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	<title>articolozero &#187; Lavoro/nonLavoro</title>
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		<title>Rivolta il Debito!!!</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 12:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lavoro/nonLavoro]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Presentiamo qui uno strumento per attaccare la crisi, per non pagarla e, unendosi, andare a rivendicare quelle porzioni di ricchezza sociale che vengono quotidianamente privatizzate. Dalla proposta di audit a livello nazionale, alla &#8220;monotonia&#8221; di un posto stabile che non arriva mai, passando per il diritto alla casa e ai servizi, per la necessità di difendere i territori dalle speculazioni, fino al rivendicare un reddito garantito per tutt*.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/rivolta_il_debito.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18539" title="rivolta_il_debito" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/rivolta_il_debito-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" /></a></p>
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<p><em><strong>Servirebbe una bella botta, una rivoluzione.</strong> Mario Monicelli</em></p>
<p>Siamo lavoratori e lavoratrici, studenti, precari, attivisti e attiviste dei movimenti sociali, di difesa dei beni comuni, delle donne, lgbt, della solidarietà internazionale, convinti che occorra sollevarsi contro il capitalismo e la sua crisi. Ci sentiamo parte del Movimento spagnolo 15M, della rivolta greca, delle rivoluzioni arabe, dei movimenti americani e di tutti coloro che hanno deciso di prendere parola, di mettersi in gioco, di sollevarsi contro l’ingiustizia.<br />
La crisi economica globale è una crisi del capitalismo, dei suoi politici e delle caste che lo difendono, dei suoi meccanismi interni di funzionamento: massimizzazione del profitto e compressione dei diritti sociali, distruzione ambientale, guerra e povertà.<br />
Noi pensiamo che le nostre vite valgono più dei loro profitti.<br />
Rivolta il debito è più di uno slogan, è campagna nel movimento che vuole ribaltare il tavolo su cui giocano banchieri e capitalisti per far pagare a noi questa crisi.<br />
Rivolta il debito è una iniziativa aperta, virale, contagiosa, fatta di azioni dirette e dibattiti, approfondimenti e manifestazioni, partecipata da tutti e tutte coloro che la condividono e vogliono utilizzarla per organizzare la rivolta!<br />
Vogliamo costruire una grande campagna per l’annullamento del debito e ci sentiamo parte della grande assemblea del 1 ottobre nata sull’onda dell’appello “Dobbiamo fermarli”. Facciamo riferimento all’esperienza internazionale del Cadtm, il movimento per l’Annullamento del debito del terzo mondo che ormai si è concentrato sui debiti dei paesi del “nord” del mondo.<br />
Ma vogliamo andare ancora oltre: puntiamo a un grande movimento di massa, plurale, democratico e soprattutto, autorganizzato come metodo decisivo dell’azione politica.<br />
Rivoltare il debito per attraversare, suscitare e mettere in rete tutti i nodi dello scontro sociale e dei movimenti, come premessa indispensabile per difendere i diritti del lavoro, spezzare la precarietà, affermare i diritto allo studio, garantire la dignità e i diritti delle donne, la libertà sessuale, garantire i territori dall’assalto del profitto. Vogliamo costruire un movimento generale per la trasformazione del nostro paese e di un mondo che sembra non reggere più il peso delle proprie contraddizioni.<br />
Vogliamo un altro mondo fondato sui bisogni e non sui profitti. Vogliamo un&#8217;altra società, alternativa al capitalismo, al suo sfruttamento unito ad autoritarismo e corruzione. Una società fondata sulla democrazia radicale, la partecipazione e in cui a ciascuno sia dato secondo i suoi bisogni e da ciascuno provenga a seconda delle proprie capacità. “Servirebbe una bella botta, una rivoluzione” ha detto il grande Monicelli. Noi vogliamo esserne parte.</p>
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<div><strong><em>Firma l&#8217;appello per un audit dei cittadini sul debito pubblico</em></strong></div>
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<div> <a href="http://rivoltaildebito.globalist.it/contenuto/appello-un-audit-dei-cittadini-sul-debito-pubblico/">http://rivoltaildebito.globalist.it/contenuto/appello-un-audit-dei-cittadini-sul-debito-pubblico/</a></div>
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<div><em>Dalla Francia (</em> <a href="http://www.audit-citoyen.org/">http://www.audit-citoyen.org/</a><em> ) proviene un appello per creare una commissione di audit del debito pubblico in grado di visionare come è fatto quel debito, come è stato contratto a favore di chi e di quali interessi. Noi vogliamo fare nostra questa proposta per rivedere in profondità l&#8217;entità del debito pubblico italiano accumulato nel tempo per favorire rendite, profitti, interessi di casta e di una ristretta elite e non certo per favorire le spese sociali, l&#8217;istruzione, la cultura, il lavoro. Una proposta che serve per impostare un&#8217;altra politica economica, del tutto alternativa a quella avanzata in questi anni dai vari governi che si sono succeduti e improntata alla redistribuzione della ricchezza, alla valorizzazione dei beni comuni, del lavoro, del welfare, dell&#8217;ambiente contro gli interessi del profitto e della speculazione finanziaria. Una politica economica per il 99% contro l&#8217;1% del pianeta.</em></p>
<p><strong>APPELLO PER UN AUDIT DEI CITTADINI SUL DEBITO PUBBLICO </strong><br />
Scuole, ospedali, alloggi d’urgenza…Pensioni, disoccupazione, cultura, ambiente…viviamo quotidianamente l’austerità finanziaria e il peggio deve venire. “Noi viviamo al di sopra dei nostri mezzi”, questo è il ritornello che ci viene ripetuto dai grandi media. Ora “occorre rimborsare il debito” ci si ripete mattina e sera. “Non abbiamo scelte, occorre rassicurare i mercati finanziari, salvare la buona reputazione, la tripla A”. Non accettiamo questi discorsi colpevolizzanti. Non vogliamo assistere da spettatori alla rimessa in discussione di tutto ciò che ha reso ancora vivibile le nostre società, anche in Europa. Abbiamo speso troppo per la scuola e la sanità oppure i benefici fiscali e sociali dopo venti anni hanno prosciugato i bilanci? Questo debito è stato contratto nell’interesse generale oppure può essere considerato in parte come illegittimo? Chi possiede questi titoli e approfitta dell’austerità? Perché gli Stati devono essere obbligati a indebitarsi presso i mercati finanziari e le banche mentre queste possono farsi concedere prestiti direttamente e a un costo più basso dalla Banca centrale europea? Non accettiamo che queste questioni siano eluse o affrontate alle nostre spalle da esperti ufficiali sotto l’influenza delle lobbies economiche e finanziarie. Vogliamo dire la nostra nel quadro di un ampio dibattito democratico che deciderà del nostro avvenire comune. In fine dei conti, siamo dei giocattoli nelle mani degli azionisti, degli speculatori e dei creditori oppure cittadini, capaci di deliberare insieme sul nostro avvenire? Noi ci mobiliteremo nelle nostre città, nei quartieri, nei villaggi, nei nostri luoghi di lavoro, lanciando l’idea di un grande audit del debito pubblici. Vogliamo creare sul piano nazionale e locale dei collettivi per un audit dei cittadini con i nostri sindacati e associazioni, con esperti indipendenti, con i nostri colleghi, i vicini, i concittadini. Prenderemo in mano i nostri destini perché la democrazia riviva.</div>
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<div><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/borsa-dito-110617173037_big.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18540" title="borsa-dito-110617173037_big" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/borsa-dito-110617173037_big-300x155.jpg" alt="" width="300" height="155" /></a></div>
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<div><strong><em>Audit sul debito, in Europa si fa così</em></strong></div>
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<div><a href="http://rivoltaildebito.globalist.it/news/audit-sul-debito-europa-si-fa-cos%C3%AC">http://rivoltaildebito.globalist.it/news/audit-sul-debito-europa-si-fa-cos%C3%AC</a></div>
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<p>In Francia l&#8217;appello ha superato le 50 mila adesioni, in Belgio le associazioni Attac e Cadtm hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato contro i 54 miliardi per salvare la banca Dexia, in Grecia c&#8217;è un comitato attivo da un anno. Incontriamoci anche in Italia Articolo dopo articolo, grazie anche all&#8217;attenzione che il manifesto sta ponendo, la questione dell&#8217;audit sul debito pubblico, cioè l&#8217;indagine su come è stato formato il debito, come viene gestito, quali interessi soddisfa e quali bisogni comprime, sta diventando un nodo del dibattito politico. E, forse, può diventare un tema di iniziativa politica, iniziativa democratica soprattutto, legata alla partecipazione e allo sviluppo di un movimento di massa. Sugli aspetti tecnici e anche sulla necessità di mettere al centro la partecipazione democratica, in particolare dal basso e a livello locale, hanno ben scritto Guido Viale e Francesco Gesualdi. Vale la pena rafforzare quelle analisi con uno sguardo più generale perché anche in Europa il tema dell&#8217;audit, in funzione di una ristrutturazione, rinegoziazione o annullamento del debito pubblico illegittimo, sta diventando un elemento dell&#8217;attività di associazioni, sindacati e partiti. In Francia, ad esempio, l&#8217;appello rilanciato in Italia da Rivolta il debito ha già superato le 50 mila adesioni mentre in Belgio, solo pochi giorni fa le associazioni Attac e Cadtm &#8211; in prima linea nell&#8217;impegno per l&#8217;annullamento del debito illegittimo &#8211; hanno presentato un ricorso legale al Consiglio di Stato per annullare gli aiuti da 54 miliardi di euro deliberati dal governo transitorio &#8211; da oltre un anno &#8211; a favore della banca Dexia (già fallita una volta e salvata dallo Stato e ora di nuovo a rischio fallimento). Ma l&#8217;attività più interessante è forse quella realizzata in Grecia dove un Comitato è stato insediato circa un anno fa e una vera e propria campagna ha accompagnato le mobilitazioni degli ultimi mesi. Come scrive uno dei fondatori del comitato greco, George Mitralias, la campagna ha contribuito a precisare «le ambizioni e la missione delle campagne per l&#8217;audit del debito pubblico» ben sapendo che l&#8217;Unione europea «non è l&#8217;Ecuador di Rafael Correa», dove l&#8217;audit è stato effettuato con successo nel 2007.</p>
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<p>È bene non nascondersi questo aspetto, per non peccare di ingenuità o di astrattezza degli obiettivi: non esiste, al momento, una forza politica, nazionale o europea, in grado di farsi carico della proposta. Che quindi compete a un&#8217;iniziativa autodeterminata e autorganizzata. Del resto, un movimento che ponesse la questione della trasparenza del debito e la sua gestione democratica porrebbe già un problema di democrazia e di partecipazione alternative all&#8217;autoritarismo di cui è intrisa la costruzione europea e la politica della troika (Ue, Bce, Fmi). Ma contribuirebbe anche ad affermare un principio semplice e complicato allo stesso tempo: il debito non è un dato inspiegabile e nemmeno un totem a cui sacrificare il modello sociale europeo. Se lo si guarda in profondità si legge la materialità delle politiche economiche degli ultimi venti-trenta anni e la stratificazione delle diseguaglianze.<br />
Per questo non è un affare per soli esperti. E proprio per gli ostacoli che un&#8217;indagine seria, competente, indipendente, potrebbe avere, l&#8217;audit non avrebbe senso, né efficacia, senza una mobilitazione diretta, una partecipazione attiva e una consapevolezza diffusa. In questo senso va sviluppata l&#8217;idea dei comitati locali per l&#8217;audit, che si muovano a partire dai debiti locali, indagando come funzionano gli enti locali, le società di servizio pubblico ma anche le imprese private dove spesso i lavoratori si vedono mettere alla porta, o in cassa integrazione, per ragioni di bilancio. Tutto questo può e deve divenire oggetto di una campagna diffusa in cui si affermi l&#8217;idea che lavoratori, studenti, precari, cittadini e cittadine sono in grado di occuparsi del proprio futuro e in grado di gestire consapevolmente anche le tematiche economiche e di bilancio. In Grecia, ad esempio, la diffusione dell&#8217;iniziativa ha permesso anche di creare un&#8217;iniziativa specifica di donne «contro il debito e l&#8217;austerità». Insomma, l&#8217;audit deve e può rappresentare un&#8217;occasione di dibattito ampio e di iniziativa di partecipazione e anche di autodeterminazione. Ma, appunto, senza nascondersi la dimensione globale della gestione della crisi, la proposta, se vuole collegare la resistenza all&#8217;austerità su scala internazionale, per lo meno europea, deve darsi anche una dimensione sovranazionale. Del resto, il ritardo con cui i movimenti sociali, i sindacati, le forze della sinistra, si muovono su scala mondiale e regionale, in un mondo dominato dalla globalizzazione, è più che colpevole e la stessa esperienza fatta dieci anni fa con i Social forum sembra essersi diradata. Un&#8217;iniziativa verso l&#8217;audit, anche su scala europea, è la spinta che sta cercando di dare il Cadtm, il Comitato per l&#8217;annullamento del debito del terzo mondo che ha organizzato a metà dicembre a Liegi, un seminario ad hoc sul tema in cui un contributo notevole è stato offerto dalla relazione di Maria Lucia Fattorelli (disponibile in italiano su<a href="http://www.rivoltaildebito.org/">www.rivoltaildebito.org</a> e su <a href="http://www.cnms.it/campagna_congelamento_debito">www.cnms.it/campagna_congelamento_debito</a>). Un testo in cui è disponibile un dato finora sfuggito alla grande informazione (ne ha parlato in un articolo Riccardo Petrella): l&#8217;impegno astronomico da parte della Fed statunitense, tra il 2007 e il 2010, per salvare dal crack le grandi banche e le grandi imprese. Circa 16.000 miliardi di dollari (più dell&#8217;intero debito pubblico Usa stimato in 14.500 miliardi di dollari) spesi segretamente e dirottati su aziende come Merrill Lynch, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Citigroup, Bank of America ma anche, in un mondo globale, Deutsche Bank, Credit Suisse, Royal bank of Scotland, Ubs e Bnp Paribas. Il dato è stato reso pubblico il 21 luglio scorso, guarda caso da un&#8230; audit istituzionale realizzato dal Government Accountability Office, una commissione di inchiesta del Congresso Usa incaricata della contabilità pubblica.<br />
Oltre a rendere evidente come il servizio del debito sia un affare «molto redditizio» per il sistema finanziario privato &#8211; i cosiddetti &#8220;mercati&#8221; che impongono le manovre di austerità &#8211; questa informazione chiarisce meglio l&#8217;impatto che potrebbe avere su una ampia opinione pubblica una procedura di indagine accurata sui debiti sovrani. L&#8217;operazione va però fatta anche sui bilanci delle banche, di cui non è mai stato reso pubblico, finora, l&#8217;ammontare dei titoli tossici detenuto (informazione ben conosciuta dai tecnocrati europei oltre che dai dirigenti delle banche stesse e che spiega la gran parte delle manovre finanziarie). Lungi dall&#8217;essere recuperato, il debito pubblico viene quindi ancora alimentato dalle nuove manovre di salvataggio. «Un audit del debito &#8211; scrive Fattorelli &#8211; rappresenta una opportunità per ottenere la documentazione relativa all&#8217;indebitamento e per mostrare la vera natura di ciò che viene chiamato pubblico. I risultati dell&#8217;audit possono spingere delle azioni concrete in tutti i campi: popolare, parlamentare, giuridico e la messa in opera di politiche differenti&#8221;.<br />
Gli aspetti di trasparenza, di partecipazione democratica, di svelamento della natura privata del debito pubblico, non sono ovviamente fini a se stessi ma servono a definire una politica alternativa a quella dominante ben sapendo che nella prima ricaduta operativa dell&#8217;audit, cioè la rinegoziazione e/o l&#8217;annullamento del debito illegittimo, risiede una prima misura di grande portata. Annullare o ridurre (il nobel Roubini propone di ristrutturare il debito riducendone il valore almeno del 25 per cento) significa far pagare una &#8220;vera&#8221; patrimoniale a tutta quella montagna di fortune accumulate illecitamente o indebitamente: evasione fiscale, profitti a man bassa, interessi privati, rendite finanziarie, somme detenute all&#8217;estero e in paradisi fiscali, etc. Patrimoni che, secondo il premier Mario Monti, non si possono misurare e quindi colpire ma che se fossero intaccati significativamente da un&#8217;operazione sul debito potrebbero finalmente contribuire, come è giusto, a risanare i conti pubblici ma soprattutto a redistribuire significativamente il reddito, l&#8217;unica via d&#8217;uscita dalla condizione attuale. Ma per far questo serviranno anche politiche alternative robuste come la nazionalizzazione delle banche, la riforma fiscale, la riduzione dell&#8217;orario di lavoro, l&#8217;istituzione di un reddito sociale, un ampio intervento di risanamento del territorio.<br />
L&#8217;audit, quindi, non è una proposta &#8220;tecnica&#8221; o un espediente da economisti e/o esperti ma uno strumento politico per una iniziativa di massa. E a questo punto vale la pena avanzare una proposta precisa: coloro che sono d&#8217;accordo nel cimentarsi con questa ipotesi, firmatari dei vari appelli circolati in queste settimane, decidano rapidamente di incontrarsi per capire quale proposta concreta avanzare e quale piano di lavoro comune è possibile approntare. L&#8217;urgenza della crisi, la natura epocale dei cambiamenti in atto richiede una capacità supplementare di iniziativa e una innovazione delle idee e delle pratiche. Vale la pena provarci.</p>
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<p><em>(SCRITTO DA SALVATORE CANNAVÒ &#8211; IL MANIFESTO | 05 GENNAIO 2012)</em></p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/percheaudit.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18541" title="percheaudit" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/percheaudit-300x155.png" alt="" width="300" height="155" /></a></p>
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<p><strong>L&#8217;audit civico del debito: come e perchè!</strong></p>
<p><em><strong>di Damien Millet, Éric Toussaint</strong></em></p>
<p><a href="http://rivoltaildebito.globalist.it/news/laudit-civico-del-debito-come-e-perch%C3%A8">http://rivoltaildebito.globalist.it/news/laudit-civico-del-debito-come-e-perch%C3%A8</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La questione del pagamento del debito costituisce sicuramente un tabu. È presentato dai capi di Stato e di governo, dalla Banca Centrale Europea (BCE), dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), dalla Commissione Europea (CE) e dalla stampa dominante come ineludibile, indiscutibile, doveroso. Cittadini/e dovrebbero rassegnarsi a pagare. L’unica discussione possibile riguarda la maniera di modulare la distribuzione dei sacrifici indispensabili per concretizzare gli strumenti di bilancio che consentano di mantenere l’impegno assunto dal paese indebitato. I governi che hanno ottenuto prestiti sono stati eletti democraticamente, per cui le azioni effettuate sono legittime. Quindi, bisogna pagare.</em></p>
