo sappiamo che non va bene  saccheggiare i negozi. Ma perché queste cose succedono adesso? Perché  non sono successe l’anno scorso? Perché le lamentele si accumulano con  il tempo, perché quando un giovane cittadino nero di un quartiere  sfavorito muore per volontà del sistema [sabato 6 agosto 2011, di 29  anni, è stato ucciso dalla polizia, nel quartiere povero di Tottenham,  nel nord di Londra], questo dà il segnale per innescare una  controffensiva.<br />
E questo potrebbe ancora aggravarsi se i politici e l’élite del mondo  degli affari, sostenuti da una televisione di Stato sottomessa e dalle  reti (giornali e TV) di Rupert Murdoch, falliscono nella gestione  economica e puniscono i settori poveri e sfavoriti per le politiche  governative che loro stessi hanno promosso per più di tre decenni. Non  possono eternamente disumanizzare il “nemico” in casa o all’estero,  seminare la paura e procedere a detenzioni senza processo.<br />
Se in questo paese ci fosse un reale partito d’opposizione, starebbe  rivendicando lo smantellamento della fragile impalcatura del sistema  neoliberale prima che crolli e colpisca ancora più persone. Ovunque in  Europa, i tratti distintivi che separavano un tempo il centro-sinistra  dal centro-destra, i conservatori dai socialdemocratici, sono spariti.  L’uniformità delle politiche ufficiali deruba i settori meno  privilegiati –altrimenti detta la maggioranza– dell’elettorato.<br />
I giovani neri disoccupati o sottoccupati a Tottenham, a Hackney, a  Ensfield e a Brixton sanno molto bene che il sistema è contro di loro. I  farfugliamenti dei politici non hanno impatto sulla maggior parte della  gente, e ancora meno su chi sta accendendo fuochi per le strade. Gli  incendi saranno spenti. Ci sarà probabilmente qualche inchiesta patetica  per scoprire perché Mark Duggan è stato abbattuto, sarà espresso  rammarico, la polizia spedirà dei fiori per il suo funerale. I  manifestanti arrestati saranno puniti, e tutti tireranno un sospiro di  sollievo e passeranno ad altro finché si produrrà una nuova esplosione.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/09/londra-brucia2.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18385" title="londra brucia2" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/09/londra-brucia2-300x131.jpg" alt="" width="300" height="131" /></a></p>
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<p><strong>Quello spazio da attraversare</strong></p>
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<div>Felice Mometti</div>
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<p>Che siano i vecchi testi dei Clash -<em> London’s burning e London calling</em> &#8211; gli strumenti più utili per capire quello che sta accadendo a Londra ?  Potrebbe sembrare una provocazione ma poi, pensandoci bene, non tanto.  Se dovessimo rifarci solo ai commentatori dei media mainstream dovremmo  concludere che siamo di fronte a saccheggi e incendi ad opera di  fantomatiche gang criminali che hanno approfittato in modo strumentale  di un “grave errore” della polizia. Uno schema interpretativo che  si  ripete stancamente dal 2005 con le ” notti dei fuochi” delle banlieues  francesi, passando per la rivolta giovanile e studentesca greca del  2008, per approdare a Londra in questi giorni, solo per citare alcuni  esempi. Quel che non si capisce, o si fa finta di non capire, è  che pur  nelle evidenti diversità queste forme di ribellione hanno dei tratti  comuni. Partiamo dalle differenze. Le banlieues francesi sono esplose  attaccando direttamente i simboli e i luoghi istituzionali sia che  fossero municipi, scuole o biblioteche in quanto visti come espressione  della catena del potere statale che aveva nella polizia lo strumento  della repressione brutale. La quarta generazione di migranti, nati in  Francia e formalmente cittadini francesi,  ha mostrato di non  riconoscersi nei  “valori “ repubblicani francesi e al tempo stesso non  ha mai avuto un paese di origine dove eventualmente tornare anche solo  con la costruzione di un immaginario. La rivolta greca della fine del  2008 ha avuto i caratteri della contestazione radicale di un sistema  economico e della sua rappresentanza politica, con un’evoluzione che si è  politicizzata velocemente. I giovani greci  hanno misurato sulla  propria pelle la distanza tra la loro condizione e un futuro fatto di  politiche liberiste e securitarie. Una distanza che è precipitata nel  presente dell’omicidio da parte della polizia di Alexandros  Grigoropoulos ed è progressivamente aumentata con la distruzione dello  stato sociale imposta dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario  Internazionale.<br />
