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		<title>Padroni e operai</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Aug 2010 10:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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Affondo di Marchionne al Meeting di Rimini:  «Abbiamo bisogno di flessibilità, non possiamo permetterci conflitti».  Un intervento &#8220;padronale&#8221; che però chiede di superare la  contrapposizione tra Capitale e Lavoro










di Salvatore Cannavò*


Non ha fatto nemmeno mezzo passo indietro, conforme al ruolo che si è  dato, quello di rompighiaccio degli equilibri sociali in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2></h2>
<div><span><span><a title="Mostra una versione stampabile di questa pagina." onclick="window.open(this.href); return false" rel="nofollow" href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/print/1047"><br />
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<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16982" title="melfi_marchionne_ansa" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/08/melfi_marchionne_ansa-300x187.jpg" alt="melfi_marchionne_ansa" width="300" height="187" />Affondo di Marchionne al Meeting di Rimini:  «Abbiamo bisogno di flessibilità, non possiamo permetterci conflitti».  Un intervento &#8220;padronale&#8221; che però chiede di superare la  contrapposizione tra Capitale e Lavoro</div>
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<div><a href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/sites/default/files/Marchionne-6.jpg"><br />
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<div>di Salvatore Cannavò*</div>
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<p>Non ha fatto nemmeno mezzo passo indietro, conforme al ruolo che si è  dato, quello di rompighiaccio degli equilibri sociali in Italia.  Parlando al Meeting di Cl a Rimini, in un intervento molto atteso dopo i  fatti degli ultimi giorni, Marchionne ha rivendicato tutto il lavoro  fatto alla Fiat, i successi americani e le congratulazioni ricevute da  Obama, la sua capacità di tirare fuori l&#8217;azienda dai guai del 2004, per  poi arrivare al nocciolo della questione, la bontà dell&#8217;accordo di  Pomigliano, ringraziando apertamente e platealmente Bonanni e Angeletti  e, senza mai nominarle, accusando la Fiom e la Cgil di conservatorismo.  Soprattutto di tentazione, da minoranza, di far saltare gli accordi  raggiunti dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori.<br />
Ma soprattutto ha ribadito la legittimità di quanto fatto dalla Fiat a  Melfi, dove «sono stati compiuti atti illeciti al limite del  sabotaggio». La Fiat, ha detto Marchionne, ha onorato integralmente il  dispositivo della magistratura, reintegrando i tre operai licenziati a  luglio, facendoli entrare in fabbrica ma ribadendo la centralità di un  rapporto «di fiducia e di lealtà». E facendo un affondo proprio verso la  Fiom e quei tre operai che stanno conducendo una battaglia  controcorrente: «La dignità non è patrimonio esclusivo di sole tre  persone», anche noi abbiamo i nostri diritti da difendere e tutelare.  Quindi nessuna marcia indietro, nessun gesto di disponibilità e  distensione, come in mattinata chiedeva Guglielmo Epifani in un&#8217;intervista al Corriere della Sera in cui tra l&#8217;altro proponeva nuove disponibilità da parte del suo sindacato.<br />
Un comportamento coerente con l&#8217;impianto ideologico esposto da  Marchionne al Meeting ciellino, un impianto basato sull&#8217;etica della  impresa che, al tempo della globalizzazione è basata su ritmi, velocità,  capacità di reazione e quindi flessibilità. L&#8217;unica chance che ha  l&#8217;impresa di reggere alla competizione è agire in tempo reale sul  mercato, garantendosi «movimento e decisione, reazione in tempi  brevissimi e ritmo molto più veloce rispetto alla concorrenza». Per  questo il nodo centrale di Fabbrica Italia, il piano di sviluppo che la  Fiat ha impostato ad aprile e che si basa essenzialmente sul riavvio  della produzione a Pomigliano, ha bisogno di un elemento cruciale: «Che  gli stabilimenti lavorino in modo costante, continuo e affidabile». Il  fatto che la Fiom non abbia firmato, che il 40% di quella fabbrica abbia  detto no all&#8217;accordo, che a Melfi uno sciopero abbia bloccato la  produzione è qualcosa che la Fiat di Marchionne non si può permettere,  non vuole permettersi. Ecco così spiegata la durezza dimostrata in  questi giorni, la determinazione a non arretrare di un millimetro, il  bisogno di avere una manodopera disponibile e affidabile. Al millimetro,  al secondo.</p>
<p>Questo è il vero obiettivo aziendale. Per ottenerlo, Marchionne ha  ovviamente bisogno di una cornice ideologica in grado di sostenere un  modello in cui i sacrifici sono richiesti a una parte sola mentre  l&#8217;azienda si riserva di muoversi liberamente sul mercato, senza tra  l&#8217;altro rinunciare davvero a miriadi di incentivi pubblici, Italia  compresa: cos&#8217;è, altrimenti, il ricorso alla Cassa integrazione a Melfi?<br />
Ecco, dunque, che il nocciolo &#8220;culturale&#8221; dell&#8217;intervento, preparato da  un&#8217;introduzione sulle proprie origini migranti, sulla difficoltà ma  anche l&#8217;importanza del viaggio, del cambiamento, è basato sull&#8217;artificio  retorico delle due parti, una delle quali «difende il passato e una che  guarda avanti; fino a quando non ci lasciamo alle spalle i vecchi  schemi non ci sarà mai spazio per nuovi orizzonti». Insomma, quella che  va messa nel cassetto è è «la lente deformata del conflitto: non  possiamo pensare che c&#8217;è una lotta tra Capitale e Lavoro, tra Padroni e  Operai». Un&#8217;affermazione bizzarra se si pensa al basso numero di ore di  sciopero che caratterizza l&#8217;economia italiana da diversi anni a questa  parte, come giustamente faceva notare un editoriale di Massimo Mucchetti sempre sul Corriere della Sera.</p>
<p>Alla Fiat di Marchionne crea però problemi anche la minima obiezione &#8211;  in fondo la Fiom è disponibile a firmare la sostanza del piano  aziendale di Pomigliano, cioè 18 turni e riduzione delle pause ma chiede  di rispettare il diritto di sciopero &#8211; ed è qui che poggia il sentito  ringraziamento, con tanto di convinto applauso della platea, a «Raffaele  Bonanni e Luigi Angeletti che ci stanno accompagnando in questo  processo di rifondazione».<br />
Dei due, Marchionne ha voluto riprendere un ragionamento centrale a  proposito di Pomigliano e Melfi: «Un sistema corretto deve garantire che  gli accordi vengano stipulati» e «non si possono usare i diritti di  pochi per piegare i diritti di molti». Però, a quanto pare, nessuna  azienda, né tantomeno Cisl e Uil sono disposte a introdurre per legge il  referendum tra i lavoratori per confermare gli accordi.<br />
Insomma, come si vede un intervento di attacco, per nulla intimidito  dalle polemiche e nemmeno dalla lettera del Capo dello Stato che  Marchionne non nomina mai (e a cui ha inviato una sua personale lettera come rilevano Corriere della Sera e Stampa). A margine dell&#8217;intervento  ai giornalisti ha poi detto di avere «grandissimo rispetto per il  presidente della Repubblica come persona e per il suo ruolo  istituzionale», aggiungendo che «per la sua posizione istituzionale  accetto quello che ha detto come un invito a trovare una soluzione» alla  vicenda di Melfi. Una dichiarazione che non sembra rimettere in  discussione le scelte effettuale. Un intervento dunque basato sulla  centralità dell&#8217;impresa, sulle necessità della Fiat &#8211; «che perde soldi  solo in Italia eppure investe» &#8211; sul ruolo dell&#8217;imprenditore e sulla  necessità che il lavoro ne segua i movimenti, le azioni, le decisioni.  In altri tempi si sarebbe detto un intervento puramente &#8220;padronale&#8221;, sia  pure in chiave moderna. Un termine che a Marchionne non piace e che  intende superare. Ma che ai lavoratori Fiat probabilmente dice ancora  qualcosa.</p>
<p>articolo pubblicato su</p>
<p>Il fatto quotidiano</p>
<p>Il megafono quotidiano</p></div>
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		<title>&#8220;La Boje!&#8221; &#8211; la II edizione della festa dei collettivi e di Sinistra Critica</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Aug 2010 08:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 27 al 31 di agosto, presso l’Arci Donini in Piazza dei Mille a Mantova, si terrà la seconda edizione de ”La Boje!”: la festa dell’omonimo spazio sociale, dei collettivi e di Sinistra Critica. Dopo il successo della prima edizione gli attivisti della sinistra mantovana stanno scaldando i motori per l’edizione 2010 che, oltre alla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16915" title="festa-2010" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/08/festa-2010-211x300.jpg" alt="festa-2010" width="211" height="300" />Dal 27 al 31 di agosto, presso l’Arci Donini in Piazza dei Mille a Mantova, si terrà la seconda edizione de ”La Boje!”: la festa dell’omonimo spazio sociale, dei collettivi e di Sinistra Critica. Dopo il successo della prima edizione gli attivisti della sinistra mantovana stanno scaldando i motori per l’edizione 2010 che, oltre alla buona cucina mantovana, si preannuncia densa di eventi musicali, culturali e politici tra i quali vanno segnalati il live di Kaos One, leggenda dell’hip hop italiano che si terrà venerdì 27, un dibattito internazionale sulla crisi con esponenti dell’NPA francese e dell’Izquierda anticapitalista spagnola per domenica 29 e la rappresentazione teatrale di E.r.o. Camillo Berneri della compagnia Zerobeat lunedì 30 agosto.<br />
Per gli studenti e i lavoratori che fanno militanza al “la boje”, recentemente trasferitosi in Via Trieste, questa festa è un po’ il riassunto dell’ultimo anno di attivismo nella città; un evento che conferma come sia importante il radicamento popolare e la costruzione di legami sociali dal basso tanto più ora che la “sinistra storica” cittadina o è scomparsa o si è ridotta al silenzio sommersa dai suoi errori.<br />