<p><em>L’audit civico è uno strumento per eliminare questo tabu. Esso consente a uno strato crescente della popolazione di rendersi conto in lungo e in largo del processo di indebitamento di un paese. Consiste nell’analizzare criticamente la politica di indebitamento da parte delle autorità del paese.</em></p>
<p><strong>Le domande che vanno poste</strong></p>
<p>● Perché lo Stato è stato indotto a contrarre un debito che non cessa mai di gonfiarsi?</p>
<p>● Al servizio di quali scelte politiche e di quali interessi è stato contratto il debito?</p>
<p>● Chi se ne avvantaggia?</p>
<p>● Era possibile, o necessario, fare altre scelte?</p>
<p>● Chi presta?</p>
<p>● Chi detiene il debito?</p>
<p>● Chi presta pone delle condizioni alla concessione dei prestiti? Quali?</p>
<p>● Che compenso ricava chi presta?</p>
<p>● Come si è impegolato lo Stato nel prestito, attraverso quale decisione, presa a quale titolo?</p>
<p>● Quanti interessi sono stati pagati, a quali tassi, quale quota dell’ammontare complessivo è già stata restituita?</p>
<p>● Come hanno fatto alcuni debiti privati a diventare “pubblici”?</p>
<p>● In che condizioni si è effettuato questo o quel salvataggio bancario? Quale ne è stato il costo? Chi lo ha deciso?</p>
<p>● Bisogna indennizzare gli azionisti responsabili del disastro insieme agli amministratori che loro hanno designato?</p>
<p>● Quale quota del bilancio statale va al rimborso del capitale e quale agli interessi del debito?</p>
<p>● Come finanzia lo Stato il pagamento del debito?</p>
<p><strong>Non è necessario penetrare segreti di Stato per trovare le risposte</strong></p>
<p>Per rispondere a tutte queste domande – è la lista non finisce qui – non occorre rivelare segreti di Stato, accedere a documenti non ufficiali della Banca centrale, del ministero delle Finanze, del FMI, della BCE, della CE, delle banche, delle Camere di compensazione come Clearstream o Euroclear,<a title="" name="_ednref1" href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=699:millet-toussaint-perche-laudit&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39#_edn1"></a>[1] o contare sulle notizie confidenziali di qualcuno che lavora in uno di questi organismi. Naturalmente, tanti documenti gelosamente protetti da governi e banche dovrebbero assolutamente essere messi a disposizione del pubblico e sarebbero utilissimi per affinare l’analisi. Occorre quindi esigere di avere accesso alla documentazione indispensabile per un audit completo. Tuttavia, è perfettamente possibile procedere a un rigoroso esame dell’indebitamento pubblico a partire dalla documentazione disponibile in ambito pubblico. Sono numerose le fonti accessibili per chi voglia darsi da fare: la stampa, le relazioni della Corte dei Conti, i siti internet delle istituzioni parlamentari, della banca nazionale, dell’agenzia incaricata della gestione del debito, dell’OCSE, della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), della BCE, delle banche private, delle organizzazioni e dei collettivi che si sono lanciati nell’esame critico dell’indebitamento (<a href="http://www.cadtm.org/">www.cadtm.org</a>., <a href="http://www.attac.org/">www.attac.org</a>., ecc.). Non si deve esitare a chiedere a parlamentari di fare interrogazioni al governo o a consiglieri locali di farlo con gli enti locali.</p>
<p><strong>L’audit non è un problema da esperti</strong></p>
<p>Esercitare l’audit non è un compito riservato agli esperti. Sono ovviamente benvenuti e possono contribuire parecchio al lavoro collettivo dell’audit dei cittadini. Ma un collettivo può cominciare il lavoro senza per forza avere la copertura di specialisti. Ognuno di noi può parteciparvi e lavorare per portare alla luce del sole il processo dell’indebitamento pubblico. Nel 2011, si è messo in moto in Francia un collettivo nazionale per l’audit civico del debito pubblico (<a href="http://www.audit-citoyen.org/">www.audit-citoyen.org</a>), che raggruppa numerosi movimenti sociali e politici, e l’appello alla sua costituzione è stato sottoscritto da diverse decine di migliaia di persone. In questo quadro, si sono costituiti decine di collettivi sparsi un po’ in tutto il paese. Del resto, si può partire anche da realtà locali per partecipare all’audit dei debiti pubblici. Si può cominciare analizzando i prestiti strutturati venduti alle comunità locali da Dexia (vedi <a href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=691:belgio-banche-sanguisughe&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39">Belgio: banche sanguisughe</a>) o altre banche. C’è già un lavoro in proposito. L’associazione francese dei “Soggetti pubblici contro i titoli tossici” raccoglie una decina di collettivi locali [www.empruntstoxiques.fr]. Si possono anche cominciare a studiare le difficoltà finanziarie che hanno incontrato gli ospedali pubblici presenti sul territorio. Iniziative per audit pubblici si sviluppano anche in Grecia, in Irlanda, in Spagna, in Portogallo, in Italia e in Belgio.</p>
<p>Si possono anche affrontare altri ambiti in materia di debiti privati, In paesi come la Spagna, l’Irlanda, dove l’esplosione della bolla immobiliare ha sommerso nello sconforto centinaia di migliaia di famiglie è utile affrontare i debiti ipotecari delle coppie. Le vittime dell’operato dei prestatori possono portare la propria testimonianza e aiutare a capire il processo illegittimo dell’indebitamento che le investe.</p>
<p><strong>Un ricchissimo campo di intervento</strong></p>
<p>Il campo d’intervento di un audit del debito pubblico è infinitamente promettente e non ha nulla a che vedere con la caricatura che lo riduce a una semplice verifica di cifre effettuata da contabili di routine. Al di là del controllo finanziario, l’audit ha una funzione eminentemente politica, legata a due fondamentali esigenze della società: la trasparenza e il controllo democratico dello Stato e dei governi da parte dei cittadini.</p>
<p>Si tratta di bisogni che si riferiscono a diritti democratici assolutamente elementari, riconosciuti dal diritto internazionale, da quello interno e dalla Costituzione, ancorché permanentemente violati. Il diritto dei cittadini di verificare le azioni di coloro che li governano, di informarsi su tutto quel che riguarda la gestione, gli obiettivi e le motivazioni di queste, è insito nella democrazia stessa. Deriva dal diritto fondamentale dei cittadini di esercitare il proprio controllo sul potere e di partecipare attivamente agli affari pubblici, e quindi comuni.</p>
<p>Il fatto che i governanti si oppongano all’idea che dei cittadini osino realizzare un audit civico è rivelatore di una democrazia molto malata che, per altro verso, non cessa di bombardarci attraverso i mezzi di comunicazione di massa con la retorica sulla trasparenza. Il continuo bisogno di trasparenza per quanto riguarda le faccende pubbliche si trasforma in bisogno sociale e politico assolutamente vitale e, per ciò stesso, la trasparenza vera costituisce l’incubo peggiore per gli strati dirigenti.</p>
<p><strong>L’audit civico per il ripudio del debito illegittimo</strong></p>
<p>La realizzazione di un audit civico del debito pubblico, accompagnato, grazie alla mobilitazione popolare, dalla soppressione del rimborso del debito stesso, deve sfociare nell’annullamento/ripudio della parte illegittima dello stesso e nella drastica riduzione del debito che resta.</p>
<p>Non si tratta di sostenere gli alleggerimenti del debito decisi dai creditori. Specie perché implicano pesanti contropartite. L’annullamento, che diventa allora un ripudio ad opera del paese debitore, è un gesto sovrano unilaterale molto forte.</p>
<p>Perché lo Stato indebitato deve ridurre radicalmente il proprio debito pubblico procedendo ad annullare i debiti illegittimi? In primo luogo per motivi di equità sociale, ma anche per ragioni economiche che tutti possono capire e far proprie. Per uscire dalla crisi dall’alto, non ci si potrà limitare a rilanciare l’attività economica grazie alla domanda pubblica e a quella delle famiglie. Se ci si limita infatti a questo tipo di politica di rilancio, insieme a una riforma fiscale redistributiva, le raccolte fiscali in più verranno risucchiate dal rimborso del debito pubblico. I contributi imposti alle famiglie più ricche e alle grandi imprese private (nazionali o straniere) saranno ampiamente compensati dalla rendita che queste ricavano dalle obbligazioni di Stato di cui sono di gran lunga le principali detentrici e beneficiarie (ragion per cui non vogliono sentir parlare di un annullamento del debito). Bisogna dunque assolutamente annullare una parte molto grande del debito pubblico. La dimensione di questa parte dipenderà dal livello di coscienza della popolazione vittima del sistema del debito (su questo piano, l’audit civico svolge una funzione cruciale), dagli sviluppi della crisi economica e politica e, soprattutto, dai concreti rapporti di forza che si costruiscono nelle strade, nelle pubbliche piazze e nei luoghi di lavoro attraverso mobilitazioni presenti e future.</p>
<p>La drastica riduzione del debito pubblico è condizione indispensabile ma non sufficiente per fare uscire dalla crisi i paesi dell’Unione Europea. Sono indispensabili misure complementari: riforma fiscale redistributiva, trasferimento in ambito pubblico del settore delle finanze, ri-socializzazione di altri settori economici chiave, riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga con ripercussioni sull’occupazione, e anche una serie di altre misure<a title="" name="_ednref2" href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=699:millet-toussaint-perche-laudit&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39#_edn2"></a>[2] che consentano di invertire l’andamento attuale che ha portato il globo in un vicolo cieco esplosivo.</p>
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<p><a title="" name="_edn1" href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=699:millet-toussaint-perche-laudit&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39#_ednref1"></a>*<strong><em>Damien Millet</em></strong> è portavoce del CADTM in Francia. <strong><em>Éric Toussaint</em></strong> è dottore in scienze politiche, presidente del CADTM belga, membro della Commissione di audit integrale del debito (CAIC) dell’Ecuador e del Consiglio scientifico di Attac France. Hanno curato insieme il volume <em>La Dette ou la Vie</em>, Aden-CADTM, 2011. Di D. Millet ed É. Toussaint è appena uscito presso la Casa editrice Alegre di Roma il volume <em>Debitocrazia</em>, acquistabile presso <a href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/" target="_blank">Il megafonoquotidiano</a> con lo sconto del 15% e senza spese di spedizione.</p>
<p>[1] Clearstream ed Euroclear sono tra le principali Camere di compensazione (<em>clearing houses</em>) e tengono il registro di gran parte dei titoli del debito pubblico in mano alle banche. Una camera di compensazione è un organismo che calcola somme nette da pagare ed esegue i pagamenti. La compensazione è un meccanismo che consente a istituti finanziari di saldare l’ammontare dovuto e di ricevere gli attivi corrispondenti alle transazioni da essi effettuate sui mercati. In questo modo, gli istituti finanziari dispongono di flussi finanziari e titoli solo tramite camera di compensazione</p>
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<p><a title="" name="_edn2" href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=699:millet-toussaint-perche-laudit&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39#_ednref2"></a>[2] Si veda (nel sito del CADTM): E. Toussaint, <em>Huit propositions urgentes pour une autre Europe</em>, 4 aprile 2011.</p>
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<div><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/binitalia.gif"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18542" title="binitalia" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/binitalia-282x300.gif" alt="" width="282" height="300" /></a></div>
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<div><strong>Presa di parola sul reddito</strong></div>
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<div><strong><em>di Basic Income Network &#8211; Italia</em></strong></div>
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<p><em>Nel dibattito nazionale sulla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali un &#8220;appello&#8221; sul tema del reddito garantito</em></p>
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<p><em>Invitiamo, tutti coloro che ritengano che in questa fase sia utile ed importante sostenere il tema del reddito garantito ad inviare il proprio contributo o articolo inviando una mail ad <a href="mailto:info@bin-italia.org">info@bin-italia.org</a>con nome cognome (o nome collettivo se scritto a più mani</em></p>
<p>«Entro il mese di marzo»: questa la scadenza fornita da Mario Monti per riformare il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Nei primi giorni di gennaio 2012 sono partite le consultazioni del ministro del Welfare Elsa Fornero, che poche settimane prima si era dimostrata favorevole all&#8217;introduzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese. Visto il modo di operare fin qui svolto dall&#8217;attuale governo nel comunicare le iniziative politiche e viste le poche informazioni in circolazione al momento, non abbiamo ancora compreso cosa significhi in concreto riformare gli ammortizzatori sociali e quali siano le opzioni realmente in gioco.</p>
<p>Nel frattempo i dati diffusi da enti statistici e centri di previsione economica certificano l&#8217;aumento della disoccupazione, una precarizzazione sempre più selvaggia, l&#8217;abbassamento dei salari e il conseguente, generale, scivolamento verso il basso dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, giovani e vecchi, precari o garantiti che siano. In tutto questo, le politiche di austerity creano pressioni inedite su quelle forme di &#8220;welfare familistico&#8221; a cui per anni e fino ad ora, è stato delegato di risolvere le storture del welfare pubblico italiano e fornire una sorta di compensazione per l&#8217;assenza di una qualsivoglia misura universalistica di sostegno al reddito.</p>
<p>Per questo oggi il tema del reddito garantito diviene centrale, ineludibile, urgente. L&#8217;urgenza è data non solo dal peggioramento spaventoso della condizioni sociali, ma anche dall&#8217;emergere di una nuova aspettativa da una parte sempre più viva e larga di popolazione, che vede nel reddito garantito una concreta opportunità di garanzia e tutele. È testimonianza di ciò la straordinario risultato della legge regionale del Lazio in tema di reddito garantito, che ha portato nel 2009 all&#8217;emersione di oltre 120.000 domande di sostegno, totalmente inattese e largamente superiori alle previsioni, da parte di coloro che non arrivano a 8000 euro l&#8217;anno.</p>
<p>In questo periodo che ci porterà alla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, la parola d&#8217;ordine del reddito garantito può e deve diventare al più presto occasione di confronto per tutti i soggetti sociali che subiscono la crisi in maniera oppressiva. Far emergere la necessità del diritto al reddito significa ridare corpo e voce a quella &#8220;folla solitaria&#8221; in cerca di opportunità di lavoro e di sopravvivenza. Una folla solitaria fatta di milioni di pensionati o anziani, cassaintegrati senza più cassa, precari di prima generazione (quelli tra i 35/50 anni), di seconda generazione (tra i 20/35 anni), componenti della generazione Neet (tra i 16/25 anni), donne, famiglie con un solo stipendio, immigrati, figure operaie ormai in dismissione, lavoratori over 50 non più spendibili sul mercato, working poors diffusi anche tra il lavoro autonomo e la lista potrebbe allungarsi.</p>
<p>Sul tema del reddito si possono unire tutte le singolarità che subiscono, spesso in silenzio, nuove forme di povertà, per ricostruire una solidarietà intra-generazionale, tra chi ha perso un lavoro e non riesce a ricollocarsi, e chi, un po&#8217; più giovane, è costretto a svolgere un lavoretto precario cui non riesce a dire di no, pur di racimolare qualche soldo a fine mese. Sul tema del reddito si possono unire coloro che pensano sia necessario coltivare forme di autonomia, di autodeterminazione, di libertà di scelta, anche della vita professionale, senza per questo dover continuamente sottostare ai ricatti del lavoro purché sia. Sul tema del reddito si possono unire studenti, giovani, ai quali non piace il futuro che si offre loro perché subiscono un presente senza diritti. Sul tema del reddito possono e debbono prendere parola tutti i cittadini di questo Paese convinti che al centro delle politiche di contrasto alla crisi debba esserci una misura di distribuzione delle ricchezze.</p>
<p>Auspichiamo insomma una presa di parola capace di unire, di definire un obiettivo comune, indipendente dalla miriade di storie private ed individuali, che in verità ormai raccontano una storia unica fatta di povertà, ricatti e privazioni. Una presa di parola sul reddito garantito per tornare a guardare con fiducia al &#8220;futuro&#8221; a partire dal presente, per immaginare un orizzonte oltre la crisi, con maggiore giustizia sociale, in cui sia possibile una distribuzione delle ricchezze, in cui non sia più accettabile che alcuni percepiscano compensi superiori di oltre 500 volte quelli di un lavoratore medio. Occorre una presa di parola per dare visibilità al rischio di &#8220;default sociale&#8221; che stiamo vivendo e far si che intorno al tema del reddito garantito prendano parola i senza diritti insieme a chi i diritti rischia di perderli quotidianamente.</p>
<p>Insomma, in questa fase così strategica ci sembra necessaria una presa di parola larga, in grado di unire la frammentazione sociale, per lanciare una proposta politica concreta nel pieno del dibattito sulla riforma degli ammortizzatori sociali, affinché il tema del reddito garantito venga preso in considerazione in maniera seria, forte, concreta, urgente come nuovo diritto fondamentale per la realizzazione di vite degne.</p>
<p>Auspichiamo che a questa richiesta di presa di parola sul tema del reddito ne seguano altre di singoli cittadini e soggetti collettivi, personalità scientifiche e culturali, esponenti della politica locale e nazionale; di tutti coloro che insomma ritengano non sia più possibile rimandare un tema così importante per la coesione sociale, la libertà e dignità delle persone. Con la convinzione che questa presa di parola individuale e collettiva possa trasformare l&#8217;attuale frammentazione, solitudine e disagio sociale, in una massa critica verso l&#8217;obiettivo comune del reddito garantito.<br />
Basic Income Network &#8211; Italia<br />
(<a href="http://www.bin-italia.org/">http://www.bin-italia.org</a>)</p>
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		<title>Come ti costruisco il debito pubblico e come lo legittimo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 18:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro/nonLavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<description><![CDATA[Una rassegna di articoli che analizzano la crisi economica che stiamo attraversando, i postulati del governo delle banche, le spese militari impriscindibili e due letture per una risposta dal basso alla dittatura del debito di Guido Viale e Christian Marrazzi.
