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	<title>articolozero &#187; Repressione</title>
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		<title>Genova 10 anni dopo, un racconto di prospettiva</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 16:19:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti e Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Feature]]></category>
		<category><![CDATA[Repressione]]></category>
		<category><![CDATA[Storia e Memoria]]></category>
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		<category><![CDATA[genova 2001]]></category>

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da aquiestoy.noblogs.org
All’avvicinarsi del decennale di Genova ‘01 ho provato a scrivere  qualche cosa a partire dalla mia esperienza, anche solo per non  dimenticare quello che è stato. Un tentativo di narrazione soggettiva,  un bisogno di riprendere i ricordi e una voglia di riflettere su ciò che  quei giorni hanno rappresentato, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/07/Genova-G8_2001-Manifestazione_disobbedienti.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18319" title="Genova-G8_2001-Manifestazione_disobbedienti" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2011/07/Genova-G8_2001-Manifestazione_disobbedienti-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <a title="aquiestoy.noblogs.org" href="http://aquiestoy.noblogs.org">aquiestoy.noblogs.org</a></p>
<p>All’avvicinarsi del decennale di Genova ‘01 ho provato a scrivere  qualche cosa a partire dalla mia esperienza, anche solo per non  dimenticare quello che è stato. Un tentativo di narrazione soggettiva,  un bisogno di riprendere i ricordi e una voglia di riflettere su ciò che  quei giorni hanno rappresentato, per il movimento e per chi lo vive.  Perché il racconto ha un’angolatura tutta particolare e oltre alle  immagini ormai familiari, ci sono anche altri modi di trasmettere ciò  che a Genova si è vissuto.</p>
<p><strong>NON DIMENTICARE, GUARDIAMO INDIETRO… PER PROSEGUIRE</strong></p>
<p>luglio, 2011</p>
<p><em>Un proverbio persiano dice: «Se vuoi farti un nome, </em><br />
<em>viaggia o muori». Lui non voleva un nome, </em><br />
<em>quel mattino di luglio voleva andare al mare. </em><br />
<em>La strada era già un mare, </em><br />
<em>le ondate di migliaia dietro migliaia dentro le piazze, </em><br />
<em>i vicoli, nei viali, allagavano Genova città. (…) </em><br />
<em>Dice il proverbio persiano: «Se vuoi farti un nome, </em><br />
<em>viaggia o muori». Dieci anni più tardi il suo nome viaggia </em><br />
<em>insieme alle onde che sono la maggioranza del mondo. </em><br />
Tratto da Erri de Luca, “20 luglio 2001” in Per sempre ragazzo, Tropea ed., 2011.</p>
<p>Gli anniversari sono spesso date pesanti, sono come uno schiaffo ben  assestato sulla guancia. Dapprima ci confondono un po’ perché bisogna  prendere del tempo per mettere a fuoco la situazione.</p>
<p>Il 2011 è uno di questi anniversari, un decennale per l’esattezza, quello del <em>nostro </em>2001,  il caldo luglio nel quale i sogni e le aspirazioni di un altro mondo  possibile sono stati soffocati nel fumo dei lacrimogeni, spezzati dai  tonfa usati al contrario e ammazzati con un colpo di pistola in piena  faccia.</p>
<p>Genova ha segnato profondamente i nostri animi inscrivendosi nella carne e piantandosi nella testa.</p>
<p>Ripensare a Genova, a quei 10 anni di distanza, significa tornare  indietro, ripensare a quello che ero, al come eravamo allora. Vuol dire  rivestire i panni di quei 19 anni consumati veloce e vorace, in una  stagione molto diversa da oggi. Perché farlo allora?</p>
<p>Non è una domanda retorica, non è automatico scegliere di guardarsi  alle spalle, capire la distanza e valutare i cambiamenti, quelli  personali e quelli nelle convinzioni che si sono forgiate negli anni,  nei tentativi, nei lividi, nelle sconfitte ma anche nelle risate, negli  entusiasmi e nelle lotte.</p>
<p>Scegliere di ricordare comporta difficoltà a chi ricorda perché alle  volte è doloroso, anche solo per rivedersi quello di un tempo…passato,  ma il difficile viene quando ci accostiamo al racconto, alla  responsabilità di presentare non una foto che cerca di riprodurre quello  che c’era e non c’è più, ma parlare di ciò che si è vissuto e che ci  stimola a riflettere anche ora, a distanza di tempo.</p>
<p>Quello che spesso mi turba è quella retorica eroica di chi si ferma  alla radiocronaca degli scontri, non perché non siano interessanti o  peggio perché non li trovo giusti (al contrario!) ma perché se Genova ci  ha cambiati (e lo ha fatto!) non possiamo limitarci a giocare ad una  protomitologia contemporanea che sa tanto di quel riot porn in cui  spesso rischiamo di cadere.</p>
<p>Voglio provare, non tanto a fare la cronaca di quel che ho visto  perché per farlo ci sono trenta documentari, ma mettere in relazione ciò  che ho vissuto con la storia del movimento, che come noi è stato  influenzato e limitato non poco dalla <em>sindrome</em> di Genova.</p>
<p>Come ogni storia, la mia è soggettiva e parziale, è quella di chi è  saltato prima su un pulmino carico di caschi e poi su uno dei primi  treni in direzione Genova, all’indomani di una maturità ottenuta  nonostante le assenze “causa manifestazione”.</p>
<p>Una storia che è anche collettiva e che si snoda tra lo stadio  Carlini prima e la maledetta via Tolemaide dopo. Che comincia però  prima, parecchio prima.</p>
<p>Genova non è cominciata a luglio, no. Si respirava in tutta la  penisola un’aria particolare da mesi ormai, la primavera era bollente e  costellata di iniziative in ogni città, in ogni fottuto paesino qualcuno  parlava di Genova, organizzava una serata sul G8.</p>
<p><em>Dopo un’ondata partita dalle immagini televisive di Seattle in  rivolta nell’autunno del crepuscolo del millennio, vi era una frizzante  energia di vitalità e discussione che sprizzava da entità assai  differenti. Non solo i centri sociali, ma quel vasto mondo  dell’associazionismo che forse per la prima volta dopo troppo tempo si  interessava anche di questioni di largo orizzonte politico.<br />
La globalizzazione accellerava i suoi ritmi, la governance globale era  salita in cattedra e dettava le regole, i Paesi dell’est erano il  laboratorio eccellente di una nuova stagione di liberismo sfrenato come  simboleggiato dall’incontro del Fondo Monetario Internazionale a Praga  l’anno prima: il capitalismo senza rivali veniva a celebrarsi nei luoghi  che diventeranno il nuovo serbatoio di sfruttati per le fabbriche di  auto europee. L’euro stava per entrare in vigore e dietro l’Europa vi  erano allora solo speranze che si sono rivelate delle enormi cantonate.</em></p>
<p><em>Il movimento c’era, si agitava nelle vene delle metropoli,  attraverso i capillari agenti di opposizione giocati dai centri sociali,  assai più vitali che ora (anche se già allora si allontanavano i tempi  d’oro…), le scuole superiori e le università sapevano essere laboratorio  di immaginari conflittuali. La globalizzazione diventa una parola che  federa opposizioni diverse, complesse e pompa nuova linfa di critica  radicale in un contesto dove la caduta del muro aveva svelato  l’irriducibile complessità della realtà sociale.<br />
La fase di allora era caratterizzata dai “grandi vertici” che  comportavano un arrogante esercizio di dominio dei potenti della terra  che decidevano il proprio volere in summit blindati attorno ad un tavolo  come i cavalieri medioevali a spartirsi le terre. Accanto a questi  happening sorgevano delle campagne di opposizione e delle manifestazioni  di protesta spesso di massa e talvolta virulente.</em></p>
<p>L’Italia ha avuto diritto di conoscerne una prima di Genova, finita  poi nel dimenticatoio rispetto alla grande scadenza seguente. Nel marzo  del 2001 a Napoli si incontrano governanti per il g8 sull’e-governement.  Ah, dimenticavo non c’era Berlusconi, è arrivato subito dopo, c’era il  centro sinistra al governo, un democristiano all’interno (come era  solito essere a prescindere…) e soprattutto gli sbirri a menare per  difendere la zona rossa. Decine di feriti, mazzate a gogo in un episodio  significativo per dire che chi vuole rovinare le vetrine del potere si  rovina la testa.</p>
<p>Caccia all’uomo attorno a piazza Plebiscito e i tribunali poi a designare sovversivi per le patrie galere.</p>
<p>Ma l’energia montava, l’Italia era scossa, ne parlavano tutti e non  solo per lanciare un allarme fatto di gavettoni di sangue infetto da far  cadere sui poliziotti da aeroplani telecomandati, ma anche con la voce  di chi, in mille comitati parlava di andarci a Genova, gridava di  opporsi al massacro dei diritti (lavoro, cittadinanza, questioni  ecologiche) e al dominio del profitto.</p>
<p><strong>Eccoci lì, eccomi là, anch’io nel mio piccolo, c’ero.</strong></p>
<p>Ero stato a Praga, dopo esser scappato di casa e al termine di 35 ore  di viaggio nel treno della speranza (e a dir la verità aver visto una  pallosa manifestazione d’area, statica, a giocare a rubabandiera con  2000 robocop praghesi, ma vabbé).</p>
<p>Ero stato pomeriggi nel “mio” (d’appartenenza, non di possesso)  centro sociale a rinforzare il casco con una coda di plexiglas e gomma a  proteggere il collo.</p>
<p>Non sarei mancato per nulla al mondo. Volevo esserci.</p>
<p>Ma per cosa esattamente?<br />
È qui che comincia la riflessione di prospettiva. Cosa volevo fare a Genova, cosa volevamo fare?</p>
<p>Ho la sensazione che il piano simbolico impostoci dal sistema di  governo politico della globalizzazione ci abbia spinto a concentrarci  troppo sul suo cerimoniale più che sulla dimensione concreta del suo  esercizio.</p>
<p>Volevamo attaccare il potere globale?</p>
<p>O volevamo prendere noi il posto d’onore alla loro sfilata e, al massimo, rovinargli il banchetto?</p>
<p>Non è la stessa cosa.</p>
<p><em>La campagna politica e del movimento attorno a Genova si è svolta  cercando di sfruttare ogni forma di canale di comunicazione, cercando  (e riuscendo) a costruire un’attesa e delle aspettative notevoli. Parte  dell’attenzione si è convogliata sull’esistenza di una zona rossa che  trasformava una larga parte del centro storico della città in una zona  militarizzata, vero manuale operativo dello stato di emergenza  permanente con cui ci confrontiamo quotidianamente. </em></p>
<p><em>Dalla denuncia della zona rossa si è arrivati anche ad una un po’  pretenziosa “dichiarazione di guerra ai potenti dell’ingiustizia e  della miseria”<a href="http://aquiestoy.noblogs.org/post/2011/07/19/genova-10-anni-dopo-un-racconto-di-prospettiva/#_ftn1">[1]</a> passando per il ricorso alla mitopoiesi (grazie anche ai Wu Ming) nel “Dalle moltitudini d’Europa in marcia contro l’Impero”<a href="http://aquiestoy.noblogs.org/post/2011/07/19/genova-10-anni-dopo-un-racconto-di-prospettiva/#_ftn2">[2]</a>. </em></p>
