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		<title>Il Primo Maggio Non Si Vende</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 19:16:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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Mantova Rivolta il Debito!
Spazio Sociale La Boje!
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Partiamo da oggi, festa dei lavoratori. Dovremmo festeggiare la libertà di otto ore di lavoro, del diritto alle ferie, alla malattia, alla maternità. Invece ci ritroviamo a essere un esercito di lavoratori usa e getta perchè tutte le conquiste ottenute con anni di lotte e sacrifici tutti gli ultimi governi ce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/sciopero-walmart.gif"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18686" title="sciopero walmart" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/sciopero-walmart-300x209.gif" alt="" width="300" height="209" /></a></p>
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<p><strong>Mantova Rivolta il Debito!</strong></p>
<p><strong>Spazio Sociale La Boje!</strong></p>
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<p>Partiamo da oggi, festa dei lavoratori. Dovremmo festeggiare la libertà di otto ore di lavoro, del diritto alle ferie, alla malattia, alla maternità. Invece ci ritroviamo a essere un esercito di lavoratori usa e getta perchè tutte le conquiste ottenute con anni di lotte e sacrifici tutti gli ultimi governi ce le hanno smantellate pezzo a pezzo, e ci hanno costretti a lavorare sotto costante ricatto, obbligati ad accettare le arroganze di chi ci impone reddito e tempi di vita. Il contratto del commercio è stato uno dei primi campi in cui hanno sperimentato l&#8217;introduzione delle più insopportabili forme di ricatto. Oggi la crisi picchia duro e i disoccupati aumentano. Invece di aumentare salari e pensioni, hanno pensato di comprimerli e di smantellare le tutele che erano scritte nero su bianco.Tagliare i costi, cioè i costi dei lavoratori, espandere l&#8217;offerta commerciale e mantenere intatti i profitti. E via, deregolamentazione totale degli orari, aperture tutte le domeniche e i festivi, ristrutturazione (alias tagli al personale) di reparti e catene commerciali, raddoppio del carico di lavoro per ogni lavoratore e lavoratrice. In compenso nella grande e piccola distribuzione ci troviamo una giungla di contratti precari, l&#8217;equiparazione tra feriali e festivi, la possibilità, recentemente introdotta in Francia di aperture 24 ore, assunzioni ad hoc di forza lavoro giovane solo per i fine settimana. Ma non basta, perchè anche i turni in molti centri commerciali sono diventati un lusso e chi ci lavora è costretto/a ad asservire completamente la propria vita e i propri tempi alle necessità di aziende, negozi e cooperative con insopportabili turni spezzati. E se si è donne bisogna pure fare attenzione a scegliere di rimanere incinte perchè da un giorno all&#8217;altro ti potrebbero lasciare a casa senza diritto alla maternità perchè potrebbe diventare costoso e poco estetico dover mantenere una donna con un figlio in grembo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono anni che subiamo tutto questo, senza rappresentanza e senza aver la minima voce in capitolo. E&#8217; finito il tempo della narrazione della sfiga. Oggi siamo qui per solidarizzare con chi vergognosamente è costretto a lavorare in una giornatacome questa, nella speranza che l&#8217;importante rifiuto che i dipendenti hanno manifestato sulla proposta di lavorare a Pasqua sia solo un primo passo per una rivendicazione collettiva di più diritti e aumenti di salario per tutte e per tutti. E per invitare te, consumatore, a rinunciare a festeggiare questa importante giornata dentro un negozio o un centro commerciale. Partecipa a uno sciopero dei consumi. Solidarizza con i lavoratori di Fashion District.</p>
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		<title>Supportiamo i lavoratori e le lavoratrici dell&#8217;outlet! Estendiamo la mobilitazione! Riprendiamoci le nostre vite!</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Apr 2012 13:45:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
				<category><![CDATA[Diritti e Libertà]]></category>
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I centri commerciali, gli outlet e i megacenter sembrano, nonostante il loro grigio e i loro neon, i luoghi da cui può cambiare la direzione in cui soffia il vento. L&#8217; immediata risposta dei lavoratori del fashion district, alla proposta dirigenziale di estendere l&#8217;orario e i giorni di apertura, sfruttando la legge 214/11 del governo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="CENTER"><span style="font-family: Ubuntu; font-size: large;"><strong><br />
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<p align="LEFT"> <a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/Giovani-Precari.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18671" title="Giovani-Precari" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/Giovani-Precari-300x257.jpg" alt="" width="300" height="257" /></a></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">I centri commerciali, gli outlet e i megacenter sembrano, nonostante il loro grigio e i loro neon, i luoghi da cui può cambiare la direzione in cui soffia il vento. L&#8217; immediata risposta dei lavoratori del fashion district, alla proposta dirigenziale di estendere l&#8217;orario e i giorni di apertura, sfruttando la legge 214/11 del governo tecnico, fa emergere un&#8217;indisponibilità a sacrificare ulteriormente i propri tempi di vita.</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">I luoghi in cui lavoriamo sono moderne cattedrali, del consumo, che sintetizzano varie contraddizioni di un sistema economico che ha scelto di uscire dalla crisi aumentando lo sfruttamento a livello mondiale.</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">Nonostante negli ultimi anni siano aumentate le ore di lavoro, con la favola dell&#8217;impegno per aumentare le vendite, abbiamo visto diminuire salari (non pagamento degli straordinari) , tempo per vivere, diritti e libertà sindacali.</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">La situazione sembra in costante peggioramento, basta osservare come il governo dei “tecnici” sia obbediente alle indicazioni della Banca Centrale Europea o ai suggerimenti di Confindustria, per favorire i licenziamenti e privatizzare i beni comuni.</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">Il calo dei consumi è un fattore non eliminabile a livello mondiale, in quanto è parte e conseguenza della crisi economica.</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">Questa è esplosa dopo anni in cui, per continuare ad aumentare inutilmente la produzione e il consumo, famiglie e stato si indebitavano mentre i più ricchi vedevano diminuire le tasse attraverso sgravi fiscali. </span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">Il debito pubblico, creato per salvare le banche e le imprese che delocalizzano, è il mezzo attraverso cui stanno giustificando le liberalizzazioni e la creazione di un mercato del lavoro selvaggio.</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">Per alzare la testa dobbiamo sognare di più della pasqua e del ferragosto.</span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: medium;">Il lavoro, le nostre vite e i nostri sogni non sono una merce, per la libertà possiamo solo contare sul nostro pensiero e sulla solidarietà tra chi è oppresso , per tutto il resto, non c&#8217;è neanche più mastercard.</span></span></p>
<p align="LEFT">
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: large;"><em><strong>Spazio Sociale <em><strong>La Boje!</strong></em></strong></em></span></span></p>
<p align="LEFT"><span style="font-family: Ubuntu;"><span style="font-size: large;"><em><strong>Mantova </strong></em></span></span><em style="font-size: large; font-family: Ubuntu;"><strong>Rivolta il Debito</strong></em></p>
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		<title>I territori sono di chi li vive! Portiamo la valle ovunque!</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Apr 2012 10:12:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ecosistemi]]></category>
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		<description><![CDATA[Un contributo dello Spazio Sociale La Boje! e di Sinistra Critica Mantova per affrontare l&#8217;argomento della tratta ad alta velocità tra Torino e Lione.
Dopo il gesto di Luca e la terribile repressione della polizia, in tutta Italia abbiamo assistito a blocchi e assemblee, oppure, più semplicemente abbiamo visto comparire scritte e striscioni sotto casa o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un contributo dello Spazio Sociale La Boje! e di Sinistra Critica Mantova per affrontare l&#8217;argomento della tratta ad alta velocità tra Torino e Lione.</p>
<p>Dopo il gesto di Luca e la terribile repressione della polizia, in tutta Italia abbiamo assistito a blocchi e assemblee, oppure, più semplicemente abbiamo visto comparire scritte e striscioni sotto casa o sulla strada per andare a scuola o a lavoro.</p>
<p>Questo breve contributo tecnico è utile per riuscire a leggere ciò che si muove dietro le grandi opere, per capire che dietro gli sprechi non c&#8217;è semplicemente il banale malaffare, ma un sistema che legittima lo spostamento di ricchezza pubblica nelle tasche di poche imprese miliardarie.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/blocconotav2.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18656" title="blocconotav2" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/blocconotav2-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
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<p>La Tav è una montagna di merda. E’ un’opera inutile. 35 miliardi di euro, per trasportare merci inesistenti in una valle già attraversata da una ferrovia internazionale diretta in Francia ma ormai deserta, dato che il traffico commerciale è ridotto quasi a zero. Perché dunque costruire un’altra ferrovia, in mezzo a montagne piene di amianto e uranio, in un paese dove non ci sono i soldi per la sanità, i trasporti locali, la scuola?</p>
<p>I lavoratori italiani affondano sotto i colpi della crisi, ma la Torino Lione rimane intoccabile, con un saccheggio di denaro pubblico e costi che lievitano di 4-5 volte e lavori che nella migliore delle ipotesi sarà terminata tra una decina di anni.</p>
<p>Eppure la risposta è forte e unanime da parte di un ampio schieramento politico da Gasparri alla Finocchiaro, da Cota a Fassino, passando per i Governi Berlusconi, Prodi e Monti: la Tav serve e va fatta a tutti i costi. Una volta smentiti sull’inutilità dell’opera da prestigiosi istituti svizzeri, dalla commissione dell’unione Europea, dal un’inchiesta del sole 24 Ore, da un appello di 400 docenti universitari e centinaia di migliaia di attivisti mobilitati che stanno sostenendo la resistenza dei Valsusini, nessun esecutivo politico ha mai trovato di meglio che cercare di schiacciare e massacrare di botte chi si oppone, inviando polizia ed esercito(Maroni) per spazzare via chi si oppone. Dire che la Tav serve è sputare sull’intelligenza di ognuno. Come mai? Proviamo a capire il perché.</p>
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<p>La Tav sarebbe dovuta terminare per la fine del 2008, inizio. <strong>A detta della Corte dei Conti finiremo di pagare solo nel 2060.</strong> La storia della Tav inizia con una dichiarazione: pagheranno i privati, e la storia finisce in tutt’altro: <strong>pagheranno le generazioni future e il debito pubblico peserà sulle tasche dei cittadini per i prossimi decenni</strong></p>
<p>Per la verità quando è partito il progetto nel 1991 raccontavano che la Tav sarebbe stata finanziata per il 60% da privati e che a carico pubblico ci sarebbe rimasto il restante 40% del costo complessivo. In realtà di contributi privati euro o lire che fossero non ce ne è stato nemmeno uno, è stato interamente finanziato dal pubblico con l’aggravante che il costo iniziale ha lievitato del 400-500%. Cifre che farebbero impallidire Tangentopoli, dal momento che la spesa pubblica durante tangentopoli aveva un carico dal 5 al 10% della tangente occulta ma che doveva essere contabilizzata, oggi il sistema è entrato nei meccanismi strutturali e il totale della spesa pubblica è diventata una sorta di tangente. La spartizione si celebra in maniera quasi palese, alla luce del sole, con opere che non sopportano il peso del 5% in più ma diventano il quadruplo o il quintuplo del costo reale che hanno.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/polenta-no-tav.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18657" title="polenta no tav" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/polenta-no-tav-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Quale sarebbe l’utilità?</strong></p>
<p>Nel 1991 tra Torino e Lione viaggiano 1,5 milioni di persone. Secondo uno studio dello stesso anno nel giro di vent’anni i passeggeri saliranno a 7,7 milioni nel 2011. 10 anni invece dopo uno studio registra che <strong>i passeggeri si sono invece dimezzati</strong> a 700/800 mila. Il progetto rischia di saltare e pertanto viene giustificato dai promotori della Tav che la costruzione del nuovo valico in Valle Susa servirà soprattutto per le merci. Un disperato tentativo di rincorrere una giustificazione per riconvertire la mega opera edilizia. Ma il progetto serve per il trasporto di merci?</p>
<p>Secondo il ministero dei trasporti il progetto serve davvero. Peccato che il parcheggio dell’autoporto di Susa sia semivuoto così come il polo logistico di Orbassano, funzionante al 35% delle sue capacità. I dati ufficiali degli scambi di merci tra Italia e Francia li fornisce ogni anno l’Ufficio federale del trasporto svizzero. Secondo tale ufficio la domanda è in calo costante da 10 anni da 8 milioni di tonnellate nel 200 a 2 milioni di tonnellate nel 2009 (prima dello scoppio della crisi). <strong>I treni merci che oggi passano tra Torino e Lione sono per l’80% vuoti</strong>. La linea attuale rimodernata con 1 miliardo di euro ha una capacità annuale di 20 milioni di tonnellate annue, mentre oggi ne transitano appena 2,5. Dunque per giustificare questa speculazione i sostenitori del si-tav non rimane che aggrapparsi alla fantasia sostenuta da soldi pubblici. La Tav servirà alle merci che da Lisbona dovranno raggiungere Kiev , anche se oggi non ce ne sono, tranne che con la line ad un pennarello che un bambino può tracciare su una cartina geografica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutta la parte iniziale dei lavori è stata giustificata con motivazioni inerenti esplorazioni di interesse geologico, per studiare la natura delle rocce con l’esplosivo in una zona conclamatamente franosa. La sede dei cantieri e della Polizia a la Maddalena è un esproprio di terreno recintato molto distante dal Cantiere di proprietà del comune di Chiomonte e dei viticoltori della Valle. L’area recintata è deposito di materiali ed è un’area che serve soltanto per poter giustificare all’Unione Europea che l’opera è iniziata, anche se non era affatto vero perché il cantiere è distante e prevede l’esproprio tutt’ora in corso delle terre dei comuni,dei contadini e dei viticoltori della Val Susa.</p>
<p>Il costo per la galleria geologica della Maddalena è stimato in 182 milioni di euro, <strong>il costo per l’operazioni di mantenimento di sorveglianza e repressione da parte delle forze dell’ordine è stimato in 180 milioni/mese</strong> moltiplicato per il numero di anni dei lavori. Un costo che pareggerebbe quello di costruzione della Tav, sempre a carico delle finanze pubbliche.</p>
<p>Ecco quindi che quattordici anni dopo la storica conferenza stampa dell’agosto 1991 il cosiddetto finanziamento privato all’Alta Velocità si risolve in una bolla di sapone.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/18755936_no-tav-occupano-il-forte-della-brunetta-susa-0.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18658" title="18755936_no-tav-occupano-il-forte-della-brunetta-susa-0" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/04/18755936_no-tav-occupano-il-forte-della-brunetta-susa-0-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Il modello Tav </strong>consente di realizzare questo saccheggio di risorse pubbliche grazie a due istituti contrattuali inseriti con la legge obbiettivo del 2001, quando governava Silvio Berlusconi:</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>il <strong>General Contractor</strong> è un istituto contrattuale assolutamente anomalo rispetto alle definizioni dell’ordinamento europeo perchè il contraente generale è un concessionario, quindi con tutti i poteri del concessionario che però non ha alcun rischio di mercato, <strong>viene retribuito come un appaltatore al 100% dal commitente pubblico e quindi</strong> <strong>ha tutto l’interesse a far durare il più possibile i lavori, a farli costare sempre di più con il risultato </strong>che il contraente generale privato non ha alcuna interesse sulla qualità dell’opera perché non dovendo gestire l’opera, per cui non dovendo recuperare dalla gestione alcunché, non gli interessa nulla dell’esito finale<strong>. </strong>Come detto, TAV SpA non doveva eseguire direttamente né la progettazione né la realizzazione materiale dei lavori.</p>
<p>Con il sistema del general contractor il committente, ovvero TAV SpA, trasferisce tutti i suoi poteri (pianificare, progettare, realizzare, controllare i lavori) al contraente generale. Questi adempimenti sarebbero spettati a tre soggetti individuati già nella delibera del 1991 e che rispondono ai nomi di <strong>Fiat, Eni, ed Iri</strong>.</p>
<p>Iri ed Eni agiranno diversamente da Fiat, firmando contratti da contraenti generali non in prima persona, ma all’interno di consorzi di imprese le cui aziende capofila erano comunque controllate da questi due soggetti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il “<strong>Project Financing</strong>” consente invece di affidare in concessione la realizzazione e la gestione di un’opera a un soggetto privato con il pagamento diretto o indiretto di tutto il costo dell’opera a carico del committente pubblico.</p>
<p>Chi aveva in carico il rischio del project financing era <strong>TAV SpA, che è andata dalle banche e si è fatta prestare i soldi. Ma se la maggioranza di TAV SpA era pubblica, ciò significava che quelli erano prestiti garantiti dallo Stato</strong>. Un meccanismo che va a pesare sulle casse pubbliche nel caso di 7 tratte dell’alta velocità e dei 7 contratti affidati da Tav spa con trattativa privata il totale dei costi lievita dai 9000 milioni previsti nel 1991 a 47 miliardi nel 2010, non un solo euro a carico del privato. Se ne accorge l’Unione europea che nel 2005 ha avviato nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione per deficit e debito pubblico eccessivo obbliga l’Italia a inserire trasparentemente nel debito pubblico quel grande debito fantasma tenuto fuori dalla contabilità nazionale. Nel frattempo il modello Tav continua e quel sistema di debiti occultati nei bilanci di società di diritto privato o inseriti anno per anno nella spesa. La procedura si avvia quando uno Stato membro viola le condizioni imposte dal trattato di Maastricht prima e da quello di Amsterdam poi, ovvero un deficit pubblico non superiore al 3% del Prodotto Interno Lordo. Una truffa che è servita, nell’immediato, anche a sostenere scopi politici ben precisi. Per esempio la martellante campagna elettorale del PD del 2007 <strong>sull’abbassamento del rapporto deficit /PIL era spuria della voce TAV che avrebbe fatto schizzare tale indice dal 2,4% al 4,4%.</strong> Un trucco che anche il commercialista del sottoscala avrebbe adoperato. Infine, coloro che sono stati nominati garanti della grande opera ferroviaria, cioè Romano Prodi,Susanna Agnelli e Sergio Pininfarina, non sono del tutto super partes, poiché hanno ruoli insocietà (rispettivamente Nomisma, Fiat e Pininfarina) contrattualmente legate alle Fs o alla Tav spa.</p>
<p><strong>Gli appalti e la N’drangheta</strong></p>
<p>‘N drangheta, appoggio elettorale a politici alleati, appalti pubblici e controllo occulto di aziende, in particolare nell’edilizia.<strong> </strong><strong>Il capo di una «locale» nell’impresa edile da settembre 2006 a marzo 2007, appena scarcerato per indulto, Bruno Iaria si fa assumere come dipendente all’</strong><strong>Italcoge</strong><strong>, </strong>azienda più volte indagata per interventi sull’autostrada Salerno Reggio Calabria e su acquedotti calabresi.<strong>. L’impresa si aggiudicherà poi l’appalto della recinzione del cantiere Tav a Chiomonte</strong><strong>. </strong>Il rapporto del nucleo investigativo dei carabinieri di fine dicembre è stato depositato dalla procura a disposizione dei legali dei 191 indagati di «Minotauro»: ridefinisce questi legami e estende ombre nuove su appalti pubblici. La N’drangheta gioca con gli appalti, intasca tangenti, subappalta in nero e canalizza voti, come nel caso di Iaria che rastrellerà voti per il candidato Bertot, quarto dei non eletti del Pdl, operazione in cui vengono coinvolti anche dirigenti dei Carabinieri. “Abbiamo cominciato a mettere in piedi una struttura… E’ la base per il futuro” –commentava Iaria in una intercettazione.</p>
<p><strong>Cmc</strong> E’ la stessa che lavora a un altra opera contestata, l’ampliamento della base americana Dal Molin a Vicenza. Si tratta della <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-italia/tav-torino-lione-accordo-treni-1058697/" target="_blank">Cmc</a></span></span> di Ravenna, Cooperativa Muratori e Cementisti, grande costruttore con appalti in cinque continenti. Perché i No Tav accusano anche il centrosinistra e in particolare il Pd di sostenere la “Tav”? Perché dietro c’è una cooperativa “rossa” e così grossa da esercitare un certo magnetismo sui vertici pd. <em>La Cooperativa Muratori e Cementisti di Ravenna è un colosso del settore, con un fatturato di 805 milioni e 8. 500 persone. Cmc è uno dei fiori all’occhiello del mondo cooperativo dei costruttori una volta detti “rossi”.</em> Se non altro per la rivista della fondazione Italianieuropei è un ottimo inserzionista.</p>
<p align="JUSTIFY">Sottotraccia, nascosto nell’oscuro linguaggio giuridico, il governo ha infatti pensato bene di far passare nel cosiddetto decreto “Cresci Italia” <strong>l’eliminazione dell’obbligo di applicare il contratto collettivo di settore nel trasporto ferroviario.</strong> L’ennesimo dono per il “coraggioso” terzetto che nel 2006 decise di fondare con un investimento di un milione di euro (proprio così, avete letto bene) la società NTV (Nuovo Trasporto Viaggiatori). Luca Cordero di Montezemolo, Diego Della Valle e l’imprenditore campano Gianni Punzo (più volte sospettato di mantenere stretti rapporti con la Camorra), riuscendo a siglare nel 2007 con l’allora governo di centrosinistra un protocollo di accordo nella gara (pubblica!!) di assegnazione della gestione dell’alta velocità, hanno infatti ottenuto una concessione di dieci anni per determinate tratte ferroviarie. <strong>Adesso saranno liberi di andare in deroga al contratto nazionale, abbattendo i salari dei lavoratori e aumentando i propri profitti.</strong> Ancora più interessante è però scoprire come una società con capitale così limitato, senza né treni né esperienza nel settore, possa essere riuscita ad ottenere concessioni così importanti. Una volta siglato l’accordo, avviene nel 2008 un cospicuo aumento di capitale, generato in gran parte dall’ingresso nella società di Intesa-SanPaolo, amministratore delegato Corrado Passera. Nel giro di soli cinque anni, senza aver offerto alcun servizio, Montezemolo, Della Valle e Punzo detentori del 95% di una società che valeva un milione di euro, si ritrovano con il 32,5% di una società che ha 300 milioni di capitale. Profitto realizzato: +10.000%. Altro che spread!</p>
<p><strong>Dissesto idrogeologico</strong></p>
<p>Secondo il <span style="color: #0000ff;"><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://ec.europa.eu/ten/transport/priority_projects/doc/2006-04-25/2006_ltf_final_report_fr.pdf" target="_blank">Rapporto Cowi</a></span></span> redatto per conto della commissaria europea De Palacio, il solo tunnel di base drenerà <strong>da 60 a 125 milioni di metri cubi di acqua all’anno</strong>, che corrisponde al fabbisogno idrico di una città con un milione di abitanti<strong>.</strong> Oltre alla Torino che già abbiamo, avremmo un’altra Torino-equivalente a consumare acqua in Valle di Susa.</p>
<p align="JUSTIFY">
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		<title>Fuochi nella città: un nuovo spazio sociale per resistere alla crisi!</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Feb 2012 11:55:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>noia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Via Frutta 3, via Trieste 10, strada Chiesanuova 10.
