SCIOPERO DEI LAVORATORI TIM

Le ragioni di questo sciopero del customer service sono invece rivelatrici di una strategia di ristrutturazione che appare di «lunga durata», che va quindi ben al di là dei diretti interessati (al 119 lavorano 3.800 lavoratori con contratto a tempo indeterminato, più 800 interinali). Il casus belli è stato fornito dall’ennesima «esternalizzazione»: 161 dipendenti del 119 Tim sono stati destinati a passare alla Emsa, insieme a 54 di IT Telecom (la società di informatica del gruppo) e 46 di Finsiel.

La Emsa è una società che fa parte del gruppo Telecom, ma fino al 2000 – riferiscono fonti sindacali – è stata in liquidazione. Ora, con 50 dipendenti, è stata riattivata per assorbire gli «esternalizzandi», da destinare a servizi di manutenzione e di security. Ogni cessione di ramo d’azienda – con il passaggio da una società «grande» a una media o piccola – comporta la quasi certezza di una diminuzione delle tutele e dei diritti acquisiti dei lavoratori . Ma in questo caso, a preoccupare i dipendenti – soprattutto quelli di Tim – è la composizione del gruppo di lavoratori «scelto» per il trasferimento: numerosi portatori di handicap o con problemi psico-fisici, ultracinquantenni, donne in gravidanza. «Sono tutti lavoratori considerati `a bassa produttività’ – dicono dalla Rsu di Bologna – collocati già da tempo in un reparto riorganizzato ad hoc». Il sospetto del sindacato è insomma chiaro: che la Emsa sia stata riesumata soltanto per funzionare da «transito», per poi chiudere con un licenziamento collettivo altrimenti impossibile (la Tim ha presentato un bilancio trimestrale con un attivo di quasi un miliardo di euro).

Sul tavolo della vertenza ci sono poi alcune richieste dell’azienda considerate inaccettabili: 4 sabati e 2 domeniche lavorative in più, orario di lavoro concentrato nel pomeriggio-sera e prolungato fino alle 23,30, riduzione della pausa pranzo da 30 a dieci minuti. Questo, oltretutto, in una situazione di forte disparità di trattamento rispetto alle società concorrenti: in Omnitel e Wind, infatti, gli addetti al customer service sono inquadrati al quarto o quinto livello, in H3G addirittura al sesto, mentre in Tim – complice un contratto integrativo davvero infelice – sono soltanto a terzo. I delegati della Cgil saranno a Roma il 28, convocati insieme a Cisl e Uil per l’avvio delle procedure di esternalizzazione. Ma anticipano già ora che non firmeranno nessun accordo, proclamando anzi uno sciopero nazionale unitario in dicembre, allargato a tutto il settore facility management. E, se non dovesse essere sufficiente a far fare marcia indietro all’azienda, arrivare a uno sciopero dell’intero gruppo in gennaio.

Si parte infatti da percentuali di adesione plebiscitarie (90% a Bologna, l’85 a Milano, il 90 a Palermo, e così via), che danno il senso di un conflitto sindacale «alto». Perché i «call center» non sono più un’«anomalia» nelle relazioni industriali, ma sempre più il «modello» che si vorrebbe imporre al lavoro salariato.

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DIETRO LE COP UN ESERCITO DI RICERCATORI E SCIENZIATI

Dieci giorni di scambi di esperienze, opinioni, dati scientifici, nel tentativo di trovare strade comuni per dare concreta applicazione agli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra e diminuire così l’impatto delle attività antropiche sul clima. Istituita nel 1995, come autorità per la Convenzione quadro sui cambiamenti climatici, firmata tre anni prima dalla Comunità europea e altri 154 paesi al Summit mondiale su Ambiente e sviluppo di Rio de Janeiro, la Conferenza delle parti si rinnova ogni anno: Berlino 1995, Ginevra 1996, Kyoto 1997, Buenos Aires 1998, Bonn 1999, Hague 2000, Marrakesch 2001, New Delhi 2002.

Del lungo elenco, particolarmente importante è l’appuntamento di Kyoto del 1997: è in seno alla Cop3, infatti, che viene stilato il Protocollo di Kyoto, un accordo che riempie gli spazi lasciati in bianco dalla Convenzione sul clima di Rio, definendo tempi, quantità e metodi di riduzione delle emissioni. Ma a supporto di questa attività, lunga e complessa, si muove un esercito di scienziati, ricercatori, ecologi, meteorologi. Tutti con un unico obiettivo: cercare di prevedere quali sconvolgimenti porterà sul pianeta il cambiamento climatico in atto e arrestare il processo che lo alimenta.

Questione tutt’altro che recente. Già nel 1979, in occasione della prima Conferenza mondiale sul clima di Ginevra, il problema dei mutamenti climatici viene posto come “urgente” e la comunità scientifica lancia i primi allarmi sugli effetti di lungo periodo che le alterazioni in atto possono avere sull’uomo e sull’ambiente. L’appello non rimane inascoltato e si decide di dare vita ad un organismi ad hoc che studi i cambiamenti climatici: nasce così il World climate programme (Wcp, http://www.wmo.ch/web/wcp/wcp-home.html), organismo internazionale scientifico che lavora sotto la diretta responsabilità del World meteorological organization (Wmo), dell’Unep (United nations environment programme), dell’International council of scientifics unions (Icsu) e dell’Intergovernmental oceanographic commission dell’Unesco. Conferenze intergovernative si susseguono a intervalli più o meno regolari per tutti gli anni Ottanta, riconoscendo crescente importanza ai problemi legati ai cambiamenti climatici. Risultato: nel 1988, Wmo e Unep danno vita ad un altro importantissimo organismo: l’Ipcc (Intergovernmental panel on climate change, http://www.ipcc.ch/) con l’obiettivo preciso di raccogliere, su basi oggettive e trasparenti, informazioni scientifiche, tecniche e socio-economiche utili a comprendere la portata del rischio di un cambiamento climatico di origine antropica, i suoi potenziali impatti e tutte le possibili soluzioni per ridurne la portata.