<p><em>La vigilia dell’appuntamento ha visto una serie di iniziative  volte a mediatizzare e rendere pubbliche le forme di lotta, in  particolare per le tute bianche, solo una parte del frammentato  arcipelago chiamato noglobal (termine che oggi sa di modernariato),  minoritaria in termini numerici, ma egemonica nelle capacità  comunicative e in grado di attirare migliaia di persone con il proprio  immaginario.</em></p>
<p><em>Questo tipo di retoriche hanno focalizzato la lotta politica sul controvertice che si è sviluppato dunque come un evento. </em></p>
<p><em>L’evento di lotta a cui bisogna esserci, l’evento che preparato  nei dettagli doveva non bloccare il G8, ma dimostrare la forza del  movimento e la capacità di oscurare il summit dalla sfera della  legittimità pubblica e mediatica</em>.</p>
<p>Questo piano però non era così esplicito, o almeno per me allora non era così.</p>
<p>Anche nella mia città si sono fatte delle simulazioni di scontro con  la polizia con l’uso delle tecniche della disobbedienza: caschi, scudi  di plexiglas, gommoni e protezioni. Si trattava di costruire un consenso  a delle pratiche di conflitto a bassa intensità che erano patrimonio  della lotta già da qualche anno.</p>
<p>Perché in tanti, determinati con scudi e caschi si era riusciti anche  ad incidere realmente nelle lotte, questo è importante ricordarlo. Non  erano solo simulacri di una conflittualità estetica ma inoffensiva:  scontri pesanti e cordoni di poliziotti sfondati sono arrivati in più di  una occasione, contro i lager di detenzione (Cpt allora) o Fogna Nuova.  Allora quello che aveva funzionato era la sorpresa relativa di forze di  polizia non proprio preparatissime e una grande determinazione  nell’attaccare e sorprendere contingenti non numerosi di sbirri.</p>
<p><strong>BAM BAM BAM</strong></p>
<p>lo Stalin picchia forte sullo scudo e il plexiglas oscilla  rilasciando un rumore sordo, il contraccolpo lo devi assorbire  appoggiandoti con il corpo il più possibile sullo scudo mentre con le  mani serri forte le cinte delle rustiche maniglie cercando di proteggere  il casco dalla gragnuola di colpi accostandolo al plasticone. Poi però  devi spingere e forte, guadagnare terreno, passo dopo passo, guardandoti  intorno a cercare i tuoi compagni…</p>
<p>Solo che questa è un’esercitazione, solo che qui non tirano lacrimogeni CS a frammentazione, solo che qui è falso.</p>
<p>Solo che qui ti capita che il compagno muratore dalle mani enormi con  un pugno quasi lo spezza lo scudo. E tu scoppi a ridere insieme a lui.</p>
<p><strong>Ma a Genova sarà tutto diverso.</strong></p>
<p>Siamo arrivati là dopo che il trasporto dei caschi era reso così  difficile che sembrava fossero ordigni esplosivi in grado di far volare  Bush e gli altri gran coglioni fuori dalla città della lanterna.</p>
<p>Si son fatte forzature collettive per far passare i caschi con i  treni di compagni e compagne in partenza per Genova, eravam almeno 300  nella grossa stazione a spingere con i cordoni per entrare nel treno.</p>
<p>Prima, due ore di preoccupazione nel tragitto in pulmino per le  provinciali con i caschi del nostro gruppo, perché riconoscibili da  lontano un miglio, con un Volksvagen scassato, in 3 rasta e 30 caschi  non partivamo nemmeno…</p>
<p>Arrivati a Genova siamo subito operativi, si va allo stadio Carlini,  uno dei punti di convergenza dei manifestanti, qui logistica e lavori  per l’accampamento e per costruire i grandi scudi dei sognatori un po’  straccioni all’assalto della zona rossa.<br />
È mercoledì 18 luglio 2001.</p>
<p>Il giorno dopo l’illusione del grande happening continua, gran  manifestazione dei (ehm…con) i migranti per le vie del centro con la  militarizzazione in progress, tanta gente, le lotte dei <em>sans papier</em> all’epoca non erano all’ordine del giorno e in cima a una gru come oggi…</p>
<p>La sera siamo in riva al mare, al porto su quel Piazzale Kennedy che presto diventerà celebre.</p>
<p>Il Genoa Social Forum ha organizzato il gran concerto di sostegno prima dei giorni caldi.</p>
<p>Si paga 10 mila lire per il sostegno, ma è tardi qualcuno ha già  suonato…non abbiamo soldi veniamo da lontano e facciamo colletta…insomma  entriamo.</p>
<p>Non è che il Social Forum con il professorino Agnoletto sia proprio  la realtà che ci piace di più, al contrario, il più delle volte nelle  assemblee rompevano su ogni cosa volevi fare, lo spettro della violenza  vista come tabù e potenzialmente annidata in ogni oggetto li  paralizzava.</p>
<p>Per me, per noi sembra volessero solo fare le loro riunioni, noiose  per di più, sulla Tobin Tax o su progetti di economia solidale…</p>
<p>Le tute bianche partecipavano al GSF ma nel ruolo del casinista della  classe, vigeva il principio del rispetto di ogni componente, ma troppe  volte in quei mesi c’è stata la mediazione al ribasso di ogni istanza  avesse parvenze radicali per non scatenare distinguo e separazioni.</p>
<p>Ma torniamo in riva alle acque del porto, è qui che mi si imprime un’immagine nella memoria, che sintetizza al meglio come ero <em>prima</em> di Genova.<br />
È quasi notte, con le ultime luci rosa che si spengono dall’orizzonte  sul mare, oltre i moli e le strutture del porto, davanti a me il  piazzale ribolle, è pieno di gente, ci rendiamo conto di quanta gente  c’è, di quanti siamo con una sensazione di energia di forza di allegria  di spensieratezza che mi è rimasta dentro così come Manu Chao sul palco  con il siciliano in giacca che l’accompagna (beh all’epoca Roy Paci non  lo conoscevo così bene…) e Cippo che mi passa una canna per gustarmi  ancora meglio la scena. Siamo qua, tutti uniti per cambiare le cose e …<br />
STOP fine del quadro idilliaco.</p>
<p>Su Genova arriva un temporale con nuvole gonfie di pioggia che fanno  allagare le tende e la notte allo stadio la si passa a scavare canalette  nella terra per non far crollare le strutture.</p>
<p><strong>E il giorno dopo ci sparano addosso.</strong></p>
<p>Il giorno delle azioni dirette contro il vertice comincia con  migliaia di persone che cercano di asciugare al timido sole del mattino e  al vento del Tirreno tutto quello che la tempesta aveva inzuppato  durante la notte. Sul terreno dello stadio è un brulicare di corpi al  risveglio che iniziano ad essere avvolti dal nervosismo. In decine  camminano scattosi tra le centinaia di tende, timidi funghi colorati,  che hanno offerto un umido riparo all’esercito di straccioni.</p>
<p>La nostra tendopoli, perché qua treno dopo treno ormai siamo più di  70 dalla nostra città, è sovrastata da una storica bandiera del Che sui  colori biancorossi, ricordo di un tifo ormai lontano, testimonianza di  una presenza degli ultras sempre timidi prima a partecipare a  manifestazioni, ma che oggi ci sono anche loro.</p>
<p>La partenza è lunga, confusione e organizzazione sono un’unica  intrecciata realtà, i gruppi cercano di riunirsi, anzi si riuniscono:  chi va davanti? chi ha il materiale? chi è che darà i cambi?</p>
<p>Organizzazione è soprattutto ascoltare la tua voce dentro e i  consigli di chi ti è accanto, ma anche guardare al materiale che hai con  te, l’esperienza sulle tue spalle e la voglia che ti fa mordere il  freno.<br />
Eccoli qua i criteri per decidere dove stare, come metterti, poi la tua  decisione si vedrà realizzata o meno, l’importante è essere pronti.</p>
<p>Nel nostro gruppo scegliamo chi porta gli scudi, quelli che li  portano prima, nella discesa verso la zona rossa, chi li tiene quando la  cosa si farà calda, chi poi dovrà occuparsi di dare dei cambi.</p>
<p>Poi si passa a chi si occupa dei lacrimogeni, guanti maschere estintori secchio acqua malox limone.<br />
Ma non solo di tecnica ci si preoccupa, se siamo una moltitudine è anche  perché c’è un botto di gente, di ragazzi e ragazze giovanissime, un  sacco alla prima manifestazione…</p>
<p>Bisogna pensare anche a loro, io anche se esco ora dal liceo, qualche  anno (non più di due a dire il vero) e certi momenti tesi li ho  vissuti, alla fine sono nel coordinamento dei cordoni di dietro assai  distanti dagli scudi: cordoni da 15 per tenerci compatti con i più  giovani, per tenere compatti noi tutti.</p>
<p>Come al solito sono un po’ indeciso voglio andare davanti ma non è  che sia il più preparato, anche a livello fisico. Gli ultras nuovi  arrivati infatti hanno il doppio di me di spalle e poi i loro  allenamenti domenicali contro gli sbirri sembrano essere spesso più seri  di tante manifestazioni con qualche spintone.</p>
<p>Insomma con i compagni ci si organizza e a ruoli spartiti, eccomi  prima ai lacrimogeni seguendo Lucio che è bello attrezzato con il  carrello con secchio ed estintori. Poi mi chiedono di esser disponibile  per un cambio di rincalzo agli scudi se la cosa dura parecchio… non è  che mi era chiaro, e a maggior ragione oggi esattamente come avrebbe  dovuto funzionare, ma avrei cercato di farlo al meglio.</p>
<p>L’immagine dello stadio Carlini era un moltiplicatore di crocchi di  persone che si mettono il casco e si danno le ultime indicazioni, si  distribuiscono gli scudi.<br />
Eccoli, grandi lastre di plexiglas con le ruote, alti quasi 2 metri con le catenelle a unirli, luccicano ai raggi del sole.</p>
<p>In realtà la plastica non luccica, sono i nostri occhi ad aggiungere  gli effetti speciali per rendere più solide le nostre uniche difese per  quel giorno.<br />
In sostanza l’esercito degli straccioni sapeva di andarle a prendere dagli sbirri.<br />
Solo, non sapeva quante…</p>
<p>In tempi in cui il sentimento ecologico del movimento era più  elastico, centinaia di bottiglie di plastica vengono artigianalmente  legate attorno a braccia e gambe in grottesche imitazioni dell’omino  michelin.<br />
Quelli delle Marche, invece, devono aver fatto razzia in qualche  campeggio perché hanno decine di tappetini viola e blu che messi a 3 a 3  e con un buco per passarci il collo fanno un’armatura degna della pop  art.</p>
<p>I grandi scudi escono, sono la grande attrazione, si dice pure che in  tutta Genova non si trovavano più le lastre grosse di plexiglas e son  dovuti arrivare da Milano a portarle… davanti loro a cercare  un’avanguardia ironica ecco 8 maiali di cartapesta, trainati da 8 romani  con vena artistica, ad aprire il corteo che prende forma dallo stadio.</p>
<p>È tutta in discesa la strada verso il centro città, un vialone  enorme, in pieno sole, con migliaia di persone che manco vediamo la  fine. Una sensazione di energia e forza nel vederci là tutti insieme con  una multicolore foresta di caschi (e senza l’uniforme della tuta  bianca…tolta per l’occasione, olé!).</p>
<p>Forse perché eravamo in discesa.</p>
<p>Lenti impacciati, la tensione sale mentre scendiamo l’enorme Corso  Europa e ci avviamo in via Tolemaide. Per strada iniziamo a vedere del  fumo a distanza, incrociamo qualche macchina bruciata.</p>
