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Abituarsi all’obbedienza

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

(F.De Andrè – Nella mia ora di libertà)

A cura di Favilla – CommuniaMantova

Abbiamo seguito con interesse le proteste degli studenti del Liceo Classico contro l’autoritarismo della preside. Oltre ad appoggiarne le rivendicazioni, abbiamo discusso con loro della situazione che si è creata, in quanto attivi nei collettivi studenteschi delle scuole di Mantova qualche anno fa.
Ci sembra utile individuare alcuni nodi per comprendere le cause del comportamento autoritario del dirigente scolastico nel relazionarsi con gli studenti, andando oltre alle considerazioni circostanziali (ad esempio “ha un carattere autoritario” o “è il tipo di scuola che è così”).

Da anni constatiamo (e contestiamo) una progressiva americanizzazione delle scuole superiori. Un flusso culturale sostenuto dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno definito la formazione come una merce.
Da non moltissimo tempo l’accesso universale all’istruzione è un diritto garantito, a partire dalla metà dell’ ‘800 è passata dall’essere un privilegio per pochissimi ricchi al diventare progressivamente un canale di mobilità sociale.
Inizialmente “la scuola” serviva semplicemente ad offrire la formazione delle porzioni di manodopera qualificata necessaria ai primi processi industriali.
Con la formazione dei welfare state e le tragedie delle due guerre mondiali, l’istituzione scolastica si è conformata come luogo di socializzazione delle regole dello stato liberal-democratico, canale di accesso al mondo del lavoro e strumento di conservazione dell’ordine sociale, oltre che come diritto inalienabile.

In modo crescente negli ultimi decenni, la formazione è sempre meno un diritto e sempre più una merce, a cui accedere da un mercato di saperi (o meglio di enti formativi pubblici e privati) in competizione.
Ciò ha sicuramente delle conseguenze sul modo di stare a scuola e sul governo di quest’ultima.

Quello che è avvenuto al Liceo Classico, il rifiuto dell’assemblea d’istituto e il successivo scontro tra gli studenti e la preside (arrivata a minacciare denunce se questi non avessero ammesso i propri errori nella tardiva richiesta dell’assemblea) verrebbe da legarli automaticamente alla Buona Scuola di Renzi.
In questa infatti, nel solco delle precedenti riforme (o proposte di legge), si va  a modificare il ruolo del preside, da coordinatore di una comunità formativa a manager di uno degli “erogatori di saperi” disponibili nel mercato della formazione.
La legge va così a cambiare nel senso di una maggiore gerarchizzazione le relazioni tra preside (manager) e personale docente (i lavoratori) e studenti (prima consumatori del pacchetto di saperi e poi prodotti da immettere nel mercato del lavoro o nella formazione terziaria e specializzante.

La repressione paventata verso gli studenti e i docenti del “Virgilio” ci sembra più che una conseguenza diretta della riforma, qualcosa di connesso allo “spirito” con cui le istituzioni hanno voluto governare il cambiamento della scuola pubblica (l’abbiamo spesso chiamato “aziendalizzazione”) e limitare le voci critiche che questo poteva produrre.
Da anni ormai i presidi (con la complicità di qualche docente) insistono per limitare la possibilità di interazione degli studenti con la scuola (pensiamo all’agitazione che suscita un volantino distribuito all’interno ad esempio) e di discutere dell’attualità aldifuori di momenti pre-impostati e stabiliti.

Consideriamo i collettivi studenteschi come delle forme di partecipazione, di informazione sulle disuguaglianze sociali, di responsabilizzazione rispetto l’istituzione scolastica, di aggregazione aldifuori dei meccanismi competitivi tipici della società dell’apparenza. Nonostante siano stati trattati dai dirigenti scolastici  in modo paternalistico come “agitatori” pensiamo che possano essere l’unico argine per una scuola a misura di studentesse e studenti. Il confronto con gli adulti e gli insegnanti è sicuramente importante, ma difficilmente gli allievi delle scuole superiori potranno sentirsi “propria” ed interattiva la scuola senza “rotture” che mettano in primo piano i propri interessi.

Solo dieci anni fa, quando occupammo il Liceo Scientifico, un atteggiamento del genere da parte di un dirigente scolastico non sarebbe stato ammissibile, sia per come erano ancora conformate le scuole superiori nei rapporti di potere interni, sia per una maggiore dinamicità critica degli adolescenti.
I “perché” del torpore degli ultimi anni lo possiamo trovare sicuramente in una serie di fattori politici e culturali: sette anni di governo senza opposizioni in Italia, la diffusione esponenziale dei mass media e di canali virtuali di socialità, la sconfitta dei movimenti contro le riforme della scuola etc..
Ma l’unica causa realmente significativa la troviamo in ciò che viene dopo la scuola: il mondo del lavoro, ovvero la variabile maggiormente considerata da ogni riforma della scuola dal ’67 ad oggi.
Il potere quando guarda alla scuola vede futuri dirigenti, precari, lavoratori specializzati e non. Dimenticativi le favole sul diritto allo studio.
La scuola deve conservare (e non mutare) una società in cui pochi comandano e tanti obbediscono.

Proprio il mondo del lavoro negli ultimi anni ha visto sparire le garanzie conquistate dalle lotte dei lavoratori, quei fragili meccanismi di tutela del posto di fronte la volatilità del mercato e quelle forme di distribuzione della ricchezza.
Oggi devi essere disposto a tutto: ti possono licenziare senza giusta causa, negarti il rinnovo del contratto perché fai troppe domande, farti lavorare per 1/5 dello stipendio che ti spetterebbe per la tua qualifica, convincerti che il tuo lavoro è una forma di volontariato (gratuita).

La scuola è il luogo dove imparare l’obbedienza necessaria al nuovo mercato del lavoro, progettato dal Partito della Nazione e sollecitato da grandi capitali e agenzie di credito.
Per questo i manager della Buona Scuola dovranno eliminare tutti i germi della contestazione sessantottina, fortunatamente ancora presenti.
Il ’68, spesso descritto come “ideologico”, nasceva in realtà da elementi molto concreti: contro l’autoritarismo condannato da Don Milani nel suo “Lettere ad una professoressa”; contro la visione di una didattica verticale incontestabile; contro una scuola in cui gli studenti erano solo fruitori in vista di una posizione sociale prestabilita e non membri di una comunità formativa in continua evoluzione.

Si contestava il piedistallo della cattedra del docente, le modalità meccaniche di apprendimento e la supposta neutralità del sapere e del potere.
Si richiedevano diritti, trasporti ed uguaglianza nell’accesso all’istruzione.

Nelle scuole-aziende non serve più la dialettica tipica di una comunità, anzi qualsiasi disponibilità al dialogo potrebbe macchiare il marketing del soggetto formativo. La scuola deve essere come un detersivo, un prodotto omogeneo, superficialmente perfetto ed acritico.

Il ’68 a Mantova incominciò con gli studenti dello Scientifico che rimasero nel cortile della scuola una volta finito l’intervallo. Venerdì 18 dicembre gli studenti del “Virgilio” hanno fatto un’azione simile organizzando un presidio critico fuori dalla scuola prima dell’inizio delle lezioni.