Ad oggi l’Ipcc ha prodotto tre rapporti, l’ultimo dei quali (2001) non lascia spazio a dubbi: «Il sistema climatico della Terra è evidentemente cambiato sia su scala globale sia su scala regionale dall’era preindustriale, e alcuni dei cambiamenti in atto sono da imputare alle attività umane».

da http://www.cambiaclima.it/apps/essay.php?id=17

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INTERVISTA AD UN DISERTORE

Il soldato di fanteria Carlos, nicaraguense di 28 anni, vive negli Stati uniti con la «green card». Fa parte del corpo dell’esercito americano

(39.000 uomini) a cui è stato promesso dal Pentagono di accelerare la pratica per ottenere la cittadinanza americana in tre anni, invece dei cinque o più richiesti. Ha una bambina di tre anni. Dopo otto anni di carriera nell’esercito americano in Texas, per un salario di 14mila dollari l’anno più benefit che gli consente di continuare gli studi, si arruola nella Guardia nazionale alla base militare di Fort Stewart. Sono i primi prescelti dal Pentagono, a marzo, per essere inviati in Iraq, ignari di combattere in una guerra. Le missioni a loro riservate sono le più rischiose e di prima linea – «palle di cannone», dichiara Carlos. E’ sempre contrario alla guerra in Iraq. Al suo rientro in Usa ha deciso di disertare l’esercito. Dal 15 ottobre scorso vive in clandestinità, sapendo di essere ricercato come «absent of duty». Contro di lui c’è un mandato di cattura.

Questa è la sua prima intervista da quando vive «underground». Carlos non è il suo vero nome.

La sua decisione di rientrare negli Stati uniti è dovuta al termine della sua missione in Iraq o altro?

Sono tornato negli Usa dal fronte di prima linea in Iraq perché il mio visto di immigrazione stava per scadere. Ho chiesto una licenza di due settimane al mio comandante per espletare queste pratiche e dovevo poi tornare in prima linea. Ho deciso invece di non voler più tornare in Iraq. Ora è entrato in vigore l’ordine esecutivo approvato da Bush, lo «stop loss»: il 77% degli arruolati volontari non potrà più lasciare il servizio militare in circostanze come quelle della guerra in Iraq.

Quale è il motivo della sua diserzione?

Non volevo più continuare ad essere partecipe in una guerra che non condivido.

E’ una decisione presa in conseguenza a quanto ha vissuto durante questi sei mesi al fronte in Iraq?

No. Sono stato contrario a questa guerra sin dall’inizio, ancor prima di essere spedito al fronte. Questa è una guerra immorale. Non cerco di evitare il servizio militare. Sto cercando di evitare questa guerra. Ritengo sia una guerra criminale. Il Pentagono, forse, mi considera un disertore, ma non ritengo, avendo firmato un contratto con il servizio militare, di essere obbligato a fare cose che vanno contro i miei principi morali. Anche prima di questa guerra ero un essere umano con dei principi morali. Sento l’obbligo di non venir meno al contratto con l’esercito americano. Forse pagherò amaramente per questo contratto cui sono venuto meno. Se un caso

simile al mio viene pubblicizzato, il Pentagono è in grado di rovinarti la vita.

E’ una decisione che la rende tranquillo anche se dovesse pagare con la prigione?

Anche se questa mia decisione comporta la galera. Ci racconta la sua storia?

Nella mia carriera militare sono stato arruolato in Texas come «active duty», servizio attivo. Quando sono uscito dall’esercito e mi sono arruolato nella Guardia nazionale sono stato incoraggiato a rimanere arruolato nell’esercito con la promessa di accelerare il processo per acquisire la cittadinanza americana in un numero di anni inferiore: tre anni invece dei cinque prescritti per chi fa parte dell’esercito americano. Quando stavo per terminare il mio mandato con la Guardia nazionale, a gennaio di quest’anno,

i miei superiori a Fort Stewart mi comunicarono che non avrei potuto lasciare l’esercito, a maggio di quest’anno, perché il nostro gruppo, grazie all’«ordine esecutivo» del presidente Bush, era diventato parte dell’esercito con «effective duty» in Iraq.

Ha ottenuto la cittadinanza americana promessa, per essersi arruolato nella Guardia nazionale e andare in missione in Iraq?.

No.

La sua aspirazione era quella di regolarizzare il visto di immigrazione e diventare un cittadino americano?

Non ho mai cercato di diventare un cittadino Usa, anche se sono cresciuto qui e vi ho fatto gli studi. Ma questa è stata la promessa offerta a noi 39.000 non cittadini Usa, ma provenienti da Haiti, Centroamerica, Messico e paesi del Sud America. Era questo uno dei benefici che si acquisiva per arruolarsi nell’esercito americano. Sono andato in Iraq con il mio plotone di fanteria nel marzo scorso, ma non ci dissero che andavamo a combattere e che ci saremmo trovati in questa guerra. Stavo per terminare gli studi, mi mancavano tre settimane per terminare il corso al «college». Molti giovani decidono di arruolarsi per poter studiare ed avere un salario.

Come ha vissuto questi sei mesi nelle prime linee del fronte di guerra in Iraq?

E’ stata un’esperienza orrenda. Traumatizzante. Come semplice soldato di fanteria, le assicuro che tutte le «missioni» cui venivamo assegnati erano estremamente a rischio: incursioni nel mezzo della notte per le strade di Baghdad, attacchi alla ricerca dei soldati della guardia repubblicana di Saddam Hussein. Ad Al Ramadi, che dista 40 chilometri di Baghdad, la stazione assegnataci, ho vissuto un’esperienza terrificante, piena di immagini e storie che mi hanno segnato per sempre.

Ha assistito alla morte di altri commilitoni, giovani come lei o anche di più?

Durante tutto il periodo che sono stato lì, non ho mai visto un militare americano ucciso. Ma tanti, troppi iracheni. Ho visto morire molta gente. Giovani civili e militari. Abbiamo ucciso molta gente. So che abbiamo ucciso, in battaglia, anche dei bambini. Per fortuna non ero presente in questi scontri.