<p>I cordoni del nostro gruppo si serrano, più per stringerci tra noi  perché si percepisce palpabile l’inizio delle ostilità, che per  aumentarne l’eventuale efficacia.</p>
<p>Le auto fumano ancora, ma è passato del tempo, non capiamo molto,  alcuni dicono al megafono che “non siamo noi a dare fuoco alle auto”.</p>
<p>Noi, non abbiamo armi atte ad offendere, non abbiamo materiali con  noi, siamo convinti di usare i nostri corpi, sebbene bardati da vario  oggettume, come uniche armi.<br />
Armi spuntate.</p>
<p>In via Tolemaide la strada si stringe, le corsie da 4 si riducono a  una via stretta, una carreggiata e poi a sinistra cazzo c’è quella merda  di muro in mattoni rossi che ti blocca che ti toglie visuale, spazio,  vie di fuga. È alto almeno 6 metri questo muro di merda, non mi è  piaciuta da subito ’sta strada proprio per il muro, non erano presagi o  chissà che preveggenza, scoprivo Genova in quei giorni e i vicoli del  porto mi avevano affascinato, là ogni 50 metri partiva una vietta, qui  alla nostra destra solo muro.</p>
<div><strong>Sffffffffiummm – Sffffffffiummm</strong>Ci eravamo fermati  da poco, dalla mia posizione non vedo molto, i cordoni del gruppo sono  compatti, sono a lato vicino al carrello quando li sento. Mi volto e  cadono proprio in mezzo ai cordoni.Maia, la mia compagna di allora, mi chiama, Alba la giovane  studentessa del classico, 17 anni e 38 kili, è praticamente svenuta al  primo lacrimogeno, cazzo, battesimo a una manifestazione con un  candelotto di CS tra i piedi.<br />
È una prima selva, ci stringiamo le bandane, ho il tempo di invidiare  gli universitari che hanno avuto la preveggenza di rubare le maschere  dei pompieri nella loro facoltà.&nbsp;</p>
<p>Davanti si forma la testuggine di scudi, alle estremità si dispongono  quelli individuali, di lato stiamo noi con carrelli e i secchi pronti  per i prossimi lacrimogeni, almeno 60 cordoni si serrano.<br />
Dietro ci sono altre 10mila persone che non vedono quasi un cazzo.<br />
Sentono solo il silenzio, l’attesa.</p>
<p>Poi è la pioggia dei lacrimogeni, arrivano di lato, dall’alto, dai  tetti, dall’elicottero: da dove cazzo partono? Non lo capiamo, cerchiamo  di muoverci veloci, rilanciamo il possibile verso gli sbirri, ma non  siamo in primissima linea, per cui meglio allontanarli lateralmente,  nasconderli sotto i secchi vuoti o gettarli nei secchi pieni di acqua  per spegnerli.<br />
In teoria.</p>
<p>In pratica sbandiamo quasi subito, l’organizzazione con posizioni e  mansioni si sfilaccia, arrivo dietro le linee degli scudi, la testuggine  ha retto, ma non per molto. I carabinieri han sfondato e ora ci si  ritira con gli scudi personali in una nube di fumo che riempie la strada  fino al secondo piano dei palazzi.</p>
<p>Ci si ricompatta, dietro c’è stato un pò di parapiglia perché in  tanti son scappati e c’era un casino, la situazione si calma un attimo,  lacrimogeni continuano ad arrivare, ma: “ci compattiamo qua porco dio,  scudi cordoni, diocan avanziamo!”<br />
Riconosco la voce e l’accento, un punto di riferimento col casco in  testa e la maglia ricordo di Praga, davanti si riorganizzano, subito  dietro anche.</p>
<p>Riusciamo a riavanzare in mezzo ai lacrimogeni, non molliamo cazzo!!!</p>
<p>Qui arriva davanti ai miei occhi un blindato dei carabinieri, lo si  assalta, con quello che si ha, che non è molto, i militi scappano con  l’aiuto di un prete ben voluto tra i manifestanti che garantisce la loro  fuga ma non fa altrettanto – e come potrebbe – per il mezzo che si  cerca di ribaltare ma poi si dà alle fiamme. Avanziamo fino a vedere uno  spiraglio anche sulla nostra destra, è un viadotto, non una via di fuga  praticabile visto che da lì a poco arrivano altri sbirri assatanati.</p>
<p>Quel blindato diventa un’icona nei racconti privati di giorni mesi  anni a seguire, uno straccio da sventolare, un punto da rimarcare,  perché almeno qualche cosa l’abbiamo fatta, ma quel blindato si era  incastrato, era in panne, è stato un colpo di fortuna, la fortuna degli  audaci certo, ma non una strategica vittoria.<br />
Rabbia odio forza di chi urla dopo i colpi subiti, non era un monumento  eroico al valore delle prime linee, era la resistenza delle unghie  spezzate piene di terra e bitume.</p>
<p>Ed in mezzo al fumo del blindato, ecco che arriva la giovane  giornalista del giornale locale, lei manco si pone la questione se è  fuoco vero o spettacolo pirotecnico, con una konica tascabile sta  impalata davanti al mezzo a cercare l’inquadratura, gli urlo di  scostarsi che non era un gioco, mi guarda, mi vede, ringrazia e si  scosta con aria inebetita, forse non l’avevano avvertita che la <em>società dello spettacolo</em> si mostrava in regime fascista…</p>
<p>Davanti è dura, si è conquistato qualche metro, anzi un buon  centinaio, tempo di arrivare a un incrocio, di aprirsi anche sulle vie  accanto, provare a capire come avanzare, si riprendono alcuni scudi  collettivi strappati ai compagni e abbandonati poi dagli sbirri in  ripiegamento.<br />
Si avanza verso un piazzale, verso Brignole, ma non per molto. Poi arrivano.</p>
<p>Blu e Neri, idrante, blindati e tanti tanti di quei fottutissimi lacrimogeni.</p>
<p>Sbaragliano la testuggine 2.0, ci si ritira come si può… è un attacco pesantissimo.<br />
Qui però inizia la resistenza.</p>
<p>Le armi spuntate sono il nostro bene più prezioso, i corpi sono una  testimonianza certo, ma massacrati, torturati e uccisi lo sono solo per  il potere trionfante che può criminalizzarli o deriderli.</p>
<p><em>I sassi, dove sono i sassi?</em><br />
Quei sassi che erano diventati una sorta di nemico delle tute bianche,  un quasi tabù durante i cortei organizzati nel recente passato. Se li  lanciavi quando non era previsto ti trovavi attaccato al muro, anche per  il giustificabile fatto che 4 su 5 beccavi un compagno davanti.<em><br />
I sassi, dove sono i sassi?</em><br />
Ora però la politica, il progetto, il consenso, l’essere belli e  comunicativi si scontra con la mano armata e assassina dello stato, chi  mette fiori nei fucili puntati, a volte cade al suolo con un buco nel  petto…<em><br />
I sassi, dove sono i sassi?</em></p>
<p>Ecco una pagina nascosta, quasi carbonara della mia storia collettiva di Genova.<br />
Quando un corteo pacifico di corpi imbottiti, bloccato, attaccato,  soffocato non accetta solo di scappare e di piegarsi al getto  dell’idrante che issato sul camion della polizia sbaraglia le posizioni  su via Tolemaide.<br />
Quel fiume di persone era stretto in una morsa tra muri di mattoni di  ferrovia e muri di elmetti e tonfa, non poteva invertire la corrente di  migliaia di persone venute là apposta, non voleva farlo.<br />
Brecht non c’era lì con noi ma aveva visto giusto: “<em>Diciamo di un fiume quando trascina tutto che è violento, ma non si dice mai nulla della violenza delle rive che lo stringono”</em>.<br />
Quelle rive erano le pistole estratte dai blindati, erano il cielo che  diventa nero per gli anfibi che si accalcano attorno al capo di un  compagno a terra.</p>
<p>Per fortuna, eccoli un po’ di sassi, granelli di sabbia a fronte  delle granate assordanti o di quelle a frammentazione dei carabinieri,  ma insieme a qualche cassonetto rovesciato a uso sociale in una  barricata contro i blindati, si cerca di rallentare la carica delle  divise.</p>
<p>I sassi volano con rabbia, forse un po’ sopita negli ultimi anni,  mani ritrovano antichi gesti che sono quelli di chi lotta, ma in tanti, i  più giovani forse non capiscono subito come agire, le nuove generazioni  erano più avvezze al gommone che al sanpietrino, solo che la pelle si  salva imparando a usare tutto quello che serve.</p>
<p>Questa resistenza, rabbiosa e spontanea di centinaia di compagne e  compagni che erano nel corteo ed erano minimamente attrezzati per  muoversi nel terreno che gli sbirri avevano trasformato in zona di  guerra è stata troppe volte negata, nascosta, ridimensionata.<br />
Come se fosse meglio giocare alle vittime.<br />
Come se quelli che spaccavano le vetrine e le auto fossero tutti sbirri e  non altri arrabbiati che invece di un simbolo del cerimoniale del  potere da violare, cercavano un simbolo del capitale da distruggere.</p>
<p>Non erano propensi al dialogo questi di nero vestiti, e manco gliene  fregava granchè degli altri, ma i nemici erano blu, sono loro quelli che  servono lo stato, che servono allo stato, che uccidono.</p>
<p>Questi momenti han mostrato che la lotta non è solo simbolica o  mediatica, sono sudore, urla contro sogni spezzati, un lavoro di merda e  un futuro dello stesso colore.<br />
L’odio non è un sentimento da reprimere, se siamo vivi lo siamo per  calpestare le teste di re e potenti, senza chiedere permessi né  domandarci se viene bene in televisione.</p>
<p>Quei sassi e quelle barricate hanno detto che noi ai padroni e ai  governanti non chiediamo le briciole di una concessione, vogliamo  fermare quello che ci stan facendo vivere.<br />
Dalla precarietà delle nostre vite, dalla distruzione dell’ambiente, al massacro di chi si oppone.</p>
<p>Quei sassi ci hanno ricordato che siamo vivi e che vogliamo lottare. Ancora, sempre.</p>
<p>Attorno a via Tolemaide si cerca di resistere con quello che  troviamo, cassonetti, qualche ramo, la grande campana del vetro divelta  dal suolo ci offre qualche regalo e un parziale nascondiglio dai  lacrimogeni altezza testa. Il fumo soffoca il respiro e offusca la  vista. Non si capisce un cazzo, gli sbirri arrivano da varie parti,  avanti, destra e sinistra.</p>
<p>Nella via del corteo avanzano ormai con i blindati e l’idrante,  neanche Davide e la sua fionda potrebbero arrestare il Golia tecnologico  dell’antisommossa, le poche auto messe a cercare di ostacolarlo girano  come delle palline del flipper mentre ci si ritira alla bell’è meglio.<br />
Luoghi, vie e piazzette. I ricordi si perdono nel fumo dei lacrimogeni  in cui siamo immersi ormai da ore. Siamo a quest’incrocio di vie: Caffa,  Invrea, corso Torino, piazza Alimonda, focolai di resistenza dietro a  fragili barricate, animi determinati contro il massacro degli sbirri,  lampi di gioia in un ciottolo andato a segno.</p>
<p>I botti di lacrimogeno esplodono dappertutto, sono nel perimetro  degli scontri, vago senza meta precisa, senza un obiettivo chiaro, non  so bene cosa fare, non mi aspettavo questo, non ero pronto.<br />
Infatti, gli scontri li attraverso solo, non mi ci immergo, passo da un  fronte all’altro, cerco volti amici dietro i fazzoletti calati sul viso,  vedo teste che gocciolano sangue e labbra imprecare forte, vedo la  “casetta” di un benzinaio offrire il suo contenuto a chi improvvisa una  barricata.<br />
Vedo fumo, percepisco confusione, sgomento. Cerco amici, compagni, un riferimento.<br />
Sento botti.<br />
Anche alle 17.27.<br />
Anche più tardi.</p>
<p>Che due ore son trascorse tra assalti respinti e gas tossico lo saprò solo dopo, che vuoi che ne capissi in mezzo al parapiglia.<br />