I prossimi passi per gli studenti del classico-linguistico saranno quelli di assumersi quanto avvenuto nelle ultime settimane e di convincersi della giustezza del ribellarsi in una scuola così conformata. Gli allievi dei Licei, per rendere ancora più esplosiva la propria critica, dovranno sicuramente tenere a mente la gerarchia occupazionale che andranno ad occupare una volta fatta la maturità. Potranno diventare agenti dell’obbedienza o indispensabili fonti di critica e mobilitazione nei luoghi di lavoro.

Le marce contro il clima e la necessità di una rivoluzione eco socialista

In una lettera pubblicata sulla Gazzetta Bassoli (consigliere di Sel) riprende la manifestazione del climate march che si è svolta anche nella nostra città sintetizzando una posizione largamente diffusa da alcune associazioni ambientaliste ad altre ambigue come Avaaz che coopera direttamente con le segreterie di Ban-Ki-Moon.  Il ragionamento più o meno è il seguente: milioni di persone hanno manifestato la propria preoccupazione (Papa incluso) per l’innalzamento climatico globale nell’auspicio le preoccupazioni collettive sui disastri ambientali riescano a infondere un’etica ai responsabili di  multinazionali e governi nel Cop21. Un copione difficilmente digeribile anche per un cinepanettone. Vediamo perché

Duecento anni di produttivismo hanno portato il sistema climatico al collasso. Le condizioni ambientali disastrose hanno portato alla scomparsa di  interi ecosistemi, catastrofi ambientali che milioni di persone, specialmente i più poveri,  pagano con la propria vita. La responsabilità delle emissioni incontrollate è per l’80% dei paesi sviluppati e in via di sviluppo, mentre a pagarne quasi sempre le spese sono i Paesi del Sud del Mondo.  Secondo le dottrine liberiste la sola economia di mercato, sarebbe in grado di risolvere la stabilizzazione del clima con il diritto allo sviluppo all’espansione produttiva. Per questo ancora oggi assistiamo alle convention sul clima dell’Onu su cui i media enfatizzano speranze e buoni propositi.  Occorre però dare una spiegazione del motivo per cui i propositi vengono costantemente disattesi da Kyoto a Copenaghen a Cancun e avranno i medesimi esiti a Parigi. Il riscaldamento globale è un dato di fatto e nella migliore delle ipotesi è solo possibile mitigarne al massimo gli effetti e costruire percorsi di adattamento e transizione. Una frase così moderata e condivisibile però presuppone draconiane misure di riduzione delle emissioni e l’utilizzo di tutta la tecnologia disponibile per sostituire un energia fossile con una rinnovabile, a prescindere dai costi.  Le necessità di crescita produttiva e di miglioramento del rapporto costi/efficienza non sono in nessun modo compatibili con un impegno a una riduzione dell’abbassamento delle emissioni. L’energia pulita senza emissioni ha un costo enormemente superiore a quella fossile estratta. Ha un valore sociale crea benefici collettivi, ma un costo di infrastrutture sicuramente più alto. Le lobby delle energie fossili e i settori che da esse dipendono si rifiutano di pagare il conto e perseguono il solo scopo  proteggere i propri sovraprofitti , hanno determinanti partecipazioni ai governi e agli organismi internazionali di monitoraggio (il Cop21 appunto) e  non hanno alcun interesse economico a sostituire le energie pulite e rinnovabili con quelle fossili. Al massimo possono ritenere redditizia l’introduzione di una nuova fascia di mercato per l’utenza che ne ha le possibilità e cerca di contribuire come singolo consumatore optando per una scelta ecosostenibile, ma la risibile energia pulita andrebbe a sommarsi a quella estratta, non a sostituirla.  Quindi occorre chiarire che per  salvare il mondo dalle catastrofi ambientali occorre rivoluzionare il sistema economico e rivoluzionare quello energetico. Questi principi configgono violentemente, senza alcuna mediazione possibile, con le necessità di aumentare rendite e profitti delle multinazionali, che avranno i loro maggiori ricavi intensificando lo sfruttamento intensivo del suolo, l’inquinamento delle acque, il decentramento delle attività produttive dove non esistono controlli (petrolchimici in primis), lo sfruttamento della forza lavoro e ovviamente le emissioni di CO2.  Eppure il potenziale tecnico delle energie rinnovabili consentirebbe di coprire per oltre dieci volte i bisogni dell’umanità. Non si tratta quindi di una impasse fisica, ma sociale. La sostanza di fondo del problema, è politica. In ultima istanza scelta che abbiamo di fronte è drammaticamente semplice:
O si ridimensiona radicalmente la sfera della produzione capitalistica per garantire la transizione verso un altro sistema produttivo ed è allora possibile limitare al massimo i danni del riscaldamento pur garantendo a tutte e a tutti uno sviluppo umano di qualità, basato esclusivamente sulle energie rinnovabili
O si resta nella logica capitalista di un’accumulazione sempre più frenetica, e allora il disordine climatico che ne deriva riduce drasticamente il diritto di esistere per milioni di persone e le generazioni future saranno condannate a fare le spese della rincorsa di energie pericolose: nucleare,Ogm, agro-carburanti e stoccaggio geologico della CO2
Soluzioni intermedie non esistono, o sono solo speculazioni illusorie di chi vuole rabbonire un’opinione pubblica inferocita per i disastri a cui assiste e subisce, che deve tutelare i propri profitti

Come, Cosa,Dove e per chi produrre. La transizione energetica non è solo necessaria ma dovrà anche essere radicale. Noi optiamo per un modello energetico che richiami una società democratica e una gestione partecipativa e socialmente controllata, in cui i beni comuni siano condivisi collettivamente e non sottoposti alle leggi di valorizzazione del capitale. Per questo cogliamo lo spirito positivo con cui le climate march sono state convocate ma poniamo la necessità di dover intraprendere rivendicazioni altre dal tirare la giacchetta dei potenti per incrementare i propri guadagni avvelenano e uccidono il pianeta.  Sarebbe necessario che tutti ci riappropriassimo della politica e della necessità di determinare le esigenze di vita nostre che non sono quelle delle aziende e delle banche italiane. Peccato che il movimento ambientalista che ha manifestato esattamente tali principi abbia subito la repressione della polizia e la criminalizzazione del governo Hollande.
Per questo solidarizziamo con gli arrestati a Parigi e la repressione della Gendarmerie francese e  oltre a voler confrontarci su un analisi teorica e scientifica siamo impegnati nella costruzione di alternative dal basso.