Lei porta con sé l’immagine anche di un solo individuo che ricorda di aver ucciso? Ha visto le persone che uccideva?

Non lo so. So bene che ho aperto il fuoco, ma è difficile sapere se ho la responsabilità individuale di aver ucciso, perché il fuoco veniva aperto collettivamente dal gruppo dell’unità di fanteria. Voglio sforzarmi di pensare che non sia stata mia la pallottola che ha ucciso uomini, donne, bambini, perché eravamo in molti a far fuoco. E’ un modo per cercare un senso di colpa collettivo. Preferisco pensare sia così. In quei momenti non ci si pensa. Esistono paura, angoscia, frustrazione. L’addestramento impartito nelle basi militari per le operazioni di guerra non ha nessun collegamento con la realtà che si vive poi sul campo. Non ti addestrano ad avere emozioni, ma soltanto ad eseguire ordini impartiti. Molti militari sono impazziti. Alcuni al rientro dalle «missioni militari» sono stati per

giorni senza poter parlare e con lo sguardo fisso rivolto contro il muro. Tutto questo viene coperto da un velo di silenzio dai comandanti superiori, soprattutto nei casi di tentato suicidio di molti soldati di altre unità.

Eppure l’operazione mediatica di Bush mostra il personale militare Usa in Iraq con «morale alto, dedito ad una guerra di liberazione del popolo iracheno».

Personalmente, al fronte, ho cercato di non rendere manifesta questa mia opposizione a questa guerra ma so che, anche se la maggior parte dei soldati in Iraq era consapevole che il dissenso veniva punito pagando amaramente, in privato ammetteva che non esistevano ragioni valide per essere lì in guerra ad uccidere gli iracheni. La popolazione americana e il mondo intero ha dovuto credere che Saddam Hussein era responsabile per l’attacco terroristico dell’11 settembre, ma la leadership che Bush guida non è stata in grado di provarlo. Ci hanno detto che eravamo lì per rinvenire le armi di distruzione di massa, non sono stati in grado di provarlo. Sembra a molti di

noi che le motivazioni addotte per questa guerra non possano essere provate. Siamo stati spediti a migliaia di chilometri di distanza, lontani dalle nostre case, dalle nostre famiglie per combattere una guerra in Iraq e gli interrogativi che circolavano nell’esercito erano: Perché siamo qui? Perché stiamo facendo questo? Perché uccidiamo tanta gente? Perché ci sparano contro?

Qual’è la sua interpretazione a quest’ultimo quesito?

Non ho mai avuto la sensazione dei «liberatori» per la popolazione irachena. Quando percorrevamo le strade, a volte i bambini ci venivano incontro, ci salutavano. Naturalmente questo ci faceva piacere, ma a pensarci bene, la nostra missione non doveva essere quella di liberare il popolo iracheno, ma di rinvenire le armi di distruzione di massa, scovare i terroristi. Son trascorsi mesi e mesi. Siamo ancora lì. Non c’è elettricità, la gente muore di fame, non ha sicurezza. Quelle stesse persone che ci mostravano amicizia

inizialmente, ora non ci salutano più. Non vogliono più che stiamo a casa loro. Che tipo di libertà gli portiamo? Questa gente semina bombe per le strade, attacca le forze italiane, australiane, dell’Onu e della Croce Rossa, perché visti come coloro che collaborano all’occupazione americana in Iraq, ma il bersaglio colpito dalla resistenza locale irachena è diretto sempre contro la principale forza occupante: ovvero gli Stati uniti.

http://www.ilmanifesto.itPATRICIA LOMBROSO NEW YORK

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VERTICE PER LE POLITICHE SULLE ABITAZIONI

Quel giorno, i ministri europei si sono incontrati in un vertice, che è improprio definire tale per la sua più che informale veste. Si è trattato come sempre avviene in queste occasioni di una banale vetrina a scopo propagandistico. Non è qui che viene trattato alcun argomento e nessuna decisione viene presa. Nonostante ciò, il tema del diritto alle abitazioni e le politiche abitative europee, dovrebbero essere un argomento centrale del dibattito interno al movimento, e il vertice governativo (il termine è formalmente improprio) era un buon pretesto per discuterne.

Un corteo di circa mille manifestanti tra disobbedienti vicini a Canarini e reti di base, si è snodato per le vie del centro, tentando di avvicinarsi ai palazzi dove l’incontro dei ministri si è tenuto. Sembrava che ci fossero accordi già presi con la questura a riguardo, il corteo sembrava potesse passare. Invece dopo i primi contatti si sono susseguite tre cariche della polizia, che aveva intanto bloccato al corteo altre vie per defluire. Ad un certo punto, si materializza Canarini, come al solito dall’alto di un furgone. Partono i leit-motiv sulla zona rossa, sull’azione dei corpi disarmati davanti alle armi dei potenti e tutto il resto.

Il tutto si è concluso poi in serata in piazza erbe.Un poliziotto e un numero non precisato di manifestanti feriti, sembra nulla di grave.

E’ successo qualcosa dunque? Si è approfittato di questo vertice governativo per dare voce alle proprie rivendicazioni? Si è costruito cioè un contro vertice che promuovesse il dibattito e fissasse un’agenda e una prospettiva di lotte? Nulla. Almeno per quanto riguarda queste necessità. Si sono solo ripetuti dei rituali molto poco utili, anzi possiamo dire invecchiati, che risalgono alle giornate di Genova. Si è tirato in ballo lo sfondamento di una zona rossa, che proprio da Genova non è più stata innalzata. Una pratica che risale ad una determinata circostanza che risale a più di due anni fa, ad una situazione di campo diversa e soprattutto a dei progetti politici che allora non c’erano, o almeno non erano evidenti.

Oggi il movimento anti-liberista, è uno dei soggetti che con il tentativo di creare un sistema di partiti, ma più in generale di schieramenti, bipolare, con il quale si cerca di tagliare fuori ogni tipo di opposizione sociale.