Una festa che vuole essere un importante momento di aggregazione sociale fatto di concerti ad ingresso gratuito, cultura, cibo a prezzi popolari e tavolate in cui si discute di politica.<br />
Il programma completo su <a href="../../festa">www.articolozero.org/festa</a> o sul gruppo facebook de “la boje”.</p>
<p>il Programma:</p>
<p>27-28-29-30-31 agosto<br />
presso l&#8217;Arci Donini &#8211; piazza dei mille &#8211; Mantova<br />
<span>&#8230;</span><span><br />
<strong>venerdì 27</strong></span></p>
<p>dalle 22 concerti:<br />
Equipo Family (hip/hop &#8212; <a onmousedown="UntrustedLink.bootstrap($(this), &quot;07dc9&quot;, event);" rel="nofollow" href="http://www.myspace.com/sflosfasciacarrozze" target="_blank"><span>http://www.myspace.com/sfl</span>osfasciacarrozze</a>)<br />
<strong>Kaos One</strong> (hip/hop &#8212; myspace.com/onekaos)</p>
<p><strong>sabato 28</strong></p>
<p>dalle 22 concerti:<br />
Ace Of Diamonds (punk rock) http://www.myspace.com/aceofdiamonds1<br />
Thunder Bomber (hard rock &#8212; myspace.com/thunderbomber)<br />
<span>Antares (Speed rock &#8212; myspace.com/antarespeedroc</span>k)</p>
<p><strong>domenica 29</strong></p>
<p>dalle 19 Aperi/teatro</p>
<p>Magnificat di Ila Covolan con Mara Pieri  http://goghigoghi.wordpress.com/category/magnificat/</p>
<p>dalle 21.30 dibattito<br />
<strong>Contro la crisi costruiamo una prospettiva anticapitalista europea<br />
intervengono: </strong><br />
<em>Alain Pojolat</em> &#8211; Nouveau Parti Anticapitaliste<br />
<em>Flavia D&#8217;Angeli </em>- portavoce di Sinistra Critica<br />
<em>Miguel Urbàn</em> &#8211; Izquierda Anticapitalista</p>
<p>dalle 23.30 dj set<br />
Mystic river soundsystem (reggae/roots dj selecta)</p>
<p><strong>lunedì 30</strong></p>
<p>dalle 22 teatro<br />
<strong>E.R.O. Camillo Berneri</strong> &#8211; ZeroBeat ( <a onmousedown="UntrustedLink.bootstrap($(this), &quot;07dc9&quot;, event);" rel="nofollow" href="http://www.zerobeat.it/" target="_blank">http://www.zerobeat.it/</a>)</p>
<p>dalle 23.30 dj set<br />
I Libici &amp; Dj Ca$h ( indie-rock)</p>
<p><strong>martedì 31</strong></p>
<p>dalle 22 concerti:<br />
<span>Holiday in Arabia (elettronica &#8212; myspace.com/holidayinarabi</span>a)<br />
<span>Infant T(h)ree (elettronica &#8212; myspace.com/theinfantthree</span>)</p>
<p>a seguire dj set<br />
Trasformazioni notturne ambient/electro</p>
<p>-Ingresso gratuito<br />
-Cucina con piatti tipici aperta tutte le sere<br />
-Saranno presenti banchetti di opere dell’ingegno, associazioni onlus e movimenti.</p>
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		<title>Non ce la danno a bere (Mn) + Racconto di Wu Ming</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Aug 2010 10:51:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Feature]]></category>
		<category><![CDATA[Nessuna]]></category>
		<category><![CDATA[acqua]]></category>
		<category><![CDATA[acqua pubblica]]></category>
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		<description><![CDATA[Fin dall’inizio della raccolta firme per il referendum sulla
ripubblicizzazione dell’acqua le nostre intenzioni sono state ripetutamente
attaccate. Mentre denunciavamo sulla stampa e nelle piazze che
l’applicazione delle recenti norme sulla gestione dell’acqua ne avrebbe
determinato la privatizzazione, ci è stato risposto che “l’acqua sarebbe
rimasta pubblica, semmai il privato avrebbe dovuto curarsi del servizio”
(che strano: non è chi gestisce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16909" title="NL-water1" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/08/NL-water1-200x300.jpg" alt="NL-water1" width="200" height="300" />Fin dall’inizio della raccolta firme per il referendum sulla<br />
ripubblicizzazione dell’acqua le nostre intenzioni sono state ripetutamente<br />
attaccate. Mentre denunciavamo sulla stampa e nelle piazze che<br />
l’applicazione delle recenti norme sulla gestione dell’acqua ne avrebbe<br />
determinato la privatizzazione, ci è stato risposto che “l’acqua sarebbe<br />
rimasta pubblica, semmai il privato avrebbe dovuto curarsi del servizio”<br />
(che strano: non è chi gestisce un bene che di fatto ne può disporre?).<br />
Mentre cercavamo di mettere in guardia sulle conseguenze, già viste, di<br />
scelte che avrebbero portato benefici solo nelle tasche dei grandi<br />
investitori, ci veniva risposto che per “il cittadino” nulla sarebbe<br />
cambiato. I fatti hanno però la testa dura: è di questi giorni la notizia<br />
che l’ATO di Mantova per “agevolare” la trasformazione in società a<br />
capitale pubblico-privato, in applicazioni delle norme di affidamento della<br />
gestione del servizio, ha rivisto al rialzo le tariffe dell’acqua con punte<br />
del 6,5%. E’ una conferma pressoché totale di quanto era nell’aria, contro<br />
cui abbiamo iniziato ad opporci da subito, una situazione simile a quanto<br />
già visto e denunciato per Acqualatina S.p.a. che aveva iniziato la<br />
privatizzazione cedendo metà delle “azioni” alla francese Veolia, con il<br />
risultato, per i cittadini del basso Lazio, di ritrovarsi progressivamente<br />
recapitate bollette enormi. Sostenere da parte nostra che l’ingresso dei<br />
privati nella gestione del sistema idrico porterà a scelte orientate alla<br />
realizzazione di profitti non è un’affermazione ideologica, ma è quanto già<br />
ampiamente dimostrato dai fatti. Un esempio è quanto accaduto a Firenze<br />
dove, in seguito a campagne informative per il risparmio idrico e l’uso<br />
coscienzioso dell’acqua, i comportamenti virtuosi della cittadinanza hanno<br />
consentito una contrazione dei consumi pari a circa 13,8 milioni di metri<br />
cubi di acqua: ciò ha determinato una riduzione dei ricavi di Publiacqua<br />
s.p.a. (la società mista che gestisce il servizio idrico) per circa 30<br />
milioni di euro, al quale la società ha rapidamente fatto fronte<br />
incrementando le tariffe del 9,5%. Ciò dimostra ancora una volta che la<br />
privatizzazione dell’acqua non soltanto nuoce alle tasche dei cittadini -ed<br />
in particolare a quelle delle classi più povere- ma cancella la possibilità<br />
di una gestione responsabile e sostenibile di un bene comune fondamentale<br />
per la sopravvivenza umana. È necessario ribadire che pubblico e privato<br />
non sono semplicemente due diversi strumenti per svolgere una medesima<br />
funzione, ma che, al contrario, essi competono in merito all’obiettivo e<br />
perseguono fini diversi: l’efficacia economico-etico-sociale il pubblico<br />
(nella totalità dei suoi aspetti), l’efficacia economica finalizzata al<br />
profitto il privato. A sostegno del “privato” c’è la politica di un<br />
parlamento sensibile agli interessi dei poteri forti, con il caso limite<br />
del decreto Ronchi votato dalla maggioranza, i cui parlamentari hanno poi<br />
cercato di raccontarci che si è trattato di una “rifondazione leghista per<br />
l’acqua pubblica” e non contrastato con fermezza da una opposizione che non<br />
ha ancora deciso quale posizione prendere. I cittadini sembrano comunque<br />
avere le idee più chiare: dalla parte del “pubblico” si è mossa una<br />
importante ed eterogenea rete di movimenti che, a sostegno del referendum,<br />
ha raccolto e consegnato in pochi mesi 1.400.000 firme, un record nella<br />
storia della Repubblica. Abbiamo appena portato a compimento un&#8217;impresa<br />
straordinaria, una campagna di raccolta firme che ha tutti i presupposti<br />
per rendere possibile, qui ed ora, la riappropriazione sociale del bene<br />
acqua. Abbiamo dimostrato che è possibile trasformare la volontà di singole<br />
persone in una volontà collettiva straripante e maggioritaria, che qualcuno<br />
si ostina ancora a non vedere Abbiamo fatto il primo passo, a settembre<br />
inizia la “lunga marcia.”</p>
<p><strong>Comitato acqua pubblica Mantova</strong></p>
<p><strong>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>Il racconto che Wu Ming ha regalato alla campagna referendaria per la ripubblicizzazione dell&#8217;acqua </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: center;">
<p style="text-align: justify;">Sul blocco di pane nero c’era stampigliata una data: 4-4-2012. C’era anche un’altra scritta: <em>Bundeswehr</em>.   Gli aiuti per le aeree D provenivano spesso dalla Germania. C’erano   wurstel, barattoli di sottaceti, birra analcolica. Persino qualche   bottiglia d’acqua da bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse solo le prugne sciroppate non  erano di provenienza tedesca. Winston sorrise tra sé. Forse gli aiuti  per le aeree D in Germania – dovevano pur essercene – provenivano  dall’Italia.</p>
<p style="text-align: justify;">Winston aprì l’ugello di un fornetto da  campeggio e mise sulla fiamma una padella annerita. Tagliò una fetta di  margarina rancida, ruppe i gusci di due uova sui bordi della padella,  fece cadere chiara e tuorlo sul metallo sfrigolante di grasso vegetale.</p>
<p style="text-align: justify;">Tagliò due fette dell’antico pane di  segale, aprì una lattina di birra. Guardò le bottiglie d’acqua:  sarebbero bastate per una settimana.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel che mancava era l’acqua per le  altre cose. Per lavarsi, per lavare i panni. Per cucinare roba non  fritta, non unta. Per lavare le pentole dopo che avevi cucinato. Se ti  lavavi, addio acqua per fare la pasta.</p>
<p style="text-align: justify;">Occorreva fare delle scelte.</p>
<p style="text-align: justify;">A Winston non piaceva andare ai bagni  pubblici. Ognuno aveva una tessera che consentiva otto ingressi al mese.  Otto docce al mese, per i poveri: in quel periodo dell’anno, con il  caldo e l’umidità vicina al 90%, non bastava di certo.</p>