Vieni a confrontarti con noi:
#martedì8dicembre per il corteo in difesa a Mondeggi-fattoria senza padroni (partenza h11 a La Boje!)
#domenica13dicembre durante la visione di cowspirancy – doc sull’industria della carne e la sovranità alimentare
# verso la fine di dicembre verso il lancio della rete di autoproduzioni di Genuino Clandestino

PILLOLE DI ANTIRAZZISMO: CHI SONO I RAZZISTI E COME FUNZIONA IL SISTEMA DELL’ACCOGLIENZA

Chi è “Mantova ai Virgiliani”?
É una sigla creata da Forza Nuova, organizzazione neofascista, che sta provando a darsi legittimità e inserimento sociale sfruttando l’allarme mediatico dell’arrivo di migranti e replicando in ogni città questa formula (ad es. Brescia ai bresciani, Verona ai veronesi etc.).
Nonostante il tentativo di definirsi come comitato apartitico che ammicca al mondo ultras mischiando nazionalismo e “colori” cittadini, la regia è chiaramente legata agli esponenti locali del partito dell’ex terrorista nero Roberto Fiore.
A questi si sono aggiunti i naziskin legati ai gruppi veneti, alcuni ragazzi raccolti attorno al leader della band nazi-rock (Acciaio Vincente), resisi protagonisti di minacce, aggressioni e mitomanie (ascoltare le canzoni per credere).
Oltre a questo panorama nel “comitato apartitico c’è ben poco, basta scorrere i “mi piace” della loro pagina Facebook per scoprire la galassia neofascista del nord Italia, o riprendere i video della prima uscita alla Virgiliana dove il coordinatore di Forza Nuova del nord Italia (Luca Castellini) coordinava fascisti provenienti da Bergamo, Verona, Brescia e Cremona.
Un comitato che vorrebbe restituire Mantova ai mantovani si è presentato al territorio facendo  gestire la manifestazione a persone venute da fuori (che dei virgiliani sanno ben poco) e utilizzando media nazionali (nel quartiere Virgiliana erano presenti le telecamere di Sky e Rete4) che si ingrassano su problemi su cui servirebbe approfondimento.
Non è che c’è chi sfrutta Mantova solo come vetrina su cui farsi pubblicità?
Oltre a tutto questo ci teniamo a ricordare che le città sono più sicure senza fascisti, come mostrano le implicazioni di membri di Forza Nuova, Veneto Fronte e Casa Pound in diversi episodi di aggressioni premeditate ed omicidi, nel 2006 ad Ostia e nel 2008 a Verona, ai danni di Nicola Tommasoli colpevole di aver rifiutato di offrire una sigaretta.

Emergenza immigrazione?
Negli ultimi mesi sono arrivati in Europa 310mila migranti (1 ogni 300mila abitanti dell’Unione Europea) un pò pochi per parlare di invasione, soprattutto se pensiamo che le nostre economie beneficiano di accordi commerciali (di materie prime) vantaggiosi rispetto diversi paesi di provenienza. Rispetto a questo argomento pensiamo sia sbagliato differenziare tra “chi scappa dalle guerre”(rifugiati) e “chi scappa dalla povertà”(migranti economici), come fa la Merkel insieme a diversi esponenti politici di “governo”, poiché i confini sono estremamente labili ed entrambi i processi sono figli del neocolonialismo economico e politico dell’occidente verso il sud del mondo.
Venendo ai “35 euro giornalieri” vorremmo ricordare che questi soldi sono percepiti dalle strutture e dalle cooperative ITALIANE che ospitano i migranti (che ricevono unicamente 2,50euro/giornalieri di pocket money). I soldi sono prelevati da fondi pubblici (uno Europeo e uno italiano) a cui contribuiscono in gran parte gli stessi migranti con le tasse di rinnovo dei permessi di soggiorno.
Secondo voi gli stessi governi europei che hanno bruciato miliardi di euro di denaro pubblico per salvare le banche private dopo la crisi del 2007/08, sono disposti a “buttare” i soldi per i profughi o sotto c’è qualche interesse?

Quali soluzioni?
Nonostante Forza Nuova continui ad affermare “stop business accoglienza”, sembrerebbe che le loro motivazioni siano dettate da una visione gerarchica delle razze/etnie e da una preservazione dell’Europa “bianca” e “cristiana”. Posto che entrambe le tendenze sono smentite dalla storia e dalla scienza, queste vanno a formare ciò che viene comunemente denominato “razzismo”. Dalla Lega ai neonazisti usano questo approccio un pò perché ci credono, un pò perché sanno che, come il tifo tra squadre, può aggregare la rabbia dei disoccupati o impoveriti nati in Italia.

Perché altrimenti protestare contro i profughi quando è evidente che non sono loro a guadagnare da questo sistema di accoglienza varato quando Maroni era Ministro dell’Interno?

Non sono i profughi a togliere Mantova ai virgiliani quanto le banche, gli imprenditori che trasferiscono capitali all’estero, le imprese che prima inquinano e poi delocalizzano, tutte persone benestanti, bianche e magari pure “virgiliane”.
Guardando i livelli di reddito e di accesso ai diritti però sembrerebbe che gli italiani poveri abbiano molto più in comune con i migranti che con gli italiani ricchi, che sfruttano entrambi. Il modello di accoglienza europea scarica i costi sul sud europa, fa guadagnare i privati (dell’accoglienza e del settore militare) e crea una manodopera a buon mercato e disposta a tutto. É giunta l’ora di considerare le migrazioni come un punto di partenza per una lotta che chieda: maggiori diritti sociali per tutte e tutti; garanzie di reddito e di lavoro; la fine della gestione a terzi (qua le cooperative) dei servizi sociali (non solo accoglienza, ma anche scuola e sanità).

…IN PILLOLE…

INVASIONE? arrivate 121mila persone (= 0,2% popolazione italiana)

SOLDI PER MIGRANTI? i 40 euro vanno a coop e alberghi italiani, la maggior parte dei soldi vengono da tasse rinnovo permessi di soggiorno

LAVORO? non rubano il lavoro, ma anzi vengono sfruttati in settori come agricoltura, dove solo una lotta comune potrà portare a diritti e salari più alti.

CRIMINALITÁ? secondo ministero dell’interno nessuna correlazione tra migranti e criminalità, ce ne sono invece tra povertà, ricatto ed illegalità.

SPECULAZIONE? Come nella scuola, nella gestione dei rifiuti e nella sanità, l’ingresso di privati nei servizi sociali genera speculazioni. Serve quindi un sistema di accoglienza pubblico, unico ed europeo che assuma direttamente senza passare da soggetti terzi (coop bianche, rosse, nere, mafiose etc.)

Restiamo Umani

Piangiamo le vittime di Parigi e solidarizziamo con i loro cari.
Proviamo odio per chi disprezza l’umanità a tal punto da eseguire un orrore come quello visto nella capitale francese. Vogliamo però con altrettanta enfasi denunciare lo sciacallaggio mediatico in corso. Non possiamo lasciare alcuno spazio a chi oggi a poche ore da un dramma che coinvolge tutte e tutti fomenta napalm sul Mediterraneo, fuoco e fiamme su pretesti razziali, rappresaglie basate sul colore della pelle piuttosto che sull’intimità religiosa e cerca di indirizzare l’indignazione collettiva e la rabbia di tutti verso una Guerra.
Vogliamo capire, analizzare, riflettere le dinamiche e i moventi.
Vogliamo in tal proposito socializzare alcune considerazioni.
Le organizzazione terroristiche islamiche esercitano guerre e genocidi a danno di milioni di persone che vivono in Medio Oriente. E’ dalla repressione, dalle torture, dai genocidi per mano di terroristi e di alcuni regimi, Assad in primis, che i migranti scappano e cercano rifugio in Europa. Dall’Egitto alla Rojava, passando per il martirio del popolo siriano per opera di Assad. Purtroppo le resistenze laiche e socialiste che si contrappongono alle organizzazioni integraliste islamiche devono anche combattere contro l’appoggio dei governi occidentali ai regimi Islamici, come vergognosamente accade nelle operazioni militari in Turchia tra Erdogan e Isis avvallate dall’Onu. I Governi occidentali hanno strette relazioni economiche per l’approvvigionamento e il possesso di risorse energetiche, soprattutto gas e petrolio dei regimi Mediorientali che appoggiano incondizionatamente le falangi fasciste e terroriste dell’Islam. La barbarie imperialista e la barbarie islamista si alimentano vicendevolmente per il controllo delle risorse. A pagare il prezzo di questi conflitti siamo tutti noi. Sono i 140 morti a Parigi, sono i 30 morti a Beirut sempre ieri per mano della stessa Isis, sono i migranti che scappano e che forse hanno travato morte nella capitale francese. Siamo tutti noi a pagare con i nostri morti le loro guerre imperialiste. Hollande e Assad sono due facce della stessa medaglia. Vogliamo nei prossimi giorni raccontare realtà diverse da quelle che fomentano odio, guerre e razzismo, perchè esse sono esattamente la stupida conseguenza del problema che li genera.