Quest’attacco viene perpetrato ogni giorno a livello mediatico, tramite la “svolta antifascista di Fini” o con la riabilitazione dei sindacati confederali rispetto al terrorismo, di cui mesi prima erano “ispiratori” o “fiancheggiatori”. Un attacco sotto tutti i fronti, visto l’esploi di interventi di repressione come gli sgomberi di centri ed edifici occupati.

Per opporsi e resistere ad un attacco del genere come reagisce il movimento? Semplicemente entrando nella zona rossa. Ma che se la tengano la zona rossa. Quello che ci deve interessare è altro. E’ trovare pratiche, impegno e spazi per costruire una seria alternativa allo stato di cose.

Ormai di Casarini non ci interessa più nulla. O meglio, non ci interessano le sue frequentazioni di esponenti politici liberali, non ci interessano i suoi progetti, magari di candidature. Quello che ci interessa è il ruolo che sta esercitando dentro il movimento. Non solo il suo. Già a Parigi abbiamo assistito ad una desolante marginalizzazione della base e al conseguente fallimento del forum.

Quello che sta succedendo è che ilo movimento si sta arenando (in questo caso grazie alla fossilizzazione su una pratica insignificante) e si stanno chiudendi molte prospettiva per il futuro. Torniamo a ripetere: cosa si spera di ottenere con questi metodi di azione?

mangiabimbi

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GIULIANO FERRARA ED IL PENSIERO GRASSO

Anche in questo caso, nonostante il condivisibile messaggio, l’aggettivo grasso, comunque, tornava nuovamente a fare capolino. Io, allora, da sempre afflitto da problemi di sovrappeso e palestre, diete e taglie oversize, mi sono chiesto: cos’è che succede? Si prepara la caccia al ciccione? O magari è in corso, a livello mondiale, un conflitto tra grassi di specie diversa, tipo Michael Moore VS Ariel Sharon o Giuliano Ferrara VS Inácio Lula da Silva? Forse no, mi sono poi detto. Grassoni se ne trovano infatti un po’ ovunque, nei centri sociali, nelle sedi di forza nuova, nelle parrocchie e nelle brigate rosse. Eppure, nonostante tutto, pensando a Ferrara c’era un qualcosa che mi sembrava dire come, in qualche modo, nel suo essere “grasso” ci fosse anche altro oltre al suo possibile livello di appetito, qualcosa di indipendente dal suo tasso di colesterolo. In Ferrara c’è, mi sono detto alla fine, un vero e proprio pensiero grasso, la trasposizione politica di una condizione che può essere fisica, ma anche mentale. Pensiamo al pulpito quotidiano di Ferrara, il suo sentirsi un neocons americano, le sue uscite su Israele, sul capitalismo, sulla CIA, pensiamo a come vengono puntualmente espresse queste sue leggi universali che guidano il mondo. C’è un filo comune che lega tutto il Ferrara-pensiero, ed è proprio questo il pensiero grasso, un pensiero unico bulimico che trova soluzioni a tutto non nel liberismo, badiamo bene, ma nell’imposizione forzata di sé e del proprio mondo. E che cosa ci sarebbe di grasso, allora, in questo pensiero? Andiamo a vedere.

Una persona che pesa 250 chili deve affrontare quotidianamente questioni del tutto particolari. Uno che pesa duecentocinquanta chili ha bisogno di farsi fare tutto su misura: vestiti, letto, macchina, posto in aereo, posizioni per fare l’amore, diete, menù, cinture di sicurezza, cessi e vasche da bagno. Ha bisogno praticamente di costruirsi un proprio piccolo (o grande) mondo a sua immagine e somiglianza, ed è costretto poi a viverci dentro senza poter provare altri mondi, dormire in altri letti o fare un volo in un posto non prenotato. Inoltre, quando prova a vivere in mondi non suoi è destinato inesorabilmente a rompere cose, fare danni in giro, rimanere incastrato negli stipiti delle porte. Non sto dicendo che questa sia una situazione invidiabile o negativa, né tanto meno che sia una condizione che ti fa diventare un pezzo di merda. La sua trasposizione in politica, però, è un’altra cosa, e la sì che c’è da stare attenti. Anche il pensiero grasso, infatti, ha bisogno di creare un mondo a sua immagine e somiglianza, ignora completamente come siano fatti altri mondi, appena si muove fa danni e rompe dolorosamente delicatissimi vasi di cristallo. Questo pensiero grasso, però, a differenza dell’omonima condizione fisica, non ha paura di sé, non ha vergogna di scoprirsi e di mettersi in costume da bagno, anzi si afferma e ri-afferma continuamente e con forza, vuole allargarsi sempre, tanto grassamente da occupare il mondo intero. Dice che “il livello di vita (o la grassezza di pensiero) degli americani non è in discussione”, fa notare come sia spesso disposto a lasciare in giro piccole briciole a disposizione di tutti, dimostra che letti rinforzati, maglioni più grandi, cessi indistruttibili, solo l’unico modo per rilanciare la domanda, e come da questa domanda aggregata salterà fuori anche qualche nuova medicina, qualche nuova diavoleria tipo Internet.

È grasso, quindi, ma senza pudore. Abituato a vedere solo sé stesso è anche sfrontato nel suo considerarsi come l’unicamente valido, quello comunque giustificabile. Ancora, vuole essere sempre più grasso, non ci crede che, nonostante le cliniche, le cure, i dottor stranamore, comunque collasserà perché non ha un briciolo di strategia, di lucidità oltre la chiusura del bilancio, oltre il livello del PIL.

Insomma, il pensiero grasso, a gli stessi caratteri di eccezionalità della condizione fisica. A differenza di questa, però, non si limita a vivere la propria eccezionalità, ma pretende anche di imporla (con o senza la forza) a tutti gli altri che grassi oggettivamente non saranno mai, perché non ci sarà mai abbastanza cibo (o acqua, o aria) sufficiente per tutti.