Solo che chi stava resistendo ci ha salvato a tutti perchè ha bersagliato, ritardato, fermato gli sbirri.<br />
Ventimila persone in un budello porco dio, son da santificare gli scudi  piccoli dietro cui lanciar bottiglie senza ottenere un lacrimogeno in  faccia.</p>
<p>Iniziamo a risalire, indietro, in cordone, in salita, camminando al  contrario con gli occhi fissi sull’orizzonte di fumo attraversato da una  viscida macchia blu e dall’idrante che spazza la strada venendoci  dietro.<br />
Ho ritrovato alcuni dei miei, ci stringiamo le braccia serratissime, non  si parla, non solo perché la saliva è andata a farsi fottere dopo il  CS. Solo qualche grido di consiglio “Uniti compatti ci ritiriamo  cerchiamo di ricompattarci tutti dai dai” ma anche voci, racconti che  circolano.<br />
“Hanno sparato”<br />
“Ci hanno sparato addosso”<br />
“Hanno ucciso”<br />
“Ne hanno uccisi 1, 2, 3!”</p>
<p>Un corteo di 20 mila sognatori colorati scendeva per quella stessa strada quella stessa mattina.<br />
Migliaia di gole soffocate, di occhi lucidi dal gas, dal pianto, dalla  paura e dalla rabbia la risalivano quel tardo pomeriggio con un camion e  centinaia di sbirri assassini al seguito che continuavano a caricare.<br />
E tra di noi c’era una nuova compagna. E tra di noi è arrivata la morte.<br />
E non era ancora finita.</p>
<p>La ritirata era lunga, lenta, “torniamo tutti al Carlini, cerchiamo  di tornare tutti là”, ecco l’obiettivo. Quando torni indietro devi  riflettere e farti domande se vuoi di nuovo avanzare. La lucidità non  l’avevamo, come potevamo pensare in quel momento? I sorrisi dell’energia  collettiva erano stati strappati a manganellate e l’entusiasmo  soffocato dai lacrimogeni.<br />
Eravamo disorientati, frastornati, feriti, paralizzati.</p>
<p>E quanta amarezza nel risalire la stessa strada, guardandoti attorno  ti ritrovavi nello sguardo turbato di chi ti stava affianco, ti  riscoprivi più vecchio e stanco.<br />
Quanto era passato dalla stupida scritta <em>we are winning</em> sulla pensilina del bus?</p>
<p><em>Cos’era successo? Credo sia importante chiederselo perché un  limite del movimento forse è stato quello di aver negato la sconfitta:  non puoi vincere sempre, al contrario per superare gli ostacoli ci devi  sbattere contro per capire bene come sono fatti. Ci siamo concentrati  troppo sull’immagine, quando vinci la gente ti segue, se dici che vinci  magari viene uguale. Ma forse non ci crede ancora fino in fondo. A  Genova in tanti, ed è stata una ricchezza inestimabile, son venuti  perché trascinati dall’energia che respiravamo in quei mesi. </em></p>
<p><em>Ma la partita in gioco era ben al di là di una fottuta zona  rossa, quella zona rossa non era solo nel centro di Genova in quel  luglio assolato, la zona rossa era il dominio capitalista che si era  messo il vestito della governance globale e della rendita finanziaria,  era sfruttamento, razzismo, guerra.<br />
Violare la zona rossa non era una vittoria, ma una porta da aprire in  direzione utopia, lontano da essere un punto d’arrivo, ma una tappa. Ci  siamo intestarditi troppo sui confini che ci hanno imposto, abbiamo  creduto quasi che fosse quella zona rossa a rappresentare il nostro  nemico, non le relazioni sociali che ci imponeva o la diffusione  biopolitica del suo potere. </em></p>
<p><em>Per questo, una volta che il recinto da simbolico si è  trasformato in fronte di guerra non siamo riusciti a pensare  un’alternativa, non avevamo possibilità nella guerra aperta, non abbiamo  trovato la lucidità per pensare di fare dell’altro, per sottrarci allo  scontro frontale e usare la nostra forza in sabotaggio e azioni diffuse  per essere sempre diversi da come ci volevano loro, che ci volevano  carne da macello.<br />
Ma pensare sotto colpi e gas è difficile, se pensi è a salvarti e a tornare tutti indietro.<br />
Quasi.</em></p>
<p>I lacrimogeni e i caschi blu ci han spinti in salita sulla collina  genovese, verso il Carlini. Non ci lasciano, per kilometri ci inseguono,  nessuno spazio per riorganizzarsi, indietro, passo dopo passo verso là  dove più ingenui e speranzosi eravam partiti.</p>
<p>Volevamo manifestare, abbiam dovuto lottare, resistere per  sopravvivere, non per guadagnare il palcoscenico degli otto grandi ma  per non occupare una barella insanguinata.<br />
Allo stadio tutti dentro, la stanchezza arriva come le lacrime per la  tensione e la certezza del piombo che ha spezzato una vita.</p>
<p>Assemblea, parole, condivisione di emozioni di dolori e la sensazione d’impotenza.<br />
Pablo di Madrid, il ragazzo delle Monos Blancos dalla risata forte nelle  bettole di Lavapiés, sale al microfono e in un italiano con l’accento  spagnolo ci parla della nostra Argentina “un compagno di nosotros,  Carlos, non è rientrato, è biondo, pensiamo sia lui il ragazzo ucciso,  assasinado” ha le lacrime agli occhi Pablo, ma non era quel suo amico  che hanno ucciso.<br />
Era semplicemente uno di noi.<br />
Uno di noi, foss’anche punkabestia, com’è arrivato a chiamarlo una  bestia (lui sì), poche ore dopo al microfono di una radio, quando  l’obiettivo politico era distanziarsi dai violenti.</p>
<p>Carlos, Carlo, con un estintore o con le mani bianche la differenza non c’è, hanno ammazzato un ragazzo, uno di noi.<br />
Hanno sparato sulla nostra spensieratezza, e il piombo ci ha tetanizzato.</p>
<p>L’assemblea di quella sera è stata confusa, lacerante, a tratti  assurda, si diceva di tutto, volevamo condividere il dolore, lo  sgomento, ma anche far parlare la rabbia e la tenacia.<br />
Dovevamo uscire al più presto dalla gabbia simbolica in cui ci hanno prima rinchiuso e poi massacrato.<br />
E certo non con un applauso alla falsa notizia del vertice annullato che potevamo iniziare a farlo.</p>
<p>Ci abbiam messo anni, ma oggi almeno il gioco buoni e cattivi non funziona più.<br />
Quando le vecchiette della val Susa dicono che anche loro sono black bloc il loro giochino del <em>divide et impera</em> si è rotto.<br />
Ma a Genova ha funzionato, ci hanno fregato.</p>
<p>Quella notte, l’ho passata sveglio a fare la guardia a una grata di  metallo dello stadio, con Maia, con altri compagni e compagne, con la  paura di un assalto degli sbirri e gli occhi lucidi.<br />
Quella notte a distanza di anni la vedo diversamente, quella notte mi  domando il perché non avessi avuto la forza di voler lottare, di  restituire un po’ dell’odio che mi avevan fatto salire.<br />
Quella notte ci siamo rinchiusi da soli, fermati nello stadio, con l’ansia.</p>
<p>Cazzo, a me ancora oggi viene tristezza a rivedermi seduto per terra  dietro la grata a parlare dicendo: “speriamo non vengano, domani  dobbiamo essere tantissimi”.<br />
Perché non ho neanche pensato che dovevamo uscire, dovevamo esserci, dovevamo urlare a tutti quello che ci era successo?<br />
Perché non abbiamo bloccato l’autostrada, come si poteva andare in vacanza con un ragazzo che muore?<br />
Perché noi, dieci mila dei centri sociali, siamo rimasti chiusi in uno stadio con i nostri fantasmi attorno?<br />
Perché eravamo stanchi, feriti. Perché avevamo paura.</p>
<p>Perché ci avevano fatto paura e con il terrore ci governano meglio.</p>
<p>Poi uscire quella sera era pericoloso, uscire quella notte non sapevi  se rientravi intero, uscire quella notte non era previsto, uscire  quella notte non ne avevi le forze. È vero, è assolutamente vero.<br />
Ma forse non ne avevamo neanche la voglia, il desiderio di rispondere al loro piombo assassino.<br />
E questo io ancora oggi me lo rimprovero, possono fermarmi così?</p>
<p>Non voglio più convincere che sono una vittima della repressione, voglio vivere libero e lottare.<br />
Spero di farlo, spero di non avere ancora troppa paura da restare immobile.</p>
<p><em>Quando non avremo più nessuna scelta<br />
…allora… verrà …allora verrà la scelta!</em><strong><em><br />
Tratto da Death of Anna Karina – Gli errori e di fronte a noi…il nulla (2011)</em></strong></p>
<p>La mia storia a Genova continua con un risveglio angoscioso, dopo  qualche ora di sonno all’alba, prosegue con il corteo del sabato, quando  tutte le tv e i giornali urlano a tutti di stare a casa, quando  vogliono terrorizzare chi sfida il potere, quando vogliono farci il  vuoto attorno.</p>
<p>E invece 300 mila persona arrivano a Genova, o ci restano, come me.<br />
E invece una marea di persone scandiscono ASSASSINI coperti dagli  elicotteri a bassa quota che di lì a poco, ancora, inizieranno a far  piovere candelotti.<br />
Il corteo viene attaccato, spezzato in due dai cani bavosi non ancora  stanchi di picchiare. Piazzale Kennedy diviene un poligono di tiro, le  cariche arrivano in spiaggia mentre dei sommozzatori nelle acque del  porto dimostrano il delirio dello stato di eccezione.</p>
<p>Siamo migliaia ad arrampicarci sui colli, per scalinate ripide,  guidati da genovesi che generosi ci indicano il cammino e ci rifocillano  con l’indispensabile, acqua, per lavare i lacrimogeni e per spegnere la  sete.</p>
<p>A sera, quando in una stazione Brignole spettrale, aspettiamo i treni  speciali per rientrare con il compito di comunicare quello che abbiamo  visto anche nelle nostre città, sentiamo per radio della Diaz.<br />
Ascoltiamo impietriti la diretta dello sgombero, ci guardiamo, siamo  qualche centinaio, molti distrutti dai due giorni di battaglia,  scendiamo però dai binari e ci affacciamo nel piazzale della stazione.<br />
L’atmosfera è irreale, buio, nessuno in strada, una zona morta con il  piazzale pieno di almeno venti blindati di polizia, griglie sui vetri e  la certezza che erano là per noi.</p>
<p>Eccola la partenza da Genova, l’ennesimo rospo da ingoiare con gli  occupanti del treno circondati da sbirri e blindati che ci intimano di  andarcene, eccola la partenza, con la radio che racconta la mattanza,  con il pensiero ai compagni rimasti in quella maledetta trappola, con la  rabbia impotente che si sfoga sugli stipiti degli scompartimenti fino a  consumare le nocche.</p>
<p>Ma Genova si sedimenta, la paura si trasforma in determinazione,  l’impotenza in resistenza, il dolore in tenacia. Dopo bisogna  continuare!</p>
<p>Raccontare quello che è successo, smontare i giornalisti e la  criminalizzazione, soprattutto continuare a lottare! Urlare liberi  tutt*, a difesa di quelli sui cui vuole reiterarsi la vendetta dello  stato, senza divisioni, senza distinguere, rivendicare tutto quello che  abbiamo fatto, ribadire che non abbiamo più guance da offrire.</p>
<p>Non siamo vittime innocenti, siamo resistenti determinati e coscienti.<br />
Non ci sono mele marce da condannare, ma un regime da abbattere.<br />
C’è chi resiste e chi uccide. Noi lottiamo, contro di loro.<br />
E lottiamo ancora.</p>
<p>Dopo dieci anni non so se hanno senso le cerimonie di ricordo.<br />
Abbiamo bisogno di andare a sfilare per ricordare che noi siamo la speranza?<br />