Spazio sociale LaBoje!

Regalare Mantova ai grandi marchi?

Apprendiamo dalla Gazzetta del 9/11 che la giunta mantovana “si è gettata con profusione di grande energia” in una serie di agevolazioni con lo scopo di favorire la presenza di grandi marchi nei locali commerciali rimasti sfitti, in centro e non solo. Il comune di Mantova vuole così rivitalizzare le vie che si apprestano a diventare il salotto della capitale della cultura 2016.

Non possiamo che esprimere perplessità rispetto a tale provvedimento. Modificando i termini del messaggio, si potrebbe tradurre il tutto in altro modo: il comune investe 1 milione di euro per favorire i grandi marchi finanziari che prenderanno i posti lasciati vuoti da piccoli esercenti commerciali impoveriti dalla crisi. È abbastanza chiaro come le politiche neo-liberali non facciano altro che togliere risorse ai poveri e dirottarle verso la ricchezza già esistente.

Chi, se non i grandi marchi escono agevolati dalla crisi in questa faccenda? Perché non si prendono misure uguali per favorire il piccolo e medio commercio o le attività di artigianato che tanto arricchirebbero il tessuto sociale del centro? Quale tipologia di persone si vuole frequentino i luoghi di cui va fiera l’intera città?

Da tempo noi della Boje consideriamo il PD il partito del capitalismo e non ci scandalizziamo, quindi di questi provvedimenti. Quel che ci lascia alquanto meravigliati è la velocità con cui Palazzi rinnega il programma, pur timido, per cui è stato votato da molti mantovani.

Quel che ci separa nettamente dal PD mantovano, che non fatichiamo a definire un partito di destra neo-liberale, è l’idea di città. Alla città del capitale promossa dalla giunta Palazzi noi contrapponiamo la città attraversabile dalla comunità. Alla città securitaria e dell’esclusione, noi contrapponiamo la città dell’integrazione e della condivisione, alla città dell’interesse privato, noi contrapponiamo la città del bene comune.

Una domanda, però, rimane aperta: quale modello preferirebbero gli abitanti di Birmingham?

La cattiva scuola di Renzi-Giannini

Per i precari della scuola l’estate è sempre stato una stagione piena di contraddizioni e dubbi. Il lungo periodo di inattività farcito dall’assegno di disoccupazione (che arriva spesso tra ottobre e dicembre) non è mai stato libero da preoccupazioni che proiettano la mente all’inizio del futuro anno scolastico: avrò un contratto favorevole? Riuscirò a lavorare tutto l’anno? Andrò in una scuola favorevole alle mie aspettative?

La domanda più assillante rimane, comunque,la stessa di sempre: sarà la volta buona per andare di ruolo?

L’estate 2015, tuttavia, sarà ricordata dal variegato mondo del precariato scolastico in modo diverso da tutti gli altri, è infatti l’estate della “buona” scuola! I mesi precedenti si sono chiusi con le mobilitazioni sindacali che sono riuscite a manifestare un primo segnale di opposizione all’Italia renziana che sembrava fondarsi su un granitico consenso. L’altro risultato importante delle mobilitazioni di fine primavera è stato l’aver ricompattato il fronte dei docenti in passato diviso, schematizzando un po’ la realtà, tra i docenti di ruolo ed i precari. Sarebbe più che logico aspettarsi un autunno caldo sul fronte scolastico, visto che coinciderà con l’introduzione dei provvedimenti osteggiati e, bisogna riconoscerlo, realizzati dal duo Renzi-Giannini.

Saltiamo, dunque, tutte e tutti sulla grande barca contestatrice che vede finalmente uniti sindacati, precari, famiglie e studenti?

A ben guardare, la situazione è più sfaccettata e rischiosa.

Le prime contraddizioni nel fronte dei docenti si stanno già manifestando durante le iniziali convocazioni di Agosto per il personale della scuola.

Le problematiche sono emerse per i docenti delle scuole dell’infanzia e delle primarie. Queste nomine sono state effettuate al di fuori del piano di assunzioni della riforma (che partiranno dal 15 Agosto) e si sono rivolte a chi era già inserito nelle graduatorie permanenti, ovvero quelle dove si trovano i candidati in possesso di abilitazione titolo che non coincide con la laurea o il diploma ai quali è successivo. Una sentenza del consiglio di Stato ha accolto un ricorso dell’ANIEF (un’associazione pseudo-sindacale attiva nel promuovere qualsiasi forma di ricorso e petizioni, anche se in contraddizione tra di loro) che equiparava i titoli di alcuni docenti in possesso del diploma abilitante come abilitazione vera e propria e inserendoli nelle GAE. Questa sentenza ha determinato che alcuni docenti si sono visti scavalcare da altri che possederebbero un titolo in meno, non molti per la verità in quanto la sentenza aveva in sé parametri stabiliti (età, anni di servizio ecc.). Sono scattate immediatamente le proteste che hanno visto gli insegnati e le insegnanti coinvolte andare a prendere la tanto agognata nomina a tempo determinato in abiti neri da lutto.

Qualcosa, a ben vedere, non torna. Per quale motivo una persona che sta per essere assunta a tempo indeterminato, oggi come oggi, lo fa vestendosi a lutto? Semmai avrebbe dovuto protestare chi quel posto non lo ha avuto per “colpa” di altri che hanno vinto un ricorso. Naturalmente è arrivata puntuale la solidarietà dei vari sindacati che, mesi prima, avevano anche favorito il ricorso tanto vituperato.

I veri nodi, però, sono in arrivo a partire da metà Agosto.

Gli insegnati di scuola secondaria,medie e superiori, inseriti nelle GAE e/o i vincitori dell’ultimo concorso si sono divisi in chi ha avuto la fortuna di essere assunto prima del 15 Agosto(circa 27mila) con i contingenti e le norme in vigore precedentemente alla buona scuola e coloro che dovranno affrontare il calvario emotivo delle fasi A,B,C,D; ovvero step di accesso alle assunzioni che dividono e classificano il già parcellizzato mondo del precariato scolastico.