<p style="text-align: justify;">Winston odiava sentirsi sporco, tendeva a  lavarsi più del dovuto. Così addio pasta, addio verdura cotta, addio  zuppe liofilizzate, che arrivavano anch’esse, beffarde, con le razioni  D. Per farle, ci voleva l’acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Winston campava di wurstel, tonno, pane dell’esercito tedesco fabbricato anni prima, lattine su lattine di bevanda al caffé.</p>
<p style="text-align: justify;">L’acqua da bere era il vero problema.  Era razionata, in quasi tutte le case del quartiere. Era costosa, come  luce e gas. Quasi nessuno, in quel quartiere prossimo alla collina,  poteva pagare acqua luce e gas. Chi poteva sceglieva l’acqua, e Winston  non era tra i fortunati.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli accordi tra fornitori e pubblica  amministrazione prevedevano due ore al giorno di elettricità sociale a  tutti, e distribuzione di acqua due volte la settimana. Ma la maggior  parte del tempo, gli interruttori non servivano a nulla, gli  elettrodomestici dormivano inutili. In molti avevano incominciato a  disfarsene. Gli apparecchi ancora decenti venivano veduti per pochi  soldi. Gli altri, frigoriferi e lavatrici soprattutto, arrugginivano al  sole, per strada. Le lavatrici aprivano il loro occhio attonito, e i  frigoriferi non erano che cassoni vuoti. Ogni tanto un camion militare  passava a tirarli su.</p>
<p style="text-align: justify;">Winston ricordava bene com’era prima  della Svolta: in fondo non era passato tanto tempo. Per molti versi, la  sua condizione attuale gli ricordava le estati dell’infanzia: ore e ore,  giorni e giorni senza niente di preciso da fare. Ogni tanto, arriva  qualcuno e si occupa di te.</p>
<p style="text-align: justify;">Passava il tempo peregrinando per il  quartiere, nelle aeree ex-industriali, dove l’erba spaccava il cemento e  all’ombra delle lamiere crescevano piante che non ricordava di avere  mai visto, piante che sembravano nutrirsi dell’antico odore del ferro e  della gomma, delle esalazioni di discariche improvvisate, d’acqua  piovana pesante di residui chimici.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Là dove la periferia annegava  nell’indistinto minerale e vegetale, blocchi di cemento sconnessi e  intrico di rovi, Winston si sentiva bene. Aveva recuperato la conoscenza  precisa, perfetta del territorio attorno a casa che hanno i bambini  sugli otto-dieci anni, quelli a cui è stato consentito di vagare, e  conosceva ogni anfratto, ogni luogo dove sedersi all’ombra per  sorseggiare soda al caffé, i posti buoni per accendersi una sigaretta e  guardare il fumo ascendere, e lasciare andare il tempo, giorno dopo  giorno.</p>
<p style="text-align: justify;">Uscì di casa nella vampa delle tre del  pomeriggio. La via era muta, l’asfalto pieno di buche bruciava.  Difficile incontrare qualcuno a quell’ora. Nello zaino, un po’ di pane  tedesco, della cioccolata a scaglie, lattine al caffé. Senza un piano  preciso, i passi lo portarono nell’area dove un tempo aveva funzionato  la fabbrica di biscotti, il magazzino dove da ragazzo era capace di  entrare, attraverso i tetti, e l’altra fabbrica, quella grande, dove  facevano il ferro, in diverse pezzature: sbarre, tondini, bulloni,  chissà che altro. Il rumore di quelle fabbriche, il ronzio simile a un  aeroplano della ventola sull’altissima facciata aveva accompagnato i  lunghi pomeriggi di quel tempo andato. Winston ne udiva ancora il  fantasma.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Scivolò attraverso un buco nella rete  arrugginita e si ritrovo all’interno dello stabilimento. Un branco di  randagi attraversava alla spicciolata lo spiazzo dove un tempo si erano  fermati gli autocarri. Non era il loro territorio, gli animali  procedevano in fretta, trotterellando, smagriti, forse impauriti.  Winston si premurò di non incrociare i loro sguardi, attese la loro  scomparsa oltre la siepe dilagante che chiudeva alla vista la strada  tempestata di crateri che portava  verso la città. Sul lato in ombra  dell’edificio doveva esserci un bel fresco, pensò Winston. Aveva piovuto  forte, la sera prima. L’aria s’era fatta ancora più torrida ma forse  dietro il muro, all’ombra, il cemento e la terra erano ancora umidi. Un  buon posto per sedersi, fumare una sigaretta e pensare.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre avanzava nello spiazzo, Winston  notò che i cani avevano lasciato orme. Orme bagnate, che evaporavano in  fretta. Incuriosito, aumentò il passo. Il pane di segale e le uova  pesavano sullo stomaco, e Winston si ritrovò madido di sudore.</p>
<p style="text-align: justify;">Girò l’angolo, e si trovò all’ombra. Si  appoggiò al muro, colpito da una stanchezza insolita. In quell’area  dell’antico stabilimento, c’erano gradini addossati al muro che  portavano in basso, verso una porta di lamiera arrugginita. Un corrimano  di ferro dipinto in rosso doveva facilitare ascesa e discesa, ma era  rotto, piegato malamente in più punti. Dalla scala in ombra proveniva un  suono che non riusciva a distinguere. Si avvicinò, e capì che era lo  scrosciare dell’acqua. Un rumore simile a una fontana.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando era stato un bambino, un tempo,  l’acqua era talmente abbondante che c’erano fontane, nel centro della  città, e fontanelle, e uno se aveva sete ci poteva bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Già. L’acqua delle fontanelle era buona da bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Si avvicinò, e scese qualche gradino.  Sì, era acqua, e filtrava da sotto la porta in lamiera, il cui bordo  inferiore era piegato e sollevato dal pavimento di qualche centimetro.  L’area rettangolare tra porta, muro e gradini era piena d’acqua. Un’area  di un metro quadro allagata da sette-dieci centimetri d’acqua. Fresca,  non stagnante. Winston si avvicinò ancora. All’ombra, temette che la  vista gli facesse un brutto scherzo.</p>
<p style="text-align: justify;">In mezzo alla polla sguazzava un pesce rosso.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Quella notte, Winston sognò la città  prima della svolta. La percorreva in motorino, fino in centro: era  possibile accedervi in tutte le ore del giorno e della notte, uno non  era confinato, o quasi, nell’area D. Nel sogno, le ruote passavano  veloci sull’asfalto, sulla pavimentazione antica, sulle pozze d’acqua, e  Winston si sentiva libero e felice. Era come se la mente volasse, a  pochi metri dal suolo, e si dislocasse a piacimento nei luoghi della  memoria. La vasca del palazzo Comunale, piena di carpe boccheggianti. La  porta di S. Maria della vita, nascosta tra i vicoli e l’odore di pesce  che saliva dalle bancarelle. Poi il motorino e la mente presero ad  ascendere, la strada portava in alto, in collina, ma Winston non aveva  alcun interesse al panorama, alla città che si offriva alla vista giù in  basso, oltre le curve. Giunse a una specie di chiesa, un convento  diroccato. Lo percorse con la mente, in volo, anfratto dopo anfratto.  C’erano uccelli, tra le rovine. Riconobbe piccioni, e smunti rapaci,  implumi, che osservavano il mondo, aperto loro innanzi, con occhi di  lavatrice.</p>
<p style="text-align: justify;">Winston guardò il cielo e pensò che sarebbe piovuto. L’acqua fredda, lattea, dei  suoi sogni.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Alla mattina, la domanda che gli girava  in testa era la stessa di quando era andato dormire. Come si era  prodotta la sorgente giù alla fabbrica, e come aveva fatto un pesce  rosso a finirci dentro? La risposta più plausibile, che corrispondeva  quasi per certo al vero, se n’era convinto, lo lasciava però  insoddisfatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bambino aveva dovuto rinunciare al  pesce rosso, perché la famiglia non era più in grado di pagare l’acqua.  Dovevano avergli detto di far sparire il pesce, prima che morisse  asfissiato nella boccia piena di liquido ormai senza ossigeno. Allora il  bambino, vagando con un sacchetto di patisca, acqua sporca e pesce, si  era imbattuto nel fenomeno, aveva lasciato il pesce al suo destino.  Almeno sarebbe morto nell’acqua fresca. Oppure il bambino veniva ogni  giorno a nutrirlo: Winston lo avrebbe fatto. Oppure, era stato il  bambino stesso, sgattaiolando dentro la fabbrica, a produrre il  fenomeno, la perdita d’acqua. Del resto, le tubature erano marce.</p>
<p style="text-align: justify;">Uscì di casa nell’aria ancora fresca del  mattino. Da poco era cessato il coprifuoco notturno; i pochi che  lavoravano uscivano per raggiungere i confini dell’area D, mostrasse i  lasciapassare, prendere i mezzi pubblici, andare a badare dei vecchi o  pulire pavimenti. Winston sperava di incontrare il bambino, quella  mattina. Forse sarebbe tornato per dar da mangiare al pesce rosso:  allora Winston avrebbe capito come stavano le cose. Oppure, avrebbe  trovato il modo per entrare nella fabbrica in rovina- quell’area da  fuori sembrava inaccessibile. Forse sarebbe occorso forzare la porta in  lamiera. Dentro, Winston avrebbe visto se l’acqua era buona da bere.</p>
<p style="text-align: justify;">Si affrettò. Varco lo spiazzo dove il  giorno prima aveva incontrato i cani, Svoltò l’angolo, e incrociò una  selva di sguardi stupiti.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Uomini in divisa gialla, con lo stemma del Munifico Comune. La divisa era una specie di assurda cerata gialla.</p>
<p style="text-align: justify;">Pompieri. Quelli che intervenivano in caso di furto d’acqua. In pochi istanti gli furono addosso.</p>
<p style="text-align: justify;">– Quando si dice la fortuna –, disse l’unico in divisa da funzionario.</p>
<p style="text-align: justify;">– Nemmeno la fatica di andarselo a cercare, il ladro d’acqua.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo sedarono. Le gambe cedettero, Winston  vacillò. Prima di perdere i sensi, vide uno degli uomini tenere in  mano, all’altezza degli occhi, un sacchetto di plastica trasparente.</p>