I tre elencati qui sopra non sono semplici indirizzi: sono una storia. Una storia appena all´inizio. Una storia che racconta un modo diverso di vivere la città e di interagire con essa. Una storia di resistenza e di resistenze a un modello sociale, economico e aggregativo che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/Molotov-Cocktail.png"><img class="alignleft size-medium wp-image-18564" title="Molotov-Cocktail" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/Molotov-Cocktail-300x224.png" alt="" width="300" height="224" /></a>Via Frutta 3, via Trieste 10, strada Chiesanuova 10.<br />
I tre elencati qui sopra non sono semplici indirizzi: sono una storia. Una storia appena all´inizio. Una storia che racconta un modo diverso di vivere la città e di interagire con essa. Una storia di resistenza e di resistenze a un modello sociale, economico e aggregativo che non piace a tutti, e che non dovrebbe piacere a nessuno.<br />
Via Frutta 3 e via Trieste 10 sono state fino alla fine del duemilaundici le case dello Spazio Sociale LaBoje!, i luoghi dove si è sviluppata un&#8217;idea diversa di politica, che prende forma e forza a partire dall&#8217;autorganizzazione dei soggetti che più di tutti soffrono gli attacchi e le costrizioni di quel perverso e iniquo sistema sociale ed economico che si chiama Capitalismo.<br />
“Somos los de abajo”, hanno scandito gli Indignados spagnoli negli ultimi mesi dell&#8217;anno scorso. Anche LaBoje! nasce dal basso, per difendere e rivendicare quei diritti che i potentati del neoliberismo continuano a cancellare in nome di una sicurezza &#8211; economica ma anche fisica – che nessuno sente propria, in nome degli interessi di quell&#8217;1% del mondo fatto di manganelli, banche e governi tecnici che ha causato la più grande crisi economica della storia contemporanea. LaBoje! nasce dal basso, per opporsi a tutto questo e per essere voce – a volte debole, a volte intermittente, ma comunque presente – di quel 99% che la crisi la sta pagando nonostante ne sia solamente vittima.<br />
La Boje!, non solo come luogo fisico quindi, ma come spazio politico anticapitalista e rivoluzionario, che sia casa e miccia delle opposizioni sociali.<br />
Nella nostra città, oscurata dalle ordinanze securitarie di una giunta che ha confermato la supinità ai soliti poteri forti, proprio quando – nel 2008 &#8211; si dispiegava la crisi economica, LaBoje! ha cercato di essere (e, perchè no?, ci è anche riuscito) un luogo di conflitto e uno spazio di autogestione che contrastasse tutto questo: un fuoco attorno cui scaldarsi, costruendo una resistenza alle ricette anti-crisi dei governi, una miccia per le mobilitazioni studentesche, un luogo di interazione tra chi non vuole piegarsi ad una città fatta di divieti e centri commerciali, uno spazio di riappropriazione dei beni comuni e di autoproduzione di una cultura tenacemente contro ogni potere. Basandosi sulle proprie forze (tra cui l´autofinanziamento) e condividendo con altri soggetti le proprie lotte e mobilitazioni, ha prodotto una voce nuova e diversa, che non si accontenta di delegare alla solita stantìa rappresentanza politica le proprie rivendicazioni.<br />
Dopo mesi di lavori riponiamo cazzuole e putrelle per riaprire La Boje! in strada Chiesanuova 10, un edificio che finalmente ci permette di aprirci totalmente alla città, di essere attraversabile da laboratori e progetti eterogenei e condivisi, di dare linfa e vitalità alle culture underground locali, di costituire un luogo di resistenza e risposta per chi sta ingiustamente pagando questa crisi, un calderone dove far bollire e lasciare che “de boto va de fora” quella generazione ribelle ai piani di austerity che abbiamo visto nelle piazze di mezzo mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<strong>Uno spazio piromane, che i fuochi li vuole moltiplicare.</strong></p>
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		<title>10 anni di Articolozero</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 12:12:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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Avrete  sicuramente  notato che in questi mesi articolozero.org non è stato aggiornato con la stessa precisione con cui vi ha abituato, seppur con fasi alterne, negli ultimi anni.
Questo autunno è stato strano, ha condensato aspettative e delusioni, ha unito l&#8217;inquietudine data dalle manovre finanziarie, e dal conseguente peggioramento delle condizioni di vita, alle emozioni fornite [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/revolutiontwitterdictator.gif"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18545" title="revolutiontwitterdictator" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/revolutiontwitterdictator-300x263.gif" alt="" width="300" height="263" /></a></p>
<p><strong><em><br />
</em></strong></p>
<p>Avrete  sicuramente  notato che in questi mesi articolozero.org non è stato aggiornato con la stessa precisione con cui vi ha abituato, seppur con fasi alterne, negli ultimi anni.<br />
Questo autunno è stato strano, ha condensato aspettative e delusioni, ha unito l&#8217;inquietudine data dalle manovre finanziarie, e dal conseguente peggioramento delle condizioni di vita, alle emozioni fornite dalle immagini di un mondo in rivolta.<br />
Il 15 ottobre ha rappresentato un climax che ha fatto esplodere dibattiti inevasi sulle forme di movimento, fratture e orizzonti politici.<br />
Da parte nostra possiamo dire di aver seguito l&#8217;agenda di movimento con un entusiasmo che andava man mano raggelandosi di fronte al congelamento del conflitto sociale concretizzatosi con l&#8217;instaurazione del governo Monti.<br />
Non ci siamo però persi d&#8217;animo, abbiamo discusso e analizzato le nuove forme di mobilitazione e partecipazione politica, i dibattiti sulle modalità di azione, consci dell&#8217;impossibilità di poter ridurre comodamente uno spazio largo di autorganizzazione (come un movimento contro il pagamento del debito per esempio) ad una sommatoria di sigle e associazioni.<br />
La crisi economica che si sta dispiegando pone ai movimenti sfide continuamente in rialzo di fronte le quali non abbiamo fatto passi indietro.<br />
Se da un lato ci siamo concentrati sui fattori strutturali della crisi del sistema capitalista, dall&#8217;altro abbiamo ragionato sulla concretezza della compressione di diritti e bisogni che le soluzioni governative alla crisi portano con sè.<br />
Se un debito pubblico creato da banche e imprese diventa la chiave per chiudere case, piccole attività e delocalizzare aziende, per vietare l&#8217;accesso ai beni comuni, per espropriare territori e progetti per il futuro, noi abbiamo pensato che il primo modo per attaccarlo fosse quello di costruire spazi di resistenza, che offrissero nell&#8217;immediato luoghi autonomi dove costruire le lotte e farle intersecare.<br />
Articolozero compie 10 anni, per festeggiarli abbiamo colto l&#8217;ennesima sfida, sempre stando nel cuore del conflitto sociale.<br />
Una sfida che coinvolge anche il sito e le forme che deve prendere per rimanere uno strumento utile al cambiamento di questa società.
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		<title>Rivolta il Debito!!!</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 12:00:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Presentiamo qui uno strumento per attaccare la crisi, per non pagarla e, unendosi, andare a rivendicare quelle porzioni di ricchezza sociale che vengono quotidianamente privatizzate. Dalla proposta di audit a livello nazionale, alla &#8220;monotonia&#8221; di un posto stabile che non arriva mai, passando per il diritto alla casa e ai servizi, per la necessità di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Presentiamo qui uno strumento per attaccare la crisi, per non pagarla e, unendosi, andare a rivendicare quelle porzioni di ricchezza sociale che vengono quotidianamente privatizzate. Dalla proposta di audit a livello nazionale, alla &#8220;monotonia&#8221; di un posto stabile che non arriva mai, passando per il diritto alla casa e ai servizi, per la necessità di difendere i territori dalle speculazioni, fino al rivendicare un reddito garantito per tutt*.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/rivolta_il_debito.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18539" title="rivolta_il_debito" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/rivolta_il_debito-300x237.jpg" alt="" width="300" height="237" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>Servirebbe una bella botta, una rivoluzione.</strong> Mario Monicelli</em></p>
<p>Siamo lavoratori e lavoratrici, studenti, precari, attivisti e attiviste dei movimenti sociali, di difesa dei beni comuni, delle donne, lgbt, della solidarietà internazionale, convinti che occorra sollevarsi contro il capitalismo e la sua crisi. Ci sentiamo parte del Movimento spagnolo 15M, della rivolta greca, delle rivoluzioni arabe, dei movimenti americani e di tutti coloro che hanno deciso di prendere parola, di mettersi in gioco, di sollevarsi contro l’ingiustizia.<br />
La crisi economica globale è una crisi del capitalismo, dei suoi politici e delle caste che lo difendono, dei suoi meccanismi interni di funzionamento: massimizzazione del profitto e compressione dei diritti sociali, distruzione ambientale, guerra e povertà.<br />
Noi pensiamo che le nostre vite valgono più dei loro profitti.<br />
Rivolta il debito è più di uno slogan, è campagna nel movimento che vuole ribaltare il tavolo su cui giocano banchieri e capitalisti per far pagare a noi questa crisi.<br />
Rivolta il debito è una iniziativa aperta, virale, contagiosa, fatta di azioni dirette e dibattiti, approfondimenti e manifestazioni, partecipata da tutti e tutte coloro che la condividono e vogliono utilizzarla per organizzare la rivolta!<br />
Vogliamo costruire una grande campagna per l’annullamento del debito e ci sentiamo parte della grande assemblea del 1 ottobre nata sull’onda dell’appello “Dobbiamo fermarli”. Facciamo riferimento all’esperienza internazionale del Cadtm, il movimento per l’Annullamento del debito del terzo mondo che ormai si è concentrato sui debiti dei paesi del “nord” del mondo.<br />
Ma vogliamo andare ancora oltre: puntiamo a un grande movimento di massa, plurale, democratico e soprattutto, autorganizzato come metodo decisivo dell’azione politica.<br />
Rivoltare il debito per attraversare, suscitare e mettere in rete tutti i nodi dello scontro sociale e dei movimenti, come premessa indispensabile per difendere i diritti del lavoro, spezzare la precarietà, affermare i diritto allo studio, garantire la dignità e i diritti delle donne, la libertà sessuale, garantire i territori dall’assalto del profitto. Vogliamo costruire un movimento generale per la trasformazione del nostro paese e di un mondo che sembra non reggere più il peso delle proprie contraddizioni.<br />
Vogliamo un altro mondo fondato sui bisogni e non sui profitti. Vogliamo un&#8217;altra società, alternativa al capitalismo, al suo sfruttamento unito ad autoritarismo e corruzione. Una società fondata sulla democrazia radicale, la partecipazione e in cui a ciascuno sia dato secondo i suoi bisogni e da ciascuno provenga a seconda delle proprie capacità. “Servirebbe una bella botta, una rivoluzione” ha detto il grande Monicelli. Noi vogliamo esserne parte.</p>
<div></div>
<div><strong><em>Firma l&#8217;appello per un audit dei cittadini sul debito pubblico</em></strong></div>
<div></div>
<div> <a href="http://rivoltaildebito.globalist.it/contenuto/appello-un-audit-dei-cittadini-sul-debito-pubblico/">http://rivoltaildebito.globalist.it/contenuto/appello-un-audit-dei-cittadini-sul-debito-pubblico/</a></div>
<div></div>
<div><em>Dalla Francia (</em> <a href="http://www.audit-citoyen.org/">http://www.audit-citoyen.org/</a><em> ) proviene un appello per creare una commissione di audit del debito pubblico in grado di visionare come è fatto quel debito, come è stato contratto a favore di chi e di quali interessi. Noi vogliamo fare nostra questa proposta per rivedere in profondità l&#8217;entità del debito pubblico italiano accumulato nel tempo per favorire rendite, profitti, interessi di casta e di una ristretta elite e non certo per favorire le spese sociali, l&#8217;istruzione, la cultura, il lavoro. Una proposta che serve per impostare un&#8217;altra politica economica, del tutto alternativa a quella avanzata in questi anni dai vari governi che si sono succeduti e improntata alla redistribuzione della ricchezza, alla valorizzazione dei beni comuni, del lavoro, del welfare, dell&#8217;ambiente contro gli interessi del profitto e della speculazione finanziaria. Una politica economica per il 99% contro l&#8217;1% del pianeta.</em></p>
<p><strong>APPELLO PER UN AUDIT DEI CITTADINI SUL DEBITO PUBBLICO </strong><br />
Scuole, ospedali, alloggi d’urgenza…Pensioni, disoccupazione, cultura, ambiente…viviamo quotidianamente l’austerità finanziaria e il peggio deve venire. “Noi viviamo al di sopra dei nostri mezzi”, questo è il ritornello che ci viene ripetuto dai grandi media. Ora “occorre rimborsare il debito” ci si ripete mattina e sera. “Non abbiamo scelte, occorre rassicurare i mercati finanziari, salvare la buona reputazione, la tripla A”. Non accettiamo questi discorsi colpevolizzanti. Non vogliamo assistere da spettatori alla rimessa in discussione di tutto ciò che ha reso ancora vivibile le nostre società, anche in Europa. Abbiamo speso troppo per la scuola e la sanità oppure i benefici fiscali e sociali dopo venti anni hanno prosciugato i bilanci? Questo debito è stato contratto nell’interesse generale oppure può essere considerato in parte come illegittimo? Chi possiede questi titoli e approfitta dell’austerità? Perché gli Stati devono essere obbligati a indebitarsi presso i mercati finanziari e le banche mentre queste possono farsi concedere prestiti direttamente e a un costo più basso dalla Banca centrale europea? Non accettiamo che queste questioni siano eluse o affrontate alle nostre spalle da esperti ufficiali sotto l’influenza delle lobbies economiche e finanziarie. Vogliamo dire la nostra nel quadro di un ampio dibattito democratico che deciderà del nostro avvenire comune. In fine dei conti, siamo dei giocattoli nelle mani degli azionisti, degli speculatori e dei creditori oppure cittadini, capaci di deliberare insieme sul nostro avvenire? Noi ci mobiliteremo nelle nostre città, nei quartieri, nei villaggi, nei nostri luoghi di lavoro, lanciando l’idea di un grande audit del debito pubblici. Vogliamo creare sul piano nazionale e locale dei collettivi per un audit dei cittadini con i nostri sindacati e associazioni, con esperti indipendenti, con i nostri colleghi, i vicini, i concittadini. Prenderemo in mano i nostri destini perché la democrazia riviva.</div>
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<div><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/borsa-dito-110617173037_big.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18540" title="borsa-dito-110617173037_big" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/borsa-dito-110617173037_big-300x155.jpg" alt="" width="300" height="155" /></a></div>
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<div><strong><em>Audit sul debito, in Europa si fa così</em></strong></div>
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<div><a href="http://rivoltaildebito.globalist.it/news/audit-sul-debito-europa-si-fa-cos%C3%AC">http://rivoltaildebito.globalist.it/news/audit-sul-debito-europa-si-fa-cos%C3%AC</a></div>
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<p>In Francia l&#8217;appello ha superato le 50 mila adesioni, in Belgio le associazioni Attac e Cadtm hanno fatto ricorso al Consiglio di Stato contro i 54 miliardi per salvare la banca Dexia, in Grecia c&#8217;è un comitato attivo da un anno. Incontriamoci anche in Italia Articolo dopo articolo, grazie anche all&#8217;attenzione che il manifesto sta ponendo, la questione dell&#8217;audit sul debito pubblico, cioè l&#8217;indagine su come è stato formato il debito, come viene gestito, quali interessi soddisfa e quali bisogni comprime, sta diventando un nodo del dibattito politico. E, forse, può diventare un tema di iniziativa politica, iniziativa democratica soprattutto, legata alla partecipazione e allo sviluppo di un movimento di massa. Sugli aspetti tecnici e anche sulla necessità di mettere al centro la partecipazione democratica, in particolare dal basso e a livello locale, hanno ben scritto Guido Viale e Francesco Gesualdi. Vale la pena rafforzare quelle analisi con uno sguardo più generale perché anche in Europa il tema dell&#8217;audit, in funzione di una ristrutturazione, rinegoziazione o annullamento del debito pubblico illegittimo, sta diventando un elemento dell&#8217;attività di associazioni, sindacati e partiti. In Francia, ad esempio, l&#8217;appello rilanciato in Italia da Rivolta il debito ha già superato le 50 mila adesioni mentre in Belgio, solo pochi giorni fa le associazioni Attac e Cadtm &#8211; in prima linea nell&#8217;impegno per l&#8217;annullamento del debito illegittimo &#8211; hanno presentato un ricorso legale al Consiglio di Stato per annullare gli aiuti da 54 miliardi di euro deliberati dal governo transitorio &#8211; da oltre un anno &#8211; a favore della banca Dexia (già fallita una volta e salvata dallo Stato e ora di nuovo a rischio fallimento). Ma l&#8217;attività più interessante è forse quella realizzata in Grecia dove un Comitato è stato insediato circa un anno fa e una vera e propria campagna ha accompagnato le mobilitazioni degli ultimi mesi. Come scrive uno dei fondatori del comitato greco, George Mitralias, la campagna ha contribuito a precisare «le ambizioni e la missione delle campagne per l&#8217;audit del debito pubblico» ben sapendo che l&#8217;Unione europea «non è l&#8217;Ecuador di Rafael Correa», dove l&#8217;audit è stato effettuato con successo nel 2007.</p>
</div>
<p>È bene non nascondersi questo aspetto, per non peccare di ingenuità o di astrattezza degli obiettivi: non esiste, al momento, una forza politica, nazionale o europea, in grado di farsi carico della proposta. Che quindi compete a un&#8217;iniziativa autodeterminata e autorganizzata. Del resto, un movimento che ponesse la questione della trasparenza del debito e la sua gestione democratica porrebbe già un problema di democrazia e di partecipazione alternative all&#8217;autoritarismo di cui è intrisa la costruzione europea e la politica della troika (Ue, Bce, Fmi). Ma contribuirebbe anche ad affermare un principio semplice e complicato allo stesso tempo: il debito non è un dato inspiegabile e nemmeno un totem a cui sacrificare il modello sociale europeo. Se lo si guarda in profondità si legge la materialità delle politiche economiche degli ultimi venti-trenta anni e la stratificazione delle diseguaglianze.<br />
Per questo non è un affare per soli esperti. E proprio per gli ostacoli che un&#8217;indagine seria, competente, indipendente, potrebbe avere, l&#8217;audit non avrebbe senso, né efficacia, senza una mobilitazione diretta, una partecipazione attiva e una consapevolezza diffusa. In questo senso va sviluppata l&#8217;idea dei comitati locali per l&#8217;audit, che si muovano a partire dai debiti locali, indagando come funzionano gli enti locali, le società di servizio pubblico ma anche le imprese private dove spesso i lavoratori si vedono mettere alla porta, o in cassa integrazione, per ragioni di bilancio. Tutto questo può e deve divenire oggetto di una campagna diffusa in cui si affermi l&#8217;idea che lavoratori, studenti, precari, cittadini e cittadine sono in grado di occuparsi del proprio futuro e in grado di gestire consapevolmente anche le tematiche economiche e di bilancio. In Grecia, ad esempio, la diffusione dell&#8217;iniziativa ha permesso anche di creare un&#8217;iniziativa specifica di donne «contro il debito e l&#8217;austerità». Insomma, l&#8217;audit deve e può rappresentare un&#8217;occasione di dibattito ampio e di iniziativa di partecipazione e anche di autodeterminazione. Ma, appunto, senza nascondersi la dimensione globale della gestione della crisi, la proposta, se vuole collegare la resistenza all&#8217;austerità su scala internazionale, per lo meno europea, deve darsi anche una dimensione sovranazionale. Del resto, il ritardo con cui i movimenti sociali, i sindacati, le forze della sinistra, si muovono su scala mondiale e regionale, in un mondo dominato dalla globalizzazione, è più che colpevole e la stessa esperienza fatta dieci anni fa con i Social forum sembra essersi diradata. Un&#8217;iniziativa verso l&#8217;audit, anche su scala europea, è la spinta che sta cercando di dare il Cadtm, il Comitato per l&#8217;annullamento del debito del terzo mondo che ha organizzato a metà dicembre a Liegi, un seminario ad hoc sul tema in cui un contributo notevole è stato offerto dalla relazione di Maria Lucia Fattorelli (disponibile in italiano su<a href="http://www.rivoltaildebito.org/">www.rivoltaildebito.org</a> e su <a href="http://www.cnms.it/campagna_congelamento_debito">www.cnms.it/campagna_congelamento_debito</a>). Un testo in cui è disponibile un dato finora sfuggito alla grande informazione (ne ha parlato in un articolo Riccardo Petrella): l&#8217;impegno astronomico da parte della Fed statunitense, tra il 2007 e il 2010, per salvare dal crack le grandi banche e le grandi imprese. Circa 16.000 miliardi di dollari (più dell&#8217;intero debito pubblico Usa stimato in 14.500 miliardi di dollari) spesi segretamente e dirottati su aziende come Merrill Lynch, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Citigroup, Bank of America ma anche, in un mondo globale, Deutsche Bank, Credit Suisse, Royal bank of Scotland, Ubs e Bnp Paribas. Il dato è stato reso pubblico il 21 luglio scorso, guarda caso da un&#8230; audit istituzionale realizzato dal Government Accountability Office, una commissione di inchiesta del Congresso Usa incaricata della contabilità pubblica.<br />
Oltre a rendere evidente come il servizio del debito sia un affare «molto redditizio» per il sistema finanziario privato &#8211; i cosiddetti &#8220;mercati&#8221; che impongono le manovre di austerità &#8211; questa informazione chiarisce meglio l&#8217;impatto che potrebbe avere su una ampia opinione pubblica una procedura di indagine accurata sui debiti sovrani. L&#8217;operazione va però fatta anche sui bilanci delle banche, di cui non è mai stato reso pubblico, finora, l&#8217;ammontare dei titoli tossici detenuto (informazione ben conosciuta dai tecnocrati europei oltre che dai dirigenti delle banche stesse e che spiega la gran parte delle manovre finanziarie). Lungi dall&#8217;essere recuperato, il debito pubblico viene quindi ancora alimentato dalle nuove manovre di salvataggio. «Un audit del debito &#8211; scrive Fattorelli &#8211; rappresenta una opportunità per ottenere la documentazione relativa all&#8217;indebitamento e per mostrare la vera natura di ciò che viene chiamato pubblico. I risultati dell&#8217;audit possono spingere delle azioni concrete in tutti i campi: popolare, parlamentare, giuridico e la messa in opera di politiche differenti&#8221;.<br />