E noi, cosa facciamo contro il pensiero grasso? Il “core message” del movimento no global, era “no alla legge del profitto”. Anch’io credo che quell’esperienza sia ormai finita ed andata a buon fine. Ora dovremo urlare “progresso e sviluppo non vuol dire consumo” ovvero dovremmo affermare un pensiero contrario a quello grasso. Come chiamarlo? Forse pensiero “magro”, anche se così sia io che Michael Moore rischieremmo di rimanerne esclusi. Forse pensiero “basso” così come sono gli indigeni del Sud del Messico. Forse soltanto pensiero “banale” se è vero che continuiamo a tagliarci le unghie seduti su un treno che sta per sfracellarsi.

federico mello – http://www.rekombinant.org/article.php?sid=2203

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LA RAPPRESENTAZIONE DI UN’EPOCA

Il suo è il racconto di un uomo che ha vissuto in prima persona quel particolare momento politico e indaga per comprenderne le motivazioni, ma anche per sviscerare le passioni, le difficoltà e le degenerazioni di uno scontro sociale colpevole di aver versato troppo sangue.

9 maggio 1978, via Caetani, Roma. Con il ritrovamento del corpo senza vita di Aldo Moro nel bagagliaio di una Renault 4 rossa si chiudono i cinquantacinque giorni del sequestro. Cinquantacinque giorni che sconvolsero l’Italia e che aprirono nel suo tessuto civile ferite non ancora rimarginate. Il racconto teatrale di Baliani ricostruisce e si interroga – in modo limpido e onesto – su quei giorni con la necessità di capire e di non venire meno al senso e al significato della giustizia. Sono pagine intense che ritraggono un simbolo del potere divenuto improvvisamente troppo scomodo e un paese attonito e confuso dal succedersi di dichiarazioni e smentite. Un uomo imprigionato in una lotta tra fazioni, le BR e la classe politica dell’epoca, che proprio attraverso di lui misero in scacco il loro gioco politico terminale. “Corpo di Stato” è un documento storico e il ritratto disteso e aperto di una generazione che davanti alla tragedia della coscienza si divise. Ed è anche il racconto di un uomo di teatro che proprio in quegli anni iniziò il mestiere di attore. Come Sciascia scrisse a caldo nel suo “Affaire Moro”, “Lasciata, insomma, alla letteratura la verità, la verità – quando dura e tragica apparve nello spazio quotidiano e non fu più possibile ignorarla o travisarla – sembrò generata dalla letteratura”, anche questo libro, a venticinque anni di distanza dal delitto Moro, ci sembra capace di raccontare come eravamo meglio di tanti testi politici o sociologici sugli anni settanta – sulla contestazione il terrorismo e la politica – e insieme spiegare anche le ragioni delle nostre odierne inquietudini.

Alias et idem, Fabio Segala.

link:

http://www.ita-bol.com/bol/main.jsp?action=boldos

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GIORNATA NAZIONALE DELLA FINANZA ETICA E SOLIDALE

BOLOGNA, 22 novembre – “Fazio e le grandi banche vogliono conquistare il mercato etico” – ha denunciato con forza Alessandro Messina, presidente dell’Associazione Finanza Etica al convegno odierno della finanza etica italiana alla quale hanno partecipato oltre 500 persone. “Mercoledì 26 novembre a Roma, durante l’udienza papale, le principali banche italiane, con il coordinamento e la regia di Banca d’Italia, presenteranno la ‘Fondazione Sorella Natura’, vago contenitore di “progetti sociali” e per lo “sviluppo sostenibile”. “Alle banche – continua Messina – viene chiesto di associarsi alla Fondazione e ottenere così il diritto a vendere prodotti bancari con il marchio ‘Eticamente’ (questo il logo che si vuole imporre) e ad avere un proprio rappresentante nel cosiddetto Comitato etico, che di fatto è un vero e proprio Consiglio d’amministrazione”.

Sono molte le ambiguita’ che il presidente dell’Associazione Finanza Etica rileva nel progetto sponsorizzato da Banca d’italia. Innanzitutto “Banca d’Italia e in particolare il Governatore Antonio Fazio hanno un ruolo attivo e cruciale nell’iniziativa: cio’ è in aperto contrasto col ruolo di ‘arbitro’ di Banca d’Italia che diventa cosi soggetto di parte all’interno del mondo bancario”. Ma soprattutto “si configura la possibilità della creazione di un vero e proprio cartello di banche, che si accordano su prezzi e commissioni con violazione delle norme per la concorrenza e con la benedizione dell’organo di vigilanza, la Banca d’Italia appunto”.

Dai documenti pervenuti dall’Associazione si rileva che “i prodotti vengono offerti al risparmiatore con un semplice meccanismo di compravendita: i libretti di assegno potranno essere acquistati con il marchio Eticamente dietro semplice pagamento di un costo aggiuntivo di emissione pari ad 1 euro, il tutto a prescindere dal conto corrente su cui sono appoggiati. “In tutta l’operazione le banche non rinunciano ad un centesimo di euro dei propri profitti, è solo al risparmiatore che viene chiesto di contribuire al progetto, o rinunciando ad una quota (circa il 50%) dei propri interessi, o pagando una commissione maggiorata” – sottolinea Messina.

Messina denuncia inoltre che l’apertura del progetto è “per tutte le banche, senza nessuna enunciazione di criteri di comportamento, in positivo o in negativo” e nella lista “compaiono tutte le banche coinvolte nel finanziamento al commercio di armi”. Inoltre “l’intera operazione è in controtendenza con Governo e Parlamento che proprio poche settimane fa hanno approvato una mozione che definisce in modo preciso e rigoroso la finanza etica e solidale in Italia” e soprattutto e “trascura completamente l’esperienza degli operatori che, da trent’anni, in Italia fanno finanza etica, dalle Mag a Banca Etica”. “Non e’ un caso allora – ha concluso Messina – che “l’invito a partecipare all’iniziativa pervenuto a tutti i presidenti delle banche italiane – non sia mai pervenuto a Banca Popolare Etica, primo e unico soggetto nato proprio per promuovere la finanza etica nel nostro paese”.