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		<title>la città del cambiamento: ronde e cemento</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 17:51:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<category><![CDATA[casa]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi una ventina di studenti e precari dello spazio sociale La Boje hanno appeso striscioni ai cancelli della ex-Comated in Via Daino a Mantova, dove di recente sono stati arrestati prima un disoccupato suzzarese e, pochi giorni dopo, un senzatetto romeno; entrambi avevano trovato rifugio nella ex fabbrica dismessa da anni a Fiera Catena. Su [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16904" title="comated" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/07/comated-300x160.jpg" alt="comated" width="300" height="160" />Oggi una ventina di studenti e precari dello spazio sociale La Boje hanno appeso striscioni ai cancelli della ex-Comated in Via Daino a Mantova, dove di recente sono stati arrestati prima un disoccupato suzzarese e, pochi giorni dopo, un senzatetto romeno; entrambi avevano trovato rifugio nella ex fabbrica dismessa da anni a Fiera Catena. Su uno degli striscioni è stato scritto: <em>&#8220;casa per tutti / ordinanze per nessuno&#8221;</em> ; questo perchè’ è impossibile non vedere il nesso tra la stretta repressiva del comune verso chi cerca un rifugio e la ripresa delle cementificiazioni.<br />
Ecco la città della Lega Nord, sempre più &#8216;partito guida&#8217; dove presente in coalizioni, tanto a livello nazionale quanto locale. Questo in una città in cui riprendono le peggiori speculazioni e giri di poltrone di <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2010/07/16/NC2PO_NC205.html">transfughi del Pd</a> aggiungendo una narrazione thriller a descrivere la situazione sicurezza. La Lega infatti, non sapendo parlare di una crisi di cui è complice, ha snocciolato in 3 mesi una decina di emergenze. Ora si capisce cosa intendevano quando in campagna elettorale affermavano di voler risvegliare la città più tranquilla d’Italia: affrontare ogni problematica come fosse un&#8217; emergenza e controllare il tutto con ordinanze di ferro.</p>
<p>Il partito dei <span style="color: #008000;">&#8216;padroni a casa nostra&#8217;</span>, dopo 20 anni al governo di amministrazioni locali del settentrione e dopo un sostegno quasi ventennale al “Boss” Formigoni che li ha resi corresponsabili della cementificazione della pianura padana, non potendo parlare contro la speculazione edilizia, ha snocciolato subito un bel &#8216;decalogo della sicurezza&#8217;&#8230;proprio quel che ci voleva per Mantova!  La lega finisce così per proteggere solamente le lottizzazioni del territorio comunale e le aree abbandonate dai privati in attesa di convergenze economiche più propizie diventano il partito dei <span style="color: #008000;">&#8216;padroni DI casa nostra&#8217;</span>, mentre attacca chi è costretto dalla crisi economica e dal mercato degli affitti ad occupare abusivamente un edificio per cercare un giaciglio.</p>
<p>Pochi giorni fa è stata resa nota infatti la <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2010/07/17/NC2PO_NC202.html">seconda mossa politica di Sodano</a> e soci: dopo aver costruito un&#8217; ordinanza su 4 mendicanti e un action movie sul racket degli accattoni, è il momento di liberare la lottizzazione delle 13 aree parzialmente bloccate dall&#8217; amministrazione precedente. <strong>Finalmente a Mantova si torna a costruire!</strong><br />
La maggior parte della svendità del territorio cittadino è a scopo abitativo, alla faccia delle case vuote che costellano la periferia di Mantova. Aumenteranno così gli edifici disabitati, si ingrosseranno i portafogli di immobiliari e costruttori che potranno controllare agevolmente il mercato degli affitti, ma chi non ha una casa rimarrà incredibilmente senza. Ma il consigliere De Marchi ha una soluzione: importare a Mantova la ronda in basco blu dei <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2010/07/18/NC1PO_NC101.html">city angels</a>. In questo modo, ci saranno molti più senzatetto, ma quantomeno saranno controllati da una ronda lautamente pagata. Una boutade, quella dei city angels, che è una riproposizione di qualcosa di <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2009/02/23/NC3PO_NC311.html">già visto e sentito</a> un anno e mezzo fa.</p>
<p>Eppure ci sarebbe da chiedersi perchè lo stesso De Marchi dichiara che a Mantova è in costante calo da anni qualsiasi tipo crimine, per poi sottolineare quanto sia importante una percezione di insicurezza, la stessa che viene alimentata con proclami giornalieri da Ministero della Paura. Questa contraddizione latente, che contraddistingue le paranoie securitarie degli ultimi 5 anni è immediatamente collegata ad una specifica gestione del territorio. Perchè risolvere i problemi dettati dalla crisi con un sostanzioso intervento sociale prendendo dalle tasche di chi ha, quando si può fare accattonaggio politico speculando sulle paure della gente reprimendo chi non ha?</p>
<p>Spazio Sociale La Boje</p>
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		<title>Fascismo Fiat</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Jul 2010 13:46:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Feature]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro/nonLavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Repressione]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giorgio Cremaschi [articolo pubblicato  su  "Liberazione"]
Le rappresaglie antisindacali che la  Fiat sta pianificando in questi giorni a Melfi come a Mirafiori, sono  atti di autentico fascismo aziendale. Si perseguitano i delegati che  organizzano gli scioperi contro i carichi di lavoro eccessivi e gli  impiegati che informano i colleghi della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em><img class="alignleft size-medium wp-image-16896" title="fascismo fiat" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/07/fascismo-fiat-218x300.jpg" alt="fascismo fiat" width="218" height="300" />di Giorgio Cremaschi [articolo pubblicato  su  "Liberazione"]</em></strong></p>
<p>Le rappresaglie antisindacali che la  Fiat sta pianificando in questi giorni a Melfi come a Mirafiori, sono  atti di autentico fascismo aziendale. Si perseguitano i delegati che  organizzano gli scioperi contro i carichi di lavoro eccessivi e gli  impiegati che informano i colleghi della solidarietà degli operai  polacchi con quelli di Pomigliano. La libertà di sciopero, la libertà di  informazione, la libertà di pensiero, le libertà in quanto tali sono  oggi in discussione alla Fiat. All’origine di tutto questo c’è la  strategia industrialmente debole, ma furba e arrogante di Sergio  Marchionne. L’amministratore delegato della Fiat non è mai stato un  industriale. E’ un banchiere svizzero chiamato a salvare la Fiat dal  fallimento. (&#8230;)  Questa operazione è riuscita al prezzo di durissimi  sacrifici dei lavoratori e, come sempre avviene nell’economia  finanziaria, ha portato ingenti guadagni a Marchionne. L’amministratore  delegato della Fiat è stato poi così chiamato a salvare la Chrysler, che  la Mercedes aveva abbandonato. Lì, con l’aiuto di ingenti finanziamenti  pubblici, è riuscito a piegare i sindacati. Che prima accusava di  miopia e intransigenza e che invece oggi elogia con gli stessi toni con  cui il generale Custer parlava degli indiani chiusi nelle riserve.  Marchionne ha poi riportato in Italia quel successo e, usando una carta  che da noi funziona sempre, si è presentato come il libero americano che  mette a posto i fannulloni assistiti. Ha così ottenuto un consenso  pressoché unanime nel Palazzo. Che non si è certo chiesto perché  importanti dirigenti abbiano abbandonato la Fiat per dirigere altre  aziende delle auto in Europa. Che non si è certo interrogato sulla  credibilità di un piano industriale che si fonda su numeri presi dal  libro dei sogni della vecchia Fiat – 6milioni di auto prodotte assieme  alla Chrysler. Nessun spirito critico in Italia verso le strategie della  Fiat. Di questo Marchionne ha approfittato coprendo così debolezze e  contraddizioni. La ripresa di Pomigliano, promessa tra 2 anni, serve a  coprire la chiusura &#8211; oggi &#8211; di Termini Imerese. L’accordo separato, con  Cisl e Uil e altri amici, serve a coprire il flop del plebiscito  richiesto ai lavoratori. I licenziamenti di delegati e militanti  sindacali servono a coprire i fallimenti di un’organizzazione del lavoro  che vuole imporre ritmi e condizioni che consumano le persone e possono  funzionare solo con la soppressione dei più elementari diritti. Infine  l’autoritarismo e l’intimidazione servono solo a coprire il clima di  ottuso ossequio con cui si distrugge ogni forma di partecipazione e  creatività dei lavoratori. Sì alla Fiat c’è il fascismo, non solo perché  si colpiscono le libertà e i diritti dei lavoratori. Ma perché così si  coprono mancati investimenti, burocratismi, servilismi e clientele che  prosperano e rendono inefficiente l’azienda più di prima. Marchionne è  tanto piaciuto a Scalfari perché ha dichiarato di porsi dopo la nascita  di Cristo. Sicuramente la sua cultura e la sua pratica sono però  antecedenti alla costituzione repubblicana ed eredi di quella pessima  tradizione delle classi dirigenti italiane che coniugava inefficienza e  propaganda, privilegio e autoritarismo. Lo svizzero americano Marchionne  è un padrone italiano collocato tra gli anni 30 e gli anni 50.</p>
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		<title>accattoni e accattonaggio politico</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 12:47:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Culture]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti e Libertà]]></category>
		<category><![CDATA[Feature]]></category>

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		<description><![CDATA[Annunciata, attesa e discussa, ora a Mantova è entrata in vigore l’ordinanza anti-accattoni. Sodano paga dunque pegno all’integralismo securitario della Lega che, in cambio, sosterrà compatta l’auspicato “cambiamento” per Mantova: cemento e nuove urbanizzazioni.