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I postulati di Monti
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di Danilo Corradi e Marco Bertorello
14/1/12
da http://ilmegafonoquotidiano.it
Il pensiero economico mainstream antecedente la crisi vantava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una rassegna di articoli che analizzano la crisi economica che stiamo attraversando, i postulati del governo delle banche, le spese militari impriscindibili e due letture per una risposta dal basso alla dittatura del debito di Guido Viale e Christian Marrazzi.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/monti2_0.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18521" title="monti2_0" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/monti2_0-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>I postulati di Monti</em></strong></p>
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<p><strong><em>di Danilo Corradi e Marco Bertorello</em></strong></p>
<p><strong><em>14/1/12</em></strong></p>
<p><strong><em>da <a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/">http://ilmegafonoquotidiano.it</a></em></strong></p>
<p>Il pensiero economico mainstream antecedente la crisi vantava una comprensione dei processi dalla precisione pressoché matematica. L&#8217;ambizione al superamento del carattere ciclico dell&#8217;economia era giustificata dall&#8217;affermarsi di sofisticati strumenti di calcolo che consentivano la realizzazione di investimenti sempre più in equilibrio. La finanza risolveva matematicamente i problemi del ciclo. Oggi in Italia sembra l&#8217;inverso.</p>
<p>Dall&#8217;approccio scientista e lineare si è passati all&#8217;opposto: al terreno dell&#8217;inspiegabile, all&#8217;assenza di nessi tra azione e reazione, tra problemi e provvedimenti. D&#8217;altronde non potrebbe essere diversamente per riuscire a dare spiegazione dell&#8217;attuale crisi e dell&#8217;assenza di prospettive credibili per uscirvi. Il dibattito sui rimedi ai mali italici appare esemplare. Il governo Monti, dopo aver operato in una prima fase di emergenza della finanza pubblica attraverso presunti indiscutibili provvedimenti che mettessero &#8220;i conti in salvo&#8221;, ora deve passare alla fase due del programma di salvezza nazionale. Come da tempo ci viene spiegato, il rigore di bilancio da solo non può risolvere il buco nei conti pubblici e le difficoltà che l&#8217;Italia sta attraversando. Ai sacrifici si deve aggiungere il volano della crescita. Un totem di cui si fa fatica a comprendere il profilo. La crisi sistemica e di ordine perlomeno continentale suggerirebbe soluzioni di ampio respiro, europee per l&#8217;appunto, ma per il momento nulla appare all&#8217;orizzonte se non proposte sempre di ordine politico-finanziario. Un nuovo ruolo alla Bce, fondo salva Stati, pareggio di bilancio, ecc&#8230; Sul versante della crescita nessuno sembra avanzare idee forti capaci di guidare il vecchio continente fuori dalla crisi, ma solo proposte in scala minore e dal carattere incomprensibilmente salvifico. In Italia, per il momento, sembrerebbe che l&#8217;impegno profuso sia tutto concentrato su due binari: riforma del mercato del lavoro e liberalizzazioni.</p>
<p>Per quanto attiene la prima i risultati della progressiva flessibilizzazione del lavoro sono sotto gli occhi di tutti. Il tentativo di far aderire domanda e offerta di lavoro al pari di una qualsiasi merce viene da lontano. Le prime sperimentazioni nacquero a partire dalla fine degli anni Settanta, addirittura nel settore pubblico, con i contratti a termine nella scuola. Da lì vi fu una progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro che ha avuto i momenti di maggior sistematizzazione sul piano legislativo con il pacchetto Treu nel 1997 e con la legge 30 nel 2003. Solo le classi dirigenti non vedono come ormai non solo siano state semplificate l&#8217;entrata e l&#8217;uscita dal mondo del lavoro, ma, fattore più concreto ancora, come siano state destrutturate le relazioni tra impresa e lavoro. La flessibilizzazione mostra i suoi effetti sia sul piano formale quanto soprattutto su quello dei rapporti di forza. Il lavoro è stato reso più debole nel suo complesso, grazie al fiato sul collo tenutogli attraverso la precarizzazione, il suo potere è stato ridimensionato, fino a rendere pressoché impercettibile la vecchia discriminante tra garantiti e non. La definitiva messa al bando del contratto nazionale e l&#8217;individualizzazione dei rapporti giuridici di lavoro coniugati con un welfare straccione per i woorking poors e gli esclusi, vuoi perché troppo giovani oppure vecchi, rappresentano gli ultimi tasselli di una trasformazione degli assetti socio-economici che il mercato ha perseguito pervicacemente nel tempo. Risultato: negli ultimi trent&#8217;anni ridimensionamento della quota salari sul Pil rispetto a profitti e rendite, minore e più instabile occupazione, in definitiva una vita molto più precaria.</p>
<p>I processi di liberalizzazione sono un poco più recenti e forse meno evidenti nei loro effetti. Anche se il referendum dello scorso anno suggerisce che anch&#8217;essi siano stati compresi adeguatamente nella società. Una recente ricerca della CGIA di Mestre (liberalizzazioni? No grazie) ha analizzato gli andamenti dei prezzi nei servizi erogati in undici settori aperti alla concorrenza negli ultimi vent&#8217;anni. Si va dall&#8217;aumento delle tariffe nel settore delle assicurazioni (184,1% dal 1994) a quello dei servizi bancari (109,2% dal 1994), dai treni (53.2% dal 2000) a quello delle autostrade (50,6% dal 1999), passando per gas (33.5 dal 2003) e trasporti urbani (7.9 dal 2009) ecc&#8230; Gli unici settori che hanno visto una effettiva riduzione delle tariffe sono quello della telefonia e dei prodotti farmaceutici. Persino l&#8217;andamento dei prezzi dei voli aerei, nonostante l&#8217;avvento dei low cost, risulta complessivamente aumentato (48.9% dal 1997).</p>
<p>Come da questi dati si possa avanzare la teoria che le liberalizzazioni di taxi, edicole, e altre più o meno presunte caste (intendiamoci: che notai e avvocati lo siano non c&#8217;è alcun dubbio!) possa consentire una crescita del Pil di 1 o 2 punti su base annua è un mistero. Che la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali possa contribuire a fronteggiare la crisi (quasi a dire che i soldi li abbiamo, ma è il tempo per spenderli che manca) è un altro mistero. La fase due del governo Monti sembra incentrata su postulati euclidei, cioè quelle poche regole che in geometria vanno studiate a memoria e dove non vale il ragionamento per giungervi. Così continuiamo a vedere somministrate dosi crescenti del medesimo farmaco che in questi anni non ci ha curato, sarà il caso di cambiare farmaco e magari anche medico.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/biani.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18520" title="biani" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/biani-300x264.jpg" alt="" width="300" height="264" /></a></p>
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<p><em><strong>Il debito e le spese militari</strong></em></p>
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<p><em><strong>da Guerra &amp; Pace del 06/01/12</strong></em></p>
<p><em><strong>di Alberto Stefanelli e Piero Maestri</strong></em></p>
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<p>In queste ultime settimane tra i tanti articoli sulla crisi economica, sulla manovre e i provvedimenti governativi, sulla necessità di cospicui tagli al bilancio dello Stato – si è affacciato un inizio di dibattito sul peso delle spese militari sullo stesso bilancio pubblico e sulla possibilità di riduzioni del bilancio della difesa, con particolare riferimento al programma di acquisto di 131 caccia F35 Strike fighter (spesa prevista intorno ai 15 miliardi di Euro).</p>
<p>Di questo ne siamo ben lieti: da quando abbiamo fondato la rivista <a href="http://www.guerrepace.org/">Guerre&amp;Pace</a> nel “lontano” 1992, non è passato anno senza articoli, analisi, proposte sui temi delle spese militari e nette prese di posizione per un loro drastico taglio.</p>
<p>Purtroppo non ci pare sia davvero un dibattito serio, perché non sembra affrontare le questioni fondamentali e politicamente più rilevanti riguardo il bilancio militare: a cosa servono queste spese, il loro legame con i debito pubblico e l’intreccio tra imprese, banche e forze armate (in fondo si tratta ancora del “complesso militare-industriale” – ora più finanziario – di cui parlava il presidente Eisenhower).</p>
<p>Intendiamoci: quando le spese militari e il bilancio della difesa verranno tagliati, qualsiasi sia il motivo e l’entità, saremo comunque favorevoli. Non ci convince però – anzi ci preoccupa – che questo terreno venga affrontato da due punti di vista per noi insufficienti o addirittura fuorvianti: da una parte la polemica sulla “casta militare”, indubbiamente esistente – ma che rischia di mettere in secondo piano le più preoccupanti responsabilità politiche e di banche e imprese (con Finmeccanica in primo piano); dall’altra il rischio di assecondare la tendenza alla “razionalizzazione” delle spese militari, per avere comunque forze armate più efficienti. E qui sta la questione di fondo: efficienti per fare cosa? Le forze armate italiane sono state costruite negli ultimi 20 anni per fare la guerra – ed è quello che fanno le missioni internazionali (dall’Afghanistan alla Libia), dentro il quadro di un’Alleanza atlantica che ha assunto via via il ruolo di regolatore dell’ordine mondiale e di poliziotto che si auto-autorizza a applicare sanzioni a chi viola le sue regole.</p>
<p>L’esempio più lampante di queste tendenze è fornito dall’articolo di Repubblica intitolato “Monta la protesta contro i caccia F35: ‘<a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/01/02/news/programma_acquisto-27509860/?ref=HRER2-1">Costano troppo, il governo non li compri’</a>” .</p>
<p>Nessun ripensamento sul ruolo di quei cacciabombardieri o di altri sistemi d&#8217;arma (perché gli Eurofighter è bene che li compriamo? Il programma di questi ultimi è più costoso, tra l’altro&#8230; e della seconda portaerei, la Cavour, davvero non possiamo farne senza?), ma solo l’idea di qualche “aggiustamento”. E il meglio di sé lo da la senatrice del PD Roberta Pinotti, già presidente della Commissione Difesa della Camera tra il 2006 e il 2008, che dichiara: &#8220;Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l&#8217;acquisto a 40-50&#8221;, in buona compagnia con il dipartimento esteri dei democratici che “suggerisce a Monti una fase di &#8220;sospensione&#8221; e &#8220;ripensamento&#8221;”&#8230;.</p>
<p>Ora, la sen. Pinotti, da sempre favorevole a tutte le guerre dell’Italia e quindi corresponsabile dei loro crimini, e sostenitrice degli aumenti delle spese militari (anche come supporto finanziario alle imprese come Finmeccanica) dovrebbe ricordarsi che la firma in fondo al «memorandum» del 2007 dell’accordo con gli Usa per gli F35 è quella del suo compagno di partito on. Forceri, uomo di Finmeccanica e già sottosegretario del governo Prodi (il governo che maggiormente aumentò le spese militari&#8230;) e che pensare di comprare 40/50 aerei inutili e dannosi non è una riduzione del danno, ma una sonora presa per i fondelli.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>I DATI DELLE SPESE BELLICHE</strong></p>
<p>Per discutere l’argomento è prima di tutto capire di quali cifre stiamo parlando.</p>
<p>Secondo gli ultimi dati disponibili del <a href="http://www.sipri.org/">Sipri</a>, uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali sulle armi, l’Italia ha speso nel 2010 circa 26,6 miliardi per la difesa militare – a fronte dei 20,3 miliardi dichiarati dal ministero della difesa &#8211; posizionandosi ancora una volta al decimo posto nella classifica dei paesi che maggiormente spendono per i loro eserciti. Ma non si tratta di un’eccezione; sempre leggendo i dati <a href="http://www.sipri.org/">Sipri</a> l&#8217;Italia del nuovo millennio ha speso in media ogni anno circa 25 miliardi di euro per le spese militari. Molti di più di quanto dichiarato ufficialmente.</p>
<p>Per il 2012 il bilancio della Difesa è pari (con l&#8217;approvazione del bilancio dello Stato il 12/11/2011) a 19.962 milioni di euro suddivisi in 14,1 miliardi per esercito, marina e aeronautica e 5,8 miliardi per i Carabinieri. A questi numeri va aggiunto che nello stato di previsione del ministero dell&#8217;Economia è presente il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato con 700 milioni di euro dalla Legge di stabilità, raddoppiati poi dalla manovra Monti. Lo stato di previsione del ministero dello Sviluppo Economico comprende poi 1.538,6 milioni di euro per interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro per lo sviluppo e l&#8217;acquisizione delle unità navali della classe Fremm. La Legge di Stabilità proroga al 31 dicembre 2012 l&#8217;utilizzo di personale delle Forze armate per le operazioni di controllo del territorio per una spesa complessiva di 72,8 milioni di euro.</p>
<p>Si arriva così a una spesa complessiva &#8211; verificata &#8211; di oltre 23 miliardi di euro, <a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/ilmanifestosbil.html">come riportato da il manifesto</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>UN BILANCIO PER LE GUERRE</strong></p>
<p>Ma a cosa servono queste spese? Lo ripetiamo, questo è l’argomento centrale.</p>
<p>Non si tratta solo dell’inutile aereo F35, un aereo da attacco dalle caratteristiche tecniche tali che lo rendono adatto ad una guerra contro altre superpotenze militari; questi soldi vengono bruciati anche per mantenere un carrozzone di 180.000 uomini (e donne) in cui, come rileva il rapporto di Sbilanciamoci 2012, i graduati (in aumento) sono più della truppa (in diminuzione) e i generali sono in proporzione più di quelli statunitensi. Una struttura con molti marescialli in soprannumero e magari inadatti, anagraficamente, alle nuove necessità operative.</p>
<p>La questione va molto oltre.</p>
<p>L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza Atlantica piazza l’Italia al 5° posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni di euro, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno Unito, Germania e Francia.</p>
<p>Per adeguarsi ai requisiti della Nato l’Italia ha dato vita già da tempo ad un ampio programma di riarmo, attualmente in atto, che si traduce nell’acquisto di 121 caccia Eurofighter per un costo totale di 18 miliardi di euro, 6 miliardi per elicotteri da attacco e da trasporto, più di 7 miliardi per 12 fregate, 1,4 miliardi per la nuova portaerei, 1,9 miliaardi per 4 sommergibili, 1,5 miliardi per 249 blindati. Più ovviamente obici, siluri, missili, radar e tutto quanto serve per operare in guerra fuori dal territorio nazionale.</p>
<p>Mezzi che non sono solo risorse sprecate ma che fanno danni quando vengono impiegati per le guerre della Nato. Se negli ultimi anni le truppe impegnate all’estero si aggiravano tra gli 8000/8500 uomini, più della metà sono stati impegnati in missioni Nato (l’Italia è il 4° paese per contributi alle operazioni a guida Nato).</p>
<p>Tra queste non ultimo l’Afghanistan, dove l’Italia è presente con circa 4.000 soldati (3.918 a inizio settembre) con armamenti e attrezzature al seguito, che sono costati nel 2011 più di 800 milioni di euro, che porta il totale per i dieci anni di permanenza al seguito dell’alleato statunitense a circa 3,5 miliardi di euro (mentre il totale dei fondi destinati alle missioni militari nazionali dal 2001 si aggira sui 13 miliardi di euro).</p>
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<p><strong>L’ITALIA NELLA DIVISIONE DEL LAVORO BELLICO</strong></p>
<p>In questo ambito l’Italia si occupa anche di quella che, nella divisione internazionale del lavoro militare all’interno della Nato, viene riconosciuta come un’eccellenza italiana, cioè la gestione dell’ordine pubblico attraverso le forze di polizia ad ordinamento militare. Questo attraverso due “centri” collocati a Vicenza e gestiti dall’Arma di Carabinieri: il Comando della Gendarmeria Europea, una forza di pronto intervento formata da diverse polizie militari europee pronta ad intervenire in missioni di “pace” a supporto degli eserciti nelle fasi di occupazione dopo la guerra. E il CoESPU, una scuola di polizia per forze armate del terzo mondo dove viene formato personale per le varie missioni di pace. Non per niente i carabinieri protagonisti di Genova 2001 venivano dalle guerre della Somalia e del Kossovo e oggi gli Alpini passano direttamente dall’Afghanistan alla Val di Susa</p>
<p>Soprattutto di questo dovremo discutere quando parliamo di spesa militare. In questo quadro crediamo sia quindi indispensabile chiedere una riduzione delle spese militari non solo e non principalmente in funzione di eliminare sprechi, spese inutili, o privilegi di casta. Questo è certo necessario ma non sufficiente a definire una diversa politica della difesa improntata alla pace e non più alla guerra.</p>