È a partire da questa fase che emergono le novità della riforma. Agli insegnanti abilitati che non sono stati immessi in ruolo nelle fasi precedenti (circa 80mila) è stata fornita la possibilità di inserirsi in una grande graduatoria nazionale in cui ogni candidato deve esprimere preferenze sulle province in cui desidera lavorare. Il sistema informatico predisposto dal ministero incrocia i dati e indica la cattedra di titolarità assegnata. Fin qui sembrerebbe tutto liscio, anzi, molto positivo; ma è in agguato una clausola ereditata dai passati sistemi di reclutamento: se rinunci alla nomina vieni depennato dalle graduatorie. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Fino ad oggi gli insegnati abilitati erano iscritti in graduatorie provinciali e questo sistema si basava sul presupposto che un lavoratore avesse un interesse a vivere in una determinata provincia. Come è noto, ciò ha determinato spostamenti considerevoli da zone a forte calo demografico (specie nel Sud Italia interno) a zone a buoni livelli di crescita demografica (sopratutto le aree industriali del Nord Italia interessate prima di altre a processi di immigrazione interna o extra-nazionale). Questi fattori hanno portato a dislivelli considerevoli di presenza nelle GAE e tempi di permanenza diversi. Facendo degli esempi, i tempi di immissione in ruolo in province della pianura padana si attestavano, in media 5-10 anni; al sud i tempi si allungavano di ulteriori 10 anni circa. Il risultato è che, ad oggi, i posti disponibili sono quasi esclusivamente in nord Italia e, con la graduatoria nazionale ci sarà un esodo di massa di persone comprese tra i 30 e i 40 anni o più dal Sud al Nord. Circa il 25% dei candidabili alla graduatoria nazionale non ha presentato domanda di inserimento, valutando che il trasferimento sarebbe stato troppo problematico (come conciliare il lavoro di un membro della famiglia con la salvaguardia dell’integrità della stessa?). Per questi insegnanti rimane la possibilità di poter fare delle supplenze annuali o a tempo breve; in pratica una retrocessione da aspirante docente di ruolo a supplente precario a vita, o quasi. Il messaggio di fondo del ministero e del governo sembra essere questo: “caro/a precario/a sei tu disposto a spostarti dove il cervellone elettronico ti assegnerà la cattedra? Bene puoi lavorare…..non sei disposto perché hai famiglia, figli piccoli da crescere, genitori anziani da accudire, affetti emotivi a cui non vuoi rinunciare? Bhè, ci pensavi prima e ora non rompere le scatole con queste sciocchezze sentimentali e non economiche!

Anche in questo caso si è alzata la protesta, formale, dei sindacati. Peccato che la graduatoria nazionale sia stato un cavallo di battaglia di tutti i sindacati che la indicavano, ai tempi della riforma-tagliola Gelmini come una soluzione al precariato. La stessa ministra Giannini non ha nascosto la propria irritazione per le critiche mosse dalle organizzazioni dei lavoratori dopo che non aveva fatto altro, di fatto, che applicare quanto esse suggerivano da anni.

Sia chiaro fin da subito che non esiste una formula magica che elimini i problemi del reclutamento del personale docente in maniera indolore e positiva per tutti e tutte; specie se non si interviene su nodi reali capaci di creare nuovi posti di lavoro e sopratutto maggiore qualità nel sistema scolastico per gli studenti. Ciò che, invece,sembra stia avvenendo è una sovrapposizione a tratti caotica di norme, riforme, provvedimenti giudiziari che destabilizzano l’immagine che il lavoratore ha di se stesso all’interno del gruppo e che faccia interiorizzare il concetto che il lavoro non sia un diritto e neanche una conquista ma piuttosto una concessione.

Si può tranquillamente sostenere che sia proprio questo il nodo reale della questione, sul quale si ritornerà in seguito. Scuole ora, sviscerare il problema delle successive fasi di reclutamento, denominate fasi C e D.

La riforma Giannini prevede ulteriori provvedimenti di assunzione che rappresentano, forse, il nodo più spinoso seppur e si collega con i cosiddetti “poteri della dirigenza”.

Nell’ottica di realizzare la piena autonomia scolastica, introdotta fin dagli anni ’90 con le riforme Berliguer ma poi, nel bene e nel male, ampiamente disattesa; ogni istituto scolastico può destinare parte del proprio bacino di lavoratori a progetti speciali. Questi sono orientati da griglie ministeriali e si pongono l’obiettivo di facilitare il rapporto tra scuola e territorio. Tali progetti erano, in precedenza, finanziati con i fondi di istituto mentre ora vengono direttamente traslati dal monte orario settimanale di lavoro in classe (18 h.); in pratica se un insegnante viene destinato a svolgere 9 ore settimanali al progetto x, andrà in aula nelle 9 ore restanti, svolgendo sempre le sue 18 ore da contratto ma non realizzandole esclusivamente in aula. Sono le dirigenze ed i consigli di Istituto a stabilire quali progetti mettere in piedi e il personale da destinare agli stessi in base al curriculum personale di ogni insegnate o personale tecnico-amministrativo. A questo punto si liberano ore di insegnamento che dovranno essere coperte da nuove assunzioni dette “di autonomia”. È la fase C di assunzioni che coinvolge chi non ha avuto l’assunzione in ruolo nelle tre fasi precedenti ed è inserito nelle liste nazionali; il personale abilitato che non aveva fatto domanda di inserimento nelle suddette liste nazionali ed è rimasto nelle Graduatorie Ad Esaurimento provinciali; gli abilitati non inseriti nelle GAE (in genere gli abilitati TFA e chi è oggi inserito nella 2° fascia provinciale). A conti fatti un bel po’ di gente.

Ma quali sono, realisticamente, i numeri di queste assunzioni? Si presume che saranno molto esigui nei primi due anni di introduzione della riforma (tempo che si prevede coincida con la fine delle fasi precedenti) e che i primi effetti reali si vedranno nell’A.S. 2017/2018, mentre per l’A.S. In corso bisognerà attendere Novembre

Il 14 Ottobre si sono completate le operazioni di assunzione che hanno coinvolto il normale avvio delle attività scolastiche, con le nomine dei primi supplenti nominati da ogni graduatoria possibile.

Si può, quindi, cercare di trarre un bilancio per pensare e prevedere delle prassi politiche.

Sommando le varie fasi di assunzione (a tempo indeterminato o precarie) con quelle che avverranno con tutele crescenti (fase C) si capisce come la situazione lavorativa degli insegnanti prima precari, sia migliorata, o almeno non peggiorata dal punto di vista contrattuale. La stessa preoccupazione per le nomine dalla graduatoria nazionale si è, di fatto, rivelata poco fondata se guardiamo i numeri di chi non ne ha usufruito. Tale miglioramento non è dovuto esclusivamente ai piani di assunzione di Renzi, ma anche e sopratutto per via del blocco delle abilitazioni che conducono all’immissione in ruolo iniziato nel 2010 con la fine delle SISS (scuole di specializzazioni post laurea abilitanti all’insegnamento della durata di anni e parificate ad un dottorato).