Gli aspetti di trasparenza, di partecipazione democratica, di svelamento della natura privata del debito pubblico, non sono ovviamente fini a se stessi ma servono a definire una politica alternativa a quella dominante ben sapendo che nella prima ricaduta operativa dell&#8217;audit, cioè la rinegoziazione e/o l&#8217;annullamento del debito illegittimo, risiede una prima misura di grande portata. Annullare o ridurre (il nobel Roubini propone di ristrutturare il debito riducendone il valore almeno del 25 per cento) significa far pagare una &#8220;vera&#8221; patrimoniale a tutta quella montagna di fortune accumulate illecitamente o indebitamente: evasione fiscale, profitti a man bassa, interessi privati, rendite finanziarie, somme detenute all&#8217;estero e in paradisi fiscali, etc. Patrimoni che, secondo il premier Mario Monti, non si possono misurare e quindi colpire ma che se fossero intaccati significativamente da un&#8217;operazione sul debito potrebbero finalmente contribuire, come è giusto, a risanare i conti pubblici ma soprattutto a redistribuire significativamente il reddito, l&#8217;unica via d&#8217;uscita dalla condizione attuale. Ma per far questo serviranno anche politiche alternative robuste come la nazionalizzazione delle banche, la riforma fiscale, la riduzione dell&#8217;orario di lavoro, l&#8217;istituzione di un reddito sociale, un ampio intervento di risanamento del territorio.<br />
L&#8217;audit, quindi, non è una proposta &#8220;tecnica&#8221; o un espediente da economisti e/o esperti ma uno strumento politico per una iniziativa di massa. E a questo punto vale la pena avanzare una proposta precisa: coloro che sono d&#8217;accordo nel cimentarsi con questa ipotesi, firmatari dei vari appelli circolati in queste settimane, decidano rapidamente di incontrarsi per capire quale proposta concreta avanzare e quale piano di lavoro comune è possibile approntare. L&#8217;urgenza della crisi, la natura epocale dei cambiamenti in atto richiede una capacità supplementare di iniziativa e una innovazione delle idee e delle pratiche. Vale la pena provarci.</p>
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<p><em>(SCRITTO DA SALVATORE CANNAVÒ &#8211; IL MANIFESTO | 05 GENNAIO 2012)</em></p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/percheaudit.png"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18541" title="percheaudit" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/percheaudit-300x155.png" alt="" width="300" height="155" /></a></p>
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<p><strong>L&#8217;audit civico del debito: come e perchè!</strong></p>
<p><em><strong>di Damien Millet, Éric Toussaint</strong></em></p>
<p><a href="http://rivoltaildebito.globalist.it/news/laudit-civico-del-debito-come-e-perch%C3%A8">http://rivoltaildebito.globalist.it/news/laudit-civico-del-debito-come-e-perch%C3%A8</a></p>
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<p><em>La questione del pagamento del debito costituisce sicuramente un tabu. È presentato dai capi di Stato e di governo, dalla Banca Centrale Europea (BCE), dal Fondo Monetario Internazionale (FMI), dalla Commissione Europea (CE) e dalla stampa dominante come ineludibile, indiscutibile, doveroso. Cittadini/e dovrebbero rassegnarsi a pagare. L’unica discussione possibile riguarda la maniera di modulare la distribuzione dei sacrifici indispensabili per concretizzare gli strumenti di bilancio che consentano di mantenere l’impegno assunto dal paese indebitato. I governi che hanno ottenuto prestiti sono stati eletti democraticamente, per cui le azioni effettuate sono legittime. Quindi, bisogna pagare.</em></p>
<p><em>L’audit civico è uno strumento per eliminare questo tabu. Esso consente a uno strato crescente della popolazione di rendersi conto in lungo e in largo del processo di indebitamento di un paese. Consiste nell’analizzare criticamente la politica di indebitamento da parte delle autorità del paese.</em></p>
<p><strong>Le domande che vanno poste</strong></p>
<p>● Perché lo Stato è stato indotto a contrarre un debito che non cessa mai di gonfiarsi?</p>
<p>● Al servizio di quali scelte politiche e di quali interessi è stato contratto il debito?</p>
<p>● Chi se ne avvantaggia?</p>
<p>● Era possibile, o necessario, fare altre scelte?</p>
<p>● Chi presta?</p>
<p>● Chi detiene il debito?</p>
<p>● Chi presta pone delle condizioni alla concessione dei prestiti? Quali?</p>
<p>● Che compenso ricava chi presta?</p>
<p>● Come si è impegolato lo Stato nel prestito, attraverso quale decisione, presa a quale titolo?</p>
<p>● Quanti interessi sono stati pagati, a quali tassi, quale quota dell’ammontare complessivo è già stata restituita?</p>
<p>● Come hanno fatto alcuni debiti privati a diventare “pubblici”?</p>
<p>● In che condizioni si è effettuato questo o quel salvataggio bancario? Quale ne è stato il costo? Chi lo ha deciso?</p>
<p>● Bisogna indennizzare gli azionisti responsabili del disastro insieme agli amministratori che loro hanno designato?</p>
<p>● Quale quota del bilancio statale va al rimborso del capitale e quale agli interessi del debito?</p>
<p>● Come finanzia lo Stato il pagamento del debito?</p>
<p><strong>Non è necessario penetrare segreti di Stato per trovare le risposte</strong></p>
<p>Per rispondere a tutte queste domande – è la lista non finisce qui – non occorre rivelare segreti di Stato, accedere a documenti non ufficiali della Banca centrale, del ministero delle Finanze, del FMI, della BCE, della CE, delle banche, delle Camere di compensazione come Clearstream o Euroclear,<a title="" name="_ednref1" href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=699:millet-toussaint-perche-laudit&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39#_edn1"></a>[1] o contare sulle notizie confidenziali di qualcuno che lavora in uno di questi organismi. Naturalmente, tanti documenti gelosamente protetti da governi e banche dovrebbero assolutamente essere messi a disposizione del pubblico e sarebbero utilissimi per affinare l’analisi. Occorre quindi esigere di avere accesso alla documentazione indispensabile per un audit completo. Tuttavia, è perfettamente possibile procedere a un rigoroso esame dell’indebitamento pubblico a partire dalla documentazione disponibile in ambito pubblico. Sono numerose le fonti accessibili per chi voglia darsi da fare: la stampa, le relazioni della Corte dei Conti, i siti internet delle istituzioni parlamentari, della banca nazionale, dell’agenzia incaricata della gestione del debito, dell’OCSE, della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), della BCE, delle banche private, delle organizzazioni e dei collettivi che si sono lanciati nell’esame critico dell’indebitamento (<a href="http://www.cadtm.org/">www.cadtm.org</a>., <a href="http://www.attac.org/">www.attac.org</a>., ecc.). Non si deve esitare a chiedere a parlamentari di fare interrogazioni al governo o a consiglieri locali di farlo con gli enti locali.</p>
<p><strong>L’audit non è un problema da esperti</strong></p>
<p>Esercitare l’audit non è un compito riservato agli esperti. Sono ovviamente benvenuti e possono contribuire parecchio al lavoro collettivo dell’audit dei cittadini. Ma un collettivo può cominciare il lavoro senza per forza avere la copertura di specialisti. Ognuno di noi può parteciparvi e lavorare per portare alla luce del sole il processo dell’indebitamento pubblico. Nel 2011, si è messo in moto in Francia un collettivo nazionale per l’audit civico del debito pubblico (<a href="http://www.audit-citoyen.org/">www.audit-citoyen.org</a>), che raggruppa numerosi movimenti sociali e politici, e l’appello alla sua costituzione è stato sottoscritto da diverse decine di migliaia di persone. In questo quadro, si sono costituiti decine di collettivi sparsi un po’ in tutto il paese. Del resto, si può partire anche da realtà locali per partecipare all’audit dei debiti pubblici. Si può cominciare analizzando i prestiti strutturati venduti alle comunità locali da Dexia (vedi <a href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=691:belgio-banche-sanguisughe&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39">Belgio: banche sanguisughe</a>) o altre banche. C’è già un lavoro in proposito. L’associazione francese dei “Soggetti pubblici contro i titoli tossici” raccoglie una decina di collettivi locali [www.empruntstoxiques.fr]. Si possono anche cominciare a studiare le difficoltà finanziarie che hanno incontrato gli ospedali pubblici presenti sul territorio. Iniziative per audit pubblici si sviluppano anche in Grecia, in Irlanda, in Spagna, in Portogallo, in Italia e in Belgio.</p>
<p>Si possono anche affrontare altri ambiti in materia di debiti privati, In paesi come la Spagna, l’Irlanda, dove l’esplosione della bolla immobiliare ha sommerso nello sconforto centinaia di migliaia di famiglie è utile affrontare i debiti ipotecari delle coppie. Le vittime dell’operato dei prestatori possono portare la propria testimonianza e aiutare a capire il processo illegittimo dell’indebitamento che le investe.</p>
<p><strong>Un ricchissimo campo di intervento</strong></p>
<p>Il campo d’intervento di un audit del debito pubblico è infinitamente promettente e non ha nulla a che vedere con la caricatura che lo riduce a una semplice verifica di cifre effettuata da contabili di routine. Al di là del controllo finanziario, l’audit ha una funzione eminentemente politica, legata a due fondamentali esigenze della società: la trasparenza e il controllo democratico dello Stato e dei governi da parte dei cittadini.</p>
<p>Si tratta di bisogni che si riferiscono a diritti democratici assolutamente elementari, riconosciuti dal diritto internazionale, da quello interno e dalla Costituzione, ancorché permanentemente violati. Il diritto dei cittadini di verificare le azioni di coloro che li governano, di informarsi su tutto quel che riguarda la gestione, gli obiettivi e le motivazioni di queste, è insito nella democrazia stessa. Deriva dal diritto fondamentale dei cittadini di esercitare il proprio controllo sul potere e di partecipare attivamente agli affari pubblici, e quindi comuni.</p>
<p>Il fatto che i governanti si oppongano all’idea che dei cittadini osino realizzare un audit civico è rivelatore di una democrazia molto malata che, per altro verso, non cessa di bombardarci attraverso i mezzi di comunicazione di massa con la retorica sulla trasparenza. Il continuo bisogno di trasparenza per quanto riguarda le faccende pubbliche si trasforma in bisogno sociale e politico assolutamente vitale e, per ciò stesso, la trasparenza vera costituisce l’incubo peggiore per gli strati dirigenti.</p>
<p><strong>L’audit civico per il ripudio del debito illegittimo</strong></p>
<p>La realizzazione di un audit civico del debito pubblico, accompagnato, grazie alla mobilitazione popolare, dalla soppressione del rimborso del debito stesso, deve sfociare nell’annullamento/ripudio della parte illegittima dello stesso e nella drastica riduzione del debito che resta.</p>
<p>Non si tratta di sostenere gli alleggerimenti del debito decisi dai creditori. Specie perché implicano pesanti contropartite. L’annullamento, che diventa allora un ripudio ad opera del paese debitore, è un gesto sovrano unilaterale molto forte.</p>
<p>Perché lo Stato indebitato deve ridurre radicalmente il proprio debito pubblico procedendo ad annullare i debiti illegittimi? In primo luogo per motivi di equità sociale, ma anche per ragioni economiche che tutti possono capire e far proprie. Per uscire dalla crisi dall’alto, non ci si potrà limitare a rilanciare l’attività economica grazie alla domanda pubblica e a quella delle famiglie. Se ci si limita infatti a questo tipo di politica di rilancio, insieme a una riforma fiscale redistributiva, le raccolte fiscali in più verranno risucchiate dal rimborso del debito pubblico. I contributi imposti alle famiglie più ricche e alle grandi imprese private (nazionali o straniere) saranno ampiamente compensati dalla rendita che queste ricavano dalle obbligazioni di Stato di cui sono di gran lunga le principali detentrici e beneficiarie (ragion per cui non vogliono sentir parlare di un annullamento del debito). Bisogna dunque assolutamente annullare una parte molto grande del debito pubblico. La dimensione di questa parte dipenderà dal livello di coscienza della popolazione vittima del sistema del debito (su questo piano, l’audit civico svolge una funzione cruciale), dagli sviluppi della crisi economica e politica e, soprattutto, dai concreti rapporti di forza che si costruiscono nelle strade, nelle pubbliche piazze e nei luoghi di lavoro attraverso mobilitazioni presenti e future.</p>
<p>La drastica riduzione del debito pubblico è condizione indispensabile ma non sufficiente per fare uscire dalla crisi i paesi dell’Unione Europea. Sono indispensabili misure complementari: riforma fiscale redistributiva, trasferimento in ambito pubblico del settore delle finanze, ri-socializzazione di altri settori economici chiave, riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga con ripercussioni sull’occupazione, e anche una serie di altre misure<a title="" name="_ednref2" href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=699:millet-toussaint-perche-laudit&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39#_edn2"></a>[2] che consentano di invertire l’andamento attuale che ha portato il globo in un vicolo cieco esplosivo.</p>
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<p><a title="" name="_edn1" href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=699:millet-toussaint-perche-laudit&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39#_ednref1"></a>*<strong><em>Damien Millet</em></strong> è portavoce del CADTM in Francia. <strong><em>Éric Toussaint</em></strong> è dottore in scienze politiche, presidente del CADTM belga, membro della Commissione di audit integrale del debito (CAIC) dell’Ecuador e del Consiglio scientifico di Attac France. Hanno curato insieme il volume <em>La Dette ou la Vie</em>, Aden-CADTM, 2011. Di D. Millet ed É. Toussaint è appena uscito presso la Casa editrice Alegre di Roma il volume <em>Debitocrazia</em>, acquistabile presso <a href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/" target="_blank">Il megafonoquotidiano</a> con lo sconto del 15% e senza spese di spedizione.</p>
<p>[1] Clearstream ed Euroclear sono tra le principali Camere di compensazione (<em>clearing houses</em>) e tengono il registro di gran parte dei titoli del debito pubblico in mano alle banche. Una camera di compensazione è un organismo che calcola somme nette da pagare ed esegue i pagamenti. La compensazione è un meccanismo che consente a istituti finanziari di saldare l’ammontare dovuto e di ricevere gli attivi corrispondenti alle transazioni da essi effettuate sui mercati. In questo modo, gli istituti finanziari dispongono di flussi finanziari e titoli solo tramite camera di compensazione</p>
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<p><a title="" name="_edn2" href="http://antoniomoscato.altervista.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=699:millet-toussaint-perche-laudit&amp;catid=28:allordine-del-giorno-i-commenti-a-caldo&amp;Itemid=39#_ednref2"></a>[2] Si veda (nel sito del CADTM): E. Toussaint, <em>Huit propositions urgentes pour une autre Europe</em>, 4 aprile 2011.</p>
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<div><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/binitalia.gif"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18542" title="binitalia" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/binitalia-282x300.gif" alt="" width="282" height="300" /></a></div>
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<div><strong>Presa di parola sul reddito</strong></div>
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<div><strong><em>di Basic Income Network &#8211; Italia</em></strong></div>
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<div><em><a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/news/presa-di-parola-sul-reddito">http://ilmegafonoquotidiano.it/news/presa-di-parola-sul-reddito</a></em></div>
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<p><em>Nel dibattito nazionale sulla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali un &#8220;appello&#8221; sul tema del reddito garantito</em></p>
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<p><em>Invitiamo, tutti coloro che ritengano che in questa fase sia utile ed importante sostenere il tema del reddito garantito ad inviare il proprio contributo o articolo inviando una mail ad <a href="mailto:info@bin-italia.org">info@bin-italia.org</a>con nome cognome (o nome collettivo se scritto a più mani</em></p>
<p>«Entro il mese di marzo»: questa la scadenza fornita da Mario Monti per riformare il mercato del lavoro e gli ammortizzatori sociali. Nei primi giorni di gennaio 2012 sono partite le consultazioni del ministro del Welfare Elsa Fornero, che poche settimane prima si era dimostrata favorevole all&#8217;introduzione di un reddito minimo garantito anche nel nostro Paese. Visto il modo di operare fin qui svolto dall&#8217;attuale governo nel comunicare le iniziative politiche e viste le poche informazioni in circolazione al momento, non abbiamo ancora compreso cosa significhi in concreto riformare gli ammortizzatori sociali e quali siano le opzioni realmente in gioco.</p>
<p>Nel frattempo i dati diffusi da enti statistici e centri di previsione economica certificano l&#8217;aumento della disoccupazione, una precarizzazione sempre più selvaggia, l&#8217;abbassamento dei salari e il conseguente, generale, scivolamento verso il basso dei diritti dei lavoratori e dei cittadini, giovani e vecchi, precari o garantiti che siano. In tutto questo, le politiche di austerity creano pressioni inedite su quelle forme di &#8220;welfare familistico&#8221; a cui per anni e fino ad ora, è stato delegato di risolvere le storture del welfare pubblico italiano e fornire una sorta di compensazione per l&#8217;assenza di una qualsivoglia misura universalistica di sostegno al reddito.</p>
<p>Per questo oggi il tema del reddito garantito diviene centrale, ineludibile, urgente. L&#8217;urgenza è data non solo dal peggioramento spaventoso della condizioni sociali, ma anche dall&#8217;emergere di una nuova aspettativa da una parte sempre più viva e larga di popolazione, che vede nel reddito garantito una concreta opportunità di garanzia e tutele. È testimonianza di ciò la straordinario risultato della legge regionale del Lazio in tema di reddito garantito, che ha portato nel 2009 all&#8217;emersione di oltre 120.000 domande di sostegno, totalmente inattese e largamente superiori alle previsioni, da parte di coloro che non arrivano a 8000 euro l&#8217;anno.</p>
<p>In questo periodo che ci porterà alla riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali, la parola d&#8217;ordine del reddito garantito può e deve diventare al più presto occasione di confronto per tutti i soggetti sociali che subiscono la crisi in maniera oppressiva. Far emergere la necessità del diritto al reddito significa ridare corpo e voce a quella &#8220;folla solitaria&#8221; in cerca di opportunità di lavoro e di sopravvivenza. Una folla solitaria fatta di milioni di pensionati o anziani, cassaintegrati senza più cassa, precari di prima generazione (quelli tra i 35/50 anni), di seconda generazione (tra i 20/35 anni), componenti della generazione Neet (tra i 16/25 anni), donne, famiglie con un solo stipendio, immigrati, figure operaie ormai in dismissione, lavoratori over 50 non più spendibili sul mercato, working poors diffusi anche tra il lavoro autonomo e la lista potrebbe allungarsi.</p>
<p>Sul tema del reddito si possono unire tutte le singolarità che subiscono, spesso in silenzio, nuove forme di povertà, per ricostruire una solidarietà intra-generazionale, tra chi ha perso un lavoro e non riesce a ricollocarsi, e chi, un po&#8217; più giovane, è costretto a svolgere un lavoretto precario cui non riesce a dire di no, pur di racimolare qualche soldo a fine mese. Sul tema del reddito si possono unire coloro che pensano sia necessario coltivare forme di autonomia, di autodeterminazione, di libertà di scelta, anche della vita professionale, senza per questo dover continuamente sottostare ai ricatti del lavoro purché sia. Sul tema del reddito si possono unire studenti, giovani, ai quali non piace il futuro che si offre loro perché subiscono un presente senza diritti. Sul tema del reddito possono e debbono prendere parola tutti i cittadini di questo Paese convinti che al centro delle politiche di contrasto alla crisi debba esserci una misura di distribuzione delle ricchezze.</p>
<p>Auspichiamo insomma una presa di parola capace di unire, di definire un obiettivo comune, indipendente dalla miriade di storie private ed individuali, che in verità ormai raccontano una storia unica fatta di povertà, ricatti e privazioni. Una presa di parola sul reddito garantito per tornare a guardare con fiducia al &#8220;futuro&#8221; a partire dal presente, per immaginare un orizzonte oltre la crisi, con maggiore giustizia sociale, in cui sia possibile una distribuzione delle ricchezze, in cui non sia più accettabile che alcuni percepiscano compensi superiori di oltre 500 volte quelli di un lavoratore medio. Occorre una presa di parola per dare visibilità al rischio di &#8220;default sociale&#8221; che stiamo vivendo e far si che intorno al tema del reddito garantito prendano parola i senza diritti insieme a chi i diritti rischia di perderli quotidianamente.</p>
<p>Insomma, in questa fase così strategica ci sembra necessaria una presa di parola larga, in grado di unire la frammentazione sociale, per lanciare una proposta politica concreta nel pieno del dibattito sulla riforma degli ammortizzatori sociali, affinché il tema del reddito garantito venga preso in considerazione in maniera seria, forte, concreta, urgente come nuovo diritto fondamentale per la realizzazione di vite degne.</p>
<p>Auspichiamo che a questa richiesta di presa di parola sul tema del reddito ne seguano altre di singoli cittadini e soggetti collettivi, personalità scientifiche e culturali, esponenti della politica locale e nazionale; di tutti coloro che insomma ritengano non sia più possibile rimandare un tema così importante per la coesione sociale, la libertà e dignità delle persone. Con la convinzione che questa presa di parola individuale e collettiva possa trasformare l&#8217;attuale frammentazione, solitudine e disagio sociale, in una massa critica verso l&#8217;obiettivo comune del reddito garantito.<br />
Basic Income Network &#8211; Italia<br />
(<a href="http://www.bin-italia.org/">http://www.bin-italia.org</a>)</p>
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		<title>Mantova Antifascista e Antirazzista</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 11:14:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intorno alla giornata della memoria il comitato Mantova Antifascista e Antirazzista si presenta alla città.
Lancia un suo blog per raccogliere materiali e iniziative e lancia una campagna contro i fascismi da articolare nei quartieri.