<p>Già nei precedenti governi di centrosinistra e centrodestra che hanno preceduto l’attuale era ben presente l’insostenibilità economica dell’apparato militare. Pur senza arrivare a nulla di fatto e senza avviare una discussione pubblica, questi governi hanno cercato di operare per arrivare a “forze armate ancora più efficaci e adeguate ai nuovi compiti, razionalizzando i costi, adeguando le risorse e ammodernando la concezione stessa di Forze Armate”, come ha affermato La Russa nell’aprile 2009; o come si era espresso prima di lui il sottosegretario alla difesa Forcieri nel settembre 2006 arrivando a delineare uno strumento militare con meno marescialli e con più strumenti per le missioni militari.</p>
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<p><strong>IL DEBITO PUBBLICO E LE SPESE MILITARI</strong></p>
<p>L&#8217;enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste &#8211; come gli articoli pubblicati sul sito <a href="http://www.rivoltaildebito.org/">www.rivoltaildebito.org</a> hanno già più volte mostrato.</p>
<p>Per l&#8217;argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l&#8217;aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell&#8217;uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall&#8217;altra il sostegno pubblico all&#8217;industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.</p>
<p>Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l&#8217;anno).</p>
<p>L&#8217;Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con undebito pubblico di oltre 1900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato &#8211; che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.</p>
<p>E&#8217; chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.</p>
<p>L&#8217;altro elemento è quello del sostegno pubblico mascherato all&#8217;industria bellica. L&#8217;industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche, e anche se in questi ultimi 20 anni si sono susseguiti accordi internazionali, acquisizioni, joint-venturs, una società come Finmeccanica non potrebbe sviluppare il settore militare senza forti commesse pubbliche e senza un sostegno diretto e indiretto alle proprie produzioni.</p>
<p>Questo è quanto avvenuto, nello stesso periodo in cui entra in crisi la produzione civile di Fincantieri e la stessa Finmeccanica è in procinto di dismettere completamente la produzione di treni (vedi l&#8217;articolo di Marco Panaro (<a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/panaro.html">Meno treni e più armi. La death economy di Finmeccanica</a>).</p>
<p>Il sostegno a questa impresa a capitale prevalentemente pubblico si è intrecciata nel nostro paese alle politiche di dismissioni industriali, agli scandali legati alla «cricca-economy» e in generale al legame tra politiche neoliberiste e guerre.</p>
<p>Un legame che viene messo in luce persino da un uomo come Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria e autore del libro «Banchieri, politici e militari» (Ed. Laterza), che in un convegno a Trento ha affermato: «Non si può comprendere la crisi del petrolio del 1974 senza la guerra del Vietnam e le tensioni in Medio Oriente. Analogamente la bolla finanziaria del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Il debito infatti si ingigantisce, e come nell&#8217;Antica Roma, chi è debitore è schiavo: in questo caso noi siamo schiavi dei mercati finanziari (le misure della BCE per esempio) che ci dicono come comportarci e quali correttivi introdurre, perdendo così la nostra sovranità».</p>
<p>Su questi legami crisi-guerre-spese belliche-debito vogliamo tornarci prossimamente.</p>
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<p><strong>UN ALTRO MODELLO PER LA “DIFESA”</strong></p>
<p>Arriviamo allora al punto che più ci interessa. Le spese militari italiane (ed europee) vanno drasticamente ridotte come conseguenza di una scelta politica precisa: non vogliamo più un modello di “difesa” pensato e strutturato per fare la guerra. Sia che si tratti di quello attuale con sprechi, privilegi e spese inutili; sia che si tratti di quello più “efficace” nel fare le guerre che vorrebbero il ministro Di Paola o il gen. Roberta Pinotti (e La Russa, prima di lei).</p>
<p>Non vogliamo più la partecipazione italiana alle guerre illegittime e alle missioni militari della Nato; vogliamo che l’Italia esca dalla Nato e questa “obsoleta” alleanza militare venga sciolta – o comunque che l’Europa scelga una postura internazionale pacifica e di cooperazione e co-sviluppo con il Mediterraneo, l’Asia, l’America latina e l’Africa.</p>
<p>È sulla base di queste scelte politiche che affrontiamo il nodo del taglio alle spese militari.</p>
<p>Non per arrivare a forze armate più pronte ed efficenti nel partecipare alle guerre della Nato, ma per un diverso modello di difesa.</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto che con l’equivalente di 15 giorni di guerra Emergency ha realizzato in Afghanistan tre centri chirurgici, 28 ambulatori e un centro di maternità e che l’intero programma di Emergency in Afghanistan si mantiene con l’equivalente di due giorni di presenza militare italiana.</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto, come ci ricordano i dati della campagna Sbilanciamoci, che con la stessa somma impiegata in dieci anni di missioni militari si potrebbero costruire, ad esempio, 3.000 nuovi asili nido che servirebbero un’utenza di 90.000 bambini, creando 20.000 posti di lavoro; inoltre installare 10 milioni di pannelli solari per 300.000 famiglie con la relativa creazione di 80.000 posti di lavoro e infine, sempre con la stessa cifra, mettere in sicurezza 1.000 scuole di cui beneficerebbero 380.000 studenti creando così altri 15.000 posti di lavoro</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto del peso delle armi sullo sviluppo economico nazionale, come ci ricorda la <a href="http://costsofwar.org/">ricerca della Brown University</a> (Usa) che mostra come per ogni milione di dollari investito nel settore armi si creano 8 posti di lavoro, gli stessi posti che si otterrebbero con lo stesso investimento in programmi di sviluppo legati all’energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse). Che però diventerebbero 14 con lo stesso investimento nell’assistenza sanitaria, nel trasporto pubblico o nelle ferrovie; e che sarebbero 15 se l’investimento avvenisse nel sistema educativo pubblico e soltanto 12 se investito nella climatizzazione delle abitazioni.</p>
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<p>Si può naturalmente partire dalla cancellazione dei programmi più scopertamente vergognosi e scandalosi – come quello che riguarda gli F35 – come, appunto, punto di partenza di una consapevolezza di una necessaria riconversione delle politiche e del sistema militare-industriale – non come strumento di razionalizzazione delle spese stesse, cercando pure il consenso in tempi di crisi e di ristrettezze di bilancio.</p>
<p>Tra l&#8217;altro, come hanno <a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/f35vignarca.html">dimostrato più volte</a> la rivista «Alteconomia» e il suo redattore Francesco Vignarca, non è prevista alcuna penale per l&#8217;uscita da quel programma &#8211; e gli stessi Usa stanno profondamente rivedendolo.</p>
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<p><strong>NON PAGARE IL DEBITO, TAGLIARE LE SPESE MILITARI</strong></p>
<p>In questo senso l’approccio è analogo a quello della campagna “Rivolta il debito”: il problema non è più principalmente “chi deve pagare il debito”, ma la consapevolezza che il debito pubblico che si è formato in Italia (come nel resto d&#8217;Europa) è in gran parte illegittimo e per questo non deve essere pagato affatto.</p>
<p>Lo stesso vale per il bilancio della difesa: va drasticamente tagliato perché si può e si deve fare a meno dello strumento delle forze armate come concepito dal “pensiero unico della difesa” che ha visto sempre concordi le forze politiche da An al Pd (con brutti scivoloni anche di Prc e dintorni&#8230;).</p>
<p>E una parte del debito pubblico si è formato anche per permettere di tenere alte le spese della difesa, come chiedevano la Nato e gli Usa: interessante al proposito uno studio del 1999 del Government Accountabilty Office del Congresso statunitense (<a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/gao.html">Nato: implications of European Integration for Allies’defense spending</a>) che sosteneva: «Essendo le spese per la difesa una porzione relativamente piccola del bilancio dello stato, dovrebbero essere facilmente protette dai tagli. Comunque, anche se il sostegno per i tagli alla difesa è minimo, potrebbe diventare un obiettivo attrattivo: la pressione per ulteriori aumenti per le pensioni e la sanità dovute all&#8217;invecchiamento della popolazione metteranno a rischi i bilanci futuri in molti paesi europei. Una forte crescita economica è chiaramente la chiave per fornire ai governi la flessibilità necessaria a equilibrare bisogni e risorse». La storia di questi anni ci racconta come è andata: la crescita è stata debole, la spese per pensioni e sanità è diminuita e le spese militari sono aumentate &#8211; per la gioia dei nostri «alleati» statunitensi &#8211; e intanto aumentava il debito pubblico.</p>
<p>La campagna contro il pagamento del debito e quella contro le spese militari sono profondamente connesse; per questo una parte dell’audit dei cittadini sul debito pubblico dovrà riguardare le spese militari come forma specifica di illegittimità della destinazione dei fondi con cui si è formato il debito pubblico.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/dollar-roll1-equalmoney1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18519" title="dollar-roll1-equalmoney1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/dollar-roll1-equalmoney1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
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<p><strong><em>La nostra spending review</em></strong></p>
<p><strong><em>(FONTE: GUIDO VIALE &#8211; IL MANIFESTO | 28 DICEMBRE 2011 )</em></strong></p>
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<p>Il costo del debito pubblico italiano non è sostenibile: 85 miliardi all&#8217;anno di interessi su 1.900 miliardi di debito complessivo, che l&#8217;anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100; a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all&#8217;anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell&#8217;eurozona al 60 per cento dei Pil. Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce n&#8217;è un&#8217;altra &#8220;nascosta&#8221;, che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il Tav (treno ad alta velocità) è l&#8217;esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica &#8211; finora, ma non è finita qui, e Passera ci si è messo di impegno &#8211; un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20 mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di &#8220;finanze di progetto&#8221;, i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità. Colpa della Politica? Certamente. Ma soprattutto colpa delle privatizzazioni, che non sono un&#8217;alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come beni comuni..</p>
<p>Finora gli interessi sul debito pubblico italiano sono stati pagati ogni anno, in tutto o in parte, con nuovo debito (che infatti è in larga parte il prodotto non di veri investimenti, mai fatti, ma di interessi accumulati nel corso del tempo). Ma con il pareggio di bilancio in Costituzione, quegli 85-100 e poi 130-150 miliardi all&#8217;anno, dovranno essere ricavati interamente da un taglio ulteriore della spesa pubblica o da maggiori entrate fiscali.</p>
<p>Finché il sistema finanziario globale è stato stabile, il debito italiano (ora al 120 per cento del Pil) non creava problemi: era una cuccagna sia per coloro che incassavano gli interessi, sia, soprattutto, per l&#8217;evasione fiscale (120 miliardi di euro all&#8217;anno!) e la corruzione (altri 60 miliardi; altro che le pensioni troppo generose!). Quei costi e quegli ammanchi venivano infatti coperti dallo Stato, indebitandosi. Ma da quando il sistema finanziario è diventato turbolento (e nei prossimi anni lo sarà sempre di più) fare fronte a quel debito è sempre più difficile e costoso; e prima o dopo la corda si spezza. È un pò quello che è successo con i mutui subprime; per anni hanno reso bene a chi li concedeva, a chi li rivendeva impacchettati a milioni nei cosiddetti Cdo, e a chi li ricomprava, ripartendo il rischio &#8211; come sostiene la teoria economica &#8211; su tutto il pianeta: in particolare, per quello che riguarda l&#8217;Europa, tra le banche inglesi, francesi e tedesche, che ne sono ancora oggi piene. Ma un debito non può crescere e accumularsi all&#8217;infinito; prima o dopo arriva la resa dei conti. Con i mutui subprime la si è in parte attutita e in parte nascosta finanziando a man bassa, con migliaia di miliardi di denaro pubblico, le banche che li detengono perché non fallissero. Con i debiti pubblici dei paesi dell&#8217;Europa mediterranea la Bce di Draghi ha deciso di fare la stessa cosa: finanzia le banche a tassi scontati perché riacquistino i debiti pubblici in scadenza, a tassi cinque-sette volte maggiori. E le banche lucrano la differenza. Ma è un gioco che non può durare in eterno; nemmeno se, per miracolo, la Bce fosse autorizzata a comprare quei titoli direttamente (&#8220;stampando&#8221; &#8211; come si dice, ma le cose non stanno proprio così &#8211; moneta).<strong> Che cosa c&#8217;è, allora, alla stazione di arrivo di questo binario?</strong> O la &#8220;crescita&#8221; o il default.<br />
Ecco perché politici ed economisti (e gli economisti-politici) si sbracciano a snocciolare ricette inconsistenti e persino ridicole per la &#8220;crescita&#8221;. Ma quale crescita? Con il pareggio di bilancio &#8211; e in un contesto in cui gli interessi sul debito non vanno a sostenere la domanda, ma volano a gonfiare la bolla finanziaria &#8211; per tornare a crescere il Pil italiano dovrebbe aumentare a un tasso superiore all&#8217;incidenza del servizio del debito (interessi più ratei di rimborso). Ritmi cinesi (e di una Cina che non c&#8217;è più) se lo spread resta ai livelli attuali; ma anche, a partire dal 2015, se tornasse a livelli giudicati &#8220;normali&#8221;. Ma niente di questo è in vista: invece di crescere, l&#8217;Italia è già in recessione; l&#8217;Europa sta per entrarci; le economie emergenti non &#8220;tirano&#8221; più e il mondo intero sta correndo incontro a un disastro ambientale irreversibile. <strong>Per questo il default non è fantascienza ma, ahimé, una prospettiva sempre più probabile; non ci siamo abituati, ma non sarebbe né il primo né l&#8217;ultimo della storia.</strong><br />
Meglio dunque prepararsi. E prepararsi vuol dire negoziare a livello europeo una ristrutturazione del debito (di molti paesi; e di molte banche; anche di quelle dei paesi più forti). E per ristrutturare i debiti bisogna sapere come si sono formati, chi li detiene, e come isolare le conseguenze più negative di un loro congelamento, di una loro riduzione (il cosiddetto haircut: taglio di capelli) o di un loro annullamento selettivo (larga parte del debito italiano è classificabile come &#8220;odioso&#8221; o &#8220;illegittimo&#8221;) a seconda delle categorie coinvolte. <strong>È l&#8217;audit del debito: un programma di indagine che dovrebbe vederci impegnati per i prossimi mesi e forse anni; ma con cui è possibile costruire in forme condivise una piattaforma alternativa di governo dell&#8217;economia.</strong> In altri paesi &#8211; in Europa, Grecia, Irlanda, Spagna; e in altri in America Latina &#8211; questo lavoro è già in corso. Da noi potrebbe assumere dimensioni più vaste e profonde. Non si tratta infatti soltanto di coinvolgere un gruppo di economisti &#8211; il più vasto possibile &#8211; disposti a impegnarsi in questo esercizio; di <strong>rivendicare l&#8217;accesso a documenti mai resi pubblici; e di diffondere i risultati della ricerca con una grande campagna di informazione</strong>. Per essere esauriente, l&#8217;audit dovrebbe ricostruirne non solo il passato &#8211; come si è formato il debito &#8211; ma scavare nel presente e, per i motivi spiegati prima, anche nel suo futuro. Cioè, <strong>portare alla luce come viene gestita la spesa pubblica nella sua dimensione operativa</strong>.<br />
Per condurre un audit in questo modo bisognerebbe costituire in ogni città e in ogni ente un nucleo di persone disposte e interessate a rendere pubblico &#8211; senza violare per ora alcun obbligo di riservatezza &#8211; il modo in cui concretamente si formano le decisioni relative all&#8217;erogazione della spesa in cui il loro ufficio o il loro servizio è coinvolto; e di includere in questa disamina una rappresentanza dei cosiddetti stakeholder: gli utenti, siano essi pazienti, fruitori, soggetti di registrazione o controlli, o contribuenti; le imprese che accedono a qualche servizio o che ne sono fornitori; le altre branche, correlate, della pubblica amministrazione.<br />