In una lettera di qualche giorno fa al quotidiano inglese The Guardian  un lettore commentando i riots che si stavano diffondendo ad altre città  oltre Londra si esprimeva in questi termini: i rivoltosi stanno facendo  per le strade quello che i banchieri hanno fatto nel paese. Come dire:  ai riots  dei banchieri nelle borse mondiali  sono succeduti i riots  nelle strade inglesi. E’ altresì fuori discussione l’influenza, in  quello che sta succedendo nelle città inglesi, delle rivolte arabe e del  movimento studentesco dell’inverno scorso. Un’influenza non diretta ed  esplicita ma che si dà nei comportamenti, nella radicalità della  contrapposizione ai modelli di dominio, nel rifiuto della ricerca di una  rappresentanza politica tradizionale.<br />
Ma a Londra c’è dell’altro. A partire dal neologismo razzista,  Londonistan, che si è affermato anche nel gergo popolare per definire la  città. Londra come l’Afghanistan, tante “tribù”, tante etnie, che  vivono ognuna nel propri territori dai confini simbolicamente ben  delimitati e definiti. E’ il risultato di una politica, laburista o  conservatrice non fa molta differenza, che traeva origine da un concetto  di integrazione che si basava  sulla “relazione tra le razze”. Il  nucleo centrale era rappresentato dalla “britannicità” bianca attorno al  quale ruotavano le varie comunità delle “minoranze etniche”. Lo Stato  favoriva e finanziava in vario modo le gerarchie delle comunità migranti  per esercitare una forma di controllo sui conflitti che esplodevano o  potevano esplodere ed accettare un sistema di relazioni sociali e  politiche che prevedeva un riconoscimento, sempre provvisorio e  condizionato, delle “minoranze etniche”. Questo modello di integrazione  differenziale, specificamente inglese ma con sostenitori anche dalle  nostre parti, è andato in pezzi. La crisi politica e economica, gli  elevati tassi di precarietà e disoccupazione presenti nelle “minoranze  etniche” pur con cittadinanza britannica, la messa in discussione &#8211; con  comportamenti  e atteggiamenti sociali e culturali &#8211;  dell’  “autorevolezza” della comunità da parte delle giovani generazioni hanno  scardinato quello che altro non era che una forma di razzismo  istituzionale per interposta persona. Le gerarchie e le relazioni  interne alle comunità erano intese come strutture disciplinari e di  controllo subordinate allo Stato. Da qualche tempo il Governo inglese,  anche qui tra Brown e Cameron non ci sono particolari differenze, ha  ripreso  il monopolio del razzismo istituzionale aggiungendovi una dose  massiccia di islamofobia con una legislazione speciale.<br />
“Out of control” titolava un paio di giorni fa l’Indipendent riferendosi  ai riots. Avrebbe dovuto titolare: “fuori controllo ormai da qualche  anno”. Tuttavia si sbaglierebbe se si pensasse che la rivolta iniziata a  Londra sia un fenomeno da catalogare sotto la voce della rabbia cieca e  apolitica. Se per politica si intende la costituzione di uno spazio  comune conflittuale in cui si impongono quei soggetti che lo “spazio del  dominio” non vede, che usano parole che non erano riconosciute come  tali, che hanno comportamenti difformi alle regole del mercato delle  merci allora qui si collocano i tratti comuni tra Parigi, Atene e  Londra. Sono forme di soggettivazione ibride e accidentate che  raggiungono velocemente le fasi acute dello scontro sociale e  istituzionale per poi rifluire. Ma qui sta la soglia della  trasformazione, della produzione politica di comportamenti che non si  fanno riassorbire e non delegano la loro rappresentanza. I comportamenti  di una nuova classe a venire.<br />
Forse il salto di qualità consiste nel non posizionarsi dal lato dei  commentatori, seppur solidali, delle soggettività che aprono gli spazi  politici ma frequentare, attraversare e facendosi attraversare da quegli  spazi. Il governo inglese probabilmente riuscirà a domare questo  incendio intensificando la repressione e le leggi speciali. Un fatto  tuttavia appare certo, in qualche modo già prefigurato da Joe Strummer,  oggi: “ Londra sta chiamando le città sperdute”.</p>
<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/09/brix2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18386" title="brix2" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/09/brix2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Summer of &#8217;81</strong></p>
<p><strong>Wu Ming 5</strong></p>
<p>Qualche riflessione per comprendere l’origine di quanto viviamo ora.<br />
Le rivolte inglesi dell’estate del 1981 – Brixton, Toxteth, Handsworth,  Leeds – colpirono l’immaginario di molti, qui da noi, specie tra coloro  che seguivano il punk. A quei tempi, in quei circoli, la parola  “rivolta” era assai più praticata della parola “rivoluzione”. Almeno per  quanto riguardava le strade del Regno Unito, le parole si mutavano in  fatti.<br />