L&#8217;antifascismo è un atto quotidiano e collettivo, contrastiamo le discriminazioni non per buonismo o ipocrisia, ma per la convinzione che, finchè ci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Intorno alla giornata della memoria il comitato Mantova Antifascista e Antirazzista si presenta alla città.</p>
<p>Lancia un suo blog per raccogliere materiali e iniziative e lancia una campagna contro i fascismi da articolare nei quartieri.</p>
<p>L&#8217;antifascismo è un atto quotidiano e collettivo, contrastiamo le discriminazioni non per buonismo o ipocrisia, ma per la convinzione che, finchè ci sarà qualcuno più ricattabile, saremo tutt* più sfruttati.</p>
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<p>Qui i link dei comunicati:</p>
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<p>sul&#8217;assassinio a Firenze di 2 senegalesi da parte di un fascista di Casa Pound :</p>
<p><a href="http://mantovantifascista.noblogs.org/post/2012/01/25/il-fascismo-uccide/">http://mantovantifascista.noblogs.org/post/2012/01/25/il-fascismo-uccide/</a></p>
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<p>sull&#8217;associazione nostalgica del nazismo Thule Italia e i suoi tentativi di appoggiarsi istituzionalmente ad alcuni membri della giunta di Mantova:</p>
<p><a href="http://mantovantifascista.noblogs.org/post/2012/01/30/thule/">http://mantovantifascista.noblogs.org/post/2012/01/30/thule/</a></p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/mantovantifaheader1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18536" title="mantovantifaheader1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/mantovantifaheader1-300x63.jpg" alt="" width="300" height="63" /></a></p>
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<p><a href="http://mantovantifascista.noblogs.org/">http://mantovantifascista.noblogs.org/</a></p>
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<p>La calata su Mantova di un’organizzazione fascista come Forza nuova, è stato l’innesco di un percorso di mobilitazione in difesa e per il rilancio di diritti sociali e civili. Ci siamo trovati per respingere l’insediamento dell’organizzazione guidata da Roberto Fiore nella nostra città, con un assemblea cittadina autoconvocata a inizio estate. Si può dire che tutto il nostro percorso comincia con il rifiuto di Forza Nuova e la successiva apertura di un ragionamento su diritti e discriminazioni, libertà e repressione, democrazia e auoritarismo.<br />
Poi si è venuta a intrecciare la vergognosa vicenda Spadini (la borsa di studio intitolata ad un repubblichino), che ha segnato la complicità di pezzi di apparato governativo della nostra città con revisionisti nostalgici del fascismo tutti intenti a riabilitare gerarchi autori di stragi nel ventennio, e ci siamo resi conto che se pur poco visibile, il brodo di cultura di un ritorno di nazionalismi e nuove destre a mantova rappresenta più di una minaccia, perchè più fluidi di quello che potevamo ipotizzare sono i rapporti tra le destre neofasciste, quelle istituzionali e quelle che dirigono poteri economici, finanziari e clericali.<br />
Respingere un organizzazione neofascista, ha significato non soltanto opporsi e costruire una resistenza all’organizzazione politica in sè, quanto piuttosto aprire una battaglia di civiltà, coinvolgere tutta la città in un dibattito sulle forme di discriminazione e violenza che molte e molti oggi subiscono. E’ una sfida politica molto più ambiziosa e difficile, dalla quale non possiamo esimerci e che vogliamo giocarci fino in fondo che parte dal rifiuto a Forza nuova e si apre su molti altri terreni. Discriminazioni razziste e sessiste, gli attacchi fisici e legislativi agli emarginati, migranti, donne, lesbiche, omosessuali e transessuali, purtoppo vanno ben oltre la ristretta cerchia di fanatici militanti neonazisti di piccole organizzazioni politiche. Sono quasi un esercizio quotidiano di propaganda politica anche per organizzazioni che si collocano a destra e non solo, pronte a ergersi paladine in caccie alle streghe in cui ogni tanto ci imbattiamo, perchè in tempi di crisi scatenare offensive contro chi ha meno diritti paga in termini elettorali e non solo.</p>
<p>Dopo la violenta repressione della polizia di una pacifica opposizione alla vergognosa assemblea di forza nuova in una scuola pubblica concessa dal sindaco, giornali e televisioni hanno provato a inscenare il teatrino degli opposti estremismi con servizi approssimativi e banali, utili solo a vendere clamorose scatole vuote.<br />
Ci siamo smarcati da queste interpretazioni, calzanti per chi interpeta la poltica come sensazionalismo giornalistico. Noi siamo per una costruzione di uno spazio sociale antifascista, antirazzista e antisessista. Un fronte ampio di iniziative di aggregazione e lotta a 360 gradi, che va dall’osservatorio contro le forme di discriminazioni sul nostro territorio a una difesa dalle aggressioni, che comprenderà una campagna sociale antifascista nei quartieri e nelle scuole che promuova momenti di dibattito e cultura , che incalzerà le organizzazioni sociali e politiche a evitare imbarazzanti mutismi.<br />
Un soggetto senza portavoce nè bandiere (oggi siamo qui a rotazione ndr), tranne quella di una difesa della democrazia e di un radicale rifiuto verso ogni forma di oppressione e sfruttamento.</p>
<p>Quando nasci non ti puoi più nascondere. Per questo oggi abbiamo convocato questa conferenza stampa , per illustrare le nostre prossime iniziative.
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		<title>Come ti costruisco il debito pubblico e come lo legittimo</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 18:15:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Internazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro/nonLavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Nessuna]]></category>
		<category><![CDATA[debito pubblico]]></category>
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		<category><![CDATA[spese militari]]></category>

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		<description><![CDATA[Una rassegna di articoli che analizzano la crisi economica che stiamo attraversando, i postulati del governo delle banche, le spese militari impriscindibili e due letture per una risposta dal basso alla dittatura del debito di Guido Viale e Christian Marrazzi.
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I postulati di Monti
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di Danilo Corradi e Marco Bertorello
14/1/12
da http://ilmegafonoquotidiano.it
Il pensiero economico mainstream antecedente la crisi vantava [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Una rassegna di articoli che analizzano la crisi economica che stiamo attraversando, i postulati del governo delle banche, le spese militari impriscindibili e due letture per una risposta dal basso alla dittatura del debito di Guido Viale e Christian Marrazzi.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/monti2_0.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18521" title="monti2_0" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/monti2_0-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a></p>
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<p><strong><em>I postulati di Monti</em></strong></p>
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<p><strong><em>di Danilo Corradi e Marco Bertorello</em></strong></p>
<p><strong><em>14/1/12</em></strong></p>
<p><strong><em>da <a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/">http://ilmegafonoquotidiano.it</a></em></strong></p>
<p>Il pensiero economico mainstream antecedente la crisi vantava una comprensione dei processi dalla precisione pressoché matematica. L&#8217;ambizione al superamento del carattere ciclico dell&#8217;economia era giustificata dall&#8217;affermarsi di sofisticati strumenti di calcolo che consentivano la realizzazione di investimenti sempre più in equilibrio. La finanza risolveva matematicamente i problemi del ciclo. Oggi in Italia sembra l&#8217;inverso.</p>
<p>Dall&#8217;approccio scientista e lineare si è passati all&#8217;opposto: al terreno dell&#8217;inspiegabile, all&#8217;assenza di nessi tra azione e reazione, tra problemi e provvedimenti. D&#8217;altronde non potrebbe essere diversamente per riuscire a dare spiegazione dell&#8217;attuale crisi e dell&#8217;assenza di prospettive credibili per uscirvi. Il dibattito sui rimedi ai mali italici appare esemplare. Il governo Monti, dopo aver operato in una prima fase di emergenza della finanza pubblica attraverso presunti indiscutibili provvedimenti che mettessero &#8220;i conti in salvo&#8221;, ora deve passare alla fase due del programma di salvezza nazionale. Come da tempo ci viene spiegato, il rigore di bilancio da solo non può risolvere il buco nei conti pubblici e le difficoltà che l&#8217;Italia sta attraversando. Ai sacrifici si deve aggiungere il volano della crescita. Un totem di cui si fa fatica a comprendere il profilo. La crisi sistemica e di ordine perlomeno continentale suggerirebbe soluzioni di ampio respiro, europee per l&#8217;appunto, ma per il momento nulla appare all&#8217;orizzonte se non proposte sempre di ordine politico-finanziario. Un nuovo ruolo alla Bce, fondo salva Stati, pareggio di bilancio, ecc&#8230; Sul versante della crescita nessuno sembra avanzare idee forti capaci di guidare il vecchio continente fuori dalla crisi, ma solo proposte in scala minore e dal carattere incomprensibilmente salvifico. In Italia, per il momento, sembrerebbe che l&#8217;impegno profuso sia tutto concentrato su due binari: riforma del mercato del lavoro e liberalizzazioni.</p>
<p>Per quanto attiene la prima i risultati della progressiva flessibilizzazione del lavoro sono sotto gli occhi di tutti. Il tentativo di far aderire domanda e offerta di lavoro al pari di una qualsiasi merce viene da lontano. Le prime sperimentazioni nacquero a partire dalla fine degli anni Settanta, addirittura nel settore pubblico, con i contratti a termine nella scuola. Da lì vi fu una progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro che ha avuto i momenti di maggior sistematizzazione sul piano legislativo con il pacchetto Treu nel 1997 e con la legge 30 nel 2003. Solo le classi dirigenti non vedono come ormai non solo siano state semplificate l&#8217;entrata e l&#8217;uscita dal mondo del lavoro, ma, fattore più concreto ancora, come siano state destrutturate le relazioni tra impresa e lavoro. La flessibilizzazione mostra i suoi effetti sia sul piano formale quanto soprattutto su quello dei rapporti di forza. Il lavoro è stato reso più debole nel suo complesso, grazie al fiato sul collo tenutogli attraverso la precarizzazione, il suo potere è stato ridimensionato, fino a rendere pressoché impercettibile la vecchia discriminante tra garantiti e non. La definitiva messa al bando del contratto nazionale e l&#8217;individualizzazione dei rapporti giuridici di lavoro coniugati con un welfare straccione per i woorking poors e gli esclusi, vuoi perché troppo giovani oppure vecchi, rappresentano gli ultimi tasselli di una trasformazione degli assetti socio-economici che il mercato ha perseguito pervicacemente nel tempo. Risultato: negli ultimi trent&#8217;anni ridimensionamento della quota salari sul Pil rispetto a profitti e rendite, minore e più instabile occupazione, in definitiva una vita molto più precaria.</p>
<p>I processi di liberalizzazione sono un poco più recenti e forse meno evidenti nei loro effetti. Anche se il referendum dello scorso anno suggerisce che anch&#8217;essi siano stati compresi adeguatamente nella società. Una recente ricerca della CGIA di Mestre (liberalizzazioni? No grazie) ha analizzato gli andamenti dei prezzi nei servizi erogati in undici settori aperti alla concorrenza negli ultimi vent&#8217;anni. Si va dall&#8217;aumento delle tariffe nel settore delle assicurazioni (184,1% dal 1994) a quello dei servizi bancari (109,2% dal 1994), dai treni (53.2% dal 2000) a quello delle autostrade (50,6% dal 1999), passando per gas (33.5 dal 2003) e trasporti urbani (7.9 dal 2009) ecc&#8230; Gli unici settori che hanno visto una effettiva riduzione delle tariffe sono quello della telefonia e dei prodotti farmaceutici. Persino l&#8217;andamento dei prezzi dei voli aerei, nonostante l&#8217;avvento dei low cost, risulta complessivamente aumentato (48.9% dal 1997).</p>
<p>Come da questi dati si possa avanzare la teoria che le liberalizzazioni di taxi, edicole, e altre più o meno presunte caste (intendiamoci: che notai e avvocati lo siano non c&#8217;è alcun dubbio!) possa consentire una crescita del Pil di 1 o 2 punti su base annua è un mistero. Che la liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali possa contribuire a fronteggiare la crisi (quasi a dire che i soldi li abbiamo, ma è il tempo per spenderli che manca) è un altro mistero. La fase due del governo Monti sembra incentrata su postulati euclidei, cioè quelle poche regole che in geometria vanno studiate a memoria e dove non vale il ragionamento per giungervi. Così continuiamo a vedere somministrate dosi crescenti del medesimo farmaco che in questi anni non ci ha curato, sarà il caso di cambiare farmaco e magari anche medico.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/biani.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18520" title="biani" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/biani-300x264.jpg" alt="" width="300" height="264" /></a></p>
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<p><em><strong>Il debito e le spese militari</strong></em></p>
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<p><em><strong>da Guerra &amp; Pace del 06/01/12</strong></em></p>
<p><em><strong>di Alberto Stefanelli e Piero Maestri</strong></em></p>
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<p>In queste ultime settimane tra i tanti articoli sulla crisi economica, sulla manovre e i provvedimenti governativi, sulla necessità di cospicui tagli al bilancio dello Stato – si è affacciato un inizio di dibattito sul peso delle spese militari sullo stesso bilancio pubblico e sulla possibilità di riduzioni del bilancio della difesa, con particolare riferimento al programma di acquisto di 131 caccia F35 Strike fighter (spesa prevista intorno ai 15 miliardi di Euro).</p>
<p>Di questo ne siamo ben lieti: da quando abbiamo fondato la rivista <a href="http://www.guerrepace.org/">Guerre&amp;Pace</a> nel “lontano” 1992, non è passato anno senza articoli, analisi, proposte sui temi delle spese militari e nette prese di posizione per un loro drastico taglio.</p>
<p>Purtroppo non ci pare sia davvero un dibattito serio, perché non sembra affrontare le questioni fondamentali e politicamente più rilevanti riguardo il bilancio militare: a cosa servono queste spese, il loro legame con i debito pubblico e l’intreccio tra imprese, banche e forze armate (in fondo si tratta ancora del “complesso militare-industriale” – ora più finanziario – di cui parlava il presidente Eisenhower).</p>
<p>Intendiamoci: quando le spese militari e il bilancio della difesa verranno tagliati, qualsiasi sia il motivo e l’entità, saremo comunque favorevoli. Non ci convince però – anzi ci preoccupa – che questo terreno venga affrontato da due punti di vista per noi insufficienti o addirittura fuorvianti: da una parte la polemica sulla “casta militare”, indubbiamente esistente – ma che rischia di mettere in secondo piano le più preoccupanti responsabilità politiche e di banche e imprese (con Finmeccanica in primo piano); dall’altra il rischio di assecondare la tendenza alla “razionalizzazione” delle spese militari, per avere comunque forze armate più efficienti. E qui sta la questione di fondo: efficienti per fare cosa? Le forze armate italiane sono state costruite negli ultimi 20 anni per fare la guerra – ed è quello che fanno le missioni internazionali (dall’Afghanistan alla Libia), dentro il quadro di un’Alleanza atlantica che ha assunto via via il ruolo di regolatore dell’ordine mondiale e di poliziotto che si auto-autorizza a applicare sanzioni a chi viola le sue regole.</p>
<p>L’esempio più lampante di queste tendenze è fornito dall’articolo di Repubblica intitolato “Monta la protesta contro i caccia F35: ‘<a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/01/02/news/programma_acquisto-27509860/?ref=HRER2-1">Costano troppo, il governo non li compri’</a>” .</p>
<p>Nessun ripensamento sul ruolo di quei cacciabombardieri o di altri sistemi d&#8217;arma (perché gli Eurofighter è bene che li compriamo? Il programma di questi ultimi è più costoso, tra l’altro&#8230; e della seconda portaerei, la Cavour, davvero non possiamo farne senza?), ma solo l’idea di qualche “aggiustamento”. E il meglio di sé lo da la senatrice del PD Roberta Pinotti, già presidente della Commissione Difesa della Camera tra il 2006 e il 2008, che dichiara: &#8220;Non servono 131 caccia, il governo potrebbe ridurre l&#8217;acquisto a 40-50&#8221;, in buona compagnia con il dipartimento esteri dei democratici che “suggerisce a Monti una fase di &#8220;sospensione&#8221; e &#8220;ripensamento&#8221;”&#8230;.</p>
<p>Ora, la sen. Pinotti, da sempre favorevole a tutte le guerre dell’Italia e quindi corresponsabile dei loro crimini, e sostenitrice degli aumenti delle spese militari (anche come supporto finanziario alle imprese come Finmeccanica) dovrebbe ricordarsi che la firma in fondo al «memorandum» del 2007 dell’accordo con gli Usa per gli F35 è quella del suo compagno di partito on. Forceri, uomo di Finmeccanica e già sottosegretario del governo Prodi (il governo che maggiormente aumentò le spese militari&#8230;) e che pensare di comprare 40/50 aerei inutili e dannosi non è una riduzione del danno, ma una sonora presa per i fondelli.</p>
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<p><strong>I DATI DELLE SPESE BELLICHE</strong></p>
<p>Per discutere l’argomento è prima di tutto capire di quali cifre stiamo parlando.</p>
<p>Secondo gli ultimi dati disponibili del <a href="http://www.sipri.org/">Sipri</a>, uno dei più autorevoli centri di ricerca internazionali sulle armi, l’Italia ha speso nel 2010 circa 26,6 miliardi per la difesa militare – a fronte dei 20,3 miliardi dichiarati dal ministero della difesa &#8211; posizionandosi ancora una volta al decimo posto nella classifica dei paesi che maggiormente spendono per i loro eserciti. Ma non si tratta di un’eccezione; sempre leggendo i dati <a href="http://www.sipri.org/">Sipri</a> l&#8217;Italia del nuovo millennio ha speso in media ogni anno circa 25 miliardi di euro per le spese militari. Molti di più di quanto dichiarato ufficialmente.</p>
<p>Per il 2012 il bilancio della Difesa è pari (con l&#8217;approvazione del bilancio dello Stato il 12/11/2011) a 19.962 milioni di euro suddivisi in 14,1 miliardi per esercito, marina e aeronautica e 5,8 miliardi per i Carabinieri. A questi numeri va aggiunto che nello stato di previsione del ministero dell&#8217;Economia è presente il fondo per le missioni internazionali di pace, incrementato con 700 milioni di euro dalla Legge di stabilità, raddoppiati poi dalla manovra Monti. Lo stato di previsione del ministero dello Sviluppo Economico comprende poi 1.538,6 milioni di euro per interventi agevolativi per il settore aeronautico e 135 milioni di euro per lo sviluppo e l&#8217;acquisizione delle unità navali della classe Fremm. La Legge di Stabilità proroga al 31 dicembre 2012 l&#8217;utilizzo di personale delle Forze armate per le operazioni di controllo del territorio per una spesa complessiva di 72,8 milioni di euro.</p>
<p>Si arriva così a una spesa complessiva &#8211; verificata &#8211; di oltre 23 miliardi di euro, <a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/ilmanifestosbil.html">come riportato da il manifesto</a>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>UN BILANCIO PER LE GUERRE</strong></p>
<p>Ma a cosa servono queste spese? Lo ripetiamo, questo è l’argomento centrale.</p>
<p>Non si tratta solo dell’inutile aereo F35, un aereo da attacco dalle caratteristiche tecniche tali che lo rendono adatto ad una guerra contro altre superpotenze militari; questi soldi vengono bruciati anche per mantenere un carrozzone di 180.000 uomini (e donne) in cui, come rileva il rapporto di Sbilanciamoci 2012, i graduati (in aumento) sono più della truppa (in diminuzione) e i generali sono in proporzione più di quelli statunitensi. Una struttura con molti marescialli in soprannumero e magari inadatti, anagraficamente, alle nuove necessità operative.</p>
<p>La questione va molto oltre.</p>
<p>L’Italia, tra i membri fondatori, partecipa da sempre a pieno titolo alle attività della Nato. Il contributo economico diretto all’Alleanza Atlantica piazza l’Italia al 5° posto tra i paesi finanziatori (nel 2007 è stato di 138 milioni di euro su un totale di 1.874,5 milioni di euro, pari al 7,4% dei contributi totali versati dagli alleati) collocandola subito dopo Usa, Regno Unito, Germania e Francia.</p>
<p>Per adeguarsi ai requisiti della Nato l’Italia ha dato vita già da tempo ad un ampio programma di riarmo, attualmente in atto, che si traduce nell’acquisto di 121 caccia Eurofighter per un costo totale di 18 miliardi di euro, 6 miliardi per elicotteri da attacco e da trasporto, più di 7 miliardi per 12 fregate, 1,4 miliardi per la nuova portaerei, 1,9 miliaardi per 4 sommergibili, 1,5 miliardi per 249 blindati. Più ovviamente obici, siluri, missili, radar e tutto quanto serve per operare in guerra fuori dal territorio nazionale.</p>
<p>Mezzi che non sono solo risorse sprecate ma che fanno danni quando vengono impiegati per le guerre della Nato. Se negli ultimi anni le truppe impegnate all’estero si aggiravano tra gli 8000/8500 uomini, più della metà sono stati impegnati in missioni Nato (l’Italia è il 4° paese per contributi alle operazioni a guida Nato).</p>
<p>Tra queste non ultimo l’Afghanistan, dove l’Italia è presente con circa 4.000 soldati (3.918 a inizio settembre) con armamenti e attrezzature al seguito, che sono costati nel 2011 più di 800 milioni di euro, che porta il totale per i dieci anni di permanenza al seguito dell’alleato statunitense a circa 3,5 miliardi di euro (mentre il totale dei fondi destinati alle missioni militari nazionali dal 2001 si aggira sui 13 miliardi di euro).</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>L’ITALIA NELLA DIVISIONE DEL LAVORO BELLICO</strong></p>
<p>In questo ambito l’Italia si occupa anche di quella che, nella divisione internazionale del lavoro militare all’interno della Nato, viene riconosciuta come un’eccellenza italiana, cioè la gestione dell’ordine pubblico attraverso le forze di polizia ad ordinamento militare. Questo attraverso due “centri” collocati a Vicenza e gestiti dall’Arma di Carabinieri: il Comando della Gendarmeria Europea, una forza di pronto intervento formata da diverse polizie militari europee pronta ad intervenire in missioni di “pace” a supporto degli eserciti nelle fasi di occupazione dopo la guerra. E il CoESPU, una scuola di polizia per forze armate del terzo mondo dove viene formato personale per le varie missioni di pace. Non per niente i carabinieri protagonisti di Genova 2001 venivano dalle guerre della Somalia e del Kossovo e oggi gli Alpini passano direttamente dall’Afghanistan alla Val di Susa</p>
<p>Soprattutto di questo dovremo discutere quando parliamo di spesa militare. In questo quadro crediamo sia quindi indispensabile chiedere una riduzione delle spese militari non solo e non principalmente in funzione di eliminare sprechi, spese inutili, o privilegi di casta. Questo è certo necessario ma non sufficiente a definire una diversa politica della difesa improntata alla pace e non più alla guerra.</p>
<p>Già nei precedenti governi di centrosinistra e centrodestra che hanno preceduto l’attuale era ben presente l’insostenibilità economica dell’apparato militare. Pur senza arrivare a nulla di fatto e senza avviare una discussione pubblica, questi governi hanno cercato di operare per arrivare a “forze armate ancora più efficaci e adeguate ai nuovi compiti, razionalizzando i costi, adeguando le risorse e ammodernando la concezione stessa di Forze Armate”, come ha affermato La Russa nell’aprile 2009; o come si era espresso prima di lui il sottosegretario alla difesa Forcieri nel settembre 2006 arrivando a delineare uno strumento militare con meno marescialli e con più strumenti per le missioni militari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>IL DEBITO PUBBLICO E LE SPESE MILITARI</strong></p>
<p>L&#8217;enorme debito pubblico italiano, come quello degli altri paesi europei, è il risultato delle scelte politiche neoliberiste &#8211; come gli articoli pubblicati sul sito <a href="http://www.rivoltaildebito.org/">www.rivoltaildebito.org</a> hanno già più volte mostrato.</p>
<p>Per l&#8217;argomento che trattiamo ci sembrano due le questioni connesse: da una parte l&#8217;aumento del budget della difesa, malgrado la riduzione di altri capitoli di bilancio, come conseguenza di un rilancio dell&#8217;uso della forza militare come strumento connesso alla presenza economico-politica internazionale (come già recitava il Nuovo modello di difesa del 1991); dall&#8217;altra il sostegno pubblico all&#8217;industria bellica, in particolare alla galassia di Finmeccanica.</p>
<p>Come dicevamo, questa non è una caratteristica solamente italiana. La Grecia, pur in bancarotta, ha continuato a destinare il 3,2% del Pil alle spese militari (oltre dieci miliardi di dollari l&#8217;anno).</p>
<p>L&#8217;Italia, come abbiamo visto, non è da meno, e con undebito pubblico di oltre 1900 miliardi di euro continua ad avere il bilancio militare di cui abbiamo parlato &#8211; che ci ha fatto spendere negli ultimi 10 anni più di 200 miliardi di euro per la guerra secondo i dati ufficiali, ma ben 280 miliardi secondo il Sipri.</p>