Chiunque abbia lavorato in o a contatto con organismi pubblici sa che tra le leggi che disciplinano una materia e la loro applicazione operativa c&#8217;è un&#8217;infinità di passaggi, alcuni normati in forma di regolamento, altri gestiti in modo discrezionale, alcuni del tutto inutili o facilmente semplificabili, e molti sottoposti ai condizionamenti sia di lobby legali che di attività illecite. In più, chiunque abbia lavorato in questo contesto sa che in certi ambiti una parte del personale è veramente superflua, perché l&#8217;organico risponde esclusivamente a una logica di potere della gerarchia; mentre in altri è decisamente insufficiente o insufficientemente qualificata; e che anche la mobilità interna potrebbe essere gestita molto meglio, e in modo non vessatorio, con il coinvolgimento non episodico e non condizionato sia di chi il lavoro lo svolge tutti i giorni che di chi ne fruisce o concorre al suo risultato come fornitore o utente. Si tratta di portare tutto questo alla luce, connettendolo, mano a mano che l&#8217;analisi procede, al contesto della elaborazione macro sul debito sviluppata dagli economisti. Una riforma democratica della spesa pubblica e del debito non può prescindere da un&#8217;operazione del genere. <strong>Ma non può prescinderne nemmeno una vera riforma della pubblica amministrazione fondata sui principi della partecipazione</strong>. Quella spending review che Brunetta ha varato interpretandola come licenza di bastonare sadicamente i lavoratori e Tremonti come programma di &#8220;tagli lineari&#8221; a cui sottoporre in modo indiscriminato e devastante tanto gli organici della pubblica amministrazione quanto la dotazione di risorse gestita da ogni servizio, i lavoratori del pubblico impiego la potrebbero prendere nelle loro mani. Per farne la base tanto di una piattaforma rivendicativa per una riorganizzazione dal basso del loro lavoro, quanto di una informazione dirompente del modo in cui si forma giorno per giorno la spesa e giorno per giorno si accumula il debito. È una proposta irrealizzabile o è il complemento irrinunciabile di un programma di conversione ecologica?</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-tir.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-18530" title="blocco tir" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-tir.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
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<p><strong><em>Un orrizonte sovranazionale per rompere la trappola del debito </em></strong></p>
<p>di Christian Marrazzi</p>
<p>da IlManifesto 15/12/11<br />
<a href="http:// http://rivoltaildebito.globalist.it/news/un-orizzonte-sovranazionale-rompere-la-trappola-del-debito">http://rivoltaildebito.globalist.it/news/un-orizzonte-sovranazionale-rompere-la-trappola-del-debito </a></p>
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<h1>Le politiche di austerity tendono a occultare la natura violenta del rapporto tra capitale e lavoro.</h1>
<p>Debiti illegittimi e diritto all&#8217;insolvenza di François Chesnais è un saggio sulla «geometrica potenza» dei mercati finanziari, un manuale prezioso, rigoroso e molto documentato, per i movimenti di resistenza contro gli effetti devastanti della finanziarizzazione che da trent&#8217;anni domina il pianeta, distruggendo l&#8217;esistenza di milioni di persone, l&#8217;ambiente e la democrazia. L&#8217;analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del modello fordista e del sistema monetario di Bretton Woods fino alla crisi dei debiti pubblici e della sovranità politica di oggi, ha al suo centro la divaricazione tra profitti e condizioni di vita, di reddito e di occupazione, che da tempo è all&#8217;origine della produzione di rendite finanziarie, del «divenire rendita dei profitti», quel processo che dalla crisi dei subprime del 2007 alla crisi dell&#8217;euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a a salvare il potere dei mercati finanziari. Una crisi la cui funzione è esplicitata in un documento del Fmi del 2010: «le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno falllito», una vera e propria strategia da shock economy, come Naomi Klein ci ha ben spiegato.<br />
Ma il libro di Chenais è anche un programma per la costruzione di un movimento sociale europeo, un movimento che deve porsi la questione della lotta contro i «debiti illegittimi», odiosa conseguenza delle politiche di sgravi fiscali degli ultimi vent&#8217;anni, dei piani di salvataggio del sistema bancario e della speculazione finanziaria sui debiti pubblici che sta aggravando pesantemente il servizio sui debiti, ossia gli interessi che gli stati devono pagare sui buoni del tesoro. Il «governo attraverso il debito», dove il debito è il riflesso speculare della polarizzazione della ricchezza e delle misure per ammortizzare il crollo bancario e finanziario, non è accettabile e va rifiutato: onorarlo significa rinunciare ai diritti sociali, schiacciare i redditi e lacerare quel che resta dei beni comuni e delle spese collettive indispensabili per tenere assieme la società. Come ha scritto Cédric Durant, riassumendo la proposta di Chesnais, «ciò significa interrompere i rimborsi &#8211; una moratoria &#8211; e stabilire chiaramente chi sono i creditori &#8211; attraverso un audit &#8211; al fine di stabilire la parte di debito che può essere rimborsata e quella che deve essere annullata».<br />
È quanto propone il Comitato greco contro il debito, il primo paese in cui sia stato creato un comitato nazionale che ha consentito la creazione di comitati locali: «Il primo obiettivo di un audit è quello di chiarire il passato. Cosa ne è stato del denaro di quel prestito? A quali condizioni si è concordato quel prestito? Quanti interessi sono stati pagati, a quale tasso, quale quota di capitale è stata rimborsata? Come si è gonfiato il debito senza che questo andasse a vantaggio dei cittadini?». Imponendo di aprire e di verificare i titolari del debito pubblico, il movimento per l&#8217;audit civile osa l&#8217;impensabile: avanza nella zona rossa, nel sancta sanctorum del sistema capitalistico, lì dove, per definizione, non è tollerato alcun intruso.<br />
A modo suo, ma coerentemente con il principio di trasparenza e di sovranità popolare che sta alla base dello Stato-nazione, Papandreu ci ha provato con la proposta di referendum popolare sulle misure d&#8217;austerità imposte dalla Unione europea. Ma la sua idea è durata lo spirare di un giorno, e se ci fosse riuscito è realistico pensare che ci sarebbe stato un colpo di Stato. Il che ci costringe a porre la questione, centrale nella lotta contro la schiavitù del debito, di quale sia il terreno sul quale mobilitarsi. L&#8217;idea della moratoria, dell&#8217;audit, del diritto all&#8217;insolvenza è sacrosanta, ma dove partire?<br />
Nella configurazione odierna del capitalismo finanziario, in particolare nell&#8217;Europa dell&#8217;euro dominata dai mercati finanziari e da una Banca centrale che ad essi ha delegato la monetizzazione dei debiti pubblici, il diritto all&#8217;insolvenza va declinato in modo tale da evitare qualsiasi forma di «sovranismo», di affermazione del primato dello Stato nazionale a fronte della dittatura dei mercati finanziari. E questo per una ragione tanto semplice quanto stringente: la rivendicazione dell&#8217;insolvenza su scala nazionale creerebbe una situazione di autarchia economica, di totale chiusura verso il resto del mondo, di non accessibilità alle fonti di finanziamento ma, soprattutto, di impossibilità di generalizzare la mobilitazione sociale al resto dell&#8217;Europa. Non è solo una questione pratica, per così dire. Si tratta di capire che la logica della finanziarizzazione, come d&#8217;altronde emerge dal libro di Chesnais, la logica del «governo attraverso il debito» ha la sua origine nel rapporto fondamentale tra capitale e lavoro, tra plusvalore e lavoro necessario. Il capitalismo fnanziario ha globalizzato l&#8217;imperialismo, il suo modus operandi attraverso la «trappola del debito», dell&#8217;indebitamento pubblico e privato, per realizzare-vendere il plusvalore estratto dal lavoro vivo. Il debito, nello schema imperiale, è la faccia monetaria del plusvalore, dello sfruttamento universale della forza-lavoro, ed è una trappola perché impedisce al lavoro vivo di affrancarsi dallo sfruttamento, di autonoimizzarsi dal rapporto di dipendenza e di schiavitù che è proprio del debito.<br />
La lotta contro il debito, il diritto all&#8217;insolvenza, deve partire dalla mobilitazione del lavoro vivo contro la natura debitoria del plusvalore, quella stessa che si esercita su scala nazionale nel rapporto diretto tra capitale e lavoro e che oggi vede gli Stati come articolazioni locali di un capitalismo finanziario globale.<br />
Partire da questo livello, dal lavoro vivo contro il capitale, significa ad esempio organizzare gli studenti e le loro famiglie indebitate per affermare il diritto allo studio e alla sua libertà. Significa cioè soggettivare il diritto all&#8217;insolvenza, sottraendolo alla trappola del debito come dispositivo di esercizio di un potere globale contro il quale concretamente mobilitarsi indicando soggetti e forme di lotta.</p>
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		<title>Il 15 ottobre romano e la necessità dell&#8217;autorganizzazione</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 21:38:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Proviamo a offrire degli spunti di riflessione sulla manifestazione del 15 ottobre a Roma. Una data che sicuramente non ha soddisfatto tutte le potenzialità che portava e ha mostrato i limiti nell&#8217;innestare quella mobilitazione dal basso che si sta dispiegando a livello mondiale.
Nonostante le divergenze su alcune pratiche di piazza e l&#8217;eterogeneità nell&#8217;affrontare certe situazioni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Proviamo a offrire degli spunti di riflessione sulla manifestazione del 15 ottobre a Roma. Una data che sicuramente non ha soddisfatto tutte le potenzialità che portava e ha mostrato i limiti nell&#8217;innestare quella mobilitazione dal basso che si sta dispiegando a livello mondiale.</p>
<p>Nonostante le divergenze su alcune pratiche di piazza e l&#8217;eterogeneità nell&#8217;affrontare certe situazioni di pericolo, ci sentiamo di esprimere la nostra totale solidarietà a chi è stato arrestato quel giorno solo per aver reagito alle camionette lanciate contro la folla in piazza San Giovanni.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/scontri-manifestazione-15-ottobre1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18472" title="scontri-manifestazione-15-ottobre1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/scontri-manifestazione-15-ottobre1-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a></p>
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<h2>Ma il nodo è quello dell&#8217; autodeterminazione</h2>
<p>nota di Sinistra Critica</p>
<p>Si possono utilizzare sguardi e criteri diversi per descrivere quello che è accaduto a Roma il 15 ottobre e posizionarsi di fronte agli accadimenti. A noi interessa poco il dibattito sui “violenti” o sul “complotto”, sui “cattivi” a cui si contrappongono i “buoni”. <strong>Il nostro sguardo e il nostro punto di vista si colloca decisamente dentro al movimento</strong> che vogliamo costruire e si preoccupa delle sue potenzialità, della sua crescita, della sua efficacia e, soprattutto, della sua possibilità di decidere democraticamente. Di autodeterminarsi. Questo è il punto che vogliamo mettere al centro di questa riflessione perché, allo stesso tempo, questa possibilità è <strong>la grande sconfitta della giornata del 15 ottobre.</strong></p>
<p>1) Le potenzialità del 15 ottobre sono evidenti dai numeri di una manifestazione in grande parte autorganizzata sia pure dal contributo di molte organizzazioni. Organizzazioni, però, che non sono quella “potenza politica” che c’è stata in altri tempi e quindi il numero di coloro che in vario modo hanno sfilato a Roma – 200mila ci sembra la cifra più credibile – dimostra una forza d’urto che è importante registrare e valorizzare. Il contrasto alle politiche messe in campo dai governi liberisti – di centrosinistra e di centrodestra, poco importa – in questo paese continua a essere importante anche se politicamente si colloca in forme diverse o, forse, non si colloca affatto. <strong>C’è una massa critica che resiste che costituisce l’anomalia italiana</strong>, il segno di un paese che non si è anestetizzato nonostante 17 anni di berlusconismo e, sottolineiamo, di antiberlusconismo deteriore. Da qui occorre ripartire.</p>
<p>2) Cosa ci facciamo con questa potenzialità, cosa avremmo potuto fare se il 15 ottobre fosse andato diversamente? Come si trasforma la disponibilità a lottare in mobilitazione permanente? Questa domanda è importante porsela subito perché aiuta a dare un giudizio non impressionista sui fatti del 15. Una buona componente della manifestazione, tra cui noi con molta determinazione, aveva proposto di chiudere il corteo con una grande accampata: una forma politica che smentisse la ritualità della sfilata e non seguisse facili avanguardismi. <strong>A cosa serviva l’accampata? A compiere un atto simbolico di contrapposizione al potere dominante – sia esso il governo o la Banca d’Italia o anche lo stesso Quirinale – a definire uno spazio pubblico di dibattito e autorganizzazione</strong> e, quindi, a predisporre i primi meccanismi per la nascita di un movimento vero: organizzato dal basso, autodeterminato, dotato di un programma avanzato. Tutti questi ingredienti, infatti, oggi non esistono. C’è un umore generale, un’incazzatura diffusa, la disponibilità a venire a Roma ma, poi, nei territori, nei luoghi di lavoro, di studio, nei luoghi del non lavoro, nei luoghi migranti manca ancora la densità specifica e tipica di un movimento di massa. Per noi, il 15 ottobre serviva a far germogliare tutto questo.</p>
<p>3) Serviva anche, quella giornata, a offrire uno spazio d’azione utile a coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di un movimento di massa duraturo e efficace: i soggetti reali, gli operai, gli studenti, i precari, le donne, i migranti, i comitati per i beni comuni e così via. Anche qui, se oggi ci sono segnali importanti in questa direzione, quelle soggettività sono troppo spesso rappresentate solo dalle organizzazioni di riferimento: sindacali, qualche volta sociali, in parte partitiche. I soggetti reali non sono ancora i protagonisti e questa resta una priorità di fase che ci porta, con questo spirito, a diffidare della solita forma “parlamentare” di direzione del movimento con riunioni di intergruppi che, se forse andavano bene dieci anni fa a Genova, oggi non riescono a interpretare la fase. Per la natura diversa, a volta contrapposta, dei soggetti in questione, per alcune coazioni a ripetere indigeste e per una forma che pensa di assemblare il molteplice con una dimensione che non rappresenta più tutto quello che si muove. Il 15 è anche una sconfitta di quella dimensione e questo va tenuto in considerazione.</p>
<p>4) L’azione portata avanti dai settori che hanno animato gli scontri costituisce una proposta politica molto chiara e, anche per questo, attrae una porzione di giovani in gran parte precari che non va banalizzata. Tanti giovani si sono uniti agli scontri spesso solo per esprimere la frustrazione che proviene dalla crisi. Ma, appunto, la proposta politica è in larga parte questa: offrire una sede scenica per dare sfogo alla frustrazione. Inscenare scontri e un conflitto a uso delle telecamere per poi farlo rappresentare da un migliaio di giovani &#8220;incazzati&#8221; non ci sembra però una proposta in grado di reggere nel tempo se non con imprevedibili, quanto controproducenti, escalation.<strong>Escalation che abbiamo già visto e che tra i tanti guasti prodotti hanno comportato l&#8217;affossamento dei movimenti di massa.</strong></p>
<p>5) La decisione di forzare la situazione ha contraddetto quelle che ci sembrano le priorità fondamentali: la costruzione di un movimento, la sua crescita ed efficacia, la sua autodeterminazione. <strong>Il movimento non è riuscito a nascere sabato in piazza,</strong> non avrà maggiore facilità a crescere e soprattutto è stato determinato da soggettività che non rispondono a nessuno.</p>
<p>6) In realtà, quello cui abbiamo assistito è stata la stanca <strong>replica di un film troppe volte visto negli ultimi decenni.</strong> La nascita di un movimento è scambiata per le forme e il gesto estetico di cui si dota; l’autodeterminazione di massa, paziente e complessa, viene aggirata tramite una scorciatoia praticabile da pochi; viene assolutamente minimizzata la difficoltà a riportare su scala locale, sul posto di lavoro, di studio o quant’altro, la dinamica che si sviluppa a livello centrale; il passaggio democratico che richiede tempo e orizzontalità viene bypassato da una scelta elitaria, avanguardista, verticalizzata e, facciamo notare, fondamentalmente maschile.</p>
<p>7) Per questo pensiamo che quanto avvenuto il 15 ottobre, con <strong>gravi responsabilità della polizia</strong>per il modo irresponsabile con cui è intervenuta in piazza San Giovanni, si ritorce contro il movimento e lo spinge all’indietro, tutto sulla difensiva e in balia di quei settori moderati ed elettoralisti – presenti in forze al suo interno e pronti ad approfittare del 15 ottobre – che in questo contesto recuperano forza e centralità.</p>
<p> <img src='http://www.articolozero.org/wp/wp-includes/images/smilies/icon_cool.gif' alt='8)' class='wp-smiley' /> Noi non ci riconosciamo in queste forme ma solo in quelle che vengono espresse dalla maturità e dalla consapevolezza dei soggetti sociali autodeterminati. I mezzi e il fine vanno accordati e l’unico modo per farlo, l’unica “moralità” che si può riconoscere all’azione politica e quella che proviene dalla <strong>democrazia del movimento, dalla sua autodeterminazione e quindi dalla sua autorganizzazione.</strong></p>