Il sindaco ci tiene a precisare che con questa ordinanza “non intendono combattere contro i poveri” e questo è vero: combattono I [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16893" title="pd_padano2" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/07/pd_padano2-300x212.jpg" alt="pd_padano2" width="300" height="212" />Annunciata, attesa e discussa, ora a Mantova è entrata in vigore l’ordinanza anti-accattoni. Sodano paga dunque pegno all’integralismo securitario della Lega che, in cambio, sosterrà compatta l’auspicato “cambiamento” per Mantova: cemento e nuove urbanizzazioni.</p>
<p>Il sindaco ci tiene a precisare che con questa ordinanza <em>“non intendono combattere contro i poveri”</em> e questo è vero: combattono <strong>I</strong> poveri e già che ci sono, visti i divieti di “bivacco”, anche la socialità alternativa a pub e locali, magari giovanile. Purtroppo stiamo davvero parlando di una ordinanza <em>“veronese”</em> che fissa l’attenzione cittadina sulla esigua manciata di mendicanti che “operano” in centro rovinando la passeggiata dello shopping e sui giovani( nativi e/o migranti) che fanno gruppo, ad esempio, sulle scalinate di Sant’Andrea: tutto questo a Mantova, la città più tranquilla d’Italia. In questo modo l’attenzione della città , ancora una volta, viene distolta dalla speculazione edilizia, dal disastro ambientale e dalle nuove povertà: quando ai semafori troveremo lavoratori “padani” che, grazie alla crisi e all’operato del governo, si <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2010/07/11/NX2PO_NX201.html">ritroveranno a chiedere l’elemosina</a> qualche buontempone dirà <span style="color: #00ff00;"><em>“accattoni a casa nostra”.</em></span> La giunta dichiara inoltre che non è più tempo per chi <em>“non rispetta le regole”</em>: sarà un ragionamento classista, ma non si sono ancora viste ordinanze contro grandi evasori fiscali, contro cantieri non a norma e contro la devastazione ambientale.</p>
<p>Sapendo che questa città ancora “non gli appartiene”, il sindaco Sodano riesce dunque a quietare la Lega Nord e fare qualcosa di cui anche il Pd andrebbe fiero: non si può infatti tacere su come i democratici, smaniosi di inseguire la destra, siano stati promotori di ordinanze analoghe  in troppe amministrazioni locali di centrosinistra( <a href="http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2010/06/04/AMJc0ikD-bivacco_ordinanza_accattonaggio.shtml">Savona</a>, <a href="http://cerca.unita.it/data/PDF0114/PDF0114/text47/fork/ref/09332pck.HTM?key=firenze+accattoni&amp;first=1&amp;orderby=1">Firenze</a>, <a href="http://www.corriere.it/cronache/09_marzo_05/vicenza_elemosina_444b3eee-09d2-11de-84bf-00144f02aabc.shtml">Vicenza</a> etc. ).<br />
Il tratto unificante di tutti questi passaggi è però quella disgraziata <a href="http://www.radioradicale.it/il-testo-integrale-della-carta-di-parma-sottoscritta-dai-sindaci-sulle-sicurezza">“Carta di Parma”</a> che l’ex sindaco Brioni ha convintamente firmato nel 2008 nell’intento di “garantire la sicurezza”. Un documento in cui si sanciva l’esagerato aumento di poteri dei sindaci in materia di “ordine pubblico”. Qui sta il problema: da destra a sinistra dichiarano di voler dare più sicurezza quando il problema di cui parlano non è minimamente securitario. La sicurezza che vogliono tutelare è totalmente estetica e funzionale ad accrescere il consenso su una popolazione che da anni viene continuamente <a href="http://ricerca.gelocal.it/gazzettadimantova/archivio/gazzettadimantova/2009/06/02/NA1PO_NA104.html">–spaventata-</a> ad arte da radio, tv e giornali: e in questo gioco di <strong>accattonaggio politico</strong> la Lega è maestra ed il Pd ripetente.<br />
Il senso di insicurezza nella nostra società è ben presente: l’incertezza sul futuro e la crisi creano ansie a cui il trittico destra, poteri economici e mondo mediatico( in mano a tanti imprenditori come “lui”e quindi portatori delle stesse istanze di fondo) dà risposte nefaste, il problema è dunque organizzarsi per dare una riposta radicalmente diversa che riparta dalla sicurezza sociale di casa, lavoro, sanità, istruzione, da parte di chi e per chi “vive” queste problematiche. Un’azione che contrasti gli spauracchi securitari creati ad uso e consumo di chi vuole fare profitti sulle nostre vite e sulle nostre città.</p>
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		<title>Contro il caro libri: mercatino del libro studentesco ( V° edizione!)</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Jun 2010 11:17:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Scuola e Università]]></category>
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		<description><![CDATA[Il Collettivo studentesco ‘Aca Toro , in linea con le proprie rivendicazioni organizza per il quinto anno consecutivo l’iniziativa estiva del mercatino del libro studentesco usato. Questo progetto vuole contrastare in maniera concreta e tangibile il caro libri, che ogni anno risulta sempre più gravoso per le possibilità economiche degli student* e delle loro famiglie. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16875" title="libri" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/06/libri-225x300.jpg" alt="libri" width="225" height="300" />Il Collettivo studentesco ‘Aca Toro , in linea con le proprie rivendicazioni organizza per il quinto anno consecutivo <strong>l’iniziativa estiva del mercatino del libro studentesco usato</strong>. Questo progetto vuole contrastare in maniera concreta e tangibile il caro libri, che ogni anno risulta sempre più gravoso per le possibilità economiche degli student* e delle loro famiglie. Di anno in anno le case editrici producono edizioni che di nuovo hanno ben poco se non il prezzo sempre più alto.</p>
<p>Per l’ ennesima volta le uniche risposte alla difesa del diritto allo studio e per un accesso libero e il meno dispendioso possibile al sapere, le offre chi la scuola la vive quotidianamente e sa cosa non funziona, al contrario, il ministro Gelmini, sventolando la bandiera di una finta eccellenza, non ha fatto altro che offrirci una riforma a <strong>3D</strong>:<strong> D</strong>iseducazione,<strong> D</strong>isuguaglianza, <strong>D</strong>isoccupazione.</p>
<p>Lavoratori precari sotto ricatto continuo e un’istruzione dequalificata e non accessibile a tutti sono gli approdi di un lungo percorso iniziato col “processo di Bologna”, attuato da tutti i governi europei (indipendetemente dal “colore” politico), che oggi, grazie alle riforme di scuola e università arriva a compimento.</p>
<p>Il collettivo studentesco ‘aca toro intende dare risposte reali a chi di fronte alla crisi, all’ aumento dei costi e l’annullamento del diritto allo studio si trova sempre più in difficoltà nel proseguire il percorso scolastico e di conseguenza ad inserirsi nella società di oggi.<br />
Per acquistare e/o vendere i libri di testo delle scuole superiori, puoi consultare il sito <strong>www.articolozero.org/mercatino</strong> e verificare se il libro che cerchi è presente nell’ archivio.<br />
Il mercatino è supportato da un sistema software in <strong>open source</strong> tutt&#8217;ora in sviluppo, programmato da noi per automatizzare e velocizzare le operazioni.<br />
I libri di testo verranno contemporaneamente <strong>raccolti e rivenduti </strong>con uno sconto dal 50 all&#8217;80% sul prezzo di copertina, a seconda delle condizioni dei libri. A settembre, chi ha portato i libri potrà tornare a riprendere quelli invenduti (o decidere di lasciarli nel nostro magazzino per l&#8217;anno prossimo), e/o riceverà la somma guadagnata grazie alla vendita dei suoi libri.</p>
<p>Il mercatino verrà effettuato allo spazio sociale La Boje in Via Trieste, 10 (nuova sede, vicino all’istituto d’arte)  a Mantova, <strong>dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 15.30 alle 18<br />
nei seguenti giorni:</strong><strong><br />
</strong><strong>luglio – 3 – 17</strong><strong><br />
</strong><strong>agosto- 7 – 14</strong><strong><br />
</strong><strong>settembre- 3 – 4 – 11</strong></p>
<p>Collettivo studentesco &#8216;Aca toro<strong><br />
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		<title>&#8220;L&#8217;ordine partì dall&#8217;alto&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 09:49:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Diritti e Libertà]]></category>
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Gianni De Gennaro è stato condannato a un anno e  quatro mesi per istigazione alla falsa testimonianza in occasione  dell&#8217;assalto alla scuola Diaz nel G8 del 2001. Ricostruita quindi la  catena di comando di quella serata infernale. Malabarba (Sc): ora faccia  la cosa giusta, si dimetta da capo dell&#8217;Aise



di Checchino Antonini [...]]]></description>
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<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16871" title="diaz02" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/06/diaz02-246x300.jpg" alt="diaz02" width="246" height="300" />Gianni De Gennaro è stato condannato a un anno e  quatro mesi per istigazione alla falsa testimonianza in occasione  dell&#8217;assalto alla scuola Diaz nel G8 del 2001. Ricostruita quindi la  catena di comando di quella serata infernale. Malabarba (Sc): ora faccia  la cosa giusta, si dimetta da capo dell&#8217;Aise</p>
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<p>di Checchino Antonini (da  www.ilmegafonoquotidiano.it)</p></div>