<p>E&#8217; chiaro che queste forte spesa militare ha contribuito al deficit pubblico e che il bilancio della difesa ha subito tagli decisamente ridicoli o inesistenti, ancora più scandalosi se confrontati con quelli subiti dai servizi pubblici.</p>
<p>L&#8217;altro elemento è quello del sostegno pubblico mascherato all&#8217;industria bellica. L&#8217;industria militare è per sua natura un settore che dipende dalla commesse pubbliche, e anche se in questi ultimi 20 anni si sono susseguiti accordi internazionali, acquisizioni, joint-venturs, una società come Finmeccanica non potrebbe sviluppare il settore militare senza forti commesse pubbliche e senza un sostegno diretto e indiretto alle proprie produzioni.</p>
<p>Questo è quanto avvenuto, nello stesso periodo in cui entra in crisi la produzione civile di Fincantieri e la stessa Finmeccanica è in procinto di dismettere completamente la produzione di treni (vedi l&#8217;articolo di Marco Panaro (<a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/panaro.html">Meno treni e più armi. La death economy di Finmeccanica</a>).</p>
<p>Il sostegno a questa impresa a capitale prevalentemente pubblico si è intrecciata nel nostro paese alle politiche di dismissioni industriali, agli scandali legati alla «cricca-economy» e in generale al legame tra politiche neoliberiste e guerre.</p>
<p>Un legame che viene messo in luce persino da un uomo come Innocenzo Cipolletta, già direttore di Confindustria e autore del libro «Banchieri, politici e militari» (Ed. Laterza), che in un convegno a Trento ha affermato: «Non si può comprendere la crisi del petrolio del 1974 senza la guerra del Vietnam e le tensioni in Medio Oriente. Analogamente la bolla finanziaria del 2008 è intimamente legata alle modalità con cui si è entrati in guerra contro il terrorismo internazionale. Il debito infatti si ingigantisce, e come nell&#8217;Antica Roma, chi è debitore è schiavo: in questo caso noi siamo schiavi dei mercati finanziari (le misure della BCE per esempio) che ci dicono come comportarci e quali correttivi introdurre, perdendo così la nostra sovranità».</p>
<p>Su questi legami crisi-guerre-spese belliche-debito vogliamo tornarci prossimamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>UN ALTRO MODELLO PER LA “DIFESA”</strong></p>
<p>Arriviamo allora al punto che più ci interessa. Le spese militari italiane (ed europee) vanno drasticamente ridotte come conseguenza di una scelta politica precisa: non vogliamo più un modello di “difesa” pensato e strutturato per fare la guerra. Sia che si tratti di quello attuale con sprechi, privilegi e spese inutili; sia che si tratti di quello più “efficace” nel fare le guerre che vorrebbero il ministro Di Paola o il gen. Roberta Pinotti (e La Russa, prima di lei).</p>
<p>Non vogliamo più la partecipazione italiana alle guerre illegittime e alle missioni militari della Nato; vogliamo che l’Italia esca dalla Nato e questa “obsoleta” alleanza militare venga sciolta – o comunque che l’Europa scelga una postura internazionale pacifica e di cooperazione e co-sviluppo con il Mediterraneo, l’Asia, l’America latina e l’Africa.</p>
<p>È sulla base di queste scelte politiche che affrontiamo il nodo del taglio alle spese militari.</p>
<p>Non per arrivare a forze armate più pronte ed efficenti nel partecipare alle guerre della Nato, ma per un diverso modello di difesa.</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto che con l’equivalente di 15 giorni di guerra Emergency ha realizzato in Afghanistan tre centri chirurgici, 28 ambulatori e un centro di maternità e che l’intero programma di Emergency in Afghanistan si mantiene con l’equivalente di due giorni di presenza militare italiana.</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto, come ci ricordano i dati della campagna Sbilanciamoci, che con la stessa somma impiegata in dieci anni di missioni militari si potrebbero costruire, ad esempio, 3.000 nuovi asili nido che servirebbero un’utenza di 90.000 bambini, creando 20.000 posti di lavoro; inoltre installare 10 milioni di pannelli solari per 300.000 famiglie con la relativa creazione di 80.000 posti di lavoro e infine, sempre con la stessa cifra, mettere in sicurezza 1.000 scuole di cui beneficerebbero 380.000 studenti creando così altri 15.000 posti di lavoro</p>
<p>Un modello di difesa che tenga conto del peso delle armi sullo sviluppo economico nazionale, come ci ricorda la <a href="http://costsofwar.org/">ricerca della Brown University</a> (Usa) che mostra come per ogni milione di dollari investito nel settore armi si creano 8 posti di lavoro, gli stessi posti che si otterrebbero con lo stesso investimento in programmi di sviluppo legati all’energia rinnovabile (solare, eolico, biomasse). Che però diventerebbero 14 con lo stesso investimento nell’assistenza sanitaria, nel trasporto pubblico o nelle ferrovie; e che sarebbero 15 se l’investimento avvenisse nel sistema educativo pubblico e soltanto 12 se investito nella climatizzazione delle abitazioni.</p>
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<p>Si può naturalmente partire dalla cancellazione dei programmi più scopertamente vergognosi e scandalosi – come quello che riguarda gli F35 – come, appunto, punto di partenza di una consapevolezza di una necessaria riconversione delle politiche e del sistema militare-industriale – non come strumento di razionalizzazione delle spese stesse, cercando pure il consenso in tempi di crisi e di ristrettezze di bilancio.</p>
<p>Tra l&#8217;altro, come hanno <a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/f35vignarca.html">dimostrato più volte</a> la rivista «Alteconomia» e il suo redattore Francesco Vignarca, non è prevista alcuna penale per l&#8217;uscita da quel programma &#8211; e gli stessi Usa stanno profondamente rivedendolo.</p>
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<p><strong>NON PAGARE IL DEBITO, TAGLIARE LE SPESE MILITARI</strong></p>
<p>In questo senso l’approccio è analogo a quello della campagna “Rivolta il debito”: il problema non è più principalmente “chi deve pagare il debito”, ma la consapevolezza che il debito pubblico che si è formato in Italia (come nel resto d&#8217;Europa) è in gran parte illegittimo e per questo non deve essere pagato affatto.</p>
<p>Lo stesso vale per il bilancio della difesa: va drasticamente tagliato perché si può e si deve fare a meno dello strumento delle forze armate come concepito dal “pensiero unico della difesa” che ha visto sempre concordi le forze politiche da An al Pd (con brutti scivoloni anche di Prc e dintorni&#8230;).</p>
<p>E una parte del debito pubblico si è formato anche per permettere di tenere alte le spese della difesa, come chiedevano la Nato e gli Usa: interessante al proposito uno studio del 1999 del Government Accountabilty Office del Congresso statunitense (<a href="http://www.guerrepace.org/spesamil/gao.html">Nato: implications of European Integration for Allies’defense spending</a>) che sosteneva: «Essendo le spese per la difesa una porzione relativamente piccola del bilancio dello stato, dovrebbero essere facilmente protette dai tagli. Comunque, anche se il sostegno per i tagli alla difesa è minimo, potrebbe diventare un obiettivo attrattivo: la pressione per ulteriori aumenti per le pensioni e la sanità dovute all&#8217;invecchiamento della popolazione metteranno a rischi i bilanci futuri in molti paesi europei. Una forte crescita economica è chiaramente la chiave per fornire ai governi la flessibilità necessaria a equilibrare bisogni e risorse». La storia di questi anni ci racconta come è andata: la crescita è stata debole, la spese per pensioni e sanità è diminuita e le spese militari sono aumentate &#8211; per la gioia dei nostri «alleati» statunitensi &#8211; e intanto aumentava il debito pubblico.</p>
<p>La campagna contro il pagamento del debito e quella contro le spese militari sono profondamente connesse; per questo una parte dell’audit dei cittadini sul debito pubblico dovrà riguardare le spese militari come forma specifica di illegittimità della destinazione dei fondi con cui si è formato il debito pubblico.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/dollar-roll1-equalmoney1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18519" title="dollar-roll1-equalmoney1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/dollar-roll1-equalmoney1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
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<p><strong><em>La nostra spending review</em></strong></p>
<p><strong><em>(FONTE: GUIDO VIALE &#8211; IL MANIFESTO | 28 DICEMBRE 2011 )</em></strong></p>
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<p>Il costo del debito pubblico italiano non è sostenibile: 85 miliardi all&#8217;anno di interessi su 1.900 miliardi di debito complessivo, che l&#8217;anno prossimo saranno probabilmente di più: 90-100; a cui dal 2015 si aggiungeranno (ma nessuno ne parla) altri 45-50 miliardi all&#8217;anno, previsti dal patto di stabilità europeo, per riportare progressivamente i debiti pubblici dell&#8217;eurozona al 60 per cento dei Pil. Ma questa è solo la parte nota del nostro debito pubblico; ce n&#8217;è un&#8217;altra &#8220;nascosta&#8221;, che forse vale quasi altrettanto e che emergerà poco per volta, mano a mano che verranno a scadenza impegni che lo Stato o qualche Ente pubblico hanno assunto per conto di operatori privati sotto le mentite spoglie di una finanza di progetto. Il Tav (treno ad alta velocità) è l&#8217;esempio e il modello più clamoroso di questo sistema; comporta per la finanza pubblica &#8211; finora, ma non è finita qui, e Passera ci si è messo di impegno &#8211; un onere nascosto di circa 100 miliardi di euro. Ma secondo Ivan Cicconi dietro le circa 20 mila Spa messe in piedi dalle diverse amministrazioni locali si nasconde un numero indeterminato di &#8220;finanze di progetto&#8221;, i cui oneri verranno alla luce poco per volta nei prossimi anni. Doppia insostenibilità. Colpa della Politica? Certamente. Ma soprattutto colpa delle privatizzazioni, che non sono un&#8217;alternativa agli sperperi della Politica, ma il loro potenziamento a beneficio della finanza privata e di profittatori di ogni risma. La vera alternativa alla cattiva politica è la trasparenza e il controllo dal basso della spesa e dei servizi pubblici: la loro riconquista come beni comuni..</p>
<p>Finora gli interessi sul debito pubblico italiano sono stati pagati ogni anno, in tutto o in parte, con nuovo debito (che infatti è in larga parte il prodotto non di veri investimenti, mai fatti, ma di interessi accumulati nel corso del tempo). Ma con il pareggio di bilancio in Costituzione, quegli 85-100 e poi 130-150 miliardi all&#8217;anno, dovranno essere ricavati interamente da un taglio ulteriore della spesa pubblica o da maggiori entrate fiscali.</p>
<p>Finché il sistema finanziario globale è stato stabile, il debito italiano (ora al 120 per cento del Pil) non creava problemi: era una cuccagna sia per coloro che incassavano gli interessi, sia, soprattutto, per l&#8217;evasione fiscale (120 miliardi di euro all&#8217;anno!) e la corruzione (altri 60 miliardi; altro che le pensioni troppo generose!). Quei costi e quegli ammanchi venivano infatti coperti dallo Stato, indebitandosi. Ma da quando il sistema finanziario è diventato turbolento (e nei prossimi anni lo sarà sempre di più) fare fronte a quel debito è sempre più difficile e costoso; e prima o dopo la corda si spezza. È un pò quello che è successo con i mutui subprime; per anni hanno reso bene a chi li concedeva, a chi li rivendeva impacchettati a milioni nei cosiddetti Cdo, e a chi li ricomprava, ripartendo il rischio &#8211; come sostiene la teoria economica &#8211; su tutto il pianeta: in particolare, per quello che riguarda l&#8217;Europa, tra le banche inglesi, francesi e tedesche, che ne sono ancora oggi piene. Ma un debito non può crescere e accumularsi all&#8217;infinito; prima o dopo arriva la resa dei conti. Con i mutui subprime la si è in parte attutita e in parte nascosta finanziando a man bassa, con migliaia di miliardi di denaro pubblico, le banche che li detengono perché non fallissero. Con i debiti pubblici dei paesi dell&#8217;Europa mediterranea la Bce di Draghi ha deciso di fare la stessa cosa: finanzia le banche a tassi scontati perché riacquistino i debiti pubblici in scadenza, a tassi cinque-sette volte maggiori. E le banche lucrano la differenza. Ma è un gioco che non può durare in eterno; nemmeno se, per miracolo, la Bce fosse autorizzata a comprare quei titoli direttamente (&#8220;stampando&#8221; &#8211; come si dice, ma le cose non stanno proprio così &#8211; moneta).<strong> Che cosa c&#8217;è, allora, alla stazione di arrivo di questo binario?</strong> O la &#8220;crescita&#8221; o il default.<br />
Ecco perché politici ed economisti (e gli economisti-politici) si sbracciano a snocciolare ricette inconsistenti e persino ridicole per la &#8220;crescita&#8221;. Ma quale crescita? Con il pareggio di bilancio &#8211; e in un contesto in cui gli interessi sul debito non vanno a sostenere la domanda, ma volano a gonfiare la bolla finanziaria &#8211; per tornare a crescere il Pil italiano dovrebbe aumentare a un tasso superiore all&#8217;incidenza del servizio del debito (interessi più ratei di rimborso). Ritmi cinesi (e di una Cina che non c&#8217;è più) se lo spread resta ai livelli attuali; ma anche, a partire dal 2015, se tornasse a livelli giudicati &#8220;normali&#8221;. Ma niente di questo è in vista: invece di crescere, l&#8217;Italia è già in recessione; l&#8217;Europa sta per entrarci; le economie emergenti non &#8220;tirano&#8221; più e il mondo intero sta correndo incontro a un disastro ambientale irreversibile. <strong>Per questo il default non è fantascienza ma, ahimé, una prospettiva sempre più probabile; non ci siamo abituati, ma non sarebbe né il primo né l&#8217;ultimo della storia.</strong><br />
Meglio dunque prepararsi. E prepararsi vuol dire negoziare a livello europeo una ristrutturazione del debito (di molti paesi; e di molte banche; anche di quelle dei paesi più forti). E per ristrutturare i debiti bisogna sapere come si sono formati, chi li detiene, e come isolare le conseguenze più negative di un loro congelamento, di una loro riduzione (il cosiddetto haircut: taglio di capelli) o di un loro annullamento selettivo (larga parte del debito italiano è classificabile come &#8220;odioso&#8221; o &#8220;illegittimo&#8221;) a seconda delle categorie coinvolte. <strong>È l&#8217;audit del debito: un programma di indagine che dovrebbe vederci impegnati per i prossimi mesi e forse anni; ma con cui è possibile costruire in forme condivise una piattaforma alternativa di governo dell&#8217;economia.</strong> In altri paesi &#8211; in Europa, Grecia, Irlanda, Spagna; e in altri in America Latina &#8211; questo lavoro è già in corso. Da noi potrebbe assumere dimensioni più vaste e profonde. Non si tratta infatti soltanto di coinvolgere un gruppo di economisti &#8211; il più vasto possibile &#8211; disposti a impegnarsi in questo esercizio; di <strong>rivendicare l&#8217;accesso a documenti mai resi pubblici; e di diffondere i risultati della ricerca con una grande campagna di informazione</strong>. Per essere esauriente, l&#8217;audit dovrebbe ricostruirne non solo il passato &#8211; come si è formato il debito &#8211; ma scavare nel presente e, per i motivi spiegati prima, anche nel suo futuro. Cioè, <strong>portare alla luce come viene gestita la spesa pubblica nella sua dimensione operativa</strong>.<br />
Per condurre un audit in questo modo bisognerebbe costituire in ogni città e in ogni ente un nucleo di persone disposte e interessate a rendere pubblico &#8211; senza violare per ora alcun obbligo di riservatezza &#8211; il modo in cui concretamente si formano le decisioni relative all&#8217;erogazione della spesa in cui il loro ufficio o il loro servizio è coinvolto; e di includere in questa disamina una rappresentanza dei cosiddetti stakeholder: gli utenti, siano essi pazienti, fruitori, soggetti di registrazione o controlli, o contribuenti; le imprese che accedono a qualche servizio o che ne sono fornitori; le altre branche, correlate, della pubblica amministrazione.<br />
Chiunque abbia lavorato in o a contatto con organismi pubblici sa che tra le leggi che disciplinano una materia e la loro applicazione operativa c&#8217;è un&#8217;infinità di passaggi, alcuni normati in forma di regolamento, altri gestiti in modo discrezionale, alcuni del tutto inutili o facilmente semplificabili, e molti sottoposti ai condizionamenti sia di lobby legali che di attività illecite. In più, chiunque abbia lavorato in questo contesto sa che in certi ambiti una parte del personale è veramente superflua, perché l&#8217;organico risponde esclusivamente a una logica di potere della gerarchia; mentre in altri è decisamente insufficiente o insufficientemente qualificata; e che anche la mobilità interna potrebbe essere gestita molto meglio, e in modo non vessatorio, con il coinvolgimento non episodico e non condizionato sia di chi il lavoro lo svolge tutti i giorni che di chi ne fruisce o concorre al suo risultato come fornitore o utente. Si tratta di portare tutto questo alla luce, connettendolo, mano a mano che l&#8217;analisi procede, al contesto della elaborazione macro sul debito sviluppata dagli economisti. Una riforma democratica della spesa pubblica e del debito non può prescindere da un&#8217;operazione del genere. <strong>Ma non può prescinderne nemmeno una vera riforma della pubblica amministrazione fondata sui principi della partecipazione</strong>. Quella spending review che Brunetta ha varato interpretandola come licenza di bastonare sadicamente i lavoratori e Tremonti come programma di &#8220;tagli lineari&#8221; a cui sottoporre in modo indiscriminato e devastante tanto gli organici della pubblica amministrazione quanto la dotazione di risorse gestita da ogni servizio, i lavoratori del pubblico impiego la potrebbero prendere nelle loro mani. Per farne la base tanto di una piattaforma rivendicativa per una riorganizzazione dal basso del loro lavoro, quanto di una informazione dirompente del modo in cui si forma giorno per giorno la spesa e giorno per giorno si accumula il debito. È una proposta irrealizzabile o è il complemento irrinunciabile di un programma di conversione ecologica?</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-tir.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-18530" title="blocco tir" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-tir.jpg" alt="" width="275" height="183" /></a></p>
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<p><strong><em>Un orrizonte sovranazionale per rompere la trappola del debito </em></strong></p>
<p>di Christian Marrazzi</p>
<p>da IlManifesto 15/12/11<br />
<a href="http:// http://rivoltaildebito.globalist.it/news/un-orizzonte-sovranazionale-rompere-la-trappola-del-debito">http://rivoltaildebito.globalist.it/news/un-orizzonte-sovranazionale-rompere-la-trappola-del-debito </a></p>
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<h1>Le politiche di austerity tendono a occultare la natura violenta del rapporto tra capitale e lavoro.</h1>
<p>Debiti illegittimi e diritto all&#8217;insolvenza di François Chesnais è un saggio sulla «geometrica potenza» dei mercati finanziari, un manuale prezioso, rigoroso e molto documentato, per i movimenti di resistenza contro gli effetti devastanti della finanziarizzazione che da trent&#8217;anni domina il pianeta, distruggendo l&#8217;esistenza di milioni di persone, l&#8217;ambiente e la democrazia. L&#8217;analisi storica del capitalismo finanziario, dalla crisi del modello fordista e del sistema monetario di Bretton Woods fino alla crisi dei debiti pubblici e della sovranità politica di oggi, ha al suo centro la divaricazione tra profitti e condizioni di vita, di reddito e di occupazione, che da tempo è all&#8217;origine della produzione di rendite finanziarie, del «divenire rendita dei profitti», quel processo che dalla crisi dei subprime del 2007 alla crisi dell&#8217;euro di oggi sta svelando la fragilità del sistema bancario mondiale e la ricerca disperata di misure politiche, istituzionali e soprattutto sociali volte a a salvare il potere dei mercati finanziari. Una crisi la cui funzione è esplicitata in un documento del Fmi del 2010: «le pressioni dei mercati potrebbero riuscire lì dove altri approcci hanno falllito», una vera e propria strategia da shock economy, come Naomi Klein ci ha ben spiegato.<br />
Ma il libro di Chenais è anche un programma per la costruzione di un movimento sociale europeo, un movimento che deve porsi la questione della lotta contro i «debiti illegittimi», odiosa conseguenza delle politiche di sgravi fiscali degli ultimi vent&#8217;anni, dei piani di salvataggio del sistema bancario e della speculazione finanziaria sui debiti pubblici che sta aggravando pesantemente il servizio sui debiti, ossia gli interessi che gli stati devono pagare sui buoni del tesoro. Il «governo attraverso il debito», dove il debito è il riflesso speculare della polarizzazione della ricchezza e delle misure per ammortizzare il crollo bancario e finanziario, non è accettabile e va rifiutato: onorarlo significa rinunciare ai diritti sociali, schiacciare i redditi e lacerare quel che resta dei beni comuni e delle spese collettive indispensabili per tenere assieme la società. Come ha scritto Cédric Durant, riassumendo la proposta di Chesnais, «ciò significa interrompere i rimborsi &#8211; una moratoria &#8211; e stabilire chiaramente chi sono i creditori &#8211; attraverso un audit &#8211; al fine di stabilire la parte di debito che può essere rimborsata e quella che deve essere annullata».<br />
È quanto propone il Comitato greco contro il debito, il primo paese in cui sia stato creato un comitato nazionale che ha consentito la creazione di comitati locali: «Il primo obiettivo di un audit è quello di chiarire il passato. Cosa ne è stato del denaro di quel prestito? A quali condizioni si è concordato quel prestito? Quanti interessi sono stati pagati, a quale tasso, quale quota di capitale è stata rimborsata? Come si è gonfiato il debito senza che questo andasse a vantaggio dei cittadini?». Imponendo di aprire e di verificare i titolari del debito pubblico, il movimento per l&#8217;audit civile osa l&#8217;impensabile: avanza nella zona rossa, nel sancta sanctorum del sistema capitalistico, lì dove, per definizione, non è tollerato alcun intruso.<br />
A modo suo, ma coerentemente con il principio di trasparenza e di sovranità popolare che sta alla base dello Stato-nazione, Papandreu ci ha provato con la proposta di referendum popolare sulle misure d&#8217;austerità imposte dalla Unione europea. Ma la sua idea è durata lo spirare di un giorno, e se ci fosse riuscito è realistico pensare che ci sarebbe stato un colpo di Stato. Il che ci costringe a porre la questione, centrale nella lotta contro la schiavitù del debito, di quale sia il terreno sul quale mobilitarsi. L&#8217;idea della moratoria, dell&#8217;audit, del diritto all&#8217;insolvenza è sacrosanta, ma dove partire?<br />
Nella configurazione odierna del capitalismo finanziario, in particolare nell&#8217;Europa dell&#8217;euro dominata dai mercati finanziari e da una Banca centrale che ad essi ha delegato la monetizzazione dei debiti pubblici, il diritto all&#8217;insolvenza va declinato in modo tale da evitare qualsiasi forma di «sovranismo», di affermazione del primato dello Stato nazionale a fronte della dittatura dei mercati finanziari. E questo per una ragione tanto semplice quanto stringente: la rivendicazione dell&#8217;insolvenza su scala nazionale creerebbe una situazione di autarchia economica, di totale chiusura verso il resto del mondo, di non accessibilità alle fonti di finanziamento ma, soprattutto, di impossibilità di generalizzare la mobilitazione sociale al resto dell&#8217;Europa. Non è solo una questione pratica, per così dire. Si tratta di capire che la logica della finanziarizzazione, come d&#8217;altronde emerge dal libro di Chesnais, la logica del «governo attraverso il debito» ha la sua origine nel rapporto fondamentale tra capitale e lavoro, tra plusvalore e lavoro necessario. Il capitalismo fnanziario ha globalizzato l&#8217;imperialismo, il suo modus operandi attraverso la «trappola del debito», dell&#8217;indebitamento pubblico e privato, per realizzare-vendere il plusvalore estratto dal lavoro vivo. Il debito, nello schema imperiale, è la faccia monetaria del plusvalore, dello sfruttamento universale della forza-lavoro, ed è una trappola perché impedisce al lavoro vivo di affrancarsi dallo sfruttamento, di autonoimizzarsi dal rapporto di dipendenza e di schiavitù che è proprio del debito.<br />
La lotta contro il debito, il diritto all&#8217;insolvenza, deve partire dalla mobilitazione del lavoro vivo contro la natura debitoria del plusvalore, quella stessa che si esercita su scala nazionale nel rapporto diretto tra capitale e lavoro e che oggi vede gli Stati come articolazioni locali di un capitalismo finanziario globale.<br />
Partire da questo livello, dal lavoro vivo contro il capitale, significa ad esempio organizzare gli studenti e le loro famiglie indebitate per affermare il diritto allo studio e alla sua libertà. Significa cioè soggettivare il diritto all&#8217;insolvenza, sottraendolo alla trappola del debito come dispositivo di esercizio di un potere globale contro il quale concretamente mobilitarsi indicando soggetti e forme di lotta.</p>
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		<title>Un nuovo movimento mondiale</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 17:58:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questa rassegna di articoli l&#8217;abbiamo letta e discussa nei giorni successivi alla manifestazione del 15 ottobre.