Non so che futuro possiamo avere se oggi non resistiamo con  determinazione, la crisi vogliamo creargliela noi con le nostre  intelligenze e con i nostri desideri di rovesciare il presente.</p>
<p>Supporto Legale recitava così <em>“</em><em>Noi pensiamo che tutti  coloro che erano a Genova dovrebbero gridare: in ogni caso nessun  rimorso. Nessun rimorso per le strade occupate dalla rivolta, nessun  rimorso per il terrore dei grandi asserragliati nella zona rossa, nessun  rimorso per le barricate, per le vetrine spaccate, per le protezioni di  gommapiuma, per gli scudi di plexiglas, per i vestiti neri, per le mani  bianche, per le danze pink, nessun rimorso per la determinazione con  cui abbiamo messo in discussione il potere”<a href="http://aquiestoy.noblogs.org/post/2011/07/19/genova-10-anni-dopo-un-racconto-di-prospettiva/#_ftn1">[1]</a>.</em></p>
<p>La lotta continua, lo spirito non si ferma, mi piace pensare che in  dieci anni abbiamo preso confidenza, e compagne e compagni esperienza,  perché, se c’è un posto dove pensare che un decennio è passato è nei  boschi della Val Susa.<br />
Dove non esistono più buoni e cattivi e dove la nonviolenza è una parola  vuota come il sermone di programma dell’ennesimo populista che vuole  imbrigliare il movimento con la politica dei partiti.</p>
<p>Siamo liberi e usiamo la memoria, guardiamo indietro per proseguire,  senza ripeterci perché accumuliamo sulla nostra pelle e nella testa  quello che abbiamo vissuto, le lotte che facciamo.</p>
<p>Sarà düra ma… <em>aqui no se rinde nadie!</em><em> </em></p>
<p>aquiestoy.noblogs.org<em> -  luglio, 2011</em></p>
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<p><a href="http://aquiestoy.noblogs.org/post/2011/07/19/genova-10-anni-dopo-un-racconto-di-prospettiva/#_ftnref1">[1]</a> Testo completo qui: http://www.supportolegale.org/?q=node/1270.</p>
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<p><a href="http://aquiestoy.noblogs.org/post/2011/07/19/genova-10-anni-dopo-un-racconto-di-prospettiva/#_ftnref1">[1]</a> Leggibile qui: www.ecn.org/yabasta.roma/pagine/ag01.html.</p>
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<p><a href="http://aquiestoy.noblogs.org/post/2011/07/19/genova-10-anni-dopo-un-racconto-di-prospettiva/#_ftnref2">[2]</a> Qui: www.wumingfoundation.com/italiano/Giap/giapxgenova.html.</p>
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		<title>Fascismo Fiat</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 13:46:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Lavoro/nonLavoro]]></category>
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Le rappresaglie antisindacali che la  Fiat sta pianificando in questi giorni a Melfi come a Mirafiori, sono  atti di autentico fascismo aziendale. Si perseguitano i delegati che  organizzano gli scioperi contro i carichi di lavoro eccessivi e gli  impiegati che informano i colleghi della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><img class="alignleft size-medium wp-image-16896" title="fascismo fiat" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/07/fascismo-fiat-218x300.jpg" alt="fascismo fiat" width="218" height="300" />di Giorgio Cremaschi [articolo pubblicato  su  "Liberazione"]</em></strong></p>
<p>Le rappresaglie antisindacali che la  Fiat sta pianificando in questi giorni a Melfi come a Mirafiori, sono  atti di autentico fascismo aziendale. Si perseguitano i delegati che  organizzano gli scioperi contro i carichi di lavoro eccessivi e gli  impiegati che informano i colleghi della solidarietà degli operai  polacchi con quelli di Pomigliano. La libertà di sciopero, la libertà di  informazione, la libertà di pensiero, le libertà in quanto tali sono  oggi in discussione alla Fiat. All’origine di tutto questo c’è la  strategia industrialmente debole, ma furba e arrogante di Sergio  Marchionne. L’amministratore delegato della Fiat non è mai stato un  industriale. E’ un banchiere svizzero chiamato a salvare la Fiat dal  fallimento. (&#8230;)  Questa operazione è riuscita al prezzo di durissimi  sacrifici dei lavoratori e, come sempre avviene nell’economia  finanziaria, ha portato ingenti guadagni a Marchionne. L’amministratore  delegato della Fiat è stato poi così chiamato a salvare la Chrysler, che  la Mercedes aveva abbandonato. Lì, con l’aiuto di ingenti finanziamenti  pubblici, è riuscito a piegare i sindacati. Che prima accusava di  miopia e intransigenza e che invece oggi elogia con gli stessi toni con  cui il generale Custer parlava degli indiani chiusi nelle riserve.  Marchionne ha poi riportato in Italia quel successo e, usando una carta  che da noi funziona sempre, si è presentato come il libero americano che  mette a posto i fannulloni assistiti. Ha così ottenuto un consenso  pressoché unanime nel Palazzo. Che non si è certo chiesto perché  importanti dirigenti abbiano abbandonato la Fiat per dirigere altre  aziende delle auto in Europa. Che non si è certo interrogato sulla  credibilità di un piano industriale che si fonda su numeri presi dal  libro dei sogni della vecchia Fiat – 6milioni di auto prodotte assieme  alla Chrysler. Nessun spirito critico in Italia verso le strategie della  Fiat. Di questo Marchionne ha approfittato coprendo così debolezze e  contraddizioni. La ripresa di Pomigliano, promessa tra 2 anni, serve a  coprire la chiusura &#8211; oggi &#8211; di Termini Imerese. L’accordo separato, con  Cisl e Uil e altri amici, serve a coprire il flop del plebiscito  richiesto ai lavoratori. I licenziamenti di delegati e militanti  sindacali servono a coprire i fallimenti di un’organizzazione del lavoro  che vuole imporre ritmi e condizioni che consumano le persone e possono  funzionare solo con la soppressione dei più elementari diritti. Infine  l’autoritarismo e l’intimidazione servono solo a coprire il clima di  ottuso ossequio con cui si distrugge ogni forma di partecipazione e  creatività dei lavoratori. Sì alla Fiat c’è il fascismo, non solo perché  si colpiscono le libertà e i diritti dei lavoratori. Ma perché così si  coprono mancati investimenti, burocratismi, servilismi e clientele che  prosperano e rendono inefficiente l’azienda più di prima. Marchionne è  tanto piaciuto a Scalfari perché ha dichiarato di porsi dopo la nascita  di Cristo. Sicuramente la sua cultura e la sua pratica sono però  antecedenti alla costituzione repubblicana ed eredi di quella pessima  tradizione delle classi dirigenti italiane che coniugava inefficienza e  propaganda, privilegio e autoritarismo. Lo svizzero americano Marchionne  è un padrone italiano collocato tra gli anni 30 e gli anni 50.</p>
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		<title>&#8220;L&#8217;ordine partì dall&#8217;alto&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 09:49:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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Gianni De Gennaro è stato condannato a un anno e  quatro mesi per istigazione alla falsa testimonianza in occasione  dell&#8217;assalto alla scuola Diaz nel G8 del 2001. Ricostruita quindi la  catena di comando di quella serata infernale. Malabarba (Sc): ora faccia  la cosa giusta, si dimetta da capo dell&#8217;Aise



di Checchino Antonini [...]]]></description>
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<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16871" title="diaz02" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/06/diaz02-246x300.jpg" alt="diaz02" width="246" height="300" />Gianni De Gennaro è stato condannato a un anno e  quatro mesi per istigazione alla falsa testimonianza in occasione  dell&#8217;assalto alla scuola Diaz nel G8 del 2001. Ricostruita quindi la  catena di comando di quella serata infernale. Malabarba (Sc): ora faccia  la cosa giusta, si dimetta da capo dell&#8217;Aise</p>
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<p>di Checchino Antonini (da  www.ilmegafonoquotidiano.it)</p></div>
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<p>Un anno e quattro mesi per il Capo. Ora Gianni De Gennaro si dovrebbe  dimettere ma non glielo chiederà nessuno. Tranne i portavoce di allora  del Genoa social forum e un europarlamentare, De Magistris, di un  partito che fu il becchino della commissione d&#8217;inchiesta nel penultimo  parlamento. E a Genova, l&#8217;Idv, è capitanato addirittura da uno dei  robocop che guidarono l&#8217;assalto a un corteo enorme che contestava gli  Otto dannosissimi Grandi. Dunque, la Corte d&#8217;Appello di Genova ha  ritenuto che le prove erano bastanti, che quand&#8217;era capo della polizia,  il futuro Negroponte, istigò alla falsa testimonianza l&#8217;ex questore dei  tempi del G8. Due mesi di meno all&#8217;altro imputato, l&#8217;ex capo della Digos  cittadina e ora vicequestore vicario di Torino, Spartaco Mortola.  Entrambi ricorreranno in cassazione. Il pg Pio Macchiavello aveva  chiesto due anni di reclusione per De Gennaro e un anno e quattro mesi  per Mortola dopo l&#8217;esito, scandaloso per chi subì i massacri della Diaz e  gli arresti illegittimi di quella notte. Nell&#8217;ambito delle indagini  sulle false molotov, Mortola fu intercettato mentre chiacchierava con  Colucci il quale gli riferiva i complimenti del capo dopo la sostanziale  ritrattazione di fronte ai pm che indagavano sulla Diaz. In pratica a  Colucci fu consigliato di non fare menzione delle telefonate di quella  sera col Viminale per non rivelare la catena di comando e il ruolo del  capo di polizia nella repressione con cui si chiusero le tre giornate  del luglio. Il processo s&#8217;è svolto a porte chiuse &#8211; mentre quello a  Colucci sarà pubblico &#8211; per via del rito abbreviato e si dovranno  attendere le conclusioni per un&#8217;analisi compiuta. A destra o si finge di  non capire (Ascierto, l&#8217;uomo di An che era con Fini al comando dei  carabinieri mentre veniva ucciso Carlo Giuliani) o si strepita contro la  «vendetta» dei pm (Santelli, Pdl). «Perchè non pensare che le sentenze  di primo grado non erano giuste? L&#8217;appello serve anche per questo»,  suggerisce Enrico Zucca, il pm che ha sostenuto l&#8217;accusa insieme con  Francesco Cardona Albini, la medesima pubblica accusa dell&#8217;inchiesta  Diaz.</p>