Il 10 aprile 1981, a Lambeth, un sobborgo di Londra prossimo a Brixton, la polizia fermò un giovane nero, <strong>Michael Bailey</strong>,  mentre fuggiva inseguito da altri “ragazzi di colore”, come si diceva  allora. Era stato accoltellato e sanguinava. Si formò una folla che  incominciò a lamentare il ritardo nei soccorsi. Michael Bailey venne  portato fino a un auto in Railton Road, mentre scoppiavano i primi  disordini.<br />
Si diffuse la voce che il ragazzo fosse stato lasciato morire in ospedale. (Un <em>rumour</em>, se versomile, può incitare alla battaglia). Ne originò una rivolta feroce, che si protrasse per due giorni.<br />
Fu una specie di miccia ideale. Le rivolte nelle altre città furono  accese da episodi simili. Il 3 luglio Toxteth, Liverpool. Il 9 luglio,  Sheffield. Il 10, Handsworth, il sobborgo di Birmingham che aveva già  conosciuto episodi simili un anno prima e che esploderà con ancora  maggiore violenza nel 1985.<br />
La mano che accese le micce fu quella del governo di <strong>Margaret Thatcher</strong>,  allora all’inizio di una meticolosa, trionfale e ingloriosa guerra alle  classi lavoratrici. Su uno scenario di chiara marginalizzazione e in un  clima di razzismo montante, la comunità nera (ma non solo quella) si  trovò a dover fronteggiare una serie di provvedimenti legislativi che  vanno sotto il nome di Sus Laws, che consentivano alla polizia di  fermare e perquisire chi volessero sulla base del semplice sospetto. La  legge traeva origine dal Vagrancy Act del 1824, che recitava: <em> </em></p>
<blockquote><p><em>Every suspected person or reputed thief, frequenting  any river, canal, or navigable stream, dock, or basin, or any quay,  wharf, or warehouse near or adjoining thereto, or any street, highway,  or avenue leading thereto, or any place of public resort, or any avenue  leading thereto, or any street, or any highway or any place adjacent to a  street or highway; with intent to commit an arrestable offence, shall  be deemed a rogue and vagabond and would be guilty of an offence, and be  liable to be imprisoned for up to three months.</em></p></blockquote>
<p>Il provvedimento si applicava dunque nel caso che l’accusato presentasse le seguenti caratteristiche:<br />
1. avere un’aria sospetta;<br />
2. prepararsi verosimilmente a commettere un delitto.<br />
Occorrevano due testimoni: di solito i due poliziotti di pattuglia che eseguivano il fermo.<br />
Da subito la Sus law fu un’arma di repressione e controllo sociale, non  solo nei confronti delle comunità indoccidentali impoverite dalla  recessione, ma anche nei confronti di larghi settori di quello che  allora veniva chiamato, da noi, “proletariato urbano giovanile”. Quindi  punks, skinheads, hippies, freaks di ogni tipo, eccetera eccetera. Il  tutto in un clima di tensione montante tra comunità, e in presenza di  una martellante campagna razzista da parte del National Front. Enoch  Powell, allora deputato unionista, nel marzo dello stesso anno aveva  prefigurato una guerra civile etnica: non era la prima volta che lo  faceva. I segnali sembravano, da un punto di vista conservatore, dargli  ragione.<br />
Da subito si ebbe la percezione che la Sus law era uno strumento di  guerra di classe: ricordo una maglietta dell’epoca che elencava tutte le  categorie di persone che potevano essere bersaglio del provvedimento.  Era una T-shirt molto popolare, all’epoca, le categorie passibili di  sospetto erano in pratica <em>tutte</em>, tranne i borghesi.<br />
Le rivolte dell’estate ’81 e la Sus Law sono passate alla storia attraverso una colonna sonora che comprende <em>Summer of ‘81</em> dei Violators, <em>One Law for Them</em> dei 4 skins, <em>Let’s Break the law</em> degli Anti-Nowhere league. C’è poi il primo lp degli Steel Pulse, <em>Handsworth Revolution</em>, che risale al 1978 ma che testimonia bene la commistione di strada tra punk e reggae tipica di quegli anni.<br />
Lasciamo le parole finali a Maggie Thatcher. In quegli anni, la  disoccupazione in aree come Brixton si attestava attorno al 13%, ma le  minoranze etniche la subivano in ragione del 25.4%. Tra i giovani neri  arrivava al 55% . Rifiutando di investire nel risanamento dei nuclei  urbani problematici, la Thatcher sostenne che “Il denaro non può  comprare la fiducia e l’armonia razziale”. <strong>Ted Knight</strong>,  allora a capo del Lambeth Borough Council, sostenne che le forze di  polizia si erano comportate come una truppa d’occupazione e che questo  aveva provocato le rivolte. “What absolute nonsense and what an  appalling remark” rispose la Thatcher “… No one should condone violence.  No one should condone the events … They were criminal, criminal.”<br />
Mi accorgo che quanto scritto assomma a una specie di apologo. Il tempo  del capitale non passa mai davvero, siamo ormai lontani da quegli anni  ma non da quelle strategie repressive, e siamo ancora immersi nella  stessa ideologia, nella stessa concezione del potere, nella stessa  merda.</p>