Lo spaesamento per una continuazione della mobilitazione tornati da Roma ha preso il sopravvento su tutte le organizzazioni politiche e collettivi, che fossero stati più o meno attivi o entusiasti dei riot della capitale.
La produzione ininterrotta, per quanto intermittente, di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa rassegna di articoli l&#8217;abbiamo letta e discussa nei giorni successivi alla manifestazione del 15 ottobre.</p>
<p>Lo spaesamento per una continuazione della mobilitazione tornati da Roma ha preso il sopravvento su tutte le organizzazioni politiche e collettivi, che fossero stati più o meno attivi o entusiasti dei riot della capitale.</p>
<p>La produzione ininterrotta, per quanto intermittente, di conflittualità in Italia, dallo scoppio della crisi, si è scontrata su un corpo sociale troppo affezionato all&#8217;antiberlusconismo e non ancora disponibile ad una critica del sistema.</p>
<p>In piazza San Giovanni sono esplose le contraddizioni di un dibattito non affrontato, in quanto sotterraneo tra le organizzazioni di movimento, così il più grande corteo europeo della giornata dell&#8217;indignazione mondiale, non ha saputo fare i conti con nuove forme di politicizzazione che interrogano quelle classiche.</p>
<p>Intanto nelle piazze di mezzo mondo si è affacciato un nuovo movimento mondiale.</p>
<p>Nuovo per rivendicazioni, pratiche di lotta e composizione.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-oakland.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18525" title="Occupy Oakland Calls For General Strike" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/blocco-oakland-300x195.jpg" alt="" width="300" height="195" /></a></p>
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<p><strong><em>Mantra del sollevarsi</em></strong></p>
<p><strong>Franco Berardi Bifo</strong></p>
<p>18/10/11</p>
<p><a href="http://looponline.info/index.php/component/content/article/644-mantra-del-sollevarsi-15-ottobre-e-dintorni">http://looponline.info/index.php/component/content/article/644-mantra-del-sollevarsi-15-ottobre-e-dintorni</a></p>
<p>Il 15 febbraio del 2003 centomilioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo.<br />
Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e la violenza della guerra. Il 15 Ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando le popolazioni (come la BCE) sorridono nervosamente e dicono che sono d’accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente. Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche o ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia.<br />
La rabbia talvolta alimenta l’intelligenza, talaltra si manifesta in forma psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati, perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce anche rabbia psicopatica.<br />
Il giorno prima della manifestazione del 16 in un’intervista pubblicata da un giornaletto che si chiama La Stampa io dichiaravo che a mio parere era opportuno che alla manifestazione di Roma non ci fossero scontri, per rendere possibile una continuità della dimostrazione in forma di acampada. Le cose sono andate diversamente, ma non penso affatto che la mobilitazione sia stata un fallimento solo perché non è andata come io auspicavo.</p>
<p>Un numero incalcolabile di persone hanno manifestato contro il capitalismo finanziario che tenta di scaricare la sua crisi sulla società. Fino a un mese fa la gente considerava la miseria e la devastazione prodotte dalle politiche del neoliberismo alla stregua di un fenomeno naturale: inevitabile come le piogge d’autunno. Nel breve volgere di qualche settimana il rifiuto del liberismo e del finazismo è dilagato nella consapevolezza di una parte decisiva della popolazione. Un numero crescente di persone manifesterà in mille maniere diverse la sua rabbia, talvolta in maniera autolesionista, dato che per molti il suicidio è meglio che l’umiliazione e la miseria.</p>
<p>Leggo che alcuni si lamentano perché gli arrabbiati hanno impedito al movimento di raggiungere piazza San Giovanni con i suoi carri colorati. Ma il movimento non è una rappresentazione teatrale in cui si deve seguire la sceneggiatura. La sceneggiatura cambia continuamente, e il movimento non è un prete né un giudice. Il movimento è un medico. Il medico non giudica la malattia, la cura.<br />
Chi è disposto a scendere in strada solo se le cose sono ordinate e non c’è pericolo di marciare insieme a dei violenti, nei prossimi dieci anni farà meglio a restarsene a casa. Ma non speri di stare meglio, rimanendo a casa, perché lo verranno a prendere. Non i poliziotti né i fascisti. Ma la miseria, la disoccupazione e la depressione. E magari anche gli ufficiali giudiziari.</p>
<p>Dunque è meglio prepararsi all’imprevedibile. E’ meglio sapere che la violenza infinita del capitalismo finanziario nella sua fase agonica produce psicopatia, e anche razzismo, fascismo, autolesionismo e suicidio. Non vi piace lo spettacolo? Peccato, perché non si può cambiare canale.<br />
Il presidente della Repubblica dice che è inammissibile che qualcuno spacchi le vetrine delle banche e bruci una camionetta lanciata a tutta velocità in un carosello assassino. Ma il presidente della Repubblica giudica ammissibile che sia Ministro un uomo che i giudici vogliono processare per mafia, tanto è vero che gli firma la nomina, sia pure con aria imbronciata. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che un Parlamento comprato coi soldi di un mascalzone continui a legiferare sulla pelle della società italiana tanto è vero che non scioglie le Camere della corruzione. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che passino leggi che distruggono la contrattazione collettiva, tanto è vero che le firma. Di conseguenza a me non importa nulla di ciò che il Presidente giudica inammissibile.</p>
<p>Io vado tra i violenti e gli psicopatici per la semplice ragione che là è più acuta la malattia di cui soffriamo tutti. Vado tra loro e gli chiedo, senza tante storie: voi pensate che bruciando le banche si abbatterà la dittatura della finanza? La dittatura della finanza non sta nelle banche ma nel ciberspazio, negli algoritmi e nei software. La dittatura della finanza sta nella mente di tutti coloro che non sanno immaginare una forma di vita libera dal consumismo e dalla televisione.<br />
Vado fra coloro cui la rabbia toglie ragionevolezza, e gli dico: credete che il movimento possa vincere la sua battaglia entrando nella trappola della violenza? Ci sono armate professionali pronte ad uccidere, e la gara della violenza la vinceranno i professionisti della guerra.<br />
Ma mentre dico queste parole so benissimo che non avranno un effetto superiore a quello che produce ogni predica ai passeri.</p>
<p>Lo so, ma le dico lo stesso. Le dico e le ripeto, perché so che nei prossimi anni vedremo ben altro che un paio di banche spaccate e camionette bruciate. La violenza è destinata a dilagare dovunque. E ci sarà anche la violenza senza capo né coda di chi perde il lavoro, di chi non può mandare a scuola i propri figli, e anche la violenza di chi non ha più niente da mangiare.<br />
Perché dovrebbero starmi ad ascoltare, coloro che odiano un sistema così odioso che è soprattutto odioso non abbatterlo subito?<br />
Il mio dovere non è isolare i violenti, il mio dovere di intellettuale, di attivista e di proletario della conoscenza è quello di trovare una via d’uscita. Ma per cercare la via d’uscita occorre essere laddove la sofferenza è massima, laddove massima è la violenza subita, tanto da manifestarsi come rifiuto di ascoltare, come psicopatia e come autolesionismo. Occorre accompagnare la follia nei suoi corridoi suicidari mantenendo lo spirito limpido e la visione chiara del fatto che qui non c’è nessun colpevole se non il sistema della rapina sistematica.</p>
<p>Il nostro dovere è inventare una forma più efficace della violenza, e inventarla subito, prima del prossimo G20 quando a Nizza si riuniranno gli affamatori. In quella occasione non dovremo inseguirli, non dovremo andare a Nizza a esprimere per l’ennesima volta la nostra rabbia impotente. Andremo in mille posti d’Europa, nelle stazioni, nelle piazze nelle scuole nei grandi magazzini e nelle banche e là attiveremo dei megafoni umani. Una ragazza o un vecchio pensionato urleranno le ragioni dell’umanità defraudata, e cento intorno ripeteranno le sue parole, così che altri le ripeteranno in un mantra collettivo, in un’onda di consapevolezza e di solidarietà che a cerchi concentrici isolerà gli affamatori e toglierà loro il potere sulle nostre vite (anche togliendo i nostri soldi dai conti correnti delle loro banche come suggerisce Lucia).<br />
Un mantra di milioni di persone fa crollare le mura di Gerico assai più efficacemente che un piccone o una molotov.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/occupy-wall-street-2c9052ac61b44e53.jpeg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18524" title="occupy-wall-street-2c9052ac61b44e53" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/occupy-wall-street-2c9052ac61b44e53-300x196.jpg" alt="" width="300" height="196" /></a></p>
<p><strong><em>L&#8217; illusione della democrazia</em></strong></p>
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<p><em>Internazionale, numero 922, 4 novembre 2011</em></p>
<p><a href="http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/internazionale/l%E2%80%99illusione-della-democrazia">http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/internazionale/l%E2%80%99illusione-della-democrazia</a></p>
<p><em><strong>di Slavoj Žižek</strong>*</em></p>
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<p>Le proteste a Wall street e di fronte alla cattedrale di St. Paul a Londra hanno in comune “la mancanza di obiettivi chiari, un carattere indefinito e soprattutto il rifiuto di riconoscere le istituzioni democratiche”, ha scritto Anne Applebaum sul Washington Post. “A differenza degli egiziani di piazza Tahrir, a cui i manifestanti di Londra e New York si richiamano apertamente, noi abbiamo istituzioni democratiche”. Se si riduce la rivolta di piazza Tahrir a una richiesta di democrazia di tipo occidentale, come fa Applebaum, diventa ridicolo paragonare le proteste di Wall street a quelle in Egitto: come possono i manifestanti occidentali pretendere ciò che già hanno? Quello che la giornalista sembra non vedere è un’insoddisfazione generale per il sistema capitalistico globale, che in luoghi diversi assume forme diverse.</p>
<p>“Eppure in un certo senso”, ammette Applebaum, “è comprensibile che a livello internazionale il movimento non sia riuscito a produrre proposte concrete: sia le origini della crisi economica globale sia le sue soluzioni sono, per definizione, al di fuori della sfera di competenza dei politici locali e nazionali”. Ed è costretta a concludere che “la globalizzazione ha chiaramente cominciato a minare la legittimità delle democrazie occidentali”. È proprio questo il punto su cui i manifestanti vogliono richiamare l’attenzione: il capitalismo globale mina la democrazia. La conclusione logica è che dovremmo cominciare a riflettere su come espandere la democrazia oltre la sua forma attuale – basata su stati-nazione multipartitici – evidentemente incapace di gestire le conseguenze distruttive dell’economia. Invece Applebaum accusa i manifestanti “di accelerare il declino” della democrazia.</p>
<p>Sembra sostenere quindi che, siccome l’economia globale non è alla portata del sistema democratico, qualunque tentativo di espandere la democrazia per gestire l’economia rischia di accelerare il declino della democrazia stessa. Cosa dovremmo fare allora? A quanto pare dovremmo continuare a riconoscere un sistema politico che, stando alla spiegazione di Applebaum, non è in grado di fare il suo lavoro. In questo momento le critiche al capitalismo non mancano: siamo sommersi da storie di imprese che inquinano spietatamente l’ambiente, banchieri che intascano bonus enormi mentre le loro banche sono salvate dal denaro pubblico, fabbriche che sfruttano i bambini per confezionare abiti destinati a negozi di lusso.</p>
<p>Ma c’è un tranello. Il presupposto è che la lotta contro questi eccessi dovrebbe svolgersi nel quadro liberaldemocratico. L’obiettivo è democratizzare il capitalismo, estendere il controllo democratico sull’economia globale grazie alla denuncia dei mezzi d’informazione, a inchieste parlamentari, leggi più severe, indagini di polizia eccetera. Ciò che non si mette mai in discussione è il quadro istituzionale dello stato democratico borghese.</p>
<p>Qui l’intuizione cruciale di Marx è attuale ancora oggi: la questione della libertà non dovrebbe essere riferita solo alla sfera politica, cioè a cose come le libere elezioni, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa o il rispetto dei diritti umani. La vera libertà risiede nella rete “apolitica” dei rapporti sociali, dal mercato alla famiglia, dove la trasformazione necessaria per promuovere dei miglioramenti non è la riforma politica, ma un cambiamento nei rapporti sociali di produzione. Noi non votiamo su chi possiede cosa o sul rapporto tra i lavoratori in fabbrica. Queste cose sono lasciate a processi che esulano dalla sfera del politico, ed è un’illusione che si possa cambiarle “estendendo” la democrazia: creando, per esempio, banche “democratiche” controllate dal popolo.</p>
<p>Occorre ricordare che i meccanismi democratici fanno parte di un apparato dello stato borghese chiamato ad assicurare il regolare funzionamento della riproduzione capitalistica. Alain Badiou aveva ragione quando sosteneva che il nemico ultimo oggi non si chiama capitalismo, impero, sfruttamento o cose del genere, ma democrazia: è l’“illusione democratica”, l’accettazione dei meccanismi democratici come unico mezzo legittimo di cambiamento, a impedire un’autentica trasformazione dei rapporti capitalistici.</p>
<p>Le proteste di Wall street sono appena un inizio, ma bisogna cominciare così, con un gesto formale di rifiuto che è più importante del suo contenuto propositivo, perché solo un gesto di questo tipo può aprire lo spazio a un nuovo contenuto. Perciò non dovremmo farci distrarre dalla domanda su cosa vogliamo. Questa è la domanda che l’autorità maschile rivolge alla donna isterica: “Ti lamenti e piagnucoli: almeno sai cosa vuoi?”. In termini psicoanalitici le proteste sono una crisi isterica che provoca il padrone, minandone l’autorità. E la domanda del padrone, “Ma cosa vuoi?”, nasconde il suo sottinteso: “Rispondi nei miei termini oppure stai zitto!”.</p>
<p>Finora i manifestanti sono riusciti a evitare di esporsi alla critica fatta da Lacan agli studenti del 1968: “Come rivoluzionari siete degli isterici che vogliono un nuovo padrone. Lo troverete”.</p>
<p><em>Traduzione di Gigi Cavallo.</em></p>
<p><em></em>*<strong>Slavoj Žižek</strong> è un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro è Dalla tragedia alla farsa (Ponte alle grazie 2010).</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/6215671523_813a53e0fa.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18526" title="6215671523_813a53e0fa" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/02/6215671523_813a53e0fa-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong><em>La fine della grande illusione</em></strong></p>
<p><em>di Marco Bertorello e Danilo Corradi* dalla rivista <strong>Erre </strong></em>(<a title="http://ilmegafonoquotidiano.it/rivista/indignati-di-tutto-il-mondo" href="http://ilmegafonoquotidiano.it/rivista/indignati-di-tutto-il-mondo">http://ilmegafonoquotidiano.it/rivista/indignati-di-tutto-il-mondo</a>) in vendità a 5 euro allo spazio sociale La Boje!</p>
<div> <a href="http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/rivolta/la-fine-della-grande-illusione">http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/rivolta/la-fine-della-grande-illusione</a></div>
<p>Dopo il movimento antiglobalizzazione, i giovani e le giovani continuano a riempire le piazze, a contestare, a reclamare diritti e a mostrarsi “indignati”. Ci sono alcuni elementi comuni in questa nuova effervescenza sociale, tratti da una comune condizione materiale che subisce la crisi di più, almeno sul piano delle speranze, di altri soggetti sociali. La società della conoscenza ha fatto larghe promesse che ora non riesce a mantenere.</p>
<p>Appunti e note per una sinistra anticapitalista.</p>
<p>Da Seattle oramai sono passati tredici anni e il movimento antiglobalizzazione è in quella forma una pagina di storia. I giovani e le giovani continuano però a infiammare le piazze e a essere protagonisti in molteplici forme, vecchie e nuove, di conflitti, indignazioni di massa, processi di radicalizzazione, fenomeni elettorali con alcune caratteristiche comuni a quella esperienza. Lo stesso referendum vittorioso si inserisce in questa dinamica. Processi molto diversi che disvelano grandi potenzialità, contraddizioni e forme nuove di partecipazione e di percezione di sé. Dinamiche spesso veloci nella loro costruzione, travolgenti nella loro espressione, ma anche rapidissime nel loro apparente dissolvimento senza un lascito organizzativo che sarebbe stato lecito aspettarsi. Una soggettività atipica che merita una riflessione più profonda per indagare le possibili forme di una nuova soggettivazione di classe.</p>
<p>È l’intreccio tra crisi economica, ecologica e politica che può determinare l’affermarsi di nuove identità, frutto a loro volta di profondi sconvolgimenti sul piano socio-economico. Ma come vengono elaborati questi processi dai principali soggetti che ne sono al centro, come ad esempio le nuove generazioni? Sembra manifestarsi una crescente insofferenza verso l’ordine costituito attraverso differenti gradi di indignazione e mobilitazione: ci sono particolari figure sociali che stanno animando questi fenomeni?<br />
Domande complesse a cui è rischioso e difficile rispondere. In questo articolo proveremo a ragionare abbozzando solo alcune suggestioni analitiche con l’obiettivo di stimolare un’analisi e una risposta politica necessaria quanto urgente, consapevoli che i cambiamenti sul piano sia ideologico sia identitario sono la risultante di un complesso intreccio di fattori socio-economici e politici che in questa sede solo parzialmente proviamo a focalizzare.</p>
<p><strong>Una visione tecnocentrica</strong><br />
La rivoluzione capitalistica degli anni Settanta nasce dalla doppia risposta alla crisi del ʼ73-ʼ74 e all’ascesa del movimento operaio. La soluzione si è data sul piano economico, finanziario, tecnologico e ideologico. È su questo ultimo aspetto che vogliamo soffermarci. La costruzione del consenso a una ristrutturazione di tale portata è stata costruita a partire dall’utilizzo ideologico di alcune rivendicazioni emerse nei movimenti e nei tumulti che seguirono il Sessantotto.<br />
Il rifiuto dell’alienazione della fabbrica fordista, la libertà individuale, le rivendicazioni di mobilità sociale e i conflitti sulla formazione, il desiderio di liberazione delle donne, sono stati rielaborati e utilizzati dal capitale contro gli stessi soggetti che avevano osato sfidare la sua egemonia. Un’operazione facilitata ovviamente dal progressivo fallimento del socialismo reale e dalla conseguente perdita di credibilità di un’alternativa, una vittoria del mercato e della scienza occidentale dunque sulla grigia e stanca burocrazia statalista dell’Est…<br />
L’ideologia neoliberista associata alla nascente società della conoscenza si è potuta accreditare come via maestra capace di offrire flessibilità e autonomia dalla “fabbrica carcere” e dal lavoro ripetitivo. Il liberismo avrebbe rotto le vecchie burocrazie e gerarchie, la società della conoscenza avrebbe reso padroni del proprio destino e forti delle proprie capacità e professionalità i nuovi lavoratori del terziario, il toyotismo avrebbe reso partecipi e creativi persino i vecchi operai organizzati per team dentro la fabbrica snella e meritocratica, l’ingresso massivo delle donne nel mercato del lavoro veniva propagandato come l’ultimo atto di una parità oramai acquisita.<br />
La tecnologia assurgeva a centro della nuova terra promessa, capace di far divenire intelligenti anche le bombe della guerra del Golfo. Lo sviluppo di Internet disegnava la grande metafora di un mondo nuovo, più democratico, cosmopolita, capace di premiare le nuove idee e di sviluppare le capacità del singolo individuo fuori dalle pesantezze del secolo scorso. L’arricchimento dei nuovi guru dell’informatica alla Bill Gates, o di società come Yahoo e Google, rinverdiva progressivamente il vecchio sogno americano riproposto in salsa postmoderna.<br />
Erano gli anni Novanta, quando si annunciava la libertà dal posto fisso. Una libertà ancora una volta garantita dalla rivoluzione tecnologica che sempre più avrebbe richiesto lavoro qualificato e creativo, ad alta mobilità, dinamico e flessibile. Il lavoro astratto e dequalificato era materia da lasciare ai manuali di storia. Persino una certa cultura post-operaista sempre attenta ai cambiamenti rimaneva incantata dalle novità che stavano intervenendo semplificando oltremodo il quadro generale e di conseguenza i percorsi per affermare un’alternativa.<br />
La sinistra, invece, risultava incapace a darsi un orizzonte credibile di trasformazione, passava di sconfitta in sconfitta, perdendo credibilità, scivolando sempre più a destra, cooptata nel progetto liberista e sempre meno attraversata dai soggetti sociali e per questa via più incline a una profondissima burocratizzazione.</p>
<p><strong>Generazioni tra ideologia e realtà</strong><br />
<strong>La distanza tra aspettativa, in particolare delle nuove generazioni, e realtà è andata progressivamente aumentando con un ruolo decisivo della crisi economica e sociale di questi ultimi anni. Un esempio che rende visibile questo processo è la spinta alla formazione che ha mosso milioni di giovani verso l’università e la contemporanea evoluzione quantitativa delle professioni.</strong><br />
Gli studenti universitari iscritti alla fine del ciclo di lotte degli anni Settanta erano ancora inferiori al milione, seppur in crescita continua dagli anni Sessanta. Dopo una frenata negli anni Ottanta le immatricolazioni riprendono a salire nonostante il continuo de-finanziamento del sistema formativo e l’impoverimento delle famiglie con reddito da lavoro dipendente. Una spinta profonda dovuta alla convinzione che il futuro e la mobilità sociale risiedano nell’accesso alla società della conoscenza. Eppure erano gli anni in cui la disoccupazione dei laureati e il boom dei fuoricorso avrebbero dovuto incrinare alcune convinzioni. Il picco si raggiunge nel 2005 (sfiorando i 2 milioni) anno di un’inversione di tendenza significativa dovuta a un calo delle immatricolazioni negli anni precedenti. Dal ’90 a oggi oltre 6.5 milioni di giovani frequentano o sono passati all’università, oltre il 10 % dell’intera popolazione italiana collocata oggi nella fascia di età che va dai 19 ai 39 anni. Nei paesi Ocse le cifre sono maggiori. A questi andrebbero aggiunti coloro che hanno investito nella formazione professionale al di là degli atenei, a partire dalla formazione in campo informatico.<br />