AFE annuncia per il 26 novembre attività di mobilitazione e di controinformazione davanti alle sedi di Banca Intesa, uno dei principali soggetti coinvolti nell’operazione “Sorella Natura”, nonchè banca tra le più attive nel mercato del finanziamento delle armi (www.banchearmate.it )

Mercoledì 26 novembre, alle 14.30 davanti all’ingresso della Pontificia Universita’ Gregoriana, a Piazza della Pilotta (alle spalle di Piazza S.S. Apostoli) momento di controinformazione.

www.finanza-etica.org

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Articolozero: L’emergenza ed il controllo

La prima copertina di Articolozero
La prima copertina di Articolozero

ripubblichiamo il numero zero della fanzine omonima che darà vita ad Articolozero (il sito).

MIO dIO! UN GIORNALE SOVVERSIVO!

“Chiamiamo “emergenza” una continua ri-definizione strumentale del “nemico pubblico” da parte dei poteri costituiti. Grazie all’emergenza, agli occhi della fantomatica “opinione pubblica” viene resa accettabile non solo la violazione ma la vera e propria sospensione delle libertà formalmente sancite dalle costituzioni e dalle carte dei diritti umani.”
Luther Blisset, “Nemici dello stato”

La paura è un prodotto facilmente fabbricabile ma di rapido consumo. Per questo motivo le emergenze esplodono e si estinguono rapidamente, esattamente come la moda della gonna a scacchi ed il tormentone radiofonico estivo. Ad esempio l’emergenza della microcriminalità qui in Italia durò giusto quell’annetto a ridosso delle elezioni politiche, intensificandosi durante la campagna elettorale e scomparendo con l’insediamento dell’attuale governo. Si potrebbe dire che i telegiornali diedero un’eccessiva importanza a piccole rapine di gioiellieri e tabaccai ed a sondaggi in cui emergeva che l’italiano medio voleva “sicurezza”; i maligni potrebbero addirittura insinuare che tutto ciò fosse in qualche modo organico alla campagna elettorale dalla coalizione di centro destra, tanto portata nel reprimere la microcriminalità quanto nel favorire la macrocriminalità. Noi siamo maligni.
A Mantova, probabilmente per via del secolare isolamento dovuto ai laghi, la moda della sicurezza è arrivata un po’ in ritardo. Nonostante le statistiche la confermino fra le città più sicure d’Italia, si è iniziato a parlare di vigili urbani pistoleri e video-sorveglianza. Certo siamo in controtendenza rispetto al trend internazionale. Da un anno a questa parte, come nemico pubblico è molto più cool il terrorismo islamico; una minaccia globalmente diffusa, decentrata e mobile che richiede forme di controllo sempre più invasive ed un esercito sempre più poliziesco. Parola di Bush. Amen.

SORRIDI! NON SEI SU CANDID CAMERA

Alla fine degli anni ’40, lo scrittore inglese George Orwell pubblica un romanzo ambientato nella Londra del 1984. Il libro descrive una società governata dal Grande Fratello attraverso il controllo capillare dei comportamenti dei cittadini; le telecamere spiano di continuo ogni persona, al minimo sospetto, alla minima avvisaglia di pensiero autonomo, interviene una forza di polizia specializzata in psicoreati. – fast forward – Alla fine degli anni ’90 una serie di produttori televisivi decidono citare questo romanzo ribaltandone il significato. Ora il Grande fratello è un reality-show di successo, un trampolino di lancio per personaggini senza qualità che si trovano all’improvviso su milioni di teleschermi. La gente non fatica ad immedesimarsi in loro e si fa strada l’idea che la fama e il successo sono raggiungibili senza grossi sforzi, semplicemente comparendo in uno schermo.
Conclusioni: Il Grande Fratello è buono, il grido di allarme di Orwell è stato soffocato, si è creato un buon terreno culturale per ciò che sta succedendo negli ultimi tempi in Italia.
Per far fronte ad un emergenza criminalità perlopiù fabbricata dai media, nelle maggiori città italiane governate dal centro destra si è deciso installare un sistema di telecamere puntate su luoghi pubblici. – Zoom – Mantova è una città fra le più sicure della penisola, non è governata dal centro destra ma sarà fornita di analoghi sistemi di controllo. Il progetto si chiama “Quartiere sicuro” e dovrebbe avere un costo complessivo di 600 mila euro.
Che dire? Per esempio che uno dei principi che per legge dovrebbe regolare le attività di videosorveglianza è quello della proporzionalità fra mezzi e fini, ovvero è illecito (oltre che illogico) mettere in piedi un sistema di controllo capillare in assenza di un pericoli concreti e specifici. Per esempio, secondo le statistiche delle forze dell’ordine, il quartiere di Lunetta non è a un livello allarmante di criminalità, risulta quindi inspiegabile il progetto di installarci 15 telecamere. Un’illegittimità che è stata recentemente confermata dalla decisione della regione di non stanziare i fondi previsti per “Quartiere sicuro” proprio per il fatto che a Mantova che si consumano molti meno reati in rapporto al numero di abitanti rispetto alle altre città lombarde (un reato ogni 115 abitanti in un semestre mentre nella vicina Brescia è uno ogni 33).
Quindi, senza apparente motivo, saremmo sorvegliati, schedati e trattati come potenziali sospetti. La consapevolezza di essere osservati condizionerà i nostri comportamenti, ci impedirà di ridere, piangere, cantare, ballare in pubblico per non essere additati come “sospetti” e ci renderà, autocontrollati e quindi funzionali ad una serie di comportamenti richiesti dalla società. Può sembrare un quadro eccessivamente allarmista solo se non si tiene conto della direzione in cui si muovono le ricerche su campo. L’ultimo ritrovato è la tecnologia “smart vision”, una serie di software che identificano automaticamente comportamenti “anomali” della persone riprese come ad esempio sostare per troppo tempo in un luogo dove non ce ne è motivo, camminare nella direzione sbagliata, fare capannello o emettere suoni troppo forti. Attualmente questi sistemi vengono sperimentati nelle metropolitane di Londra, Milano e Parigi per individuare venditori ambulanti, mendicanti e tutto il popolo reietto dei metrò. Ma non credo serva molta immaginazione per prefigurarsi altri usi ben più pericolosi in futuro.