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		<title>Profughi</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 12:27:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[[ Comunicato di Sinistra Critica - Mantova ] Sono arrivati nel mantovano diversi profughi in fuga da una &#8220;democrazia&#8221; sostenuta dall’Italia e da zone depredate per secoli dalla &#8220;civile&#8221; Europa. Governo e Confindustria hanno sostenuto, politicamente ed economicamente, un dittatore che garantiva al nostro paese risorse energetiche e accordi commerciali mentre opprimeva il popolo libico [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/06/Berlusconi-Gheddafi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18268" title="Berlusconi-Gheddafi" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/06/Berlusconi-Gheddafi-300x213.jpg" alt="" width="300" height="213" /></a>[ Comunicato di Sinistra Critica - Mantova ] Sono arrivati nel mantovano diversi profughi in fuga da una &#8220;democrazia&#8221; sostenuta dall’Italia e da zone depredate per secoli dalla &#8220;civile&#8221; Europa. Governo e Confindustria hanno sostenuto, politicamente ed economicamente, un dittatore che garantiva al nostro paese risorse energetiche e accordi commerciali mentre opprimeva il popolo libico e creava Lager per contenere i disperati di tutta l&#8217;Africa. Non è dunque cosa strana che, nel caos bellico, degli esseri umani scappino dalla guerra e dalla miseria; c’è una Mantova che non ha paura, che non dà giudizi di disprezzo e che non segue le direttive dei “professionisti della paura”. I profughi dovranno rimanere per qualche tempo nel mantovano, e i soldi? Il governo , anche in piena crisi, ha continuato a versare centinaia di milioni di euro nelle tasche di Gheddafi e adesso, senza vergogna, gli va persino in guerra contro aumentando le spese militari già di per sé miliardarie. Con quella montagna di soldi si potrebbero aiutare questi ragazzi in fuga e gli italiani che stanno subendo la crisi; prima è però necessario prendere atto che il problema economico dell’Italia non sono alcune settimane di profughi ma anni di farabutti istituzionalizzati.</p>
<p>Sinistra Critica &#8211; Mantova</p>
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		<title>Ha vinto un&#8217;altra politica</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jun 2011 15:49:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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Il successo del referendum chiude una fase,  quella di Berlusconi e incrina le certezze del liberismo. &#8220;Le nostre  vite&#8221; battono i &#8220;loro profitti&#8221;. E apre la strada a una riflessione  sulla democrazia diretta











di Salvatore Cannavò*


&#8220;L&#8217;uomo che ha fregato un intero paese&#8221;, come lo ha definito  l&#8217;Economist della scorsa settimana, è stato [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/06/8bit-water-article_image.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18258" title="8bit water--article_image" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/06/8bit-water-article_image-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><em>Il successo del referendum chiude una fase,  quella di Berlusconi e incrina le certezze del liberismo. &#8220;Le nostre  vite&#8221; battono i &#8220;loro profitti&#8221;. E apre la strada a una riflessione  sulla democrazia diretta</em></p>
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<div>di Salvatore Cannavò*</div>
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<p>&#8220;L&#8217;uomo che ha fregato un intero paese&#8221;, come lo ha definito  l&#8217;Economist della scorsa settimana, è stato battuto. Nettamente e  seccamente. Se per anni ci siamo sentiti ripetere che qualunque cosa  facesse, aveva &#8220;la maggioranza del paese&#8221;, ora è certo che quella  maggioranza &#8211; tra l&#8217;altro avuta solo in Parlamento e mai, tranne che nel  2001, nel Paese &#8211; non c&#8217;è più. Berlusconi è finito, battuto, la sua  epoca tramontata. Il vento, da questo punto di vista, è cambiato  davvero. Aveva chiesto di &#8220;andare al mare&#8221; e circa il 57 per cento degli  elettori, di tutti gli elettori si badi bene, gli ha disobbedito. Anzi,  gli ha tirato contro una sonora pernacchia.<br />
E&#8217; una svolta storica che non è chiaro chi beneficerà. Il Pd? Vendola? O  addirittura Tremonti, a capo di un governo che ricuce con Fini e  Casini. Vedremo. Quello che conta è registrare che una fase storica  dell&#8217;Italia è archiviata anche se assisteremo a colpi di coda, a una  lunga agonia, anche a ipotesi di reazione.<br />