Nel frattempo nell’evoluzione delle professioni non accadeva nulla di ciò che era stato ideologicamente prefigurato. Alla precarizzazione del mercato del lavoro e alla riduzione del salario si sommava una decisa crescita dei lavori dequalificati. E non solo in Italia. Come rilevato recentemente da Martin Ford nella classifica delle professioni americane al primo posto troviamo gli addetti alla vendita (4.374.230) seguiti dai cassieri (3.479.390), gli impiegati di ufficio (3.026.710), cuochi e addetti alla cucina (2.461.890), infermieri, manovali movimento terra, camerieri (sui 2.3 milioni ciascuno) addetti ai call center e pulitori (entrambe oltre i 2 milioni), ecc. Recentemente Krugman ha ripreso la tesi di Ford dalla pagine del New York Times spiegando come la macchina informatica riesca ad automatizzare lavori immateriali qualificati, mentre fa più fatica con vecchie professioni manuali come i camionisti, camerieri, cuochi e pulitori. Persino Richard Florida che da anni sottolinea l’ascesa di una nuova classe creativa non riesce con precisione a scorporarne la consistenza dalla ben più generica occupazione nei servizi.<br />
E ancora. In Italia nel 2006 su 24.7 milioni di occupati, 7 milioni sono impiegati nell’industria e nelle costruzioni, 1 milione nell’agricoltura, 4.5 nel commercio, alberghi e ristoranti, 1.2 in trasporti e magazzinaggio, 1.35 sono badanti o svolgono altre attività in famiglia, 1.6 sono impiegati nell’istruzione, 1.1 nei servizi sociali e personali. I famosi servizi alle imprese sono inseriti in una categoria che comprende le attività immobiliari e arriva a 2.9 milioni. Sanità e assistenza sociale e altre attività della pubblica amministrazione insieme arrivano ai 3 milioni. Dati che non danno proprio l’idea di un boom del lavoro qualificato e ricco di conoscenze. Andando in profondità questa sensazione aumenta. Ad esempio i tecnici informatici, in senso stretto, nel 2005 erano 266mila poco più dei baristi (235mila) mentre i collaboratori domestici (1.2 milioni) sono i primi nelle previsioni di crescita, seguiti al secondo posto dagli addetti non qualificati ai servizi di pulizia.</p>
<p>Il famoso terziario, quindi, è sempre meno avanzato e sempre più dequalificato. I giovani sono coloro che più hanno impattato queste nuove tendenze. Interessanti a questo proposito i dati dell’ultima indagine di Almalaurea. Tra i laureati, che rimangono una porzione minoritaria di chi ha frequentato l’università, dopo un anno dalla laurea i lavoratori in nero crescono oscillando tra il 6 e il 9% sul totale dei laureati occupati. Il reddito medio dei neo-laureati è in diminuzione costante e oscilla leggermente al di sotto dei mille euro. A tre anni dalla laurea 1 su 4 dichiara che non sa che farsene del proprio titolo e delle capacità acquisite, mentre solo il 21,8% ritiene centrale il proprio titolo per la sua attuale occupazione di cui una cospicua parte solo per necessità “formali”. Il 46% dei laureati di primo livello e il 36% del secondo livello fa lo stesso identico lavoro antecedente alla laurea. Inoltre va considerato che psicologicamente non è facile dichiarare “ho studiato per niente”, dunque queste stime possono considerarsi ottimiste. Parliamo di occupati, perché il 25% è semplicemente disoccupato.<br />
Sia chiaro, nella società italiana i laureati continuano ad avere maggiore occupabilità e un differenziale positivo di reddito, ma questa differenza è sempre più sottile e i nuovi laureati ci mettono sempre di più a trarre qualche vantaggio dalla propria formazione. Un vantaggio dovuto spesso al livello di inquadramento raggiunto piuttosto che alla qualifica del lavoro svolto.<br />
I tassi di disoccupazione e precarietà, particolarmente rilevanti se guardiamo al complesso dei e delle giovani, segnalano la dimensione di una condizione semplicemente opposta a quella che fu promessa per decenni.</p>
<p><strong>La percezione di sé</strong><br />
Come mai alcune tendenze come la minore utilità della laurea nella mobilità sociale (iniziata sul finire degli anni Ottanta) trovano riscontro nei comportamenti sociali (vedi il -13% nelle immatricolazioni tra il 2005 e oggi) solo dopo più di venti anni? Sicuramente l’università rimane una pur piccola speranza di salto qualitativo, ma c’è di più. Le ultime generazioni, anche al di là della formazione universitaria, hanno posticipato sempre più le proprie speranze dominate dall’ideologia della flessibilità e della società della conoscenza, atomizzati in un lavoro sempre più politicamente e socialmente frammentato. “Oggi faccio un lavoraccio, ma continuo a fare nuove esperienze, a formarmi con stages e master, specializzazioni e acquisizione di nuove abilità. Prima o poi il mio talento emergerà”. Questo pensiero è stato ed è molto comune dentro e fuori l’università. È ciò che ha messo in luce Richard Sennett ne L’uomo flessibile, dove dei giovani precari occupati in un forno semi-automatizzato, che rendeva ripetitivo un compito che un tempo avrebbe avuto bisogno di esperienza e conoscenza, si percepivano e si descrivevano come ceto medio e consideravano quel lavoro come transitorio. Transitorio verso il meglio, ma in realtà la stragrande maggioranza dei giovani americani quando cambia lavoro ne trova uno peggiore o pagato meno.<br />
Fino a quando si può fingere? <strong>Sulla soglia dei quarant’anni le cose cambiano e la trasmissione sociale degli esempi di chi non ce la fa può diventare particolarmente veloce in epoca di crisi.</strong><br />
Questa crisi ha ulteriormente contribuito a demistificare una sorta di nuova profezia, incentrata sul carattere aperto e collettivo della società della conoscenza, caratterizzata da un regime di abbondanza anziché di scarsità, di economia del dono e di volontariato, dove il primato della reputazione e della condivisione mettevano all’angolo le regole dello scambio commerciale e della necessità. Non solo. Attraverso la rete sembrava fosse possibile estrarre una logica pura del mercato fatta di competizione perfetta e non asimmetrica. Un approccio che aveva al centro una tecnica avulsa dal contesto socio-economico, che non faceva i conti con il ruolo magnetico dell’economia di mercato, la sua capacità, col tempo, di cambiare di segno alle novità che possono rimetterne in discussione i fondamenti. Assorbendo e manomettendo pratiche collaborative, riaffermando i soggetti vincenti e quelli perdenti. L’informatica in questi anni si è diffusa socialmente, è diventata sempre più orizzontale, presente nel lavoro come nel tempo libero delle persone, ma non per questo è stata meno devastante l’attuale crisi economica e sociale, sottostando alle consuete regole del mercato, dei profitti, dell’eccesso di accumulazione. Crisi di sovrapproduzione si sono affermate anche nella new economy, il lavoro non ha ridotto il suo tasso di ripetitività e di semplificazione che ha consentito una decisa immissione di precarietà-sostituibilità. La rivoluzione tecnologica, dunque, non è esterna alle più complessive dinamiche socio-economiche dominanti nella società contemporanea.</p>
<p><strong>L’ideologia contro se stessa</strong><br />
Esiste un settore dai contorni certamente sfumati che cerca un nuovo protagonismo e che dà vita a nuove e inedite dinamiche sociali. L’ideologia della società della conoscenza è il punto di rottura, ma anche di partenza della nuova insofferenza di massa, dell’elaborazione di chi non ce la fa.<br />
Ecco che la rivendicazione parte dal reclamare esattamente quella società che non è stata realizzata. Una società che la tecnologia, le capacità, la conoscenza e la meritocrazia possono veramente rendere ecologica, democratica, ricca e liberata dall’alienazione del lavoro ripetitivo e comandato. Una società che viene rivendicata come possibile qui e ora, che non passa tanto per una rottura economica e dei rapporti sociali capitalistici, ma per una rottura con le norme, le corporazioni, le caste e le cricche (non a caso fenomeni editoriali) che impediscono il suo avvento quasi naturale. Una sorta di sogno negato che cerca se stesso riproponendosi in forme conflittuali. Se guardiamo ad alcune dinamiche comuni a fenomeni sociali diversi troviamo alcuni esempi contraddittori di questo lungo processo, della sua elaborazione, nelle sue potenzialità e nelle sue problematicità. La rete diviene oltre che una metafora di questo vissuto, anche luogo di esperienza concreta, di percezione di sé, addirittura di cambiamento delle attitudini cognitive per milioni di giovani e meno giovani, sintesi estrema di una realtà virtuale che non coincide con la vita, sia quando navighiamo che quando lavoriamo o studiamo. La rete non era anche il simbolo di un’orizzontalità comunicativa e democratica?<br />
Per anni il dissenso si è manifestato attraverso movimenti dal modesto, se non addirittura inesistente, tasso di aggregazione e consolidamento. Tale fenomeno oltre che essere il risultato di una frammentazione e vaporizzazione dei legami sociali, delle scelte soggettive e delle sconfitte del movimento operaio, è stato anche il frutto di una certa ideologia della società della conoscenza che per anni ha annunciato come la connettività di Internet con la sua leggerezza coniugata con una certa capacità a saper “esserci” attraverso il cyberspazio era in grado di dare vita a un sistema più aperto e democratico dove tra l’individuo e la scelta da assumere non vi fosse intermediazione, ma neppure conflitto per il raggiungimento di un obiettivo. Dove la novità dello sharing (condivisione) e del peering (alla pari) venivano presentati come elementi di una palingenesi eccessivamente totalizzante, senza contraddizione alcuna. Come se l’antagonismo tra soggetti, classi, dispositivi di potere non esistesse. Lo strumento tecnico diventava la nuova pietra filosofale per la costruzione di una nuova ingegneria sociale e politica. La democrazia, la libertà, la giustizia sociale invece necessitano per la loro affermazione della fatica della partecipazione, dell’elaborazione comune, di un conflitto che nel suo svilupparsi riaggrega, trasforma, incalza i soggetti coinvolti. A questo proposito la rivendicazione e la pratica di una democrazia radicale, le assemblee interminabili degli indignados spagnoli, il rifiuto delle burocrazie, la voglia di sperimentarsi con forme atipiche di organizzazione sono forse il portato più importante e più ricco di potenzialità che attraversa una generazione e forse di più, che pone al centro una nuova pratica collettiva. Il rifiuto della burocrazia e di una democrazia rappresentativa può prendere la direzione di un rifiuto qualunque della politica, ma anche una nuova soggettivizzazione politica che abbia al centro l’idea dell’autorganizzazione e di nuove forme di democrazia diretta. Le stesse mobilitazioni nel mondo arabo parlano di Internet come di un’infrastruttura delle sollevazioni utilizzata dalle nuove generazioni, come dai sindacati illegali, non certo come dell’elemento risolutore.<br />
Il problema resta, democrazia, antiburocrazia, ma anche insofferenza verso le forme permanenti di organizzazione anche al di là dei partiti. La leggerezza del web, l’individuo al centro che naviga linkando compulsivamente da una pagina all’altra sembra riproporsi parzialmente anche come pratica sociale di aggregazione. Maggiore comunicazione, più conoscenti, maggiore velocità, ma meno profondità nelle relazioni, molte delle quali si possono interrompere cliccando su spegni. La generazione del flash mob, del grande evento, descrive un universo di immagini forzate e forse un po’ astratte, ma che ci dicono qualcosa di alcune caratteristiche dei soggetti che hanno attraversato i controvertici, e le piazze di questi ultimi anni. Un’onda, molto emotiva, non troppo organizzata, molto radicale.<br />
<strong>L’assenza di forme intermedie e permanenti di strutturazione di questa radicalizzazione è forse la caratteristica più complessa e problematica.</strong> Non è un caso che anche il piano elettorale a volte divenga terreno di manifestazione dello stesso disagio, l’importante è che il candidato sia appunto esterno alla burocrazia, alla corruzione che blocca il merito e la razionalità tecnologica che non ha bisogno di politica. Un po’ come Facebook e Google, nate nell’ideologia dell’apertura, dell’orizzontalità e del gratuito, e oggi nuovi monopoli del web e della comunicazione. Il populismo della rete trova alcune similitudini con il populismo politico. Il riaffermarsi di un personalismo politico è un termometro di questa tendenza. Ecco che Grillo, De Magistris, Pisapia e lo stesso Vendola, in forme diverse, possono apparire come “uno di noi” e in fondo anche il berlusconismo e la Lega nord hanno beneficiato a tratti della stessa dinamica.<br />
La meritocrazia è un tasto importante di una parte di una generazione che vede negate le proprie aspirazioni perché crede semplicemente non venga riconosciuto il proprio merito. Per noi la meritocrazia ha un senso solo se viene dopo l’uguaglianza, il nuovo capitalismo nega però sempre più il merito, tende a trasformarsi in rendita guidata da una nuova aristocrazia. Un sentimento che può saldarsi con l’uguaglianza o negarla.</p>
<p>Abbiamo provato in questi appunti a descrivere alcune dinamiche che riguardano, come ampiamente segnalato, un settore e non il tutto della classe. <strong>Un settore dinamico, al “margine”, ma effervescente, forse il settore che più di altri paga la crisi e che più di altri può divenire avanguardia di fenomeni sociali di ricomposizione e nuova soggettivazione.</strong> Un settore non immediatamente anticapitalista, ma che pone rivendicazioni e aspirazioni certamente contraddittorie, ma non proprio compatibili con l’evoluzione di un capitalismo sempre più lontano dall’ideologia che aveva propagandato. Non è un caso che la piattaforma degli indignados sia evoluta rapidamente verso una direzione altamente condivisibile. Che fare? Crediamo che questa domanda meriti una riflessione collettiva che questo articolo prova solo a stimolare. La premessa d’obbligo è navigare in questo mare, valorizzarne gli aspetti e gli spazi di aggregazione (università, scuole, luoghi di lavoro, rete…) di maggiore potenzialità, che possono evolvere sul terreno anticapitalista, immaginare contenuti e forme organizzative che tengano conto di quanto abbiamo provato a descrive, immaginare nuovi punti di alleanza tra settori di classe diversi. Solo da questa molteplicità si può ripartire. Una nuova sinistra anticapitalista deve nascere dentro questa complessità.</p>
<p><em>* Autori del libro <strong>Capitalismo tossico</strong> con postfazione di Riccardo Bellofiore, Edizioni Alegre, Roma, luglio 2011.</em>
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		<title>Occupy Everything! La lezione di Oakland</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 11:48:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>lance</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Aggiorniamo il sito con una rassegna di tre articoli sul movimento Occupy. Nello specifico sullo sciopero generale precario indetto da Occupy Oakland. Una forma di mobilitazione che subito ha aperto dibattiti e costruito immaginari qua in Europa, per quanto a ciò non sia seguita una concretizzazione locale della cosa. La radicalità dello sciopero di Occupy Oakland trova sicuramente spiegazione nelle caratteristiche di una delle città più radicali degli Stati Uniti: il Black Panthers Party for the self defense negli anni sessanta, i blocchi dei sindacati autonomi dei portuali per la guerra in Iraq, le sottoculture sempre all&#8217;avanguardia che attraversano la città.</p>
<p>Nonostante il territorio particolarmente fertile di Oakland per lo sprigionarsi di una certa radicalità d&#8217;azione, quello sciopero cittadino generalizzato pone domande ancora insolute nel nostro paese. Domande ancor più impellenti dopo i blocchi stradali degli ultimi giorni.</p>
<p>Se da un lato abbiamo gigantesche sigle sindacali confederali incapaci di rifiutare la complicità con Confindustria e approcciarsi a forme più radicali ed efficaci di sciopero, dall&#8217;altro abbiamo una lotta degli autotrasportatori, che sì ha bloccato il paese, ma sembra una serrata dei padroncini più che uno sciopero generalizzato.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/occupy-oakland1.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18510" title="occupy-oakland" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/occupy-oakland1-300x204.jpg" alt="" width="300" height="204" /></a></p>
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<p><strong><em>Il Futuro di Occupy</em></strong></p>
<p>7/11/11</p>
<p>di Felice Mometti</p>
<p>da <a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/news/il-futuro-di-occupy">http://ilmegafonoquotidiano.it/news/il-futuro-di-occupy</a></p>
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<p>Negli Stati Uniti il movimento è già in una fase nuova e si interroga sulle sue prospettive. Che sono quelle del radicamento e della democrazia</p>
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<p>In un lungo articolo sul <strong>New York Times di domenica 6 novembre</strong> si tenta un bilancio di 50 giorni di occupazione di Zuccotti Park. La tesi di fondo è che il movimento Occupy Wall Street si trovi a un bivio importante con l’approssimarsi dell’inverno data la sua composizione sociale e quindi la sua capacità di resistenza. Secondo il quotidiano newyorkese, da sempre termometro degli umori interni al partito democratico, questo movimento senza leader riconosciuti, senza una prospettiva politica chiara con una composizione degli attivisti formata da studenti, veterani di guerra e senza fissa dimora ha fatto il suo tempo. Il messaggio è stato compreso, ora bisogna lasciare spazio alla “politica vera”. <strong>La descrizione caricaturale di Occupy Wall Street</strong>, in sintonia con le dichiarazioni degli ultimi giorni del sindaco Bloomberg che per l’ennesima volta ha evocato lo sgombero della piazza, è il sintomo che si stanno esaurendo gli spazi di mediazione tra il movimento e l’establishment politico-istituzionale. La scorsa settimana, senza grandi clamori, è continuata quella sorta di repressione a bassa intensità portata avanti dalla polizia. E’ stata permessa un’organizzazione più strutturata della piazza occupata con tende stabili per la cucina, il pronto intervento, il media center ma sono <strong>stati sequestrati i generatori di energia elettrica</strong>. L’atteggiamento della polizia a Zuccotti Park è un po’ meno aggressivo ma ogni volta che ci sono iniziative al di fuori della piazza scattano subito gli arresti com’è successo giovedì scorso, 25 arresti, davanti alla banca d’affari Goldman Sachs sotto processo per truffa ai risparmiatori e sabato durante il presidio davanti alla banca JP Morgan, 15 arresti. In realtà i problemi che deve affrontare Occupy Wall Street, ma che possono essere estesi anche alle occupazioni nelle varie città, sono altri rispetto a quelli sollevati dal New York Times e <strong>riguardano i rapporti con i sindacati, con le comunità afroamericana e latina di Harlem e del Bronx e l’organizzazione politica del movimento.</strong></p>
<p>I gruppi dirigenti nazionali dei grandi sindacati, soprattutto <strong>dopo la riuscita dello sciopero generale di Oakland, </strong>mostrano sempre più preoccupazione e alternano dichiarazioni formali di sostegno al movimento alla riaffermazione decisa del proprio ruolo. Il movimento, dicono in sostanza, deve occuparsi delle questioni generali contro lo strapotere del capitale finanziario e suscitare il giusto sdegno etico e morale per le malefatte perpetrate ai danni dei cittadini. Non deve varcare il limite della piazza e riversarsi sui territori o ancor peggio nei luoghi di lavoro. <strong>Si teme il contagio soprattutto delle forme di democrazia diretta </strong>e di una conflittualità estesa non controllabile e disciplinabile. Di natura diversa sono le difficoltà di diffusione del movimento nelle aree metropolitane popolate dalle comunità afroamericane e latine. New York può senza alcun dubbio esser presa come esempio di riferimento.<br />
Le assemblee tenute ad Harlem e nel Bronx non hanno avuto effetti significativi al di là della ricostruzione dei rapporti con le associazioni di base di quei quartieri che da decenni si battono contro le discriminazioni e la drastica riduzione del welfare. L’idea di riprodurre le stesse modalità di azione e partecipazione che vanno bene a Zuccotti Park ad Harlem e nel Bronx, dove la crisi e le politiche di austerità bipartisan stanno devastando l’intero tessuto sociale, non trova sufficienti attenzioni per innescare il conflitto sociale come se la dimensione dei problemi fosse altra e di natura diversa. Venerdì scorso è stato costituito <strong>lo Spoke Council di Occupy Wall Street</strong> dopo discussioni durate parecchi giorni. Una sorta di consiglio dei portavoce – che ruotano ad ogni riunione- dei vari gruppi di lavoro, circa una settantina, che dovrebbe alternarsi, tra volte alla settimana, all’assemblea generale. E’ stata data, sull’esempio di Occupy Oakland, un’interpretazione un pò più elastica del metodo del consenso per assumere le decisioni, <strong>ora serve l’accordo del 90% dei portavoce</strong>, ed è iniziata una discussione sulla natura politica del movimento.</p>
<p>Lo sciopero di Occupy Oakland ha nei fatti imposto <strong>un’accelerazione a tutto il movimento dal punto di vista politico</strong>. La decisione, dopo lo sciopero, dell’assemblea generale di Oakland di lanciare una campagna di occupazione di case e edifici vuoti che appartengono all’amministrazione locale, alle banche e alle società finanziarie per aprire degli spazi pubblici di iniziativa e partecipazione, per dare una casa a coloro i quali è stata pignorata, per avere dei luoghi di socialità non mercificati va nella direzione di articolare territorialmente gli obiettivi e la lotta pur mantenendo il carattere generale di opposizione al sistema capitalistico in quanto tale. I collettivi degli studenti delle principali Università di New York hanno lanciato <strong>dal 14 al 21 novembre una settimana di mobilitazione, che vedrà nel 17 novembre la giornata di azione generale</strong> in tutta la città insieme a Occupy Wall Street; da come sarà costruita quella giornata, che tipo di esito avrà e quali connotazioni assumerà la dimensione politica del movimento influirà un bel po’ sul futuro di un’esperienza che potrebbe far scricchiolare il centro dell’Impero.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/oakland-17-large.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18514" title="oakland-17-large" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/oakland-17-large-300x159.jpg" alt="" width="300" height="159" /></a></p>
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<p><strong><em>Occupy coast to coast</em></strong></p>
<p>25/11/11</p>
<p>di Felice Mometti e Michele Cento</p>
<p>da <a href="http://ilmegafonoquotidiano.it/news/occupy-coast-coast">http://ilmegafonoquotidiano.it/news/occupy-coast-coast</a></p>
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<p>Da New York a Oakland, dopo il successo del 17 novembre &#8220;il movimento occupy&#8221; entra in un&#8217;altra fase del suo sviluppo. Il 28 novembre sciopero degli studenti in California e poi il 12 dicembre nuovo sciopero a Oakland</p>
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<p>Il successo della giornata del <strong>17 novembre a New York</strong>, assedio alla Borsa al mattino, studenti nelle strade al pomeriggio e <strong>più di 30 mila persone in piazza la sera,</strong> è in larga parte dipeso dalla capacità di <strong>Occupy Wall Street</strong> di tradurre l’ampio consenso di cui gode in mobilitazione sociale. Tuttavia, il sostegno – secondo i sondaggi – della maggioranza dei newyorchesi non è sufficiente se tale meccanismo di accumulazione del consenso rimane a livello di opinione pubblica e non diventa possibilità concreta di inceppare i meccanismi della riproduzione dei rapporti sociali.<br />