PAOLO

MANI IN ALTO, LEI E’ IN SOSTA VIETATA!

Anche Mantova, come le altre città governate dalla destra disporrà entro breve di un corpo di Polizia Municipale armato e di telecamere per una sorveglianza a tappeto. Non mi aspettavo certo una svolta radicale verso principi marxisti o di sinistra da parte del Comune, ma nemmeno che ricalcasse di pari passo la politica di repressione tipica di uno stato di polizia. Entro breve potrò ammirare dal fodero della Lusvardi il luccicare di una semiautomatica Tanfoglio calibro 9, pronta per l’uso non appena parcheggio in doppia fila per 8 secondi. Fantastico. In nome della democrazia e del dialogo con i cittadini. Ma questa, a giudizio della giunta comunale, è una città dove dilaga il crimine, dove i tre borseggi e i due furti in villette all’anno macchiano la fedina penale di Mantova. Pertanto armi a tutti! Fra un po’ magari anche agli ausiliari del traffico o agli spazzini: i due barboni di Mantova sporcano e stonano con la mostra dei Gonzaga e le armi serviranno ai netturbini in caso vengano aggrediti. Non si tratta purtroppo di una nuova edizione urbana di FutuRisiko. Si parla di quanto realmente accadrà a Mantova fra qualche settimana o mese. Inviterei gentilmente Burchiellaro a fare un giro turistico a Quarto Oggiaro durante qualche ronda notturna, per farsi un’idea di cosa possa significare “criminalità”. Ma in base a cosa la giunta comunale giustifica una tale prevenzione? Da uno studio commissionato dallo stesso comune di Mantova sulla criminalità, emergono dati e sondaggi che dimostrano come la paura della criminalità sia sostanzialmente slegata dall’effettiva attività criminale.
Il 91% di coloro che sono state vittime di un reato, dichiarano di aver subito furti o tentati furti, scippi o tentati scippi, borseggi, rapine,truffe,ecc. Non si è trattato dunque di gravi problemi come percosse, lesioni, stupri, violenze o tentati omicidi. Oltretutto soltanto il 20% dei mantovani sostengono che Mantova sia una città per niente o poco sicura.
A cosa appigliarsi allora, di fronte a simili percentuali? Dov’è che a Mantova possiamo competere a livello criminale con le altre città?Il cervello di Burchiellaro deve aver dato la risposta : nomadi e immigrati sono uguali in tutta Italia, quindi Mantova è una città poco sicura per la presenza di questi sospettosi individui. Ed ecco che le armi servono più che altro ai vigili quando devono andare a fare controlli al campo nomadi (vedi intervista), e anche quando devono affiancare Carabinieri e Celerini allo stadio. Domanda: perché ci devono andare i vigili allo stadio? Non bastano già e altre numerose forze dell’ordine? Forse è il caso di rivedere il ruolo della polizia municipale. Capisco la voglia del sindaco o di Ildebrando Volpi di possedere
un corpo armato per soddisfare personali appetiti bellici, ma questa non è una giustificazione.
Dallo stesso sondaggio emergeva che l’esigenza dei cittadini è quella di stabilire rapporti umani con i vigili, rivendicando a gran voce la presenza di un vigilie di quartiere. Si richiedeva cioè alla polizia municipale di fornire persone in grado di ascoltare le esigenze dei cittadini, persone con le quali instaurare rapporti umani, non personificazioni giustizialiste della legge.
Curioso che in passato il Pci abbia stroncato in pieno la possibilità di armare i vigili, ipotesi già ventilata in passato, e che adesso coloro che si dicono gli eredi dell’ex partito comunista italiano si schierino totalmente a favore.
Forse varrebbe la pena soffermarsi anche sul significato di criminalità. Non tanto per addentrarci in una discussione sull’etimologia del termine, quanto piuttosto sulle situazioni che noi definiamo appartenenti alla effettiva attività criminale. A Mantova più che altrove, come emerge dalle tipologie di reati commessi, credo sia più corretto parlare di insicurezza o paura dell’ambiente urbano, piuttosto che di criminalità.
Nel 1978 Albert Hunter affermava che “la paura in ambiente urbano è soprattutto paura del disordine sociale”, che viene considerato una minaccia per l’individuo. Il disordine sociale, per intenderci, può scaturire da una mancanza di solidarietà fra individui che vivono nella stessa zona, tra cittadini per l’appunto. Per questo credo sia più utile favorire un percorso di integrazione sociale fra le diverse culture, attuare progetti di aiuto alle fasce più deboli della popolazione, formare vigili disposti al dialogo più che ad essere propensi a punire chi viola legge senza alcuna possibilità di appello. Non è aumentando la dose di repressione che si risolvono i problemi. Se si sceglie la strada della violenza non si fa altro che incrementare il pericolo del crimine, anche armato. Soltanto in questo modo credo si possano prevenire gli sporadici episodi di microcriminalità che “turbano” l’ordine cittadino.

Corrado

Una delle motivazioni che vengono usate per sostenere l’armamento dei vigili è la presunta pericolosità dell’area del campo nomadi. Abbiamo intervistato a questo proposito un membro dell’associazione “Opera nomadi”.