Ma non perde solo Berlusconi. Perde anche il liberismo, l&#8217;idea che il  mercato sopravanzi il pubblico. Il referendum guida di questa  consultazione non è stato il nucleare ma quello sull&#8217;acqua. I comitati  che si sono battuti, nel silenzio atomico dell&#8217;informazione  progressista, per ripristinare il primato del &#8220;bene comune&#8221; sono il  soggetto trainante. Sono loro ad aver raccolto 1,4 milioni di firme, ad  aver lavorato in silenzio per anni, ad aver garantito autonomia dai  partiti e dalle loro manovre. Parafrasando un fortunato slogan, con il  voto di oggi &#8220;le nostre vite&#8221; hanno avuto la meglio &#8220;sui loro profitti&#8221;.  E ai comitati occorre il coraggio di dire &#8220;ben scavato&#8221;. Oggi Bersani  si intesta la vittoria ma il Pd non ha fatto nulla, nulla, per questi  referendum, li ha osteggiati e poi subiti. Lo smacco che subisce nelle  regioni e città in cui governa, e in cui ha privatizzato l&#8217;acqua  pubblica, costituisce la sconfessione delle sue politiche.<br />
C&#8217;è molto da imparare da questa vittoria. Ha vinto la società in  movimento, il lavoro di base radicale e appassionato, la capacità di  riprendere un filo e di tessere una strategia. La politica dovrebbe  nutrirsene e dovrebbe imparare che la radicalità dei contenuti non è un  freno ma può divenire un vantaggio acquisito. Con Berlusconi, ad  esempio, perde anche la Confindustria pronta a gettarsi sull&#8217;affare del  nucleare e già presente in quello dell&#8217;acqua. Sono in molti, oggi, a  piangere. Ma c&#8217;è ancora di più. Una fase storica si chiude e un&#8217;altra,  indefinita al momento, si apre. Succede grazie a uno strumento di  partecipazione democratica, il referendum, che esprime la forma massima  di democrazia diretta oggi consentita in Italia. E&#8217; un filo che occorre  dipanare di più perché un&#8217;altra politica, e con essa un&#8217;altra sinistra,  non può darsi con formuline magiche, leader carismatici o con il gioco  delle primarie. C&#8217;è una riflessione da fare su come estendere, e  conquistare, forme di democrazia diretta vitali ed efficaci e come, su  questa linea, riguadagnare alla politica milioni di persone che se ne  sono ritratte, schifate, che poi si sono indignate e che oggi hanno  voluto dire la loro. Se in Spagna è il tempo dell&#8217;indignazione, se nel  mondo arabo quello della &#8220;rivoluzione&#8221;, almeno in Italia può venire il  tempo della partecipazione come antidoto agli affari privati, allo  strapotere dei profitti, alla malapolitica e alla corruzione.<br />
Una sinistra davvero anticapitalista ed ecologista si costruisce così.</p>
<p>* da ilfattoquotidiano.it / ilmegafonoquotidiano.it</p>
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		<title>Una morte che pesa come una montagna</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 09:07:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’uccisione di Vittorio Arrigoni è una di quei fatti  che ti prende lo stomaco e ti lascia senza fiato: perché Vittorio era  una bella persona, per le modalità in cui è avvenuta, per le tragiche  conseguenze che avrà, oltre al fatto in sé, per la Palestina e i  palestinesi.
Vittorio è stata [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/01/bandiera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5991" title="bandiera" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/01/bandiera-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a>L’uccisione di <strong>Vittorio Arrigoni</strong> è una di quei fatti  che ti prende lo stomaco e ti lascia senza fiato: perché Vittorio era  una bella persona, per le modalità in cui è avvenuta, per le tragiche  conseguenze che avrà, oltre al fatto in sé, per la Palestina e i  palestinesi.</p>
<p>Vittorio è stata una presenza importante in questi ultimi anni, da  quando aveva deciso di rimanere a Gaza (unico italiano) durante  l’offensiva israeliana denominata “<em>Piombo fuso”,</em> nel dicembre 2008/gennaio 2009. Le sue testimonianze dalla<strong> Striscia di Gaza</strong> sottoposta ad un feroce e criminale bombardamento erano per noi una  delle poche fonti “dal basso” che ci raccontavano la realtà della  violenza che subisce quotidianamente la popolazione palestinese.</p>
<p>Le sue attività insieme ai <strong>palestinesi</strong> &#8211; dalla  protezione dei contadini del nord della Striscia che cercano di  difendere la loro terra dall’espropriazione “per motivi di sicurezza”  all’accompagnamento delle barche di pescatori a cui la Marina israeliana  impedisce l’uscita in mare, alla relazione quotidiana con le famiglie  palestinesi e con quei giovani che sono stati protagonisti delle  manifestazioni dello scorso 15 marzo – hanno rappresentato allo stesso  tempo l’esempio di una solidarietà umana e politica e la dimostrazione  che i palestinesi non sono soli.</p>