<p>«Se una qualche sorpresa aveva destato la condanna degli uomini di De  Gennaro per la mattanza della suola Diaz, ancor più sorprendente è oggi  il verdetto di condanna per l&#8217;intoccabile ex capo della polizia. A  modificare la sentenza di primo grado è stato sicuramente il risultato  del lavoro dei pm che hanno portato alla recente condanna degli alti  ufficiali presenti sul campo», commenta Gigi Malabarba di Sinistra  Critica, già senatore e membro del Copaco. La sera della Diaz era uno  dei parlamentari stoppati dal portavoce di De Gennaro ai cancelli del  dormitorio dei manifestanti. La linea del Viminale è che la mattanza  fosse «una normale perquisizione». «Dopo il primo grado c&#8217;erano state  felicitazioni bipartisan &#8211; ricorda Malabarba &#8211; per quella assoluzione,  che rivela più di tante chiacchiere che, se la massima autorità di  pubblica sicurezza organizza la falsa testimonianza dei suoi subalterni e  più in generale prepara e dirige la catena di comando della repressione  al G8 di Genova, fa una scelta giusta e apprezzabile, sia per il  centrodestra che per il centrosinistra. Oggi mi aspetto che qualcuno, a  sinistra, riveda il suo atteggiamento supino verso De Gennaro e che De  Gennaro faccia la prima cosa giusta in questi ultimi dieci anni: si  dimetta da capo dei servizi segreti. Lo Stato finora si è autoassolto  nel plauso della politica istituzionale. Oggi onesti semplici magistrati  abbandonati da tutti (anzi quasi messi sotto accusa per tentativo di  lesa maestà) hanno iniziato ad incrinare lo strapotere del Negroponte  italiano, all&#8217;ombra del quale si è consumata da anni una  riorganizzazione autoritaria di tutti gli apparati di sicurezza del  paese. Occorre che tutti coloro che si mobilitarono a Genova ritornino  in campo per ottenere verità e giustizia anche per Bolzaneto e  l&#8217;uccisione di Carlo Giuliani.</p>
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		<title>Le botte e la resistenza in Val di Susa</title>
		<link>http://www.articolozero.org/2010/02/le-botte-e-la-resistenza-in-val-di-susa/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2010 20:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>noia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Repressione]]></category>
		<category><![CDATA[Ecologismo e ecosistemi]]></category>
		<category><![CDATA[no tav]]></category>
		<category><![CDATA[val di susa]]></category>

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		<description><![CDATA[La polizia manganella furiosamente e spedisce un ragazzo e una signora all'ospedale. Ma la mobilitazione non si ferma. «Pensano di piegarci ma noi andiamo avanti». Oggi conferenza stampa e domani fiaccolata.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/02/inc17yakX_20100217.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-6681" title="No tav 17 febbraio" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/02/inc17yakX_20100217-300x192.jpg" alt="No tav 17 febbraio" width="300" height="192" /></a>Il Governo vuole risolvere la questione Torino-Lione a suon di manganellate. Il cambio di registro si è visto ieri notte quando le forze dell&#8217;ordine hanno caricato a freddo. Già il giorno prima, a Coldimosso, i no Tav avevano contestato il posizionamento di una nuova trivella. Ma nel tardo pomeriggio del 17 Febbraio, dai presidi di S.Antonino e Susa sono partite decine di manifestanti verso Coldimosso, tra Bussoleno e Susa, dove sono all&#8217;opera le ruspe per il sondaggio S72.<br />
Come già visto per il posizionamento delle altre trivelle, lo spiegamento di forze dell&#8217;ordine è imponente. I No Tav riescono ad aggirare il blocco sulla statale passando per le vie dei boschi, arrivando così in pochi minuti a 10 metri dal cantiere. Dopo qualche slogan e il lancio di qualche palla di neve, il vicequestore Spartaco Mortola, tristemente noto per i fatti del G8 di Genova, ordina ai suoi uomini di caricare. La determinazione dei manifestanti mantiene il presidio davanti al cantiere.<br />
Intanto, le forze dell&#8217;ordine chiudono completamente la SS24 e l’autostrada con più blocchi per impedire ad altri manifestanti di raggiungere il luogo della trivella. Le cariche si fanno man mano più pesanti con veri e propri inseguimenti. Due sono i feriti gravi trasportati all&#8217;ospedale le Molinette: un corrispondente di RadioBlackOut, in prognosi riservata, e una signora che forse rischia di essere operata, per un forte colpo al basso ventre. Nella conferenza stampa di stamattina, 18 Febbraio, i No Tav hanno dichiarato: ”Ciò che è successo si commenta da solo. Questo è un Governo che non cerca affatto il dialogo con le istituzioni locali ma impone con la forza le proprie decisioni!”. “Il Governo comincia ad essere particolarmente nervoso.” &#8211; spiega Lele dei No Tav &#8211; “Pensavano di prendere per stanchezza il movimento, invece in Val di Susa la resistenza prosegue e per ogni trivella posizionata continua la mobilitazione popolare. Ad oggi su 91 sondaggi, solo 13 sono iniziati. Lo ribadiamo, sono solo sondaggi mediatici”. Fu il Governo a dichiarare che i &#8220;sondaggi saranno fatti di giorno con il consenso della popolazione&#8221;. Tutto il contrario.<br />
La mobilitazione in Valle dunque prosegue, per domani è indetta una fiaccolata alle ore 18:00 da Coldimosso fino a Bussoleno. Come dicevano le manifestazioni NoTav: &#8220;Sarà Dura&#8221;. Lo sarà soprattuto per chi vuole chiudere la partita Torino-Lione come se fosse un problema di ordine pubblico.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=XiPaHWhu6YM&amp;feature=player_embedded">guarda il video&#8211;&gt;NoTav: la polizia carica selvaggiamente</a></p>
<p>da <a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/news/le-botte-e-la-resistenza-val-di-susa">ilmegafonoquotidiano.it</a><a href="http://www.youtube.com/watch?v=XiPaHWhu6YM&amp;feature=player_embedded"> </a></p>
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		<title>8 mesi di carcere per aver scritto contro la polizia a Genova</title>
		<link>http://www.articolozero.org/2010/02/8-mesi-di-carcere-per-aver-scritto-contro-la-polizia-a-genova/</link>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2010 11:02:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>noia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Repressione]]></category>
		<category><![CDATA[cecchino antonini]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[genova 2001]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>

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		<description><![CDATA[E' quanto ha inflitto il tribunale al compagno Checchino Antonini e al suo direttore di Liberazione dell'epoca, Piero Sansonetti, per un articolo del 2005 che criticava le promozioni "facili" dopo il vertice G8. Denuncia anche per "Scuola Diaz, vergogna di Stato"]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/02/spataroxchecchino.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-6591" title="spataroxchecchino" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/02/spataroxchecchino-300x300.jpg" alt="spataroxchecchino" width="300" height="300" /></a>Sentenza choc del tribunale di Roma: otto mesi di reclusione sono stati  comminati martedì scorso, in primo grado al giornalista di Liberazione, e  tra i fondatori di Megafonoquotidiano, Checchino Antonini oltre che a  Piero Sansonetti, all’epoca dei fatti direttore di Liberazione, per un  articolo del 16 settembre 2005 con la cronaca di una forte polemica  politica tra alcuni sindacati di polizia e Gigi Malabarba. allora  capogruppo di Rifondazione a Palazzo Madama. Il giorno prima &#8211; con  un’interrogazione firmata con diversi altri colleghi e successivamente  con un botta e risposta con un sottosegretario &#8211; Malabarba aveva  criticato in maniera ferma i criteri discrezionali, nella valutazione  degli operatori della polizia ai fini dell’avanzamento di carriera.  L’occasione erano stati gli ottimi voti – con riferimento al 2001 &#8211;  ricevuti da due funzionari coinvolti nelle inchieste sulle violenze e  gli abusi commessi nei giorni del G8 2001. Malabarba s’era detto  convinto che, grazie a un «uso strumentale» di quei meccanismi  discrezionali di avanzamento e prepensionamento (stigmatizzati anche dal  magistrato amministrativo), l’allora capo della polizia, capo della  commissione di valutazione &#8211; fosse riuscito a selezionare dei dirigenti  fidati e ad espellere i quadri «scomodi» con un  «sistema ingiusto e  vessatorio».<br />
L’indomani le agenzie riportarono alcune violente dichiarazioni di  diversi segretari sindacali del personale di ps e Liberazione ne diede  conto. Uno di loro, Giuseppe Tiani, leader nazionale del Siap, s’è  sentito diffamato poiché l’articolo ricordava la sua parentela con il  segretario provinciale della medesima sigla, all’epoca inquisito per  favoreggiamento di personaggi legati all’estrema destra barese e per  rivelazione di segreto d’ufficio. Solo il 22 gennaio di quest’anno  costui sarebbe stato assolto dalla prima accusa e condannato a 9 mesi  per violazione del segreto di ufficio, pena peraltro sospesa.<br />
La sentenza contro Antonini e Sansonetti è un fatto davvero grave. Otto  mesi di carcere a un giornalista che non ha diffamato nessuno ma ha solo  messo il naso dentro la gestione del G8 2001, costituiscono  un&#8217;enormità. Quanto si dovrebbe dare a Feltri per i suoi articoli su  Boffo? Il caso, tra l&#8217;altro, non è isolato. Checchino Antonini, insieme a  Francesco Barilli e all&#8217;avvocato genovese Dario Rossi, autori del  libro, edito da Alegre, &#8220;Scuola Diaz, vergogna di Stato&#8221; sono stati  denunciati dal questore Fournier per aver definito &#8220;vergognosa&#8221; la sua  promozione dopo i fatti genovesi. I fatti parlano chiaro: non si sta  procedendo contro una stampa, o un&#8217;editoria, che calunnia o diffama ma  semplicemente contro il tentativo di ricostruire quella stagione, di  seguire passo passo gli eventi che coinvolgono istituzioni importanti e  che continuano ad avere ricadute politiche e, purtroppo, giudiziarie.<br />
Checchino Antonini è un nostro redattore e un nostro compagno. E quindi  sosterremo la sua difesa e la battaglia contro le false accuse e  l&#8217;ingiusta condanna che gli vengono mosse. Nei prossimi giorni ci sarà  una conferenza stampa ma crediamo che fin da subito sia utile e  importante inviare la propria solidarietà a Checchino, la propria  indignazione per questo ennesimo &#8220;avvertimento&#8221; e ribadire che Genova  2001 non la vogliamo dimenticare, né riporre in un archivio giudiziario.</p>
<p>da <a href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/news/8-mesi-di-carcere-aver-scritto-contro-la-polizia-genova" target="_blank">ilmegafonoquotidiano.it</a></p>
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		<title>Luca Tornatore Libero! Firma l&#8217;appello!</title>
		<link>http://www.articolozero.org/2009/12/luca-tornatore-libero-firma-lappello/</link>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 18:23:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
				<category><![CDATA[Repressione]]></category>

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		<description><![CDATA[
ULTIME DA LUCA TORNATORE, ANCORA IN CARCERE
Luca Tornatore sta bene, ma non riceve i libri che gli vengono spediti e non riesce a ricevere telefonate ogni giorno, esercizio a cui invece avrebbe diritto. L’astrofisico di Trieste arrestato a Copenhagen il 14 dicembre ? in attesa del processo, previsto per il prossimo 12 gennaio.