A completare il quadro vi è stata l’assegnazione di 500 € in busta paga per finanziare le attività di aggiornamento individuale preventivamente elargiti sui conto corrente degli insegnanti nominati fino al 14 Ottobre. Rimane inesplicato le modalità con cui ogni insegnante sarà tenuto a fruirne.

La Debolezza delle mobilitazioni sindacali

Le mobilitazioni del corpo docenti avvenute tra fine primavera ed estate, sembrano aver perso spinta ed energia nell’autunno. Se in Maggio, come si accennava precedentemente, gli insegnanti (mobilitati sopratutto dalla FLC-CGIL) hanno dato prova di notevole combattività, la categoria stessa sembra, ultimamente, essere scomparsa dal dibattito pubblico. L’unica manifestazione prevista nei mesi di Settembre-Ottobre ha manifestato più limiti che potenzialità.

Da un lato si pone la FLC-CGIL in particolare (e il resto dei confederati in generale) che vive la contraddizione di imbastire una lotta contro il governo del PD, a cui è legato ancor più di altri settori della CGIL; d’altro canto i sindacati di base non riescono più a mobilitare e gestire i propri iscritti.

Ad una lettura più intima delle mobilitazioni recenti, senza dimenticare quelle più lontane intraprese dal 2008, si potrebbe affermare che si è arrivati ad una fase conclusiva, poiché le tematiche e le piattaforme portate avanti hanno, in parte trovato risposta dalla riforma Renzo – Giannini. Sia chiaro, le richieste hanno sempre avuto un carattere più rivendicativo che vertenziale, accomunando un poco tutto nello slogan “Immissione in ruolo di tutti i precari”. A ben vedere, però, essendo quello salariale l’unico binario sul quale ha viaggiato il treno della contestazione; esso si perde nel vuoto man mano che la situazione salariale stessa migliora o, sarebbe meglio dire, non peggiora alla stessa velocità che colpisce il resto del lavoro dipendente, pubblico o privato che sia.

La questione salariale ha portato, ad avviso dello scrivente, più problemi che alto, in quanto è un ostacolo ad un allargamento della mobilitazione verso il protagonismo degli studenti nonché al resto della società. Perché mai gli studenti dovrebbero sostenere la lotta salariale di una categoria che non percepiscono, a volte giustamente, come vicina alle proprie rivendicazioni? E perché mai una famiglia, magari in difficoltà economica, dovrebbe sostenere una lotta salariale di un lavoratore che non sempre è più povero di tanti altri, pur intellettualmente preparati?

Quel che è mancata è stata un’idea progettuale di rinnovamento radicale dell’istituzione scolastica. Questo grande assente, pur se da molti rincorso, non è stato mai al centro delle discussioni. Sta probabilmente qui la grande differenza con le mobilitazioni del passato (che non sono partite dagli insegnanti) e, oggi, si paga totalmente il conto di questa situazione.

Di fatto il modello si scuola neo-liberista, che Renzi media dal modello anglosassone del suo idolo Tony Blair non ha trovato nessun reale ostacolo al suo affermarsi. La scuola che oggi si disegna è una scuola prettamente classista, (non priva di elementi razzisti e xenofobi) in cui viene presentato alle generazioni in formazione un modello basato sul concetto di lavoro=concessione. Come spiegare, infatti l’isterico riferimento agli stage formativi in azienda che coinvolgono anche per 600 h. Gli studenti e le studentesse? (200 facoltative per i licei, 400 per i tecnici, 400+200 facoltative per i professionali).

Quale altro motivo se non l’appropriazione della ricchezza prodotta dal lavoro è alla base di una pianificazione in cui i giovani sono portati ad interiorizzare l’obbligatorietà di essere solo ed esclusivamente lavoratori dipendenti?

La buona scuola sta marciando a ritmi veloci, ma ancora più rapido è il tentavo del “partito della nazione” di mutare il carattere ed il volto della società, a partire proprio dalla scuola, il nuovo e più pericoloso laboratorio del dogmatismo neo-liberista.

IL BUSINESS DELLA LOTTA ALL’ACCOGLIENZA

La melma nera su Mantova e l’artifizio mediatico del razzismo che non c’è

di  Favilla – CommuniaMantova
Spazio Sociale La Boje!

La frazione Virgiliana è una formata da un paio di strade che si intersecano ai capannoni dell’area industriale a est di Mantova.
Ci abitano diverse famiglie di migranti, ma la scarsa densità abitativa e l’assenza di piazze e spazi pubblici di socialità, la rendono una tranquilla zona dormitorio dove ognuno pensa a sé.
Due settimane fa arrivano 45 profughi da Bangladesh, Pakistan e Afghanistan presso un hotel dismesso da 7 anni, gestiti dalla cooperativa Olinda (esterna alla rete SOL.CO, che domina gli appalti nel settore sociale nel mantovano, settore segnato da una situazione di precarietà e appalti al ribasso, aggravatasi ulteriormente dopo i tagli al welfare).  L’amministrazione del nuovo sindaco Palazzi (al cui interno SOL.CO ha un buon peso politico) polemizza con la scelta della prefettura e si impegna per trasferire parte di quei profughi in altre strutture, con la scusa della destinazione d’uso che stabilisce quanti richiedenti asilo possono essere ospitati.

Approfittando del polverone mosso dalla stessa giunta di centro-sinistra, Forza Nuova organizza un presidio sotto l’ hotel attraverso la pagina, creata ad hoc, “Mantova ai virgiliani”.
Il fratello della coordinatrice provinciale dell’organizzazione neofascista organizza l’evento Facebook, che argomentando in sole 35 parole i motivi della protesta, raccoglie a fatica in una decina di giorni 50 partecipanti.
Ricordiamo che a Mantova Forza Nuova è formata da pochissime persone unite da legami affettivi o parentali che vivono in provincia, lontani dalla città. Hanno provato a candidarsi a maggio a Mariana Mantovana (paese di 721 abitanti noto per la discarica provinciale), in linea con la strategia del loro partito di strappare consiglieri comunali in comuni microscopici, ma non sono riusciti a raccogliere le firme necessarie.

Mentre la pagina facebook campanilista pubblicava foto di tortelli e agnolini, evitando accuratamente di produrre un’ analisi sulla questione dei flussi migratori, i collettivi dello Spazio Sociale La Boje! hanno convocato un’assemblea a cui hanno invitato tutte le forze antirazziste.
Nonostante la ristrettezza di tempo, abbiamo pensato fosse necessario convocare un presidio in contemporanea con quello di Forza Nuova in modo da allontanarli dall’hotel Maragò ed entrare in contatto con gli abitanti della Virgiliana.
In più occasioni nell’ultimo anno abbiamo provato ad aprire percorsi di reciprocità e solidarietà tra territori e migranti, basterebbe ricordare il presidio meticcio “Je suis antiraciste” contro l’attentato a Charlie Hebdo e le sparate razziste dei giorni successivi oppure il progetto dello sport antirazzista nelle periferie. Pensiamo che queste campagne a costo zero abbiano prodotto e stiano producendo strumenti e legami sociali per arginare il razzismo nelle periferie della nostra città.