<p>Abbiamo continuato ad ascoltare con interesse e partecipazione i  racconti di Vittorio, dal suo blog, nelle telefonate in diretta nei  molti presidi nelle città italiane che si collegavano in diretta con lui  a Gaza, nelle corrispondenze con le radio ancora libere di questo paese  in cui l’informazione è un disastro (soprattutto nei confronti  dell’”invisibile” Striscia di Gaza).</p>
<p>La sua morte ci priva di tutto questo, ed è una perdita enorme.</p>
<p>Il rispetto per il suo impegno ci impone comunque di provare a  capire, per ricordarlo nel migliore dei modi e per continuare il suo e  nostro impegno a fianco della resistenza palestinese (quella dei gruppi  politici, ma soprattutto dei contadini, dei pescatori, degli studenti,  dei medici ecc&#8230;).</p>
<p>Non ci entusiasma il gioco del <em>“cui prodest?”</em> e non crediamo che il gruppo salafita responsabile della morte di Vittorio sia semplicemente una “invenzione” israeliana.</p>
<p>Purtroppo la disperazione e il peggioramento delle condizioni di vita  e la chiusura degli spazi politici dei palestinesi – soprattutto nella  prigione di <strong>Gaza</strong> – lascia vuoti che vengono riempiti da  gruppi iper-minoritari ma che possono fare danni enormi. Naturalmente  Israele ha tutto l’interesse che questi gruppi esistano, perché dividono  ulteriormente la resistenza palestinese, rappresentano l’ennesima  giustificazione per le sue politiche criminali e danno un’immagine  terribile (naturalmente falsa) dei palestinesi. Per questo ci risultano  odiose le “assoluzioni” preventive di chi come sempre getta addosso ai  palestinesi tutte le responsabilità della loro terribile condizione – e  in genere sono gli stessi che accusano i pacifisti di fare il gioco dei  “terroristi”: la morte di Vittorio risponde anche a loro, alla loro  insistente domanda “dove sono i pacifisti?”.</p>
<p>L’<strong>assassinio</strong> di Vittorio potrebbe fare male alla causa palestinese, perché saranno molti gli avvoltoi che cercheranno di mostrare la <em>“disumanità” </em>genetica  dei palestinesi e/o degli islamici; potrebbe fare male perché vuole  terrorizzare le/i volontari/e che vorranno seguire le orme di Vittorio –  e questo interessa sia ai gruppi fondamentalisti che non vogliono una  Palestina aperta al mondo, sia a Israele che vuole rendere ancora più  invisibile e assediata la Striscia di Gaza, come dimostrano i suoi  tentativi di fermare la <strong>Freedom Flottilla </strong>(subito seguiti dei loro amici come Berlusconi); potrebbe fare male perché i palestinesi si sentiranno ancora più soli.</p>
<p>A questo punto siamo noi che dobbiamo rispondere con forza che non ci  faremo terrorizzare, che continueremo il nostro impegno a fianco della  resistenza palestinese; che continueremo a costruire un ponte tra i  giovani palestinesi che esprimono la loro necessità e volontà di  liberazione (come i giovani tunisini, egiziani, libici, siriani che  stanno in questi mesi facendo le loro rivoluzioni), i militanti della  solidarietà internazionale e le/gli israeliane/i antisionisti; che  continueremo ad andare a <strong>Gaza</strong>, a <strong>Gerusalemme</strong>, in <strong>Cisgiordania</strong> perché sappiamo che lì saremo sempre benvenuti; che continueremo il  nostro impegno alla denuncia delle politiche dell’occupazione e dell’<strong>Apartheid</strong> e delle complicità dei governi europei in queste politiche.</p>
<p>Questo per noi è il tentativo di restare umani.</p>
<p>di Piero Maestri<br />
da ilmegafonoquotidiano.it</p>
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		<title>Al rogo i libri dei sostenitori di Battisti</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Jan 2011 10:57:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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E&#8217; l&#8217;incredibile e inquietante proposta  dell&#8217;assessore alla cultura della Regione Veneto, che ha chiesto alle  biblioteche comunali di liberarsi dei libri dei sottoscrittori di un  appello per Cesare Battisti








Fabrizio Lorusso da [Il megafono quotidiano ]


Arriva dal Veneto una proposta inquietante. Togliere dalle  biblioteche comunali i libri degli scrittori italiani che [...]]]></description>
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<p>E&#8217; l&#8217;incredibile e inquietante proposta  dell&#8217;assessore alla cultura della Regione Veneto, che ha chiesto alle  biblioteche comunali di liberarsi dei libri dei sottoscrittori di un  appello per Cesare Battisti</p></div>
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</a><img class="alignleft size-full wp-image-17202" title="fahrenheit451" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/01/fahrenheit451.jpg" alt="fahrenheit451" width="240" height="278" /></div>