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<p>Un anno e quattro mesi per il Capo. Ora Gianni De Gennaro si dovrebbe  dimettere ma non glielo chiederà nessuno. Tranne i portavoce di allora  del Genoa social forum e un europarlamentare, De Magistris, di un  partito che fu il becchino della commissione d&#8217;inchiesta nel penultimo  parlamento. E a Genova, l&#8217;Idv, è capitanato addirittura da uno dei  robocop che guidarono l&#8217;assalto a un corteo enorme che contestava gli  Otto dannosissimi Grandi. Dunque, la Corte d&#8217;Appello di Genova ha  ritenuto che le prove erano bastanti, che quand&#8217;era capo della polizia,  il futuro Negroponte, istigò alla falsa testimonianza l&#8217;ex questore dei  tempi del G8. Due mesi di meno all&#8217;altro imputato, l&#8217;ex capo della Digos  cittadina e ora vicequestore vicario di Torino, Spartaco Mortola.  Entrambi ricorreranno in cassazione. Il pg Pio Macchiavello aveva  chiesto due anni di reclusione per De Gennaro e un anno e quattro mesi  per Mortola dopo l&#8217;esito, scandaloso per chi subì i massacri della Diaz e  gli arresti illegittimi di quella notte. Nell&#8217;ambito delle indagini  sulle false molotov, Mortola fu intercettato mentre chiacchierava con  Colucci il quale gli riferiva i complimenti del capo dopo la sostanziale  ritrattazione di fronte ai pm che indagavano sulla Diaz. In pratica a  Colucci fu consigliato di non fare menzione delle telefonate di quella  sera col Viminale per non rivelare la catena di comando e il ruolo del  capo di polizia nella repressione con cui si chiusero le tre giornate  del luglio. Il processo s&#8217;è svolto a porte chiuse &#8211; mentre quello a  Colucci sarà pubblico &#8211; per via del rito abbreviato e si dovranno  attendere le conclusioni per un&#8217;analisi compiuta. A destra o si finge di  non capire (Ascierto, l&#8217;uomo di An che era con Fini al comando dei  carabinieri mentre veniva ucciso Carlo Giuliani) o si strepita contro la  «vendetta» dei pm (Santelli, Pdl). «Perchè non pensare che le sentenze  di primo grado non erano giuste? L&#8217;appello serve anche per questo»,  suggerisce Enrico Zucca, il pm che ha sostenuto l&#8217;accusa insieme con  Francesco Cardona Albini, la medesima pubblica accusa dell&#8217;inchiesta  Diaz.</p>
<p>«Se una qualche sorpresa aveva destato la condanna degli uomini di De  Gennaro per la mattanza della suola Diaz, ancor più sorprendente è oggi  il verdetto di condanna per l&#8217;intoccabile ex capo della polizia. A  modificare la sentenza di primo grado è stato sicuramente il risultato  del lavoro dei pm che hanno portato alla recente condanna degli alti  ufficiali presenti sul campo», commenta Gigi Malabarba di Sinistra  Critica, già senatore e membro del Copaco. La sera della Diaz era uno  dei parlamentari stoppati dal portavoce di De Gennaro ai cancelli del  dormitorio dei manifestanti. La linea del Viminale è che la mattanza  fosse «una normale perquisizione». «Dopo il primo grado c&#8217;erano state  felicitazioni bipartisan &#8211; ricorda Malabarba &#8211; per quella assoluzione,  che rivela più di tante chiacchiere che, se la massima autorità di  pubblica sicurezza organizza la falsa testimonianza dei suoi subalterni e  più in generale prepara e dirige la catena di comando della repressione  al G8 di Genova, fa una scelta giusta e apprezzabile, sia per il  centrodestra che per il centrosinistra. Oggi mi aspetto che qualcuno, a  sinistra, riveda il suo atteggiamento supino verso De Gennaro e che De  Gennaro faccia la prima cosa giusta in questi ultimi dieci anni: si  dimetta da capo dei servizi segreti. Lo Stato finora si è autoassolto  nel plauso della politica istituzionale. Oggi onesti semplici magistrati  abbandonati da tutti (anzi quasi messi sotto accusa per tentativo di  lesa maestà) hanno iniziato ad incrinare lo strapotere del Negroponte  italiano, all&#8217;ombra del quale si è consumata da anni una  riorganizzazione autoritaria di tutti gli apparati di sicurezza del  paese. Occorre che tutti coloro che si mobilitarono a Genova ritornino  in campo per ottenere verità e giustizia anche per Bolzaneto e  l&#8217;uccisione di Carlo Giuliani.</p>
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		<title>cronache dalla crisi: articoli su Pomigliano</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jun 2010 09:45:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Così si abroga l&#8217;articolo 1 della Costituzione




Di Giorgio Cremaschi(da Liberazione)







Pare il sogno di Silvio Berlusconi. Un referendum che in una volta  sola cancelli tutte quelle parti della Costituzione, tutti quei pesi e  contrappesi nelle istituzioni, che danno fastidio alla libertà  dell’impresa e soprattutto a quella di alcuni imprenditori. Un  referendum ove [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Così si abroga l&#8217;articolo 1 della Costituzione</h2>
<div><span><span><a title="Mostra una  versione stampabile di questa pagina." onclick="window.open(this.href); return false" rel="nofollow" href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/print/894"></a></span></span></p>
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<p>Di Giorgio Cremaschi(da Liberazione)</p></div>
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<p><img class="alignleft size-medium wp-image-16868" title="FIAT-500_FAP - Zak³ad Tychy" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/06/fiat-fabbrica1-300x225.jpg" alt="FIAT-500_FAP - Zak³ad Tychy" width="300" height="225" />Pare il sogno di Silvio Berlusconi. Un referendum che in una volta  sola cancelli tutte quelle parti della Costituzione, tutti quei pesi e  contrappesi nelle istituzioni, che danno fastidio alla libertà  dell’impresa e soprattutto a quella di alcuni imprenditori. Un  referendum ove sia possibile solo il sì perché il no comporterebbe la  minaccia di mettere in crisi tutto il bilancio dello Stato. Per ora in  Italia questo incubo non è realizzabile. Nonostante tutto alcune regole e  garanzie di fondo lo impediscono. Senza particolare scandalo, però è su  questo che si vuole far votare i lavoratori di Pomigliano. Oramai è  chiaro a tutti, anche a chi continua a far finta di non aver capito.  Nello stabilimento Fiat campano non si discute più di produttività o di  flessibilità. L’azienda vuole imporre un altro contratto nazionale,  un’altra legge dello Stato, un’altra Costituzione. Nel nome del più  antico dei ricatti: o rinunci ai tuoi diritti o non lavori.<br />
Che una cosa di questo genere piaccia a chi pensa che la Costituzione  repubblicana è un inutile orpello, è comprensibile. E’ comprensibile  anche che con essa siano d’accordo quei sindacati complici, quella  Confindustria che con la legge sull’arbitrato vogliono imporre ai  lavoratori di rinunciare al diritto di andare dal giudice sin dal  momento dell’assunzione. Così come ai lavoratori di Pomigliano si dice  che rientreranno al lavoro solo se si spoglieranno di tutti i loro  diritti. Tutto questo è comprensibile in chi ha fatto del potere  dell’impresa il totem assoluto a cui sacrificare tutto.<br />
Invece che il Partito democratico, la stampa che lotta contro i bavagli,  l’opinione pubblica scandalizzata giustamente dall’attacco  all’autonomia della Magistratura, che da questa parte non ci si accorga  che a Pomigliano si sta aprendo un buco nero che può inghiottire parti  rilevanti della nostra democrazia, tutto questo è francamente  incomprensibile.<br />
Siamo davvero già così oltre i nostri principi fondamentali? Si è già  davvero totalmente restaurata l’ideologia ottocentesca secondo cui le  libertà si fermano alle soglie dell’economia? Questo è proprio ciò che  la nostra Costituzione nega alla radice: che si possa avere una  democrazia dei cittadini che non sia anche una democrazia dei lavoratori  e nell’economia.<br />
La Fiom ha detto no. E’ un atto di coscienza e coraggio che dovrebbe far  felici tutti coloro che pensano che bisogna difendere la nostra  democrazia dal degrado berlusconiano e tremontiano. E invece si vedono  balbettamenti, parole in libertà, appelli alle parti sociali. Quale  vergognosa fiera dell’ipocrisia. E’ chiaro o no che la Fiat considera le  leggi italiane una fastidiosa variabile nei suoi bilanci di  multinazionale? E’ chiaro o no che se a Pomigliano passa la deroga a  tutto, nel giro di sei mesi tutto il sistema industriale italiano farà  la stessa cosa?<br />
E’ proprio di questo, del resto, che parlano i commentatori quando  dicono che la Fiom si oppone a nuove regole. Siamo in una drammatica  crisi mondiale, che nasce dalla speculazione selvaggia e da vent’anni di  liberismo senza regole. Eppure improvvisamente pare che tutte le  analisi sulla crisi, tutti i proponimenti di superare il mercato  selvaggio, di dire basta alla speculazione e sì a un economia più  responsabile, vengano cancellati. Chi si preoccupa della salute fisica e  psichica dei lavoratori di Pomigliano, costretti a ritmi e a condizioni  di lavoro tra le peggiori d’Europa, senza la possibilità di discuterle e  criticarle? Chi si preoccupa del taglio dei salari, dei diritti, di un  trattamento di malattia che è frutto del contratto del 1969? Orpelli,  antistoriche resistenze sindacali di fronte al dispiegarsi della libertà  d’impresa?<br />