Uno dei momenti dei Mondiali Antirazzisti a cui ha partecipato l'Atletico Langafia, squadra di antirazzisti e richiedenti asilo nata dallo sport popolare in periferia

Mercoledì ci siamo trovati verso le sei per parlare con gli abitanti della frazione, dare la nostra solidarietà ai profughi e agli operatori sociali che vivevano con preoccupazione le ore precedenti al presidio razzista. Abbiamo trovato un quartiere rilassato, ancor più isolato dopo la chiusura delle fabbriche attigue, in cui pochi sapevano della presenza dei profughi e non valutavano negativamente il riutilizzo della struttura alberghiera.

Dalle 19.00, prima dei reparti antisommossa della polizia, sono arrivati i furgoni delle televisioni (rete 4 e sky tg) appostandosi nella corte in cui era previsto il presidio contro i migranti.
Singolare che a Mantova ci sia stata la presenza di televisioni nazionali, dove di solito manifestazioni ben più numerose hanno visto la sola presenza di teleMantova e MantovaTV.
Questa copertura mediatica si può spiegare solamente con quanto avvenuto dopo, con la calata di fascisti da altre città del nord Italia e con la scaramuccia con le forze dell’ordine da consegnare a fotografi e telecamere.

Quello che è avvenuto mercoledì è uno spettacolo di teatro siglato dal patto tra imprenditori della notizia e teatranti fascisti. Non siamo complottisti come chi sostiene che ci sia un progetto plutocratico per abbronzare la pelle degli europei, ma ci sono interessi materiali in comune.
Da un lato i fascisti provano a sfondare in piccole città di provincia, povere di strutture militanti antirazziste di base, facendo calate da altre città (nei video si sentono esclusivamente dialetti di Verona e Brescia) e usando le curve degli stadi, impoverite socialmente dalla repressione, per stringere relazioni. Cercano di riprodurre artificialmente (ad uso dei media), anche quando non c’è, la rabbia razzista che abbiamo visto esprimersi in altre città, importando megafonatori e agitatori.
Dall’altro i media, alla ricerca di un’audience facile, parlano delle migrazioni celando i fattori strutturali (economici, politici, ambientali) e puntando unicamente su quelli emergenziali e allarmistici. In parole povere sui tg ( che formano l’opinione del 70% degli italiani) il migrante o muore affogato o delinque.

Pensiamo che i veri responsabili della situazione che si è creata siano i rappresentanti delle istituzioni. Ci sembra assurdo che i gruppi razzisti possano organizzare manifestazioni sotto le case dei soggetti che vogliono colpire, limitandone la libertà e la sicurezza. Evidentemente la sicurezza di queste persone è un fattore di serie b.
Lo stesso sindaco, il primo a creare agitazione per non essere stato informato dell’arrivo di quei richiedenti asilo, sicuramente avvertito dal prefetto dell’arrivo di neofascisti da fuori da Mantova, avrebbe potuto esprimersi tempesticamente.

La “valla” e il campo da golf di Melilla

Il modo in cui la giunta ha reagito alla calata nera sulla città ci sembra vergognoso perché presta il fianco ai razzisti.
L’assessore al welfare Andrea Caprini (che da sempre lavora tra Pantacon, Arci, festival letteratura) ha dichiarato «Adesso sposteremo altrove anche gli altri stranieri rimasti al Maragò, ma poi stop. Profughi a Mantova non ne vogliamo più. Adesso bisogna coinvolgere anche gli altri Comuni». Curioso che siano stati spostati in case prese in affitto a CoopCase e affidati alla cooperativa La Cosa (formata da collaboratori della nuova giunta comunale).
Ancor più singolare che Caprini possa stabilire che a Mantova non arrivino più “profughi” o “stranieri”, uno slogan più volte sentito dai sindaci leghisti e lontano da una prospettiva solidale e di attivazione della cittadinanza.
Il quadro si completa con l’autorizzazione al consigliere comunale (ex lega nord) Luca De Marchi, un soggetto che si è presentato alle elezioni con una campagna incentrata contro migranti e sinti, a  visitare la struttura della Virgiliana. Ci chiediamo con quale tipo di specializzazione e conoscenza possa valutare quella soluzione all’accoglienza dei migranti.

Insomma il piano è parecchio inclinato e se alcuni potevano credere che questa giunta potesse arginare gli sfoghi razzisti, è prontamente rimasto deluso.
Non aiuta certamente il qualunquismo con cui tanti a sinistra leggono i processi migratori, traducendoli come qualcosa che non gli interessa, un problema che non è il loro.
Ci chiediamo dove fossero mercoledì sera, nonostante i ripetuti inviti, gli attivisti di CGIL, equal, FIOM, SEL e dell’ ARCI.
Possiamo tranquillamente affermare che se non ci fosse stata la celere i fascisti sarebbero arrivati all’ hotel, ma il razzismo non lo combatterà certamente la polizia. Serviva una presenza massiccia della città per falsificare sul nascere, con lo spessore di un’eterogeneità politica antirazzista, la pagliacciata mediatica allestita dai vertici nazionali di forza nuova.

L’azione dei fascisti (che poi la scorsa notte hanno pure attaccato lo striscione alla cooperativa Alce Nero, inserita in Sol.Co), disinformata e stereotipizzata ha paradossalmente favorito le stesse imprese sociali che dominano il welfare mantovano.
Non sappiamo se la nuova sistemazione sarà meglio dell’hotel Maragò, quello che sappiamo è che lo spostamento non ci è sembrato frutto di una visione politica ampia, ma di intrecci oscuri tra politica e cooperative e di passività verso le vaghe sparate dei razzisti.

il fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l'occasione avendo rinforzi da fuori Mantovail fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l’occasione avendo rinforzi da fuori Mantova

L’unico modo per svelare le speculazioni, combatterle e imbastire un sistema di accoglienza efficace, virtuoso e capace di coinvolgere migranti, operatori sociali e comunità è quello di coinvolgere direttamente questi soggetti a partire dallo sfruttamento che subiscono.
I migranti sballottati come merci su cui lucrare, gli operatori sociali sottopagati e alienati dalle loro funzioni lavorative e le periferie impoverite di servizi sociali, strutture e possibilità decisionale.
Pensiamo che sia necessario fissare un’assemblea per mettere in rete a livello provinciale chi la pensa in questo modo e non ci sta a lasciare le strade e la critica all’accoglienza ai fascisti.