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<div>Fabrizio Lorusso da [Il megafono quotidiano ]</div>
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<p>Arriva dal Veneto una proposta inquietante. Togliere dalle  biblioteche comunali i libri degli scrittori italiani che nel 2004 hanno  firmato una petizione in sostegno di Cesare Battisti, il militante dei  Proletari armati per il comunismo (Pac) che da tre anni è detenuto in  Brasile e che recentemente è stato oggetto dell’attenzione dei media  italiani e stranieri in seguito alla decisione del presidente brasiliano  Lula di non concedere all’Italia la sua estradizione (dossier  completo).<br />
L’ex missino migrato al berlusconismo Raffaele Speranzon, assessore  provinciale alla cultura di Venezia, ha deciso di raccogliere la  proposta di Paride Costa, consigliere Pdl a Martellago, di censurare le  opere e le iniziative culturali di autori definiti “persone sgradite”.  Infatti Costa solleciterà tutti gli assessori alla cultura dei comuni  del veneziano e i dirigenti delle biblioteche civiche a effettuare  un’epurazione delle opere di scrittori come Wu Ming, Valerio  Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel  Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro,  Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana  Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio  Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari e tanti altri. A <a href="http://lamericalatina.net/2011/01/17/la-lettera-dei-censori-del-pdl-in-veneto/">questo link </a>segnalo la versione completa della lettera incriminata.<br />
Sul Gazzettino si leggono addirittura le minacce del suddetto Speranzon,  nemmeno troppo velate, contro chi non obbedirà. Infatti <em>“ogni Comune  potrà agire come crede, ma dovrà assumersene le responsabilità”</em>. Perché  usare Battisti per mettere al bando un centinaio di intellettuali?<br />
Sebbene la replica di alcuni di loro sia stata immediata, credo sia  doveroso segnalare questo caso eclatante di regressione autoritaria e  becera strumentalizzazione del caso Battisti per sparare sul mondo della  cultura e sul libero pensiero. Per quanto tempo ancora il Pdl e il suo  leader Berlusconi continueranno a dichiararsi “liberali”? Lo scrittore  veneziano Tiziano Scarpa ha definito l’iniziativa come “una prassi delle  dittature e dei monarchi assoluti”. Come dargli torto…  Anche Massimo  Carlotto ha replicato sul Gazzettino &#8220;Speranzon sappia che ho firmato  anche per i rom che dal suo punto di vista è ancora più grave. E ora che  mi accadrà?&#8221;<br />
Mentre le reminiscenze del fascismo riemergono possenti dalla laguna,  Speranzon si giustifica “vogliamo mandare un messaggio chiaro, sia  chiaro che se questi scrittori vogliono fare un appello contro  Berlusconi sono liberi di farlo tutti i giorni dell&#8217;anno, ma firmare a  favore di Battisti prescinde dalla visione politica: è uno schiaffo nei  confronti di chi soffre e ha sofferto a causa di un criminale”.<br />
L’idea ha attirato le simpatie di sindacati di polizia come il Coisp. Il  segretario generale Franco Maccari ha invitato tutti i comuni d’Italia  ad aderire all’iniziativa (!) e anche tutti i cittadini a non comprare i  libri dello stesso Battisti e degli scrittori che lo sostengono. Mi  chiedo quanti ne abbia letti in vita sua.<br />
Oltre agli scrittori e al mondo dell’editoria, sotto minaccia di  censura, come dovrebbero comportarsi i bibliotecari e i funzionari  coinvolti di fronte a tali populistiche “raccomandazioni” di politica  (in)culturale inoltrate dai due esponenti Pdl?<br />
Paride Costa ha inoltre espresso la sua opinione sui “pentiti” della  lista nera dei firmatari. “Ovviamente non chiederemo la rimozione dagli  scaffali di tutti quelli autori che prenderanno o hanno preso le  distanze dalla lista dei sostenitori di Battisti – conclude Costa &#8211;  non  abbiamo nulla contro i loro libri, ma serve rispetto per i familiari  delle vittime dei terroristi”. E la libertà d’opinione? La sospendiamo?<br />
Se qualcuno ha voglia di esprimere a Speranzon la propria opinione sulla  sua brillante iniziativa, la mail  è:raffaele.speranzon@comune.venezia.it</div>
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		<title>Golpe in Honduras. Il presidente legittimo protetto dall&#8217;Alba non si arrende</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 10:30:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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I golpisti hanno imposto Roberto Micheletti, presidente del Congresso, quale capo di Stato al posto del destituito Zelaya. Che grida vendetta
 Golpe in Honduras. Il presidente legittimo protetto dall&#8217;Alba non si arrende
Con l&#8217;arrivo del presidente legittimo dell&#8217;Honduras, Manuel Zelaya, in Nicaragua, è iniziata questa notte la riunione straordinaria dell&#8217;Alba, convocata dopo il golpe orchestrato dalla [...]]]></description>