Era insieme ai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2009/12/freedomFORlucatornatore.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-5271" title="freedomFORlucatornatore" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2009/12/freedomFORlucatornatore-300x225.jpg" alt="freedomFORlucatornatore" width="300" height="225" /></a></p>
<p><em><strong>ULTIME DA LUCA TORNATORE, ANCORA IN CARCERE</strong></em></p>
<p>Luca Tornatore sta bene, ma non riceve i libri che gli vengono spediti e non riesce a ricevere telefonate ogni giorno, esercizio a cui invece avrebbe diritto. L’astrofisico di Trieste arrestato a Copenhagen il 14 dicembre ? in attesa del processo, previsto per il prossimo 12 gennaio.</p>
<p>Era insieme ai sui compagni nel quartiere di Christiania, al centro della capitale danese, quando, nel corso di una inaspettata retata, ? stato fermato insieme a circa duecento persone e tradotto in carcere. Tra gli arrestati, pi? di ottanta erano italiani. I suoi connazionali sono stati tutti rilasciati nel giro di poche ore, mentre Luca ? rimasto inc arcere, accusato dia vere partecipato alla costruzione e all’incendio di barricate costrute lungo il perimetro di Christiania.</p>
<p>La sua compagna Federica lo ha sentito al telefono, Luca sta bene, riceve la posta e a volte pu? ricevere telefonate, anche se lei? non riesce a contattarlo tutti i giorni. Tornatore avrebbe diritto ad una telefonata al giorno, ma l?esercizio di tale diritto, nella pratica, dipende in modo del tutto arbitrario dall?umore della guardia di turno. Oggi Luca ? in attesa del processo, fissato per il 12 gennaio.</p>
<p><em><strong>APPELLO PER L’IMMEDIATO RILASCIO DEL DOTTOR LUCA TORNATORE</strong></em></p>
<p>Luca Tornatore non è solo un amico fraterno di chi scrive questo appello.<br />
Luca è un assegnista di ricerca al Dipartimento di fisica dell’Università<br />
di Trieste. E’ uno scienziato, uno di quelli che alla passione e alla<br />
voglia di cambiare il mondo uniscono, dunque, una riconosciuta competenza.<br />
Questi sono gli ingredienti che lo hanno spinto, assieme a centina di<br />
attivisti ambientalisti italiani, a recarsi a Copenhagen. Luca è nella<br />
capitale danese per  pretendere giustizia climatica, per confrontarsi<br />
all’interno del Climate Forum, per capire e per intrecciare relazioni con<br />
chi (come noi e lui) pensa che l’emergenza ambientale debba essere<br />
affrontata a partire da una democratizzazione delle decisioni e non<br />
attraverso la delega a chi l’ha provocata o a chi la sta peggiorando<br />
(siano essi vecchi o nuovi attori di rilievo del panorama geo-politico).<br />
Luca Tornatore si trova oggi in stato di arresto, fermato assieme ad altre<br />
decine persone dopo aver partecipato ad un dibattito!! Luca, come<br />
centinaia di altri, non ha commesso alcun reato. Il suo fermo è stato<br />
confermato non sulla base di prove, ma proprio per punire il suo impegno,<br />
la sua visibilità pubblica e la sua competenza.<br />
Ci sarebbe da ridere, ma quello che sta succedendo a Copenhagen non ha<br />
precedenti. Il solo fatto di trovarsi per strada rende passibile di fermo,<br />
l’arresto preventivo (già di per sé strumento mostruoso dello stato<br />
d’eccezione) è stato abusato senza vergogna. Sono stati calcolati più di<br />
millecinquecento fermi di polizia, praticamente tutti ingiustificati. La<br />
capitale Danese, ormai un ex simbolo della socialdemocrazia, si è<br />
trasformata in una vera e propria città di polizia.<br />
Noi pretendiamo il rilascio immediato del Dott. Luca Tornatore, prima di<br />
tutto perché totalmente innocente, poi perché la sospensione dello stato<br />
di diritto, le provocazioni e le menzogne rendono la mancanza di Luca<br />
insopportabile per tutti noi e per tutti quelli che condividono, con<br />
serietà, le sue preoccupazioni per il futuro del nostro pianeta.</p>
<p>Trieste – Venezia, 15 dicembre 2009</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Mailto:   freelucatornatore@gmail.com</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;">Aderisci al gruppo su facebook: <strong>Aiutiamo Luca Tornatore</strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;"><strong>Firma e fai circolare la </strong><a title="Petizione on line" href="http://www.petizionionline.it/petizione/per-la-liberazione-di-luca-tornatore/437">Petizione on line</a></p>
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		<title>Take Back The night</title>
		<link>http://www.articolozero.org/2009/12/take-back-the-night/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 20:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Repressione]]></category>

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		<description><![CDATA[Take Back The night, Street parade lgbt.
di Marina Zenobio &#8211; dal manifesto
C’è la freschezza della gioventù nelle centinaia di visi di donne che ieri sera, a Roma hanno partecipato alla street parade organizzata dai collettivi Ribellule, Facinorosse e Malefiche, a cui hanno aderito molti altri gruppi di donne, femministe e lesbiche. Mancava però il mondo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-4301" title="takeback" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2009/12/takeback-300x200.jpg" alt="takeback" width="300" height="200" />Take Back The night, Street parade lgbt.</p>
<p>di Marina Zenobio &#8211; dal manifesto</p>
<p>C’è la freschezza della gioventù nelle centinaia di visi di donne che ieri sera, a Roma hanno partecipato alla street parade organizzata dai collettivi Ribellule, Facinorosse e Malefiche, a cui hanno aderito molti altri gruppi di donne, femministe e lesbiche. Mancava però il mondo delle transessuali, nonostante il corteo, partito da piazza Vittorio, fosse dedicato a Blenda.</p>
<p>L’evento ha aperto una settimana di mobilitazione in occasione della giornata internazionale contro la violenza alle donne (che per il calendario Onu è il 25 novembre) e che si concluderà con la manifestazione nazionale di sabato prossimo. A Brina, di Lady Fest (che nella capitale, lo scorso maggio, hanno organizzato un festival indipendente e auto-prodotto di musica, arti visuali e workshop tutto al femminile ma per un pubblico misto) chiediamo il senso di questo evento :”Abbiamo ripreso una tradizione degli anni ’70, per rivendicare la nostra libertà di movimento anche nelle strade, contro le logiche securitarie che ci dicono che la strada è brutta, buia e pericolosa. E soprattutto vogliamo ricordare che nel 90% dei casi la violenza contro le donne avviene in famiglia”. Vero, quello dei cortei notturni è una tradizione del femminismo degli anni ’70, ma i tempi sono cambiati, noi dicevamo “Riprendiamoci la notte” loro <em>Takebackthenight</em>, ma i contenuti non sono diversi. Tanti cappelli da strega e velette viola, i tamburi della Malamurga e musica a palla dai camioncini che precedono i vari spezzoni del corteo. Ci sono anche le donne di Action A, tante le immigrate coi loro striscioni contro xenofobia, razzismo e discriminazione, ed anche molti ragazzi, organizzata e gestita da donne, ma non è separatista.</p>
<p>Uno striscione ricorda Blenda, la trans dello scandalo Marrazzo trovata uccisa venerdì scorso: “non ci toglieranno la dignità, la sorellanza è la nostra arma, con rabbia e amore ciao Blenda”. Questa serata è anche per lei “perché – ci dice con tristezza Brina – si parla di trans solo quando salgono ai tristi onori della cronaca, nel quotidiano sono un rimosso della società. Noi invece vogliamo che anche loro possano legittimamente reclamare la notte ma anche il giorno”. “Nell’immaginario collettivo – gridano da un camioncino – la notte è sempre stata associata a insicurezza, violenza e paura, col tempo noi stesse abbiamo imparato a introiettare l’idea del pericolo del mondo esterno. Ora è il momento di riprendersi la notte perché, dopo anni di politiche sempre più restrittive per la libertà di tutti ma soprattutto di tutte, vogliamo ribadire cosa vuol dire sicurezza per noi”. Lo striscione del Centro Donnalisa – che a Roma gestisce anche un centro antiviolenza dove accoglie e offre assistenza a molte mogli e fidanzate maltrattate dai partner o ex – dice che è “meglio in piazza di notte che in famiglia con le botte”. Secondo l’Istat, in Italia, sono quasi 7 milioni le donne che hanno subito nel corso della propria vita violenza fisica e sessuale. Un milione di donne hanno subito uno stupro o un tentato stupro e, nella maggior parte dei casi, gli autori non sono degli sconosciuti ma conoscenti, e più spesso hanno le chiavi di casa.</p>
<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=1DZ4b8-7PEA">take back the night</a></p>
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		<title>Finalmente abbiamo i &#8220;colpevoli&#8221; per Genova 2001</title>
		<link>http://www.articolozero.org/2009/10/finalmente-abbiamo-i-colpevoli-per-genova-2001/</link>
		<comments>http://www.articolozero.org/2009/10/finalmente-abbiamo-i-colpevoli-per-genova-2001/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 14 Oct 2009 14:42:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>noia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Repressione]]></category>
		<category><![CDATA[de gennaro]]></category>
		<category><![CDATA[G8]]></category>
		<category><![CDATA[genova 2001]]></category>
		<category><![CDATA[sentenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Scontri al G8, pene aumentate per i no global.
Una sentenza esemplare.
Piuttosto «una vendetta» come ha detto Haidi Giuliani uscendo dall&#8217;aula: finisce rincarando la dose il processo d&#8217;appello per i 25 manifestanti accusati a vario titolo di devastazione, saccheggio, resistenza aggravata, porto e detenzione di materiale esplodente, furto aggravato, rapina e lesioni.