Invalidiamo le Invalsi!

a cura del Collettivo Studentesco Hic Sunt Leones
Anche quest’anno migliaia di studenti e professori in tutta Italia dovranno affrontare i test somministrati dall’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione e formazione) che misurano i livelli di apprendimento degli studenti in base a criteri standardizzati.
Queste prove, una volta corrette, serviranno a formare una classifica nazionale delle diverse scuole, creando inevitabilmente istituti di serie A e di serie B.
Ogni anno il Ministero dell’Istruzione spende 14 milioni di euro per realizzarli, cifra sproporzionata e superflua considerando i tagli che vengono costantemente fatti a danno della Scuola. Inoltre questi test non tengono conto dei diversi programmi svolti dalle scuole, delle situazioni personali, scolastiche e sociali dei singoli alunni, andando a creare una generalizzazione che va a discapito di alunni e professori.
Molto spesso i professori interrompono infatti lo svolgimento del programma scolastico per preparare gli studenti ad affrontare queste prove, restando indietro per non risultare a fine anno una di quelle scuole “di serie B” nella classifica nazionale.
Noi studenti, dall’altra parte, siamo valutati solo su alcune materie, che non possono tenere conto degli studi specifici e approfonditi che conduciamo nei singoli Istituti: i test,  “anonimi” e poco significativi, sono inutili per il nostro percorso di apprendimento.
Le proteste e le voci di dissenso sono sempre più numerose.
Quest’anno il 5 maggio, in occasione delle prove INVALSI, diversi sindacati hanno indetto uno sciopero nazionale contro la Buona Scuola di Matteo Renzi, una riforma che, oltre a dare sempre più potere alle singole scuole e quindi ai singoli presidi, penalizza i professori con la proposta di una meritocrazia sulla base di prove standardizzate come quelle INVALSI.
Dobbiamo allora sottoporci a queste prove che vanno a discapito di noi studenti e della nostra Scuola senza far sentire la nostra voce?
SECONDO NOI NO!
I test INVALSI sono escludenti essendo basati su un concetto di merito del tutto discutibile, antidemocratici, dannnosi  e costosi!
Fai la tua parte, boicottali anche tu!
Consegna in bianco, discutine con i tuoi compagni e con i tuoi professori, togli il codice numerico che ti identifica sul retro del test, insorgi!
I test non sono obbligatori e non sono valutabili!

Frittatona e marmellate: sulla giornata No Renzi e No Expo di domenica

In merito all’articolo del 20 Aprile sul presidio contro l’arrivo di Renzi a Mantova, a sostegno della campagna elettorale di Mattia Palazzi, riteniamo doveroso fare delle precisazioni. Pur non dichiarando che lo spazio sociale La Boje sia stato il responsabile del lancio di uova contro la sede elettorale di Palazzi, una lettura disattenta dell’articolo poteva far intendere ciò. Lo spazio sociale La Boje!, non solo non è responsabile di tale atto, ma prende le distanze da queste pratiche. Noi crediamo che il conflitto politico sia inevitabile nell’attuale sistema socio-politico; allo stesso tempo non crediamo che “un lancio di uova” sia un’azione rilevante, anzi, la riteniamo una sterile manifestazione di rabbia, magari legittima; ma che deve veicolarsi in ben altri piani; con metodologie e prassi che coinvolgano chi, che dal basso della piramide economica e sociale, intenda costruire una società egualitaria, orizzontale e giusta. Nel relativo successo dell’iniziativa contro Renzi, questa visione è tuttavia mancata. Da tempo, sosteniamo la necessità di una costruzione politica includente, che non debba risolversi nella sommatoria di etichette politiche o singole sensibilità; ma che riveli, piuttosto, le contraddizioni del sistema neo-liberale e riconosca il protagonismo di soggetti sociali nuovi rispetto agli schemi del XX secolo. Proprio in virtù di questa analisi, il pomeriggio dello stesso giorno, abbiamo organizzato il primo torneo di basket NO EXPO al campo pubblico di te Brunetti. Tale iniziativa ha visto la partecipazione di oltre 60 giovani, in buona parte figli di migranti, che si sono incontrati per creare spazi di socialità dal basso; rivitalizzare la periferia; autoriconoscersi attraverso lo sport come solidali e rifiutare il disegno di una società basata sul profitto e la mercificazione delle vite. A fine torneo sono state offerte a tutti i partecipanti panini con marmellata autoporodotta…..molto meglio della frittatona rituale della mattinata!

Favilla – CommuniaMantova

Le diverse strade di Sel e movimento

Abbiamo appreso dalla Gazzetta di Mantova del 2 aprile che Sel sta spalancando le porte a movimenti e associazioni, nel tentativo di ricomporre i frammenti, stanchi e burocratici, di un sinistra che sembra non abbia più nulla di rilevante da dire.  Crediamo opportuno fare alcune riflessioni in merito.

Da qualche mese SEL , sopratutto in seguito alla vittoria di Syriza in Grecia, si è fatta vergognosamente araldo dell unità della sinistra, prodigandosi in continui appelli e in apparenti aperture ai movimenti, per poter rilanciare una forza popolare e di trasformazione sociale. Ma non sono chiari i termini con cui il partito di Banzi voglia sviluppare questo progetto nel nostro territorio. Nei fatti, quello stesso partito che si vorrebbe cugino di syriza e podemos, in occasione delle prossime amministrative  si presenta a Mantova alleato con il Partito Democratico e la sua gang ambigua e confusa di Palazzi, palazzinari, archistar e personaggi affini : versione nostrana e accattona dei gruppi di interesse e potere che hanno venduto Spagna, Grecia e gli altri paesi PIGS alla troika e alle multinazionali.

Al gruppo dirigente di sel-mn sfugge sicuramente che le due realtà politiche in questione, per riuscire a canalizzare il processo popolare in atto in questi paesi, hanno mantenuto posizioni antagoniste e conflittuali nei confronti di tutti i partiti politici e relative lobby colpevoli della attuale catastrofe economica; il PD è senza dubbio tra questi. Va inoltre precisato che Syriza e Podemos hanno costruito una vera e propria dialettica con i movimenti, anche quelli più conflittuali, basata sulla condivisione di un’ idea alternativa di Europa e non si sono limitate, come la nostrana sel, a “spalancare le porte ai movimenti” tentando così di inglobarli nei soliti giochi di potere confinandoli a fare l’ ala sinistra e caciarona di governi improponibili ad una forza di cambiamento.

Per questa ragione, non possiamo che compiacerci del fatto di non essere nell’ elenco delle realtà di movimento (che, in verità, si riducono ad essere poco più che associazioni culturali o politiche, non certo frequentate delle masse) a cui Banzi spalanca le porte. A voler ben vedere tra tutte quelle realtà elencate, siamo senza ombra di dubbio quella che si dimostra più variegata, più conflittuale, più partecipata sia da giovani che meno giovani; con un analisi della realtà critica e puntale su uno svariato numero di temi (precarietà, mutalismo, immigrazione, cementificazione, ecc…) ma soprattutto siamo la meno compatibile ai giochetti da centro-sinistra tradizionali. Forse è proprio per questo che non interessiamo a SEL. 

Alle sudette considerazioni si aggiunge la triste amarezza di vedere coinvolto in questi tristi giochi di potere un compagno come Matteo Gaddi che nel passato era stato in grado di essere sintesi rappresentativa di conflitti importanti (no turbogas, no antenne per telefonia mobile, ecc….) molto spesso combattute con passione ed onestà contro quelle stesse persone come il candidato sindaco del PD Mattia Palazzi, che oggi sel sostiene.Il suo silenzio sulle vicende successe negli ultimi mesi sulla lottizazione di largo-castello e le implicazioni di molti politici (oggi in corsa per le amministrative)con il gruppo Muto, sembrava molto strano; essendo stato egli stesso uno dei pochi oppositori in consiglio comunale a quella vicenda. Oggi, questo suo assordante silenzio, ci sembra un pò più chiaro.Vorrà dire che non ci stupiremo di vederlo assessore di quello stesso Mattia Palazzi a cui faceva opposizione qualche anno fa.