In altri termini, occorre chiedersi se OWS sia in grado o meno di costruire connessioni tali da produrre rotture nell’ordine sociale, anche quando l’onda emotiva innescata dallo sgombero si è ormai esaurita. La proposta, avanzata dal “gruppo di Azione diretta” subito dopo il 17, di <strong>occupare sette tra edifici e piazze sparsi per la città </strong>costituiva un ulteriore segnale in direzione di un superamento dei confini ormai stretti di Zuccotti Park. L’obiettivo non era tanto quello di delimitare spazi, quanto piuttosto quello di attivare nuovi focolai di disordine da cui il virus di Zuccotti si sarebbe dovuto diffondere. Un virus pericoloso per la salute del capitale e dell’establishment politico-istituzionale, proprio per la sua capacità di contagiare i gruppi che oggi pagano maggiormente i costi della crisi. In questo senso, si poteva scorgere una spinta verso una definitiva radicalizzazione del movimento, espiando dunque il peccato originale della semplice rappresentazione del conflitto.</p>
<p>Purtroppo, <strong>le difficoltà logistiche prodotte dallo sgombero</strong> così come la costante repressione della polizia hanno per il momento impedito il dispiegarsi della protesta. Anche l’occupazione di alcuni locali dell’Università New School, che puntava a innescare un cortocircuito nel sistema dell’istruzione statunitense, creando uno spazio pubblico in un’università privata, non ha avuto gli effetti sperati scontando la frammentazione e la divisione dei collettivi studenteschi.<br />
Se lo sgombero ha rinvigorito Occupy Oakland, su OWS sembra non aver avuto lo stesso effetto. Certo, <strong>Oakland ha superato vittoriosa il battesimo del fuoco dello sciopero generale del 2 novembre</strong>, mentre forse OWS ha pagato la scelta minimalista di reagire allo sgombero con una semplice manifestazione di solidarietà. Cosa che ha certamente catalizzato l’indignazione dei liberal newyorchesi verso il sindaco Bloomberg, ma non ha incanalato lo scontento sociale delle comunità ispaniche e afroamericane, che pure alla manifestazione del 17 novembre erano presenti in massa, verso forme di azione diretta. Per parafrasare un vecchio sociologo sui generis, OWS ha peccato di “crisi di immaginazione rivoluzionaria”.</p>
<p>Ma non è solo questo. <strong>La manifestazione dei 30mila nella serata del 17 è stata soggetta ad un controllo rigido da parte dei sindacati</strong>, tanto da impedire il blocco totale del ponte di Brooklyn suscitando una notevole insofferenza in ampi settori di movimento. La dichiarazione pubblica, dei gruppi dirigenti sindacali, di sostegno alla rielezione di Obama fatta il giorno prima della manifestazione ha pesato moltissimo. Sembra cioè che il rapporto con i sindacati si stia tramutando da elemento di amplificazione del movimento a gabbia per la messa in campo della conflittualità sociale.<br />
Con ciò non si vuole dire che OWS abbia perso il suo slancio antagonista. Anzi, proprio per riaccumulare la forza e la credibilità incrinate in questi ultimi giorni, ha messo in cantiere almeno un paio di iniziative rilevanti. In primo luogo, <strong>ha convocato per il 6 dicembre una giornata nazionale di sit-in</strong> nei quartieri dove più alta è la percentuale di sfratti e pignoramenti di abitazioni. In tal modo, OWS punta a toccare un nervo scoperto della società americana ai tempi della Grande Recessione. La crisi economica ha infatti mostrato il suo volto più duro ai titolari di mutui subprime, che, una volta dichiarati insolventi, si sono ritrovati senza un tetto a causa dell’azione repressiva delle banche. Quelle stesse banche per cui il governo americano ha sborsato cifre astronomiche proprio per evitarne l’insolvenza. Ecco allora il duplice senso dell’iniziativa di OWS: da un lato, un’azione concreta a favore di ampi settori della società americana situati tra le classi medio-basse, dall’altro mettere in evidenza le contraddizioni e le storture di questo capitalismo a trazione finanziaria.<br />
<strong>Un nuovo e interessante tentativo di connessione proviene poi da El Barrio</strong>, lo storico quartiere ispanico di East Harlem dove è attivo Encuentro, un gruppo persone di colore di ogni orientamento sessuale ed età, con una forte presenza di lavoratori e migranti. Da anni El Barrio è sottoposto a un processo di <em>gentrification</em>, che punta a riconfigurare peculiarità socio-culturali e costo della vita del quartiere per adeguarlo agli standard della middle class bianca. Tale processo sta mettendo a dura prova la resistenza dei latinos, che, più in generale, osservano quotidianamente il potere violento del capitale distruggere la loro comunità, a partire proprio dalle procedure di sfratto. Pertanto, Encuentro ha proposto a OWS di unire gli sforzi contro le dinamiche di sfruttamento e di subordinazione perpetrate dal capitale globale, costruendo un tessuto connettivo tra le molteplici istanze che attraversano sia il movimento sia la comunità di East Harlem.<br />
Entrambe le iniziative possono ridare nuova linfa a OWS e un nuovo slancio radicale.</p>
<p>Tuttavia, una rinnovata fase di lotta può essere costruita solo tramite una più stretta connessione con i movimenti Occupy della West Coast, dove l’epicentro della protesta sembra essersi spostato. Occupy Oakland, grazie anche alla sua particolare composizione sociale e ad una soggettività politica decisamente più marcata rispetto alle altre esperienze, dopo <strong>lo sciopero generale ha lanciato per il 12 dicembre una giornata di blocco di tutti i porti della costa oves</strong>t coinvolgendo nel coordinamento dell’iniziativa le occupazioni di Los Angeles, San Francisco, Portland. <strong>Gli studenti dell’Università della California di Sacramento hanno indetto uno sciopero generale per il 28 novembre contro i tagli all’istruzione</strong> fatti dal governo e il vertiginoso aumento delle tasse universitarie, con l’obiettivo di generalizzarlo anche negli altri 10 campus dell’Università della California compreso Berkeley. Le occupazioni di Seattle, Tacoma, Bellingham, Everett si sono mobilitate per sostenere i lavoratori, in grande maggioranza precari, della sede di Renton della Wal-Mart la più grande catena commerciale del mondo, nella loro lotta contro un tasso di sfruttamento e una mancanza di diritti elementari che ricordano i tempi della prima rivoluzione industriale.<br />
Questo sommovimento generale che sta investendo la West Coast apre una fase nuova in tutta la galassia Occupy negli Stati Uniti dimostrando ancora una volta che i tempi e i luoghi della conflittualità dei movimenti sono imprevedibili, non controllabili una volta che l’insorgenza collettiva rompe i dispositivi del discorso dominante. Questo anche e forse soprattutto nel cuore del sistema capitalistico.</p>
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<p><a href="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/oakland-19-large.jpg"><img class="aligncenter size-medium wp-image-18516" title="oakland-19-large" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2012/01/oakland-19-large-300x191.jpg" alt="" width="300" height="191" /></a></p>
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<p><strong><em>Imparare da Oakland, spostare sul porto il fronte della precarietà</em></strong></p>
<p>Michele Cento</p>
<p>da <a href="http://connessioniprecarie.org/sconnessioni-precarie-globali/sciopero-precario-imparare-da-oakland/imparare-da-oakland-7-spostare-sul-porto-il-fronte-della-precarieta/">http://connessioniprecarie.org/sconnessioni-precarie-globali/sciopero-precario-imparare-da-oakland/imparare-da-oakland-7-spostare-sul-porto-il-fronte-della-precarieta/</a></p>
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<p><em>In Italia il processo di costruzione dello sciopero precario sembra attraversare una fase di ripensamento e di solitudine. Precarie, migranti e operai sembrano quasi spaventati di fronte alla possibilità enorme che avevano appena scoperto di avere. Il compito che si sono dati nei mesi passati appare solo in controluce all’interno della costruzione di eventi, della ricerca di visibilità mediatica e della lunga rielaborazione del 15 ottobre. Eppure le vicende statunitensi del movimento </em>Occupy<em>mostrano che connessione e critica producono effetti significativi proprio sul fronte dello sciopero precario. La connessione imprevista delle figure del lavoro sociale consente di aggirare e mettere in scacco un’organizzazione del lavoro della quale il sindacato è parte integrante paradossalmente anche quando organizza la lotta per miglioramenti salariali e normativi. Di questa organizzazione del lavoro oggi noi vediamo la riproposizione fuori tempo massimo, ma non per questo meno gravida di futuro, nel modello Marchionne, nel collegato lavoro e nella sempre silenziosamente riconfermata legge Bossi/Fini. Essa però è destinata a trovare il suo nemico fondamentale proprio nella pratica dello sciopero precario. Anche la rappresentazione del lavoro sociale come figura unitaria è parte della sua precarizzazione, perché ne mantiene intatta la frammentazione e impedisce l’accumulazione di forza politica che si potrebbe invece produrre attraverso la connessione delle sue diverse figure. Precarizzare e frammentare sono perciò le parole d’ordine dell’organizzazione del lavoro contemporaneo. Questi sono di conseguenza anche i processi che il movimento</em>Occupy<em> a Oakland e dintorni sta cercando felicemente di contrastare. L’opera di connessione di lavoratori migranti e non è ancora più essenziale negli Stati uniti dove, nonostante sia ormai da decenni un dato costitutivo dell’organizzazione del lavoro, la presenza di forza lavoro migrante in tutti i luoghi di lavoro corrisponde a una gerarchia ferrea e quasi invalicabile in termini di salari e di servizi. Su questo terreno precarizzazione e frammentazione sono la forma di una integrazione socialmente inesistente, ma economicamente </em>low cost<em>. La connessione nuova di precarie, migranti e operai impone perciò la critica pratica delle strutture sindacali esistenti. Spostare sul porto il fronte della precarietà svela gli effetti sociali dell’egemonia del capitale finanziario, mentre mette a nudo la crisi forse definitiva dell’organizzazione contemporanea del lavoro. Lo sciopero precario è uno sciopero politico se mette in discussione i rapporti di forza – ovvero i rapporti politici – che impongono la precarizzazione del lavoro. Lo sciopero precario è tale sia per le figure del lavoro che mette in movimento sia per l’assenza di un modello sindacale certo al quale fare riferimento. La precarietà impone così di ripensare alla radice l’organizzazione sindacale del conflitto di classe. E su questo passaggio inevitabile dovremo tornare sempre più spesso nei prossimi mesi, superando le nostre paure e facendo della nostra riflessione non una pausa, ma una costante pratica collettiva. </em></p>
<h3><strong>Fermare Wall Street sul fronte del porto</strong></h3>
<p>Michele Cento</p>
<p>Neanche fosse il miracolo di San Gennaro, il blocco del porto di Oakland è riuscito ancora una volta. Senza però scomodare i santi, il successo di Occupy Oakland è dipeso piuttosto dalla sua capacità di <strong>aggregare i vari movimenti Occupy della West Coast e di trasformarli in canali della rabbia sociale che monta nel mondo del lavoro americano</strong>. Certo, i numeri della protesta sono stati inferiori a quelli del tutto inattesi dello sciopero generale del 2 novembre, così come le resistenze del sindacato, soprattutto a livello nazionale, hanno indebolito l’iniziativa di Occupy Oakland. Ci sono stati anche momenti di tensione con alcuni autotrasportatori sindacalizzati, che temevano di non poter portare a casa la paga giornaliera, ma i portuali hanno aderito in massa al blocco del porto e lo hanno fatto, sia pure in misura diversa, nelle principali città della West Coast.</p>
<p><strong>Il dato inedito dello sciopero del 12 dicembre è infatti quello di aver rotto la pratica delle azioni isolate, lanciando un’iniziativa coordinata per bloccare i porti della costa occidentale</strong>. Numerose le adesioni: oltre ad Oakland, hanno partecipato, tra gli altri, Los Angeles, Seattle, Portland, Houston, San Diego, Vancouver, mentre Denver e New York hanno organizzato iniziative in solidarietà con Oakland. L’obiettivo era rispondere agli sgomberi che hanno colpito uno dietro l’altro i principali Occupy del paese, in seguito a una strategia concertata – in maniera del tutto <em>bipartisan</em>– dalle amministrazioni cittadine Usa. Come era già successo nello sciopero generale del 2 novembre, <strong>la difesa delle occupazioni nate per combattere gli apprendisti stregoni di Wall Street si è saldata con forme di lotta a favore dei lavoratori, nella convinzione che il potere oscuro della finanza poggi sempre e comunque sullo sfruttamento del lavoro</strong>. E non a caso gli obiettivi dichiarati del blocco del porto sono l’EGT, multinazionale dell’agro-business in procinto di licenziare 4000 membri dell’International Longshoremen and Warehouse Union (ILWU, sindacato dei portuali) a Longbeach, e l’SSA Marine, operatore marittimo controllato da Goldman Sachs che a Los Angeles ha licenziato 26 autotrasportatori che vorrebbero formare un sindacato. <strong><em>Shut Down Wall Street on the Waterfront</em> (Fermare Wall Street sul fronte del porto), come recita lo slogan del volantino di Occupy Oakland, sintetizza questa consapevolezza</strong>.</p>
<p>La solidarietà espressa ai lavoratori nel documento che lanciava il blocco del 12 dicembre è d’altronde qualcosa di più di una semplice attestazione di vicinanza. È il tentativo di rappresentare le istanze del lavoro in una nazione dove il continuo smantellamento dei diritti dei lavoratori ha indebolito fortemente il sindacato e la sua capacità di lotta. Elemento, quest’ultimo, che emerge molto bene dalle forme con cui è stato attuato il blocco del porto di Oakland. <strong>La clausola contrattuale che impedisce ai membri dell’ILWU di scioperare, se non su precise vertenze contrattuali, ha di fatto delegato a Occupy Oakland il compito di mettere a segno la protesta</strong>. Sono gli attivisti del movimento, infatti, a formare il picchetto di fronte ai cancelli dei terminal portuali, dal momento che un eventuale coinvolgimento dei lavoratori comporterebbe una violazione del contratto e possibile ripercussioni sul sindacato e sugli stessi lavoratori. A dimostrazione della connessione tra Occupy Oakland e i portuali, questi ultimi hanno rispettato il picchetto in attesa dell’arrivo dell’<em>arbitrator</em>, figura preposta a stabilire se i portuali avrebbero potuto lavorare in condizioni di sicurezza. Come previsto, la presenza dei picchetti ha indotto l’<em>arbitrator</em> a pronunciarsi in favore dei lavoratori, ai quali è stato dunque consentito di tornare a casa con l’ovvia conseguenza della paralisi del porto.</p>
<p><strong>La flessibilità di Occupy Oakland, il suo eccedere le pratiche istituzionalizzate, gli ha permesso cioè di incunearsi tra le pieghe della severa legislazione sul lavoro e di sfruttarle a proprio vantaggio</strong>. Cosa che il sindacato, intrappolato dal Taft-Hartley Act (la legge del 1947 che regola in maniera restrittiva l’attività sindacale) e dal suo ruolo di gregario del partito democratico, non sembra più in grado di fare.</p>
<p>E non a caso l’iniziativa di Oakland ha sollevato un dibattito tra i movimenti Occupy e le unioni sindacali. Subito dopo il lancio dell’iniziativa, la direzione nazionale dell’ILWU aveva infatti condannato lo sciopero di Oakland perché metteva in pericolo le trattative per il salvataggio dei posti di lavoro a Longbeach. Ma più di ogni altra dichiarazione ufficiale pesano le parole di Bob McEllrath, leader nazionale dell’ILWU, “solo i membri dell’ILWU o i suoi rappresentanti possono autorizzare azioni da parte dei lavoratori”. <strong>In altri termini, McEllrath rivendica al sindacato un monopolio dello sciopero, in quanto arma politica che evidentemente non viene usata a favore dei lavoratori, ma solo gelosamente custodita come strumento di potere per reclamare posizioni pubbliche</strong>. Il fatto di tenerla sempre nella fondina e di non sfoderarla – se non raramente – li fa apparire come leader responsabili e al tempo stesso progressisti, cosa che piace tanto ai democratici. Il fatto è che, soprattutto a livello nazionale, i leader sindacali, e l’ILWU non fa eccezione, si comportano come “manager del malcontento”, impegnati a non violare la “santità” del contratto e sempre disposti a sedare la rabbia dei lavoratori, che vengono sacrificati sull’altare delle alleanze politiche e del <em>team concept</em>, un’espressione “very cool”<em> </em>che nient’altro significa se non vendersi al datore di lavoro. <strong>D’altronde, in occasione dello sciopero dei migranti del primo marzo, anche i sindacati italiani avevano affermato lo stesso monopolio dello sciopero. Dimenticandosi però di scioperare. Per la serie: tutto il mondo è paese e ognuno ha la sua croce</strong>. Ma qui, come oltre oceano, nonostante timori e difficoltà, precari, migranti e operai hanno già mostrato di sapere come muoversi tra le strette maglie sindacali.</p>
<p><strong>Fortunatamente il quadro sindacale americano presenta posizioni più sfumate, soprattutto se dal livello nazionale passiamo a quello <em>local</em></strong>. Dan Kaufmann, leader della Local 21 dell’ILWU di Longbeach, ha sostenuto pubblicamente lo sciopero del 12 dicembre, tenendo un discorso di ringraziamento a Grant Plaza, sede dell’<em>acampada</em> di Oakland. Le dirigenze di altre <em>local </em>hanno assunto invece atteggiamenti più circospetti e, almeno sul piano dell’ufficialità, hanno negato l’<em>endorsement </em>al blocco del porto, senza tuttavia condannarlo come ha fatto il leader nazionale.</p>
<p>Se ancora una volta si deve sottolineare la dialettica tra livello nazionale e livello <em>local</em>, che in qualche modo erode le rigidità di una struttura sindacale troppo centralizzata avvicinandola alle istanze dei lavoratori, <strong>occorre anche sottolineare che Occupy Oakland punta a far saltare la logica stessa della rappresentanza sindacale</strong>. La strada battuta dal movimento di Oakland punta infatti a costruire un legame diretto con i lavoratori, sindacalizzati o meno che siano, aggirando l’intermediazione della leadership sindacale. Lo si è visto nell’opera di volantinaggio e di persuasione che gli attivisti di Oakland hanno fatto nelle fermate dei treni dei pendolari e davanti ai cancelli del porto. Ma lo si vede anche quotidianamente nelle assemblee di Occupy Oakland, popolate stabilmente da molti lavoratori, anche sindacalizzati. Interrogato in merito al rapporto con il sindacato, Boots Riley, ormai riconosciuto come figura di punta di Occupy Oakland, ha dichiarato che l’obiettivo di quest’ultimo è di accogliere e organizzare la base sindacale e, più in generale, tutti i lavoratori per spingerli alla conflittualità sociale, nella consapevolezza che il sindacato sta esaurendo il suo ruolo storico. In altri termini, se il CIO nacque per “organizzare i non organizzati”, Occupy Oakland sembra porsi l’obiettivo ambizioso quanto visionario di “politicizzare sindacalizzati e non sindacalizzati”. Ovvero<strong>riconoscere che le lotte quotidiane per il lavoro non sono dirette solo alla conquista di un salario più alto, ma sono lotte di potere</strong>. Perché solo attaccando le gerarchie di forza all’interno del luogo di lavoro si possono acquisire nuovi diritti e nuove conquiste materiali.</p>
<p><strong>Per comprendere meglio tale prospettiva, occorre guardare alla vicenda degli autotrasportatori, in solidarietà dei quali Oakland ha indetto il blocco dei porti</strong>. Inquadrati come <em>independent contractors</em>, come cioè se si trattasse di “padroncini”, questi autotrasportatori che lavorano per SSA Marine non possono aderire al sindacato dei Teamsters né formarne uno proprio. L’inquadramento non deve però trarre in inganno: in larga maggioranza ispanici, sono autotrasportatori “proletari” al pari degli altri, o, meglio, più precari degli altri. Non sono infatti pagati a ore ma a numero di carichi e scarichi effettuati, nonostante lavorino in media 60 ore settimanali. Da tempo combattono una battaglia per lavorare in condizioni umane e sotto tutela sindacale, ma finora hanno ottenuto solo 26 licenziamenti. Impossibilitati a ricorrere all’aiuto dei Teamsters, hanno cercato la spalla dei movimenti Occupy, perché, come si legge nel loro comunicato di sostegno al blocco dei porti del 12 dicembre, “non possiamo ancora avere un sindacato, ma nessuno può vietarci di agire come tale”. <strong>È in questo cortocircuito, insomma, che emerge l’inadeguatezza della forma sindacale a rappresentare le lotte del lavoro contemporaneo, troppo sfuggente per essere categorizzato secondo logiche rigide</strong>. E non è un caso che questi autotrasportatori abbiano potuto partecipare attivamente allo sciopero perché privi di un contratto sindacale, laddove i membri dell’ILWU hanno dovuto ricorrere all’escamotage del picchetto condotto da Occupy per incrociare le braccia.</p>
<p><strong>Che la via aperta da Oakland segua la giusta direzione è confermato, se non altro, dal successo delle sue azioni</strong>. Benché ci fosse meno gente dello sciopero generale del 2 novembre (maturato però in circostanze eccezionali, ovvero in seguito allo sgombero brutale di Occupy Oakland da parte della polizia), nella giornata del 12 il movimento ha di fatto bloccato gran parte dei terminal portuali in due fasi cruciali della giornata: il cambio di turno delle 7 del mattino e quello delle 17. Parzialmente bloccati, almeno in mattinata, sono risultati gli scali di Houston, San Diego e Portland. L’intervento violento della polizia ha impedito tuttavia il protrarsi del blocco. D’altronde, proprio le azioni della polizia contro le occupazioni gemelle hanno spinto Oakland a estendere il blocco del porto anche al cambio di turno delle 3 di notte.<strong>Un’azione che sancisce l’indiscutibile leadership su scala nazionale che la cittadina californiana ha assunto all’interno del movimento Occupy.</strong></p>
<p><strong>Spostando lo sguardo sulla costa Est vediamo invece New York arrancare dietro l’ormai ossessiva ricerca di spazi e di riflettori</strong>. Benché all’interno del Gruppo di Azione fosse ormai passata l’idea che Zuccotti Park fosse solo un simbolo e che la strategia di farsi arrestare di fronte alle telecamere dovesse essere superata perché politicamente improduttiva, Occupy Wall Street ha solidarizzato con le occupazioni della West Coast con una marcia culminata con 17 arresti di fronte al World Trade Center. Analogamente, l’occupazione di un nuovo spazio annunciata per il 17 dicembre, data che segna il terzo mese di vita di OWS, sembra ricalcare schemi ormai logori. <strong>Per quanto uno spazio possa essere utile dal punto di vista simbolico e anche logistico, il punto è che non contribuisce alla conflittualità sociale se non viene politicizzato, ovvero non diventa terreno di lotta per rovesciare le gerarchie oppure per far saltare gli schemi della rappresentanza politica</strong>. Certo, la logica fortemente inclusiva e democratica di Zuccotti Park aveva prodotto delle rotture significative sotto questo aspetto, ma l’idea di rinchiudersi nuovamente in uno spazio appare un passo indietro rispetto alla strategia delineata all’indomani dello sgombero. Così, le pur meritorie azioni condotte da OWS negli scorsi mesi a favore degli sfrattati e le connessioni con il mondo del lavoro rischiano di passare in secondo piano di fronte a un movimento che sembra avvitarsi su se stesso. <strong>Detto in altre parole, forse è il caso che anche New York inizi a imparare da Oakland.</strong></p>
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