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I golpisti hanno imposto Roberto Micheletti, presidente del Congresso, quale capo di Stato al posto del destituito Zelaya. Che grida vendetta</p>
<p> Golpe in Honduras. Il presidente legittimo protetto dall&#8217;Alba non si arrende</p>
<p>Con l&#8217;arrivo del presidente legittimo dell&#8217;Honduras, Manuel Zelaya, in Nicaragua, è iniziata questa notte la riunione straordinaria dell&#8217;Alba, convocata dopo il golpe orchestrato dalla Corte Suprema e effettuato dall&#8217;esercito che ha costretto Zelaya a rifugiarsi all&#8217;estero e ha imposto quale capo di stato Roberto Micheletti. La ragione sarebbe evitare il referendum previsto per ieri che avrebbe portato a un&#8217;assemblea costituente che avrebbe profondamente cambiato il paese. Ma la Corte Suprema si giustifica: Zelaya voleva far sì di venire rieletto per la seconda volta, per questo doveva essere destituito. I capi di stato presenti al summit, intanti, hanno ratificato il loro impegno per la democrazia e lo stato di diritto.<br />
&#8220;sono vivo per grazia di Dio&#8221;, ha dichiarato Zelaya, raccontando l&#8217;assalto alla casa presidenziale ieri mattina da a parte di alcuni militari golpisti, che lo hanno condotto in Costa Rica.</p>
<p>Alle 5.30 locali di domenica (11.30 GMT) circa ottocento soldati armati fino ai denti hanno fatto irruzione in casa. &#8220;Se avete l&#8217;ordine di sparare, sparate &#8211; ha gridato a quel punto il presidente &#8211; perché ciò che state facendo oggi è un offesa per il popolo&#8221;.<br />
&#8220;Ho tutta l&#8217;autorità morale per e tutto l&#8217;appoggio internazizonale, dell&#8217;Organizzazione degli Stati americani e tutto il diritto costituzionale&#8221; di riprendere il potere in Honduras, ha quindi precisato davanti all&#8217;assemblea degli Stati dell&#8217;Alba il presidente hondureno, spiegando che appena l&#8217;Alba lo deciderà, lui sarà pronto a riprendersi le redini del paese. &#8220;Qui c&#8217;è un solo presidente e sta davanti a voi&#8221;, ha esclamato, accusando alcune cupole militari del colpo di stato, precisando &#8220;i soldati sono del popolo&#8221;.<br />
Quindi Zelaya ha voluto ringraziare il presidente Daniel Ortega per l&#8217;invito al summit straordinario dell&#8217;Alba e l&#8217;intera comunità internazionale per la solidarietà, che ha mostrato il netto rifiuto del governo di Roberto MIcheletti.<br />
&#8220;Siamo riuniti stanotte di fronte alla tragedia di un popolo fraterno, il popolo dell&#8217;Honduras. Siamo convinti che gli honduregni e le nazioni latinoamericane non vogliono che si tinga con il sangue dei fratelli la patria di Morazan&#8221;, ha quindi dichiarato Ortega. Intanto Hugo Chavez, che da subito si è schierato in difesa del presidente democraticamente eletto, minacciando persino un intervento militare contro i golpisti, ha aggiunto &#8220;questo golpe è destinato al fallimento&#8221;. Ha quindi invitato i popoli di tutto il continente americano a non limitarsi a condannare le zioni avvenute in Honduras, ma a esprimere la loro solidarietà alla nazione e a Zelaya. &#8220;Il Venezuela è pronto a dare una lezioni agli oligarchi&#8221; che hanno orchestrato il colpo di stato, ha sottolineato.<br />
Anche il presidente dell&#8217;Ecuador, Rafael Correa, ha voluto intervenire in favore di Zelaya, invitando, sulla scia di Chavez, il popolo dell&#8217;Honduras a reagire contro &#8220;queste cupole di corrotti&#8221; che si sono unite per mettere a segno il golpe: &#8220;Liberate definitivamente il paese&#8221;, ha detto. Quindi ha aggiunto: &#8220;Il presidente del Parlamento Roberto Micheletti (che ha preso il posto di Zelaya per manu militari) si sta mettendo in ridicolo con il mondo intero&#8221;. Poi una rassicurazione al presidente legittimo: &#8220;Tu trionferai&#8221;, e ancora &#8220;questi codardi devono essere sanzionati, per evitare l&#8217;impunità&#8221;.</p>
<p>Dalle primissime ore della mattina la capitale dell&#8217;Honduras, Tegucigalpa, è sorvolata da elicotteri e aerei militari, mentre gran parte della città sta soffrendo interruzioni di energia elettrica e delle comunicazioni.<br />
I canali di televisione e radio sono stati totalmente posti sotto silenzio per ore, dietro ordine del presidente golpista Roberto Micheletti. Questo non ha comunque impedito che centinaia di seguaci del presidente legittimo, Zelaya, si riunissero davanti al palazzo presidenziale, circondata da un impenetrabile cordone militare, per esigere il ritorno del capo di stato. Numerosi gli striscioni con gli slogan &#8220;militari golpisti&#8221;.</p>
<p>di <i>Internazionalista</i></p>
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