Per 15 di loro i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scontri al G8, pene aumentate per i no global.<br />
Una sentenza esemplare.<br />
Piuttosto «una vendetta» come ha detto Haidi Giuliani uscendo dall&#8217;aula: finisce rincarando la dose il processo d&#8217;appello per i 25 manifestanti accusati a vario titolo di devastazione, saccheggio, resistenza aggravata, porto e detenzione di materiale esplodente, furto aggravato, rapina e lesioni.</p>
<p>Per 15 di loro i reati sono prescritti con alcune assoluzioni per i danneggiamenti. Ma 10 manifestanti vengono condannati a 98 anni e mezzo in totale (con pene fino a 15 anni) e al risarcimento di 23 mila euro. Insomma la corte d&#8217;appello presieduta da Maria Rosaria D&#8217;Angelo conferma, anzi rafforza, la tesi della procura prima e del processo di primo grado poi, che alcuni manifestanti fossero i famigerati black bloc. «Cercando capri espiatori invece che responsabili si creano sentenza abnormi &#8211; commenta l&#8217;avvocato milanese Mirko Mazzali &#8211; la pena inflitta agli imputati è superiore a quelle che hanno dato per violenze sessuali efferate. Alla fine 11 pagano per 200 mila».</p>
<p>A due giorni dalla sentenza di assoluzione dell&#8217;allora capo della polizia Gianni De Gennaro e all&#8217;ex capo della Digos Spartaco Mortola accusati di taroccare il processo dell&#8217;assalto alla scuola convincendo il questore Colucci ad allontanare ogni sospetto dal &#8216;Capo&#8217;; dopo le pene ridicole nel processo di primo grado per le violenze alla caserma di Bolzaneto e l&#8217;assoluzione di tutti i vertici a danno degli operativi per il pestaggio alla scuola Diaz, si capisce che la bilancia del Tribunale genovese ha fatto crac: il teorema dell&#8217;equiparazione tra processi alle forze di polizia e ai manifestanti (per chi ci avesse creduto) è finito con l&#8217;assoluzione se non la promozione del primo gruppo e la condanna massima dei secondi.</p>
<p>In aula al quinto piano ieri c&#8217;era poca gente. Qualche presenza sporadica di associazioni e Haidi e Giuliano Giuliani. Per il resto giornalisti e alcuni imputati. La lettura avviene velocissima, il presidente Maria Rosaria D&#8217;Angelo bofonchia e legge il dispositivo sottovoce: il succo è che sono assolte le tute bianche del corteo autorizzato di via Tolemaide riconoscendo che la carica contro il loro corteo fu illegittima, ma la scure della giustizia cala pesantissima su chi secondo la ricostruzione della Procura faceva parte del blocco nero. «Una giustizia asimmetrica &#8211; commenta l&#8217;avvocato genovese Emanuele Tambuscio &#8211; la Corte d&#8217;appello ha confermato come detto dal tribunale che la carica in via Tolemaide era illegittima ma nessuno pagherà mai. La procura di Genova doveva aprire un fascicolo fin dal primo momento e indagare sulla carica».</p>
<p><strong>L&#8217;avvocato Laura Tartarini aggiunge che «è una cosa assurda prendere 15 anni per aver spaccato due vetrine. Il reato di devastazione e saccheggio così com&#8217;è formulato è troppo vago, va riformato, d&#8217;altra parte è già davanti alla Corte costituzionale».</strong><br />
Che la lezione doveva essere esemplare si era già capito quando nel dicembre del 2002 23 manifestanti su 26 vennero colpiti da qualche misura di restrizione della libertà. Nove furono messi in carcere, 4 ai domiciliari, 10 con obbligo di dimora e di presentazione alle autorità giudiziarie. Quelli in carcere ci resteranno sei mesi e poi altri sei mesi ai domiciliari.</p>
<p>Il processo di primo grado partì spedito già nel marzo del 2004 per arrivare a sentenza già nel dicembre 2007 quando ci fu una sola assoluzione e 24 manifestanti furono condannati a un totale di 108 anni. <strong>Le 700 pagine di motivazioni rese note tre mesi dopo, avevano come tesi che chi mette a rischio l&#8217;ordine pubblico creando paura fra la gente, fa devastazione e saccheggio invece che danneggiamento, insomma il blocco nero accanendosi sulle cose metteva a repentaglio la società. Tesi che è stata accolta tout court in appello tanto che il sostituto procuratore generale Ezio Castaldi ha chiesto per i 25 imputati 225 anni. </strong></p>
<p>L&#8217;assoluzione per alcuni è arrivata ieri solo per il fatto che al processo di primo grado dei 25 furono i carabinieri stessi a dire di aver fatto la prima carica contro il corteo delle tute bianche in via Tolemaide di loro iniziativa senza alcun coordinamento con la polizia. Peccato che chi attaccò un corteo autorizzato impedendogli di arrivare alla stazione Brignole, di fatto non ha mai avuto un processo. Dei temibili black bloc stranieri tanto decantati dai media non c&#8217;è più traccia. I dieci condannati sono tutti italiani.</p>
<p>da: &#8220;<a href="http://www.ilmanifesto.it/" target="_blank">Il Manifesto</a>&#8220;</p>
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		<title>L&#8217; onda non si arresta, il collettivo studentesco occupa il provveditorato a Mantova</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jul 2009 20:54:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questa mattina una decina tra studenti e universitari del collettivo
studentesco e dello spazio sociale La Boje hanno occupato simbolicamente
intorno alle 11.30 il provveditorato di Mantova come forma di protesta
contro gli arresti dell&#8217; operazione REWIND e la campagna repressiva
messa in atto da un mese a questa parte in coincidenza con il g8.
Durante l&#8217; occupazione si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa mattina una decina tra studenti e universitari del collettivo<br />
studentesco e dello spazio sociale La Boje hanno occupato simbolicamente<br />
intorno alle 11.30 il provveditorato di Mantova come forma di protesta<br />
contro gli arresti dell&#8217; operazione REWIND e la campagna repressiva<br />
messa in atto da un mese a questa parte in coincidenza con il g8.</p>
<p>Durante l&#8217; occupazione si è tenuta una conferenza stampa ed è stato<br />
inviato il volantino dal fax dell&#8217; ufficio del provveditore alle principali istituzioni cittadine con la<br />
precisa richiesta di prendere posizione verso chi vuole reprimere il<br />
conflitto sociale in questo paese.</p>
<p>di <i>collettivo studentesco aca toro</i></p>
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		<title>Golpe in Honduras. Il presidente legittimo protetto dall&#8217;Alba non si arrende</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2009 10:30:16 +0000</pubDate>
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I golpisti hanno imposto Roberto Micheletti, presidente del Congresso, quale capo di Stato al posto del destituito Zelaya. Che grida vendetta
 Golpe in Honduras. Il presidente legittimo protetto dall&#8217;Alba non si arrende
Con l&#8217;arrivo del presidente legittimo dell&#8217;Honduras, Manuel Zelaya, in Nicaragua, è iniziata questa notte la riunione straordinaria dell&#8217;Alba, convocata dopo il golpe orchestrato dalla [...]]]></description>
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I golpisti hanno imposto Roberto Micheletti, presidente del Congresso, quale capo di Stato al posto del destituito Zelaya. Che grida vendetta</p>
<p> Golpe in Honduras. Il presidente legittimo protetto dall&#8217;Alba non si arrende</p>
<p>Con l&#8217;arrivo del presidente legittimo dell&#8217;Honduras, Manuel Zelaya, in Nicaragua, è iniziata questa notte la riunione straordinaria dell&#8217;Alba, convocata dopo il golpe orchestrato dalla Corte Suprema e effettuato dall&#8217;esercito che ha costretto Zelaya a rifugiarsi all&#8217;estero e ha imposto quale capo di stato Roberto Micheletti. La ragione sarebbe evitare il referendum previsto per ieri che avrebbe portato a un&#8217;assemblea costituente che avrebbe profondamente cambiato il paese. Ma la Corte Suprema si giustifica: Zelaya voleva far sì di venire rieletto per la seconda volta, per questo doveva essere destituito. I capi di stato presenti al summit, intanti, hanno ratificato il loro impegno per la democrazia e lo stato di diritto.<br />
&#8220;sono vivo per grazia di Dio&#8221;, ha dichiarato Zelaya, raccontando l&#8217;assalto alla casa presidenziale ieri mattina da a parte di alcuni militari golpisti, che lo hanno condotto in Costa Rica.</p>
<p>Alle 5.30 locali di domenica (11.30 GMT) circa ottocento soldati armati fino ai denti hanno fatto irruzione in casa. &#8220;Se avete l&#8217;ordine di sparare, sparate &#8211; ha gridato a quel punto il presidente &#8211; perché ciò che state facendo oggi è un offesa per il popolo&#8221;.<br />
&#8220;Ho tutta l&#8217;autorità morale per e tutto l&#8217;appoggio internazizonale, dell&#8217;Organizzazione degli Stati americani e tutto il diritto costituzionale&#8221; di riprendere il potere in Honduras, ha quindi precisato davanti all&#8217;assemblea degli Stati dell&#8217;Alba il presidente hondureno, spiegando che appena l&#8217;Alba lo deciderà, lui sarà pronto a riprendersi le redini del paese. &#8220;Qui c&#8217;è un solo presidente e sta davanti a voi&#8221;, ha esclamato, accusando alcune cupole militari del colpo di stato, precisando &#8220;i soldati sono del popolo&#8221;.<br />
Quindi Zelaya ha voluto ringraziare il presidente Daniel Ortega per l&#8217;invito al summit straordinario dell&#8217;Alba e l&#8217;intera comunità internazionale per la solidarietà, che ha mostrato il netto rifiuto del governo di Roberto MIcheletti.<br />
&#8220;Siamo riuniti stanotte di fronte alla tragedia di un popolo fraterno, il popolo dell&#8217;Honduras. Siamo convinti che gli honduregni e le nazioni latinoamericane non vogliono che si tinga con il sangue dei fratelli la patria di Morazan&#8221;, ha quindi dichiarato Ortega. Intanto Hugo Chavez, che da subito si è schierato in difesa del presidente democraticamente eletto, minacciando persino un intervento militare contro i golpisti, ha aggiunto &#8220;questo golpe è destinato al fallimento&#8221;. Ha quindi invitato i popoli di tutto il continente americano a non limitarsi a condannare le zioni avvenute in Honduras, ma a esprimere la loro solidarietà alla nazione e a Zelaya. &#8220;Il Venezuela è pronto a dare una lezioni agli oligarchi&#8221; che hanno orchestrato il colpo di stato, ha sottolineato.<br />
Anche il presidente dell&#8217;Ecuador, Rafael Correa, ha voluto intervenire in favore di Zelaya, invitando, sulla scia di Chavez, il popolo dell&#8217;Honduras a reagire contro &#8220;queste cupole di corrotti&#8221; che si sono unite per mettere a segno il golpe: &#8220;Liberate definitivamente il paese&#8221;, ha detto. Quindi ha aggiunto: &#8220;Il presidente del Parlamento Roberto Micheletti (che ha preso il posto di Zelaya per manu militari) si sta mettendo in ridicolo con il mondo intero&#8221;. Poi una rassicurazione al presidente legittimo: &#8220;Tu trionferai&#8221;, e ancora &#8220;questi codardi devono essere sanzionati, per evitare l&#8217;impunità&#8221;.</p>
<p>Dalle primissime ore della mattina la capitale dell&#8217;Honduras, Tegucigalpa, è sorvolata da elicotteri e aerei militari, mentre gran parte della città sta soffrendo interruzioni di energia elettrica e delle comunicazioni.<br />
I canali di televisione e radio sono stati totalmente posti sotto silenzio per ore, dietro ordine del presidente golpista Roberto Micheletti. Questo non ha comunque impedito che centinaia di seguaci del presidente legittimo, Zelaya, si riunissero davanti al palazzo presidenziale, circondata da un impenetrabile cordone militare, per esigere il ritorno del capo di stato. Numerosi gli striscioni con gli slogan &#8220;militari golpisti&#8221;.</p>
<p>di <i>Internazionalista</i></p>
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