Se non reagiamo ora con il massimo dell’indignazione, forse un giorno  potremmo ricordarle davvero queste settimane. Come quelle dove in un  solo stabilimento Fiat, con un referendum imposto a lavoratori che  avevano puntata alla tempia la pistola del licenziamento, fu abolito  l’articolo 1 della Costituzione repubblicana.</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<h2>Pomigliano e il ruolo della sinistra</h2>
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<p>di Salvatore Cannavò(da il megafonoquotidiano.it)</p>
<p>Marchionne fu definito l&#8217;esponente della  &#8220;borghesia buona&#8221; e mai definizione fu così smentita. Il Pd non se la  sente di mettersi contro la Fiat, il resto della sinistra sì ma ha un  problema di credibilità. Sinistra Critica propone una «iniziativa  unitaria» a partire dallo sciopero del 25 giugno. Attorno alla battaglia  su Pomigliano può innescarsi una risposta efficace?</p></div>
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<p>Come ricorda oggi in un&#8217;<a href="http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2010061615958534-1">intervista</a> al Fatto quotidiano, Cesare Damiano, già &#8220;riformista&#8221; della Fiom e poi  ministro del Lavoro nel secondo governo Prodi, la Fiat ha sempre fatto  «scuola» nell&#8217;ambito delle relazioni industriali. «Nel 1971 l&#8217;accordo  Fiat sull&#8217;organizzazione del lavoro &#8211; spiega Damiano &#8211; determinò le  caratteristiche della prestazione del lavoro in tutte le grandi aziende  d&#8217;Italia (&#8230;) così come nel 1988 l&#8217;accordo sul premio di risultato  portò successivamente all&#8217;introduzione del salario variabile che nel  protocollo del 1993 ispirò l&#8217;intera contrattazione di secondo livello».  Damiano &#8220;dimentica&#8221; il 1980 e il licenziamento &#8211; poi cassa integrazione &#8211;  di migliaia di operai a Torino che innescò la protesta dei 35 giorni  conclusasi con una sconfitta. Quella non fu una vertenza squisitamente  sindacale ma chiaramente politica, intenzionata a modificare,  riuscendoci, i rapporti di forza nella società italiana.<br />
L&#8217;accordo separato di Pomigliano si iscrive in questa genealogia  negativa targata Fiat. Ha componenti chiaramente lavoriste, cioè interne  alle condizioni di vita interne alla fabbrica &#8211; lo straordinario  obbligtorio a 120 ore, la pausa ridotta di dieci minuti, l&#8217;introduzione  del <a href="http://www.ambiente.fiat.it/IT/Produzione/Processi_produttivi/World_Class_Manufacturing/3_1_3/">World  Class Manufacturing</a>, la pausa mensa a fine turno &#8211; ma ha anche una  valenza generale, &#8220;politica&#8221;, che riguarda i complessivi rapporti di  forza sociali. Le sanzioni al diritto di sciopero costituiscono il cuore  di questa offensiva così come il rifiuto di pagare la malattia a carico  dell&#8217;azienda in caso di assenze dal lavoro superiori alla media (ma a  quale media la Fiat non l&#8217;ha ancora detto).<br />
Un passaggio di fase che capitalizza un dato della politica che è sotto  gli occhi di tutti: una sinistra scomparsa dal Parlamento e inefficace  sul piano sociale, un Pd che si schiera direttamente con la Fiat salvo  chiedere un po&#8217; più di cortesia e un&#8217;Italia dei Valori &#8211; il soggetto  politico nuovo di questa fase &#8211; che si schiera con i lavoratori ma che  con la testa pensa a bavagli e intercettazioni più che alla lotta di  classe.<br />
Le prese di posizione sono le più disparate e le più diversificate tra  loro. La più paradossale è quella di Fausto Bertinotti: «Dove è finita  la sinistra dei post-it, di Repubblica, che protesta contro il bavaglio?  A Pomigliano non la vedo» dice l&#8217;ex presidente della Camera in  un&#8217;intervista al Riformista. L&#8217;intervistatore dimentica però di  chiedergli conto dei vecchi giudizi su Marchionne, <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2006/luglio/05/Bertinotti_borghesi_buoni_sinistra_discute_co_9_060705081.shtml">definito  esponente </a>di quella «borghesia buona» con cui la sinistra doveva  allearsi al tempo del governo Prodi. Più lesto a porre la domanda è  invece il Corriere e in questo caso Bertinotti ammette un ripensamento:  «Anch&#8217;io, non lo nego, ho parlato bene di Marchionne ma se poi fa cose  come queste, con la stessa libertà con cui ho detto che era un bravo  manager ora dico che è un personaggio pessimo». Peccato che il giudizio  positivo coincidesse con il momento di massimo prestigio e visibilità  dell&#8217;ex segretario di Rifondazione e che quella scelta, allora, abbia  contribuito alla perdita di credibilità della sinistra di classe. E  questo è quello che oggi pesa come un macigno.<br />
Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, a Pomigliano ci è andato a  volantinare e ovviamente i suoi giudizi sono in parte analoghi a quelli  di Bertinotti: «Dov’è quel centro sinistra che giustamente si indigna  per le nefandezze di Berlusconi? Dove sono i direttori dei quotidiani  che giustamente protestano contro le leggi bavaglio? Dove sono i  liberali che gridano al golpe quotidianamente? In silenzio». Giusto, ma  nei suoi due anni di segretario, Ferrero ha offerto molto proprio a  quelle posizioni e quando mai il Prc si è sganciato dalle coalizioni di  centrosinistra con cui ha governato, ad esempio, proprio la regione  Campania fino a tre mesi fa? E lo stesso vale per Vendola e Sinistra e  Libertà. Le prese di posizioni esistono ma quello che si misura  pesantemente in questa vicenda è la perdita di credibilità. E anche le  formazioni minori, come Sinistra Critica o il Pcl, che non hanno  certamente remore a stare dalla parte dei lavoratori e della Fiom e a  proporre mobilitazioni unitarie, hanno comunque una voce flebile, frutto  delle sconfitte e della dispersione di energia.<br />
Chi si muove con più credibilità è ovviamente il partito di Di Pietro  che annuncia: «Ci impegneremo a fianco degli operai perché nessun  diritto venga prevaricato». Eppure, la percezione che l&#8217;Idv rimanda,  nonostante gli sforzi del suo responsabile Lavoro, Maurizio Zipponi, già  Fiom e già deputato del Prc, è di avere il baricentro politico da  un&#8217;altra parte.</p>
<p>Nel Pd invece è un fiorire di dichiarazioni da collezione. Fassino,  che aspira a fare il sindaco di Torino, dice di continuare a fare il  tifo per Marchionne: «Sta passando l&#8217;ultimo treno per Pomigliano e il  sindacato non deve sottrarsi alle proprie responsabilità». Nessuna  esitazione nemmeno per l&#8217;attuale sindaco, Chiamparino che si augura un  sì al referendum e un conseguente ripensamento della Fiom. Da un altra  posizione muove invece l&#8217;ex segretario della Cgil, Sergio Cofferati,  oggi parlamentare europeo, il quale invece sottolinea il pericolo che  l&#8217;accordo violi non solo la Costituzione italiana ma anche i trattati  europei a cominciare dal Trattato di Lisbona. In questa babele scomposta  il segretario Bersani cerca di portare un po&#8217; d&#8217;ordine affermando su  Repubblica che l&#8217;unica posizione che conta è la sua. E la sua posizione è  così mediata e sfumata che si fa fatica a capirla: «L&#8217;accordo va bene  ma non deve diventare un modello» che è diventata la posizione del  segretario Cisl, Bonanni. Però «l&#8217;azienda non dovrebbe umiliare gli  operai e cancellare i diritti» che invece è la posizione di Epifani.  Detto questo «la situazione in quello stabilimento è insostenibile, non  può stare sul mercato con quei livelli di produzione» che è la posizione  della Fiat. Manca forse solo la posizione del Pd ma questa non è una  novità. Ma battute a parte, il Pd in questa vicenda non tocca palla,  perché le questioni sociali sono ormai estranee alla sua traiettoria e  cultura e si incarica di affrontarle solo dal governo; dall&#8217;opposizione  non sa dire nulla perché non riuscirebbe mai a demarcarsi da una logica  di impresa che ormai è la sua logica.</p>
<p>Resta però il fatto di una situazione difficile e che costituisce un  nuovo colpo per lavoratori e lavoratrici. Che fa la sinistra? come si  rende utile e come coglie il passaggio per provare a dare una risposta?  Un&#8217;occasione è data dal 25 giugno, quando ci sarà lo sciopero di 8 ore  proclamato dalla Fiom. Si potrebbero tenere manifestazioni in tutta  Italia di solidarietà ai lavoratori Fiat in particolare a Pomigliano  anche come reazione al referendum del 22 giugno. Sinistra Critica, per  bocca dei suoi portavoce, Turigliatto e D&#8217;Angeli, <a href="http://www.sinistracritica.org/content/no-al-modello-pomigliano-una-proposta-unitaria-alla-sinistra">avanzano  la proposta </a>di un incontro unitario a sinistra per «contribuire a  un movimento forte unitario e dal basso contro l&#8217;accordo, a difesa dei  diritti e della dignità del lavoro, per cercare di organizzare una  riposta adeguata al &#8220;modello Pomigliano&#8221;».</div>
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		<title>Il vero volto dei padroni</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Jun 2010 09:11:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>manu</dc:creator>
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Miserie e (poche) nobiltà della Confindustria  nostrana nel libro di Filippo Astone &#8220;Il partito dei padroni&#8221; edito da  Longanesi










di Salvatore Cannavò


Un altro segno della crisi della sinistra è il libro di Filippo  Astone &#8220;Il partito dei padroni&#8221; (Longanesi, 383 pg., 17,60 euro). Un  giornalista in forza al Mondo, il settimanale della [...]]]></description>