<p>9) Questo è il punto che vogliamo proporre davvero alla discussione. L’unico modo per uscire da questa impasse e dalla frustrazione che si registra a livello generalizzato. Il movimento deve saper affrontare le proprie scadenze avendo deciso cosa fare nelle piazze e come difenderlo politicamente, socialmente e materialmente. Per fare questo occorrono modalità che in Italia raramente si sono date visto che la grammatica dei movimenti è stata in larga parte monopolizzata dalla svalorizzazione e dal burocratismo della sinistra istituzionale e dal sostituzionismo di forze &#8220;antagoniste&#8221; che, a quanto pare, continuano a riproporre lo stesso schema già fallimentare.</p>
<p>10) Proponiamo, dunque, di <strong>ripartire dall’indignazione dei soggetti reali,</strong> dagli studenti, dai lavoratori, dai precari, dai migranti, dalle donne. Ci impegniamo soprattutto nella costruzione di movimenti reali a partire da questi soggetti Solo questa dimensione può fare davvero la differenza.</p>
<p>11) <strong>Rilanciamo l’idea dell’accampamento</strong>, ovviamente da reinventare, in forme non estemporanee né calate dall’alto ma come espressione delle lotte di soggetti reali.</p>
<p>12) Pensiamo che la lotta contro la crisi e la sua declinazione politica vada condotta rafforzando l’autorganizzazione, il movimento di massa, la sua disponibilità al conflitto sulla base della capacità di dotarsi di una vera piattaforma di lotta che dica che il debito non lo paghiamo e che per farlo proponiamo un’altra agenda: moratoria unilaterale sul debito pubblico, realizzazione di una banca pubblica nazionale, tassazione fortemente progressiva di rendite e patrimoni, salario minimo, reddito sociale per giovani e precari, riduzione dell’orario di lavoro, riduzione drastica delle spese militari, difesa dei beni comuni contro grandi opere come la Tav, abolizione del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro per i migranti, estensione della democrazia diretta.</p>
<p>13) Siamo scesi in piazza al grido di <strong>“a casa non si torna”</strong>. Questo slogan, dopo il 15 ottobre, è ancora più attuale.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/15ott.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18473" title="15ott" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/15ott-300x187.jpg" alt="" width="300" height="187" /></a></p>
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<div>Nelle nostre intenzioni, la giornata del 15 ottobre doveva essere un grande momento di avvio (ripetiamo, avvio) di un processo di mobilitazione collettiva, permanente, che nascesse dal basso, dalla libera condivisione e dall’autodeterminazione di ogni singolo e singola.Una riappropriazione collettiva e stabile dello spazio pubblico sempre più urgente visto il precipitare della crisi economica e sociale, il carattere epocale e cruciale di questi giorni, di queste settimane, di questi mesi. Un processo inedito di mobilitazioni permanenti in corso in molti paesi, dagli Usa al Portogallo e alla Spagna ma che in Italia non è stato ancora possibile innescare.<br />
Le notizie sul 15 ottobre dal mondo fanno crescere in noi la convinzione che questo processo si sarebbe potuto innescare anche in Italia proprio in quella giornata e invece così non è stato.<br />
L’irriducibile complessità della giornata del 15 ottobre ci obbliga a riflessioni approfondite e pure a mantenere la calma, il sangue freddo, a reprimere sul nascere ogni, opposta, ma simmetrica, reazione emotiva di fronte a quello che è successo sabato, ai commenti di molti, così come all’utilizzo strumentale che di quella giornata si sta facendo da più parti.<br />
A Roma hanno manifestato più persone che in qualsiasi altra capitale europea, questo è il dato che per noi più di tutti sintetizza l’occasione perduta. Sì perché alle nove o alle dieci di sabato sera eravamo tutti e tutte a casa e per questo ci domandiamo: su cosa si misura la radicalità di una pratica?<br />
Noi siamo convinti che si misuri sulla capacità di raggiungere un obiettivo politico, di comunicarlo e farlo percepire come praticabile a livello di massa. Quasi un anno fa, il 14 dicembre, scontrarsi con chi difendeva un despota e un palazzo corrotto era un obiettivo politico che in tanti hanno sentito proprio. Nessuno ha avuto la sensazione di essere stato sovradeterminato da pochi manifestanti quel giorno, perché era chiaro a tutti da dove veniva e dove voleva arrivare quella rabbia. Sabato questo non è successo. Siamo scesi in piazza con le nostre tende, per rimanerci, per occupare una piazza e aprire uno spazio pubblico di mobilitazione permanente. Un bisogno che abbiamo ritrovato nei volti delle centinaia di persone che abbiamo incontrato sabato con le tende in spalla.</p>
<p>La piazza San Giovanni che avevano in mente una parte degli organizzatori non era quello che secondo noi serviva, non superava l’inutile ritualità, non avrebbe messo in campo elementi realmente utili alla costruzione del movimento necessario. Allo stesso modo però, non è stato utile nemmeno quanto accaduto da via Cavour a via Merulana, quando azioni in classico stile minoritario hanno cambiato il volto di un’intera manifestazione. Per questo abbiamo proposto altro, quell’altro che si sta dando ovunque tranne che in Italia. Una proposta di mobilitazione permanente che ci appare la più radicale, perché inedita, perché permanente, perché riproducibile, perché democratica!</p>
<p>Chiaramente è differente il nostro giudizio su quanto accaduto a Piazza San Giovanni, dove migliaia di persone, soprattutto giovani, hanno resistito e si sono opposti alle cariche scellerate e criminali delle forze dell’ordine, che non hanno esitato a caricare con mezzi blindati ed idranti un’intera piazza.</p>
<p>Ovviamente dal giorno dopo è subito partito il massacro mediatico che porta inevitabilmente alla divisione fra buoni e cattivi. Il dividi et impera, insomma, era annunciato!<br />
I giornali chiedono condanne e denunce pubbliche dei violenti. Una denuncia pubblica la vogliamo fare: polizia, carabinieri e finanza hanno tenuto un comportamento criminale, con le cariche  e i caroselli di blindati su una piazza composita ed eterogenea, dimostrando la volontà di colpire indiscriminatamente l’intero movimento.</p>
<p>Per questi motivi non abbiamo dubbi nell’esprimere la nostra piena solidarietà a chi da giorni sta subendo irruzioni e perquisizioni in casa, a chi viene sbattuto in prima pagina e consegnato al massacro mediatico, a chi è stato arrestato e subirà la violenza di un sistema sempre più repressivo.</p>
<p>Ci opporremo con tutte le nostre forze alle proposte di Maroni su nuove leggi speciali contro le manifestazioni e contro chi manifesta. Come al solito si vuole ridurre un problema sociale, frutto della crisi economica e della crisi della rappresentanza politica, ad un problema di ordine pubblico. Come al solito la ricetta parla di repressione e di limitazione degli spazi democratici e di dissenso.</p>
<p>Da oggi vogliamo chiudere il capitolo 15 ottobre e guardare avanti. Vogliamo ripartire dalle centinaia di migliaia di persone scese in piazza e che hanno dimostrato che in Italia è presente una larghissima opposizione sociale.<br />
Questo movimento ha bisogno di potersi incontrare, di discutere liberamente, di condividere forme e contenuti. Questo movimento ha bisogno di poter sedimentare lentamente teorie e pratiche nuove e non di ripeterne di precostituite.<br />
Questo movimento deve legittimarsi e non imporsi. Deve riuscire a catalizzare la rabbia e l’indignazione sociale in un percorso condiviso, ampio e partecipato, in un soggetto che sappia contrastare, contestare e sconfiggere ogni giorno le politiche capitaliste e lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.<br />
Questo movimento va dunque costruito.</p>
<p>Ripartiremo dalle nostre facoltà, dai luoghi di studio e di lavoro. Ripartiremo dalle alleanze sociali che in questi anni hanno visto scendere in piazza gli studenti al fianco dei lavoratori, dei movimenti per i beni comuni, dei migranti, delle donne, dei precari.</p>
<p>Siamo scesi in piazza gridando “Noi il debito non lo paghiamo”. Vogliamo trasformare questo slogan in realtà e far pagare la crisi a chi l’ha provocata!</p>
<p><em>AteneinRivolta – Coordinamento Nazionale dei Collettivi</em></p>
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<div><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/adbusters_occupy-wall-street1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18474" title="adbusters_occupy-wall-street1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/11/adbusters_occupy-wall-street1-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" /></a></div>
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<h1>Intervista a Wu Ming 1 sul 15 ottobre</h1>
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<h5>[Su <a href="http://www.ilmanifesto.it/">«Il Manifesto»</a> di oggi, a firma <strong>Roberto Ciccarelli</strong>, compare quest'intervista a Wu Ming 1. Il titolo è «Wu Ming, autocritica in movimento». Nel sommario, il dibattito su Giap è definito «il più franco e orizzontale sul 15 ottobre».]</h5>
<p>-<br />
«Bisogna raccogliere tutte le informazioni possibili prima di decidere che un suono è rumore». Con questa citazione di <strong>Tom Waits</strong>, Wu Ming 1, membro del collettivo degli autori di <em>Q</em> (come Luther Blissett), <em>54</em> e <em>Altai</em>, è intervenuto a metà della <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5599">fluviale discussione</a> sulla manifestazione del 15 ottobre avvenuta sul blog <em>Giap</em>. Nei 467 post prodotti in tre giorni, di suoni se ne sono registrati parecchi e anche il “rumore” è stato meno fastidioso degli inviti alla delazione di massa, o alla ricostruzione dei fatti in base ai rapporti dell’<em>intelligence</em> registrati nell’ultima settimana. Nella discussione pubblica più lunga e articolata avvenuta in rete, molti partecipanti hanno dichiarato senza remore di aver preso parte agli scontri in Piazza San Giovanni, pur riconoscendo che molte cose non hanno funzionato e la manifestazione ha avuto un esito politicamente disastroso. E così anche chi ha condannato con decisione gli scontri ha riconosciuto la difficoltà di leggere i fatti distinguendo tra «violenti» e «non violenti». Finita la lettura, un elemento sembra emergere con chiarezza: la convinzione che la divisione tra la “massa” e “pochi facinorosi” non regge più, così come è a dir poco inadeguato dirsi soddisfatti per aver fatto fallire una manifestazione.<br />
Più che un’auto-narrazione, o il tentativo di individuare una mediazione impossibile, la discussione su <em>Giap</em> può essere considerata lo strumento per ridefinire un campo della riflessione politica che oggi non trova spazio nei movimenti, nella sinistra o sui media <em>mainstream</em>. «Curioso che un blog di scrittori sia stato eletto a luogo di dibattito, anche lacerante, sulla débâcle del 15 – conferma Wu Ming 1 – Forse ha supplito a una carenza di spazi senza bandiere, o forse è solo un luogo dove si riesce a discutere, perché bonificato da troll e provocatori. Noi siamo intervenuti poco. Avevamo seguito l’evento da Bologna, entrando e uscendo dal reparto di cardiologia dov’era ricoverato <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=5802">un nostro compagno</a>. Un po’ per questo, un po’ per non sembrare grilli parlanti, abbiamo deciso di ascoltare, di seguire il divenire senza tentare una sintesi».</p>
<p><strong>Dieci anni fa, dopo Genova, avete proceduto ad un’auto-critica. In cosa consisteva e perché a tuo avviso è ancora valida dopo il 15 ottobre?</strong></p>
<p>«Nel 2001 <em>avviammo</em> l’autocritica, ma troppo timidamente. Subito dopo Genova scrivemmo cose molto ingenue. Il movimento non sembrava vinto, era come quei personaggi di cartoon che, superato un dirupo, per qualche istante corrono sospesi a mezz’aria. Dopo il G8, altre Grandi Scadenze alimentarono false speranze, ma agli inizi del 2003 i social forum erano morti, c’erano scazzi feroci, la depre dilagava. L’autocritica prese forma allora, ma siamo riusciti a esprimerla solo nel 2009, nel testo <a href="http://www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giap6_IXa.htm"><em>Spettri di Müntzer all’alba</em></a>. Facemmo molti sbagli nel preparare la Grande Scadenza. Non fummo i soli, ma noi parliamo delle <em>nostre</em> responsabilità. Facendo gli apprendisti stregoni col mito politico e metafore ‘tossiche’ come l’Assedio al Potere, favorimmo la <em>reductio ad unum</em>, l’idea di andare tutti a Genova anziché restare molteplici ed evitare la trappola. Rispetto a Genova l’autocritica è stata tardiva, e rispetto a oggi era troppo in anticipo. Il risultato è che non è servita a granché, ci siamo solo lavacchiati la coscienza.»</p>
<p><strong>La metafora dell’assedio alla zona rossa ha perso la sua forza evocativa e politica…</strong></p>
<p>«Alla buon’ora. Violare le zone rosse era pura autoillusione, là dentro non c’era niente, in quei summit non si decideva nulla. Il potere capitalistico non sta chiuso in un fortilizio: è nel rapporto di produzione, nello sfruttamento quotidiano, nella valorizzazione finanziaria, nelle articolazioni sul territorio.<em>Occupy Wall Street</em> è già un passo avanti. Come dice <strong>McKenzie Wark</strong>, lì si tratta di <a href="http://www.versobooks.com/blogs/728-mckenzie-wark-on-occupy-wall-street-how-to-occupy-an-abstraction"><em>occupare un’astrazione</em></a>. Senza voler fare l’apologia di quel percorso, che conosce <a href="http://nplusonemag.com/monday-night-urgent-ows-message">ora</a> <a href="http://amleft.blogspot.com/2011_10_01_archive.html#7917091200696325643">le prime crisi </a>(speriamo di crescita), c’è un’intuizione più precisa su come funziona il potere. Discorso simile per il nostrano tentativo di “occupare Banca d’Italia”: non si voleva<em> letteralmente</em> occupare la banca, ma spostare l’attenzione dal teatrino politicante ai diktat del capitale. Insomma, niente banalità del tipo “Assediamo i palazzi del potere”. Detto ciò, non è impossibile usare bene un’immagine d’assedio, pensiamo ai NoTav quando parlano di ‘assediare il cantiere’. Il rovesciamento ironico è palese: nei piani di chi vuole imporre la TAV, doveva essere il cantiere ad assediare il territorio, invece è il territorio ad assediare il cantiere.»</p>
<p><strong>Ora che la teologia della Grande Scadenza Nazionale è finita, esistono soluzioni alternative per produrre un conflitto incisivo e coniugare le istanze locali con l’idea di una coalizione sociale determinata ?</strong></p>
<p>«<em>Occupy Everything</em> può essere considerato un buon precetto. L’Onda universitaria lo mise in pratica un anno fa, ai tempi del “Blocchiamo tutto”: le autostrade, il Colosseo, la Mole… Il movimento sembrava ubiquo, era pieno d’energia, poi la scadenza del 14 dicembre dissipò in un giorno tutta la forza accumulata. Crediamo sia sempre meglio colpire in più posti che trovarsi in un posto solo, però stiamo attenti: non è solo un problema di <em>forme</em>, di tattiche. Se non è chiaro <em>chi</em> pratica la piazza e <em>perché</em>, non c’è proposta sulle forme che tenga. Se i movimenti volano col pilota automatico e precipitano sempre nello stesso punto, è chiaro che il problema è a monte, riguarda la devastazione degli ultimi decenni, la poca chiarezza sull’attuale composizione di classe e, aggiungo, la vaghezza di proposte e parole d’ordine, dal “comune” all’<em>evergreen </em>“reddito di cittadinanza”.»</p>
</div>
<p>&nbsp;<br />
</em></div>
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<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Pinne, fucile ed occhiali</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 10:16:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Raccontare di neofascisti a Mantova d’estate è come raccontare dei nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers: è difficile rimanere seri. Abbiamo già inquinamento, speculazione edilizia, privatizzazioni, tagli allo stato sociale, un terminator burlone in consiglio comunale e adesso pure Forza Nuova. A metà luglio è stato dunque necessario fare antifascismo balneare: con le pinne, fucile ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong></strong><br />
<a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/07/cop._disco-pinne_fucile_occhiali.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18297" title="cop._disco-pinne_fucile_occhiali" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/07/cop._disco-pinne_fucile_occhiali-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a>Raccontare di neofascisti a Mantova d’estate è come raccontare dei nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers: è difficile rimanere seri. Abbiamo già inquinamento, speculazione edilizia, privatizzazioni, tagli allo stato sociale, un terminator burlone in consiglio comunale e adesso pure Forza Nuova. A metà luglio è stato dunque necessario fare antifascismo balneare: con le pinne, <em>fucile</em> ed occhiali.</p>