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<p><em>Miserie e (poche) nobiltà della Confindustria  nostrana nel libro di Filippo Astone &#8220;Il partito dei padroni&#8221; edito da  Longanesi</em></div>
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<div><a href="http://www.ilmegafonoquotidiano.it/sites/default/files/confindustria.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-16851" title="silvioeemma" src="http://www.articolozero.org/wp/wp-content/uploads/2010/06/silvioeemma-300x212.jpg" alt="silvioeemma" width="300" height="212" /><br />
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<div>di Salvatore Cannavò</div>
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<p>Un altro segno della crisi della sinistra è il libro di Filippo  Astone &#8220;Il partito dei padroni&#8221; (Longanesi, 383 pg., 17,60 euro). Un  giornalista in forza al Mondo, il settimanale della Rcs, il giornale del  salotto buono; una casa editrice che non sta nella tradizione della  sinistra culturale italiana anche se oggi è un tassello di quel gruppo  Mauri Spagnol che rappresenta l&#8217;outsider principale contro Mondadori e  Rizzoli. Eppure il libro costituisce un&#8217;analisi impietosa, di quelle che  la sinistra non riesce a fare, di quello che è oggi la classe padronale  italiana, dei suoi equilibri politici interni e dei suoi comportamenti  in diretta sul campo, a volte al limite del voltastomaco. Come il caso  che Astone sceglie di mettere in apertura del libro per presentare &#8220;la  faccia truce dei padroni&#8221; quella della Umbria Olii, distrutta da un  incendio nel quale persero la vita cinque operai, bruciati vivi. Giorgio  Del Papa, amministratore delegato e principale azionista dell&#8217;azienda,  ha citato le famiglie degli operai morti chiedendo un risarcimento di 35  milioni di euro perché l&#8217;incendio sarebbe stato provocato dalla  noncuranza di quei poveri lavoratori. Un&#8217;infamia oltre che  un&#8217;ingiustizia, hanno risposto le famiglie, che si sono rivolte anche al  Capo dello Stato (cosa ha risposto?) e che piene di rabbia e di dolore  sono costrette a sostenere un vero e proprio processo giudiziario.</p>
<p><strong>La faccia truce</strong></p>
<p><strong> </strong><br />
Faccia truce o vero volto? A fronte di un caso come questo, il libro  mette in evidenza come invece Condindustria, il partito dei padroni,  cerchi invece di presentarsi con un volto moderno, riformatore, in cerca  di una stabilizzazione del paese e di un clima politico meno rissoso.  Il volto &#8220;cool&#8221; di Luca Cordero di Montezemolo, cresciuto in casa Fiat,  uomo dalle mille poltrone e dalle ambizioni politiche soffocate a  fatica, leader dell&#8217;associazione imprenditoriale e poi, dopo la  successione di Emma Margegaglia, presidente di una Fondazione, Italia  Futura, con la quale provare a tessere una strategia politica. Oppure il  volto più ruspante e pragmatico dell&#8217;imprenditrice mantovana che a  differenza dell&#8217;ex presidente Fiat, ha dislocato la Confindustria  decisamente dalla parte del governo Berlusconi in cambio di favori,  piccoli privilegi, vere e proprie prebende (anche per la propria  famiglia, come dimostra il caso dei lavori alla Maddalena per il G8).<br />
Se il caso della Umbria Olii è certamente il più estremo, è anche vero  che dietro il volto suadente e moralizzatore, si nasconde un incessante  lavorìo per ottenere risultati concreti da questo o quel governo. E dal  governo Berlusconi Confindustria di risultati ne ha ottenuti non pochi  come Astone scrive: la privatizzazione dei servizi pubblici locali con  una possibile «grande abbuffata» da circa 100 miliardi di euro; la  promessa del nucleare, con un giro di affari che supera i 30 miliardi;  la riforma della scuola con gli incentivi agli istituti tecnici, il  rilancio dei professionali, e un&#8217;università che viene di fatto  consegnata ai privati; e poi tutti i tipi di incentivi, la  detassazazione degli utili, il fondo di credito per le piccole imprese e  altro ancora. Certo, ci sono le delusioni, la riduzione delle tasse che  non arriva, grandi opere infrastrutturali che non decollano ma  sostanzialmente il programma di governo segue pedissequamente quello di  Confindustria. Perché, il punto è questo, il &#8220;partito dei padroni&#8221; si  muove come un vero partito, ha una struttura di oltre 4 mila dipendenti  per rappresentare 142 mila imprese, e ha un suo programma politico che  resta piuttosto immutato nel tempo, presidente dopo presidente.</p>
<p><strong>Il programma dei padroni</strong><br />
Un programma politico che si riassume in un&#8217;ideologia da «far west&#8221; in  cui l&#8217;impresa deve essere liberata da &#8220;lacci e lacciuoli&#8221;, libera nei  suoi affari e nel suo profitto, messa al centro della vita politica e  sociale. I quattro punti fondamentali di questo programma sono così  definiti: «Privatizzare qualunque cosa tranne (per ora) l&#8217;aria;  abbassare drasticamente le imposte e pertanto la spesa pubblica;  riformare radicalmente la contrattazione e il diritto al lavoro per  ottenere la massima flessibilità e minori costi; adoperarsi per attuare  le riforme indispensabili a un paese moderno» cioè burocrazia più  efficiente, infrastrutture, incentivi a ricerca e sviluppo. Questo  programma non cambia mai e le richieste ai governi di turno sono sempre  le stesse. E, se guardiamo agli ultimi venti anni, ci accorgiamo che  questo programma è stato pazientemente applicato con certosina  precisione (anche se questo non basta ancora al &#8220;partito dei padroni&#8221;)  sia dai governi Berlusconi che da quelli del centrosinistra.<br />
Ma siccome non basta mai, la Confindustria si esercita con foga e  determinazione nel &#8220;j&#8217;accuse&#8221; contro la politica, i suoi ritardi, i suoi  riti, i suoi costi, additati come responsabili non secondari &#8211; i  responsabili principali sono sempre i sindacati &#8211; dell&#8217;impasse italiana.  Solo che quando si guarda in casa padronale ci si accorge &#8211; e questo il  libro di Astone lo permette benissimo &#8211; che quei costi, quei ritardi,  quelle alchimie sono esaltati all&#8217;ennesima potenza. Confindustria  gestisce un bilancio complessivo &#8211; compresi i bilanci delle Unioni  provinciali e regionali &#8211; di oltre 500 milioni di euro ma nessuno ne sa  nulla (mentre per i bilanci dei sindacati viene chiesta, giustamente, la  massima trasparenza); le sue regole interne, per l&#8217;elezione del  Presidente, della Giunta, del Direttivo, delle svariate strutture che si  controllano a vicenda, sono degni «del Partito comunista cinese». La  lotta per il controllo delle Unioni provinciali, delle Commissioni  nazionali e della Presidenza è senza esclusione di colpi. Al suo interno  vivono correnti, cordate &#8211; ancora poco noto il &#8220;Salotto buono 2&#8243; che  lega Cordero di Montezemolo, Della Valle, Luigi Abete, Vittorio Merloni &#8211;  gli sgomitamenti delle ex aziende di Stato oggi colossi energetici come  Eni e Enel. In prima fila nella lotta contro le &#8220;caste&#8221;, Confindustria è  un fior di casta, con i suoi mandarini e i suoi nepotismi, i costi  eccessivi ma soprattutto i danni sociali che le sue scelte politiche  provocano.</p>
<p><strong>La casta confindustriale</strong><br />
Messe di fila, nel capitolo titolato &#8220;La casta di lorsignori&#8221;, le  principali gesta confindustriali smentiscono platealmente  quell&#8217;ideologia a base di meritocrazia e modernità, di flessibilità e  crescita economica che pure professano. Anzi, descrivono «una foresta  pietrificata» che ha grandi responsabilità nell&#8217;edificazione del &#8220;caso  italiano&#8221;. Il modo con cui Tronchetti Provera ha spennato gli azionisti  Pirelli e poi quelli Telecom; il modo con cui Geronzi è stato portato  alla presidenza di Generali senza essersi mai occupato di Assicurazioni  in vita sua; il gioco delle scatole cinesi che permette a John Elkann di   decidere i destini della Fiat possedendone direttamente solo il 6%;  gli stipendi e le stock options che intascano i proprietari-manager  delle imprese anche quando producono perdite favolose e senza alcun  principio meritocratico; il caso Alitalia, Fastweb, senza dimenticare  Parmalat e Cirio. Una carrellata che permette a Astone di concludere il  libro con questa considerazione: «All&#8217;inizio ci siamo chiesti se, e in  quale misura, i protagonisti del capitalismo nostrano abbiano  corresponsabilità nella deriva italiana. A partire da una domanda: ma  Marco Tronchetti Provera, Emma Marcegaglia, Luca Cordero di Montezemolo  sono poi così diversi da Antonio Bassolino, Rossa Russo Jervolino e Mara  Carfagna? Alla fine del viaggio la risposta è no». Le similitudini  posso essere ampliate ma la sostanza è quella: una classe dirigente  dedita a bacchettare tutto e tutti, a dispensare consigli all&#8217;universo  mondo, si è arricchita grazie a quello Stato che vuole abbattere e  grazie a sacrifici enormi di lavoratori e lavoratrici. Eppure è ancora  lì, intoccabile, impunita che si erge a grande moralizzatrice,  foraggiata e sostenuta dal cuore dell&#8217;ideologia berlusconiana che vuole  l&#8217;imprenditoria come modello sociale di riferimento contro la politica  parassitaria. Un modello che ha plasmato la società italiana e che  costituisce oggi forse il vero lascito degli ultimi venti anni.</div>
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