<p>Il movimento politico di estrema destra Forza Nuova è scomparso da Mantova all’inizio degli anni 2000 quando aveva anche una sede,sebbene poco attiva, ma quell’esperienza era finita nel peggiore dei modi. Dopo la recente scissione interna a livello nazionale, Forza Nuova ha perso molta della sua forza rifluendo verso un neofascismo di matrice cattolico-integralista e puntando tutto sul contrasto all’<span style="color: #0000ff;"><strong><a title="manifesto contro l'europride" href="http://www.arcigay.it/wp-content/uploads/forza-nuova_600x600_300KB.jpg">omosessualità</a></strong></span> e all’<span style="color: #0000ff;"><strong><a title="lampedusa lo sa" href="http://napoli.indymedia.org/2011/03/20/migranti-tunisini-e-cittadini-di-lampedusa-contestano-il-comizio-di-forza-nuova-sullisola/">immigrazione</a></strong></span>. Proprio sull’immigrazione il movimento di estrema destra ha pensato di lanciarsi a Mantova tentando di lavorare alla destra della lega nord per rosicchiare qualche militante e qualche voto. I neofascisti hanno prodotto un gazebo poche settimane fa in cui distribuivano materiali contro l’immigrazione a Mantova, contro la Lega Nord e per l’Italia buttando dentro tutto quello che nella nostra provincia non funziona o è direttamente colpa degli immigrati:  tra questi la richiesta, nella bassa, di costruire un pericoloso tempio induista.<br />
La ricetta è però la stessa della Lega Nord, ovvero quella di fomentare la guerra tra poveri e soffiare sul fuoco della xenofobia che in tempi di crisi può diventare un combustibile pericoloso per nuovi autoritarismi facendo un favore a tutto il sistema economico e imprenditoriale che regge questo paese secondo i propri interessi.<br />
Il primo compito di antirazzisti e antifascisti è dunque quello di contrastare queste tendenze pericolose e di abbattere questo clima di guerra tra poveri perché chi subisce la crisi economica non ha differenze di sesso, razza o religione.<br />
Sono venuti a Mantova per un gazebo per la prima volta dopo anni, hanno lasciato che frange giovanili vicine al movimento provocassero dei ragazzi mantovani di origine straniera e hanno poi aspettato una reazione fisica che non si è fatta attendere. In seguito hanno raccontato con fare vittimista di <em>“ belve straniere che hanno assalito e devastato il gazebo quando stavano smontando ed erano rimasti in pochi</em>(non che prima fossero molti di più…)”, ma dalle foto pubblicate <a title="mettetevi d'accordo con voi stessi" href="http://a7.sphotos.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-ash4/263502_163734540358817_100001668156143_395452_7290459_n.jpg"><span style="color: #0000ff;"><strong>da loro stessi</strong></span></a> si vede come il banchetto all’arrivo dell’ambulanza fosse perfettamente stabile e in piedi.<br />
E poi hanno rilanciato dicendo “torneremo” il 16 luglio. A parte notare che a Mantova sono apparse scritte sui muri come <em>“16 luglio= vendetta”</em> e <em>“Heil Hitler”,</em> alcune firmate FN, i più interessati possono facilmente reperire anche contatti web locali e nazionali per capire riferimenti ideologici, teorie politiche e proclami più o meno personali della comunità militante del movimento neofascista che a Mantova è appena rinato: saltano fuori, rivendicati, lo squadrismo, la dittatura, la scelta di campo della seconda guerra mondiale dall’olocausto( considerato un falso) all’alleanza con Hitler; del neofascismo degli anni settanta non parliamone nemmeno visto che da lì proviene il leader, Roberto Fiore, <strong>ex appartenente a Terza Posizione e condannato per banda armata e associazione sovversiva. </strong>Rifacendosi al ventennio fascista cosa ci può essere di democratico e moderno nel programma del partito? La riconferma del concordato del 1929? la formazione di corporazioni per la difesa dei lavoratori al posto di libere organizzazioni sindacali?</p>
<p>Dinanzi a tutto questo, tante cittadine e tanti cittadini hanno reagito subito: si è innestato un meccanismo di discussione assembleare autorganizzato, dal basso e senza bisogno dell&#8217;intervento di partiti o organizzazioni, con cui parte della cittadinanza mantovana ha deciso di mobilitarsi per contrastare questa iniziativa, e per riavviare la condivisone di riflessioni su una tematica ancora e sempre più fondamentale come quella dell&#8217;antirazzismo e della lotta a tutti i fascismi. Si tratta di un processo appena cominciato, ma che non vuole certo fermarsi alla giornata del sedici, anzi: proprio da quella giornata ha intenzione di partire.<br />
Sabato 16 luglio la Mantova antifascista e antirazzista, insieme ad alcuni/e della reta antifascista bresciana, ha deciso di scendere in piazza per testimoniare l’indignazione dovuta alla presenza di movimenti neofascisti e razzisti sul nostro territorio: all’estrema destra  è stata concessa, dopo infinite trattative, una piazza minuscola, marginale e blindata in cui i “capi” avevano ordinato di arrivare vestiti in modo rigoroso e non “fascista” per non turbare i giornalisti <span style="color: #0000ff;"><strong><a title="ridicule" href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/07/ridicule.jpg">(vedi lo spassoso allegato)</a></strong></span> e la città.<br />
Gli/le antifascisti/e e antirazzisti/e, circa una ottantina, hanno manifestato in Piazza Broletto per tutto il pomeriggio con musica e distribuzione di volantini ribadendo che per chi fomenta la guerra tra poveri chiamando alla discriminazione tra esseri umani, che esibisce una concezione autoritaria del potere e che si ispira al nazismo e al fascismo non c’è spazio in questa città.</p>
<p>Viene inoltre da chiedersi perché il loro concetto di legalità e di italianità non vada a documentarsi su come funzionano l’economia ed il capitalismo italiani al momento: scoprirebbero che<strong> il sistema economico ha bisogno di lavoratori a basso costo a scapito dei lavoratori italiani che hanno lottato negli “anni d’oro”(mentre i neofascisti, casualmente stavano dall’altra parte…) e conquistato diritti importanti. </strong>Detto questo è chiaro che il padroncino X dei campi di raccolta di meloni della bassa, il padroncino Y e la sua piccola ditta edile o ancora il padrone W della fabbrichetta scelgono manodopera di riserva, ricattabile e sfruttabile; tanti di questi padroncini pretendono poi <em>“legalità e ordine”</em> dagli stessi migranti che sfruttano e, già che ci sono, sostengono i partiti politici che dicono agli italiani <strong><em>“eh, si sta male, è colpa dell’immigrazione”. </em></strong>Per carità niente di nuovo sotto al sole: negli anni venti imprenditori e agrari davano soldi ai fascisti di Mussolini perché stroncassero le ambizioni di cambiamento della classe operaia e contadina dell’epoca( e nel mantovano devastazioni e pestaggi non mancarono).</p>
<p>Siamo tutti antifascisti e antirazzisti.</p>
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		<title>Bollettino di guerra: altri tre feriti in casa Marcegaglia.</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Jun 2011 10:52:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due giorni fa, nell&#8217;azienda piu&#8217; importante del gruppo Marcegaglia, quella di Gazoldo degli Ippoliti in provincia di Mantova, tre operai sono rimasti feriti.
Un 37enne ha rischiato di perdere una mano, un interinale di 25 anni si e&#8217; tagliato sotto il ginocchio mentre un 45enne si e&#8217; ferito la testa. L&#8217;incidente piu&#8217; grave e&#8217; quello che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/06/1marcegaglia.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-18128" title="1marcegaglia" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/06/1marcegaglia-300x261.jpg" alt="" width="300" height="261" /></a>Due giorni fa, nell&#8217;azienda piu&#8217; importante del gruppo Marcegaglia, quella di Gazoldo degli Ippoliti in provincia di Mantova, tre operai sono rimasti feriti.</p>
<p>Un 37enne ha rischiato di perdere una mano, un interinale di 25 anni si e&#8217; tagliato sotto il ginocchio mentre un 45enne si e&#8217; ferito la testa. L&#8217;incidente piu&#8217; grave e&#8217; quello che ha coinvolto il 37enne che stava lavorando nel Reparto Laminatoio Inox.. Ma ancora più  sbalorditivi sono i dati complessivi sullo stabilimento di Gazoldo degli Ippoliti: 135 infortuni soltanto nel 2010, 3 volte oltre la media nazionale e soltanto nei primi quattro mesi del 2011 ci sono stati già 60 infortuni.<br />
Il segretario della Fiom Mantovanelli tuona:  “<strong>è un bollettino di guerra, non una fabbrica.</strong> E’ ora di convocare strutture permanenti delle Rls per monitorare e intervenire in un quadro provinciale dove l’aumento di produttività in tutte le aziende, aumenta esponenzialmente il rischio di infortuni.<br />
Le Rsu Fiom di Marcegaglia  si rifiutano di accettare le proposte di aumento di produttività che comprendono anche il salario differenziato di ingresso per i giovani. Oggi lavori con meno tutele e meno salario nella promessa che domani verrai assunto. Così si incentivano gli infortuni”. Ieri un operaio ha rischiato di perdere la mano dopo un intervento chirurgico durato oltre 4 ore e sono già 10 le cause in ballo della fiom con l’asl di mantova sullo stabilimento di Gazoldo degli Ippoliti, ma “la Marcegaglia – continua Mantovanelli- continua a minimizzare questo bollettino di guerra sostenendo che gli infortuni non sono gravi e che secondo un calcolo della stessa azienda, la quota spesa per la sicurezza da parte del gruppo industriale mantovano è già più che sufficiente”.</p>
<p>Dopo gli applausi incassati all’assise di Bergamo di Confindustria per la condanna alla sanzione penale inflitta agli amministratori di Thyssen Krupp, dopo le tragiche morti a Torino, non c’è di che stupirsi.</p>
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		<title>Un No scritto &#8220;per sé&#8221;. Grazie</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Jan 2011 13:58:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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[ Fabrizio Burattini*
*direttivo nazionale Cgil  - da ilmegafonoquotidiano.it ]


Con i risultati del referendum ricattatorio scrutinati questa notte  viene sconfitta l&#8217;immagine di una classe operaia italiana ormai  ripiegata su se stessa e incapace di sussulti di dignità. Il piano  Marchionne subisce una battuta d&#8217;arresto di fronte alla volontà di  un&#8217;amplissima fetta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div><span></span><img class="alignleft size-medium wp-image-17194" title="fiatnoi" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/01/fiatnoi-300x184.jpg" alt="fiatnoi" width="300" height="184" /></p>
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<div>[ Fabrizio Burattini*</div>
<div>*direttivo nazionale Cgil  - da ilmegafonoquotidiano.it ]</div>
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<p>Con i risultati del referendum ricattatorio scrutinati questa notte  viene sconfitta l&#8217;immagine di una classe operaia italiana ormai  ripiegata su se stessa e incapace di sussulti di dignità. Il piano  Marchionne subisce una battuta d&#8217;arresto di fronte alla volontà di  un&#8217;amplissima fetta di operaie/i, proprio di quelle/i destinate/i al  montaggio delle sue macchine, di condannare i ritmi imposti dal World  Class Manufacturing e la cancellazione dei diritti.<br />
La fabbrica di Mirafiori, nonostante le tante batoste, nonostante l&#8217;età  media avanzata, nonostante l&#8217;ampiezza ultrabipartizan del fronte  avversario, nonostante anche alcuni tifosi del Sì mascherati  ipocritamente da sostenitori del No (leggi Cgil), produce un sussulto di  consapevolezza classista che supera il già importante risultato di  Pomigliano e che fa giustizia di tante chiacchiere. Oggi nessuno può  negare la valenza generale e la forza che i risultati del voto del 14  gennaio assumono. Quei risultati ribadiscono l&#8217;esistenza &#8211; ancora &#8211; di  una vasta classe lavoratrice irriducibile alla pura manovalanza nella  globalizzazione capitalistica. E l&#8217;esistenza di una consapevolezza  diffusa nelle fila di questa classe della contraddizione tra i propri  interessi e i progetti padronali, consapevolezza che sopravvive  nonostante la caduta dei sogni del Novecento, la sparizione dei partiti  di massa, i decenni di concertazione, la frammentazione sociale, i  veleni razzisti e<br />
leghisti, i tanti teorici della &#8220;sparizione della classe operaia&#8221;.<br />
Questa costatazione dovrebbe fare giustizia di tante chiacchiere sulla  necessità di accantonare la &#8220;resistenza&#8221; e di &#8220;ripartire da zero&#8221; sia  nei soggetti sociali da individuare, sia nelle pratiche da<br />
intraprendere, sia nelle alleanze da sostenere. Ovviamente i  chiacchieroni sostenitori della sparizione della classe operaia e  dell&#8217;evaporazione della sua potenzialità anticapitalistica proseguiranno  nella loro legittima attività.<br />
Certo, come sempre è stupido pensare di &#8220;sedersi sugli allori&#8221; anche e  soprattutto perché il voto di Mirafiori, per quanto straordinario, non  cancella la realtà e il peso delle sconfitte politiche e sociali di<br />
questi anni. Ma mostra, anche perché sappiamo quanti errori abbia  commesso e, in qualche caso, perfino continui a commettere la stessa  Fiom, quanto abbia positivamente inciso in questa vicenda  l&#8217;atteggiamento più o meno combattivo e classista di una direzione  politico sindacale che incoraggia e dà sponda alla irriducibilità della  contraddittorietà strutturale degli interessi di classe.<br />
Anche qui c&#8217;è la differenza tra il risultato di Mirafiori e quello di  Pomigliano. Il referendum di giugno allo stabilimento &#8220;G.B. Vico&#8221; è  stato vissuto molto in sordina. In base a quella esperienza, ma anche  per lo svanire di ogni illusione sul carattere episodico della  operazione di Marchionne, la Fiom (e, sembrerebbe, anche i sindacati di  base) ha deciso di giocare la partita fino in fondo. Anche da questo  nasce la maggiore fiducia con cui tanti operai di Mirafiori hanno avuto  il coraggio e la dignità di classe di dire No.<br />
Certo, anche quelle/i che hanno detto Sì sono operaie/i. E&#8217;,  sostanzialmente, la differenza tra classe &#8220;in sé&#8221; e classe &#8220;per sé&#8221;. In  2.326 il 14 gennaio, a Mirafiori, scrivendo &#8220;No&#8221; hanno scritto &#8220;per sé&#8221;.<br />
Grazie di esistere.</p></div>
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		<title>Mantova Parking: dalla padella alla brace.</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Oct 2010 08:54:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È notizia di questi giorni che l’amministrazione Sodano lancia un nuovo grande ‘cambiamento’: Mantova parking verrà sciolta…per diventare azienda privata. Mantova Parking nacque nel 2004 come regalìa alla componente socialista della giunta da parte del sindaco Burchiellaro. L’operazione consistette nell’esternalizzare a una società privata di nuova forgiatura la gestione dei parcheggi della città, alias riscossione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-17048" title="freepark" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/10/freepark-300x214.jpg" alt="freepark" width="300" height="214" />È notizia di questi giorni che l’amministrazione Sodano lancia un nuovo grande ‘cambiamento’: Mantova parking verrà sciolta…per diventare azienda privata. Mantova Parking nacque nel 2004 come regalìa alla componente socialista della giunta da parte del sindaco Burchiellaro. L’operazione consistette nell’esternalizzare a una società privata di nuova forgiatura la gestione dei parcheggi della città, alias riscossione dei crediti derivanti dai pagamenti degli utenti, fino a prima in mano all’azienda dei trasporti Apam.<br />
Il sindaco di Mantova dei Ds decise di amputare un pezzo importante degli introiti di Apam: quell’anno, guarda caso, la municipalizzata dei trasporti vide aumentare fino ad un milione di euro il proprio deficit. Da lì la crisi di Apam diventò sempre più nera fino alle conseguenze che sono agli occhi di tutti in questi ultimi mesi. Intanto Mantova Parking ha continuato a crescere: una azienda senza senso alcuno se non quello di arricchire il Cda a nomina politica e ammazzare lentamente Apam.<br />
Negli ultimi anni sia Sinistra Critica che altri esponenti delle sinistre radicali cittadine hanno più volte chiesto un cambiamento: sciogliere Mantova Parking e ridare ossigeno ad Apam, calmierare le tariffe di sosta cresciute continuamente di anno in anno e ridurre significativamente le aree a pagamento. Richieste a cui curiosamente nel passato si era <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2008/06/04/NC1PO_NC104.html">accodata sottovoce</a> anche la Lega Nord oggi al governo con il sindaco Sodano.<br />
Per l’occasione oggi Sodano è riuscito a ricomporre la coppia Volpi-Bonaffini già fedeli di Burchiellaro e Brioni, oggi transfughi del PD alla corte del nuovo sindaco: durante il mandato di Fiorenza Brioni <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2008/11/19/NC1PO_NC101.html">la Lega li attaccava duramente</a> perché responsabili di aumenti di tariffe e aree a pagamento, poi per accordi di partito li ha <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2010/06/27/NA1PO_NA105.html">‘promossi’</a> entrambi. Segnali questi di come viene vissuta l’etica nella politica ad alto livello dove non ci sono un’idea e un pensiero forti ma la semplice brama di potere.<br />
La nuova amministrazione ha quindi varato il cambiamento: Mantova Parking verrà sciolta. Una notizia grandiosa, forse finalmente Apam si risolleverà.  Invece è l’ennesimo bluff ‘del cambiamento’: Mantova Parking verrà si sciolta ma il servizio che gestisce non tornerà pubblico nella sua naturale collocazione, cioè ad Apam, ma, dopo una parentesi pubblica, verrà affidata ai privati.<br />
In altre parole centrodestra e centrosinistra sono arrivati a privatizzare gli utili dell’azienda di trasporti pubblica e a socializzarne i costi, a scapito dei servizi offerti, in primis agli studenti.<br />
Questo è il cambiamento:  dall’amministrazione attaccano gli accattoni mentre autorizzano nuove colate di cemento; con il partito del ‘fare’ in prima fila a vietare moschee mentre tutti insieme preparano il nuovo regalo ai privati, facendo pagare le conseguenze a studenti e lavoratori.<br />
Mantova merita di meglio di una classe dirigente di centrosinistra ormai logora e decaduta, sostituita oggi al potere dalla coalizione dei ‘predoni a casa nostra’.  Sinistra Critica invita gli autoferrotranvieri e i cittadini a sostenere le iniziative e le ragioni delle mobilitazioni studentesche contro i disservizi di apam, perchè solo dall&#8217;unificazione delle lotte è possibile difendere un bene pubblico come il trasporto collettivo.<br />
Sinistra Critica Mantova</p>
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		<title>Verso il 16 ottobre: la vergogna di Arluno</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Oct 2010 12:05:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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EMME-A DI ARLUNO: MENO 25% DI SALARIO O CHIUDO L&#8217;AZIENDA. ARRIVA LA UILM, IL PADRONE PAGA LE TESSERE A TUTTI E FA L&#8217;ACCORDO

Questa mattina, di fronte alla Sede della EMME-A di Arluno. si  è svolto un presidio molto partecipato di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-17044" title="make_capitalism_history_by_ghostcity-49c0e46159c71" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/10/make_capitalism_history_by_ghostcity-49c0e46159c71-256x300.jpg" alt="make_capitalism_history_by_ghostcity-49c0e46159c71" width="256" height="300" />Verso la manifestazione del 16 ottobre riceviamo e inoltriamo un comunicato della Fiom Ticino Olona.<br />
<strong></p>
<p>EMME-A DI ARLUNO: MENO 25% DI SALARIO O CHIUDO L&#8217;AZIENDA. ARRIVA LA UILM, IL PADRONE PAGA LE TESSERE A TUTTI E FA L&#8217;ACCORDO</strong></p>
<h2></h2>
<p>Questa mattina, di fronte alla Sede della EMME-A di Arluno. si  è svolto un presidio molto partecipato di lavoratori metalmeccanici  organizzato dalla FIOM Ticino Olona  al fine di denunciare i gravissimi  atti e ricatti che si sono verificati. Sindacalisti compiacenti  che sottoscrivono accordi capestro a danno dei lavoratori, violando  leggi e contratti e chi dissente è LICENZIATO!<br />
Questo è quanto accaduto alla EMME-A, azienda metalmeccanica di Arluno.</p>
<p>Arriviamo ai fatti:</p>
<p>l’azienda,  a fronte del perdurare della crisi,convoca i lavoratori e minaccia la  chiusura dello stabilimento se non si accetta la riduzione del 25% dello  stipendio.</p>
<p>Di fronte alle rimostranze dei lavoratori, la EMME-A  chiede supporto all’API di Abbiategrasso e a un consulente del lavoro i  quali, a loro volta, attivano un sindacalista della UILM di Milano che  prontamente interviene.<br />
La “mediazione” imposta ai lavoratori (vedi verbali allegati) è:</p>
<ul>
<li>Cancellazione del premio feriale (elemento fisso della retribuzione)</li>
<li>Un’ora di prestazione lavorativa gratuita al giorno, in straordinario, dal lunedì al venerdì.</li>
</ul>
<p>Inoltre  azienda e sindacato, per tutelarsi da questa grave violazione e  prevenire azioni legali contro di loro, <strong>costringono i dipendenti a  sottoscrivere un verbale individuale</strong> di conciliazione ed accettazione. Tutti i lavoratori vengono<strong> iscritti d’ufficio alla UILM con trattenuta sindacale interamente a carico dell’azienda.</strong> L’unico  lavoratore, iscritto FIOM, che decide di opporsi dichiarando di non  voler aderire ad un organizzazione sindacale della quale non ne appoggia  i principi, <strong>viene messo alla porta e licenziato</strong> ( 11 anni di anzianità  aziendale)</p>
<p>La FIOM Ticino Olona dichiara che oggi questo non è un  caso isolato, ma è una <strong>pratica ormai diffusa sul territorio</strong> e che i casi  si stanno moltiplicando anche sotto la spinta dell’accordo separato di  Pomigliano e sulle deroghe al CCNL.</p>
<p>La Fiom Ticino Olona, oltre a  voler presentare esposto all’INAIL e all’INPS, poiché una prestazione  non retribuita manca delle necessarie adempienze assicurative e  contributiva, ha già dato mandato ai propri legali di impugnare il  licenziamento per illegittimità.</p>
<p>La FIOM Ticino Olona invita tutti  i lavoratori vittime di soprusi, ricatti e discriminazioni a segnalare  episodi simili affinché la dignità, la libertà e i diritti di ciascuno  non siano mai calpestati.</p>
<p>La Fiom Ticino Olona</p>
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		<title>Padroni e operai</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 10:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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Affondo di Marchionne al Meeting di Rimini:  «Abbiamo bisogno di flessibilità, non possiamo permetterci conflitti».  Un intervento &#8220;padronale&#8221; che però chiede di superare la  contrapposizione tra Capitale e Lavoro










di Salvatore Cannavò*


Non ha fatto nemmeno mezzo passo indietro, conforme al ruolo che si è  dato, quello di rompighiaccio degli equilibri sociali in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<div><span><span><a title="Mostra una versione stampabile di questa pagina." onclick="window.open(this.href); return false" rel="nofollow" href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/print/1047"><br />
</a></span></span></p>
<div>
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<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16982" title="melfi_marchionne_ansa" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/08/melfi_marchionne_ansa-300x187.jpg" alt="melfi_marchionne_ansa" width="300" height="187" />Affondo di Marchionne al Meeting di Rimini:  «Abbiamo bisogno di flessibilità, non possiamo permetterci conflitti».  Un intervento &#8220;padronale&#8221; che però chiede di superare la  contrapposizione tra Capitale e Lavoro</div>
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<div><a href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/sites/default/files/Marchionne-6.jpg"><br />
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<div>di Salvatore Cannavò*</div>
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<p>Non ha fatto nemmeno mezzo passo indietro, conforme al ruolo che si è  dato, quello di rompighiaccio degli equilibri sociali in Italia.  Parlando al Meeting di Cl a Rimini, in un intervento molto atteso dopo i  fatti degli ultimi giorni, Marchionne ha rivendicato tutto il lavoro  fatto alla Fiat, i successi americani e le congratulazioni ricevute da  Obama, la sua capacità di tirare fuori l&#8217;azienda dai guai del 2004, per  poi arrivare al nocciolo della questione, la bontà dell&#8217;accordo di  Pomigliano, ringraziando apertamente e platealmente Bonanni e Angeletti  e, senza mai nominarle, accusando la Fiom e la Cgil di conservatorismo.  Soprattutto di tentazione, da minoranza, di far saltare gli accordi  raggiunti dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori.<br />
Ma soprattutto ha ribadito la legittimità di quanto fatto dalla Fiat a  Melfi, dove «sono stati compiuti atti illeciti al limite del  sabotaggio». La Fiat, ha detto Marchionne, ha onorato integralmente il  dispositivo della magistratura, reintegrando i tre operai licenziati a  luglio, facendoli entrare in fabbrica ma ribadendo la centralità di un  rapporto «di fiducia e di lealtà». E facendo un affondo proprio verso la  Fiom e quei tre operai che stanno conducendo una battaglia  controcorrente: «La dignità non è patrimonio esclusivo di sole tre  persone», anche noi abbiamo i nostri diritti da difendere e tutelare.  Quindi nessuna marcia indietro, nessun gesto di disponibilità e  distensione, come in mattinata chiedeva Guglielmo Epifani in un&#8217;intervista al Corriere della Sera in cui tra l&#8217;altro proponeva nuove disponibilità da parte del suo sindacato.<br />
Un comportamento coerente con l&#8217;impianto ideologico esposto da  Marchionne al Meeting ciellino, un impianto basato sull&#8217;etica della  impresa che, al tempo della globalizzazione è basata su ritmi, velocità,  capacità di reazione e quindi flessibilità. L&#8217;unica chance che ha  l&#8217;impresa di reggere alla competizione è agire in tempo reale sul  mercato, garantendosi «movimento e decisione, reazione in tempi  brevissimi e ritmo molto più veloce rispetto alla concorrenza». Per  questo il nodo centrale di Fabbrica Italia, il piano di sviluppo che la  Fiat ha impostato ad aprile e che si basa essenzialmente sul riavvio  della produzione a Pomigliano, ha bisogno di un elemento cruciale: «Che  gli stabilimenti lavorino in modo costante, continuo e affidabile». Il  fatto che la Fiom non abbia firmato, che il 40% di quella fabbrica abbia  detto no all&#8217;accordo, che a Melfi uno sciopero abbia bloccato la  produzione è qualcosa che la Fiat di Marchionne non si può permettere,  non vuole permettersi. Ecco così spiegata la durezza dimostrata in  questi giorni, la determinazione a non arretrare di un millimetro, il  bisogno di avere una manodopera disponibile e affidabile. Al millimetro,  al secondo.</p>
<p>Questo è il vero obiettivo aziendale. Per ottenerlo, Marchionne ha  ovviamente bisogno di una cornice ideologica in grado di sostenere un  modello in cui i sacrifici sono richiesti a una parte sola mentre  l&#8217;azienda si riserva di muoversi liberamente sul mercato, senza tra  l&#8217;altro rinunciare davvero a miriadi di incentivi pubblici, Italia  compresa: cos&#8217;è, altrimenti, il ricorso alla Cassa integrazione a Melfi?<br />
Ecco, dunque, che il nocciolo &#8220;culturale&#8221; dell&#8217;intervento, preparato da  un&#8217;introduzione sulle proprie origini migranti, sulla difficoltà ma  anche l&#8217;importanza del viaggio, del cambiamento, è basato sull&#8217;artificio  retorico delle due parti, una delle quali «difende il passato e una che  guarda avanti; fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi  schemi non ci sarà mai spazio per nuovi orizzonti». Insomma, quella che  va messa nel cassetto è è «la lente deformata del conflitto: non  possiamo pensare che c&#8217;è una lotta tra Capitale e Lavoro, tra Padroni e  Operai». Un&#8217;affermazione bizzarra se si pensa al basso numero di ore di  sciopero che caratterizza l&#8217;economia italiana da diversi anni a questa  parte, come giustamente faceva notare un editoriale di Massimo Mucchetti sempre sul Corriere della Sera.</p>
<p>Alla Fiat di Marchionne crea però problemi anche la minima obiezione &#8211;  in fondo la Fiom è disponibile a firmare la sostanza del piano  aziendale di Pomigliano, cioè 18 turni e riduzione delle pause ma chiede  di rispettare il diritto di sciopero &#8211; ed è qui che poggia il sentito  ringraziamento, con tanto di convinto applauso della platea, a «Raffaele  Bonanni e Luigi Angeletti che ci stanno accompagnando in questo  processo di rifondazione».<br />
Dei due, Marchionne ha voluto riprendere un ragionamento centrale a  proposito di Pomigliano e Melfi: «Un sistema corretto deve garantire che  gli accordi vengano stipulati» e «non si possono usare i diritti di  pochi per piegare i diritti di molti». Però, a quanto pare, nessuna  azienda, né tantomeno Cisl e Uil sono disposte a introdurre per legge il  referendum tra i lavoratori per confermare gli accordi.<br />
Insomma, come si vede un intervento di attacco, per nulla intimidito  dalle polemiche e nemmeno dalla lettera del Capo dello Stato che  Marchionne non nomina mai (e a cui ha inviato una sua personale lettera come rilevano Corriere della Sera e Stampa). A margine dell&#8217;intervento  ai giornalisti ha poi detto di avere «grandissimo rispetto per il  presidente della Repubblica come persona e per il suo ruolo  istituzionale», aggiungendo che «per la sua posizione istituzionale  accetto quello che ha detto come un invito a trovare una soluzione» alla  vicenda di Melfi. Una dichiarazione che non sembra rimettere in  discussione le scelte effettuale. Un intervento dunque basato sulla  centralità dell&#8217;impresa, sulle necessità della Fiat &#8211; «che perde soldi  solo in Italia eppure investe» &#8211; sul ruolo dell&#8217;imprenditore e sulla  necessità che il lavoro ne segua i movimenti, le azioni, le decisioni.  In altri tempi si sarebbe detto un intervento puramente &#8220;padronale&#8221;, sia  pure in chiave moderna. Un termine che a Marchionne non piace e che  intende superare. Ma che ai lavoratori Fiat probabilmente dice ancora  qualcosa.</p>
<p>articolo pubblicato su</p>
<p>Il fatto quotidiano</p>
<p>Il megafono quotidiano</p></div>
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		<title>Fascismo Fiat</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 13:46:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Feature]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro/nonLavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Repressione]]></category>

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Le rappresaglie antisindacali che la  Fiat sta pianificando in questi giorni a Melfi come a Mirafiori, sono  atti di autentico fascismo aziendale. Si perseguitano i delegati che  organizzano gli scioperi contro i carichi di lavoro eccessivi e gli  impiegati che informano i colleghi della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><img class="alignleft size-medium wp-image-16896" title="fascismo fiat" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/07/fascismo-fiat-218x300.jpg" alt="fascismo fiat" width="218" height="300" />di Giorgio Cremaschi [articolo pubblicato  su  "Liberazione"]</em></strong></p>
<p>Le rappresaglie antisindacali che la  Fiat sta pianificando in questi giorni a Melfi come a Mirafiori, sono  atti di autentico fascismo aziendale. Si perseguitano i delegati che  organizzano gli scioperi contro i carichi di lavoro eccessivi e gli  impiegati che informano i colleghi della solidarietà degli operai  polacchi con quelli di Pomigliano. La libertà di sciopero, la libertà di  informazione, la libertà di pensiero, le libertà in quanto tali sono  oggi in discussione alla Fiat. All’origine di tutto questo c’è la  strategia industrialmente debole, ma furba e arrogante di Sergio  Marchionne. L’amministratore delegato della Fiat non è mai stato un  industriale. E’ un banchiere svizzero chiamato a salvare la Fiat dal  fallimento. (&#8230;)  Questa operazione è riuscita al prezzo di durissimi  sacrifici dei lavoratori e, come sempre avviene nell’economia  finanziaria, ha portato ingenti guadagni a Marchionne. L’amministratore  delegato della Fiat è stato poi così chiamato a salvare la Chrysler, che  la Mercedes aveva abbandonato. Lì, con l’aiuto di ingenti finanziamenti  pubblici, è riuscito a piegare i sindacati. Che prima accusava di  miopia e intransigenza e che invece oggi elogia con gli stessi toni con  cui il generale Custer parlava degli indiani chiusi nelle riserve.  Marchionne ha poi riportato in Italia quel successo e, usando una carta  che da noi funziona sempre, si è presentato come il libero americano che  mette a posto i fannulloni assistiti. Ha così ottenuto un consenso  pressoché unanime nel Palazzo. Che non si è certo chiesto perché  importanti dirigenti abbiano abbandonato la Fiat per dirigere altre  aziende delle auto in Europa. Che non si è certo interrogato sulla  credibilità di un piano industriale che si fonda su numeri presi dal  libro dei sogni della vecchia Fiat – 6milioni di auto prodotte assieme  alla Chrysler. Nessun spirito critico in Italia verso le strategie della  Fiat. Di questo Marchionne ha approfittato coprendo così debolezze e  contraddizioni. La ripresa di Pomigliano, promessa tra 2 anni, serve a  coprire la chiusura &#8211; oggi &#8211; di Termini Imerese. L’accordo separato, con  Cisl e Uil e altri amici, serve a coprire il flop del plebiscito  richiesto ai lavoratori. I licenziamenti di delegati e militanti  sindacali servono a coprire i fallimenti di un’organizzazione del lavoro  che vuole imporre ritmi e condizioni che consumano le persone e possono  funzionare solo con la soppressione dei più elementari diritti. Infine  l’autoritarismo e l’intimidazione servono solo a coprire il clima di  ottuso ossequio con cui si distrugge ogni forma di partecipazione e  creatività dei lavoratori. Sì alla Fiat c’è il fascismo, non solo perché  si colpiscono le libertà e i diritti dei lavoratori. Ma perché così si  coprono mancati investimenti, burocratismi, servilismi e clientele che  prosperano e rendono inefficiente l’azienda più di prima. Marchionne è  tanto piaciuto a Scalfari perché ha dichiarato di porsi dopo la nascita  di Cristo. Sicuramente la sua cultura e la sua pratica sono però  antecedenti alla costituzione repubblicana ed eredi di quella pessima  tradizione delle classi dirigenti italiane che coniugava inefficienza e  propaganda, privilegio e autoritarismo. Lo svizzero americano Marchionne  è un padrone italiano collocato tra gli anni 30 e gli anni 50.</p>
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