Com’è il vostro rapporto con le forze dell’ordine?
Noi abbiamo un buon rapporto con i vigili urbani e con i carabinieri, un po’ meno con la Questura perché ci sono problemi di comunicazione. Questo un po’ ci dispiace.
Il rapporto è buono soprattutto con i vigili. Abbiamo una convenzione con il comune di Mantova per la mediazione culturale, quindi i nostri operatori, i mediatori culturali sinti, lavorano insieme, anche con i vigili del quartiere, soprattutto per quelle che sono le pratiche per le residenze: se qualcuno si sposta, abbiamo un rapporto quotidiano via telematico con la polizia municipale per l’entrata e l’uscita delle famiglie. Ci sembra quindi un po’ pretestuoso quello di usare l’argomento “campo nomadi” per armare il corpo dei vigili urbani. Noi comunque rimaniamo disponibili con il comune di Mantova, questo l’abbiamo già ribadito in diverse sedi e come dirigenti siamo disponibili a fare la formazione dei vigili urbani.
Qui al campo nomadi?
Che poi non è propriamente un campo nomadi, è un’area attrezzata a sosta. Già un campo nomadi è un brutto termine, ricorda uno spazio discriminato, come una riserva indiana.
Al di là di questo, sia qui che da loro. Una formazione appunto su cosa sono i sinti, come vivono i sinti, prepararli al rapporto con la popolazione di neosinti, considerando comunque che non è che il campo nomadi e i sinti siano gente “cattiva”: non è mai stato aggredito nessun rappresentante delle forze dell’ordine, qui nessuno è mai stato picchiato.
Per cui c’è una situazione buona, anche se non certo idilliaca…
E’ una situazione buona che non determina certo di armare della gente. Problemi ce ne sono: ci mancano fondi per la l’istruzione: non riusciamo a garantire a tutti i bambini il doposcuola. E questo è un problema da risolvere. Un altro problema riguarda i servizi sociali ridimensionati con la nuova legge col piano di zona, questo è un problema.
Mi dicevano che quando qui vengono i vigili, c’è addirittura un rapporto di amicizia…

Quando i vigili di quartiere vengono, bevono il caffè, bevono una bibita si fermano anche a chiacchierare. Gli spieghiamo, anche quello è un modo di formazione. Formazione che si fa, a lungo termine in cui incontrandoci ci si conosce. Alla fine il punto focale, anche della nostra attività come “Opera Nomadi”, è questo: una reciproca conoscenza tra le due culture in modo da costruire dei patti sociali, per far sì che non ci siano più momenti di attrito e di scontro, nella speranza che non ci sia più il “ghetto-Campo Nomadi”.
Intendi la collocazione isolata del campo?
Sì, un sintomo di urbanistica del disprezzo.

Davide

CHI U.S.A. L’ABUSO?

<<Entro in casa tua, in nome della legge, sono la polizia drogata di poteri. Posso perquisire la tua casa, te stesso, sequestrare la tua automobile, i documenti.>> Negli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, sono state incrementate sia la gamma che la portata dei poteri della forza pubblica. Bush e collaboratori hanno battezzato “Patriot Act” questo pacchetto di misure. Tutto ciò vuol dire una informazione uniformata, servile, ottusa; significa subire in lacrime l’inno americano, sorridere alle bandierine americane o gemellarsi ad esse col nostro tricolore in precedenza accuratamente unto di cheese-burger; significa sopportare migliaia di opinionisti, strateghi militari, esperti di terrorismo. Patriot Act significa, nei fatti, che un turista qualsiasi può essere un sospetto e quindi fermato dall’FBI, dalla polizia o dal tremendo Servizio Immigrazione Americano, senza l’autorizzazione di un magistrato, senza indizi, prove o flagranza di reato, col divieto di contattare un avvocato e senza limiti di detenzione. Un vero e proprio Rapimento di Stato. Per questo santissimo Patriot Act, Bush ha gettato nel camino un’impressionante serie di diritti della persona internazionalmente riconosciuti, pagine e pagine di costituzione americana, e, tra gli altri, il famoso Quinto Emendamento, su cui si basa l’integrità psichica e morale dell’americano medio, che garantisce ogni cittadino contro la privazione della libertà personale, della proprietà, di parola, di iniziativa privata, eccetera. Siccome giunti a questo punto il lettore si aspetta qualcosa di pratico o comunque una conclusione, non posso non soddisfarlo con la denuncia di Amnesty (e non è la sola a farsi sentire) riguardo alla scomparsa, dall’ 11 settembre ad oggi, di oltre 1000 persone arrestate negli USA per sospette “attività antiamericane” (anche l’autore di questo articolo presto verrà prelevato) e di questi presunti delinquenti non si sa nulla, neppure dove siano attualmente detenuti. Amnesty si è offerta con il Bureau of prisons di fornire assistenza legale per loro e le famiglie, ma da singoli accertamenti è emerso che intenzionalmente i numeri di telefono forniti dalle forze di polizia ai detenuti sono inesatti. Il governo americano continua a tenerli in prigione per fantomatici scopi preventivi. Per finire, appena si alza una voce contraria, ecco che il Sistema invoca la paura, l’emergenza terroristica, invoca l’amore per la patria, l’unità, la fratellanza e la fantomatica libertà americana. Tutto ciò non è solo abuso di potere, non è solo desiderio di prevaricare, schiacciare o vendicare, deve esserci qualche cosa di più, di diverso e di deviato: qualcosa di puramente psichico, una perversione di comando, una gran voglia di violenza senza volti, senza scopi diversi che sete di sangue, forse solo effetti collaterali di un consumismo esasperato. Ma intanto medito che mentre un qualsiasi adolescente con queste problematiche finisce facilmente al riformatorio, capita che se questi elementi stanno alla base di una nazione, il risultato sia dato inequivocabilmente da tre lettere puntate: U.S.A..

MEDO

IL TURNO DI SADDAM

Le scelte politiche di George W. Bush sono condivisibili, così come l’ideologia sottesa a queste decisioni; si tratta di avere sufficiente pazienza e buon cuore da mettersi nei suoi panni e capire quali problemi lo abbiano afflitto e debilitato, dalla sua elezione a questa parte.
Nell’agosto 2001 George viene eletto con la minoranza dei voti, sconfiggendo il rivale Al Gore con uno svantaggio risicato ma sufficiente; un mese più tardi, quando ancora si avanzano dubbi sull’accaduto, New York conosce il più grande attacco terroristico che la storia d’america ricordi: cadono le torri gemelle, cadono sulla giostra di Bush, il quale invece vola in alto e si trasforma nell’uomo giusto. Dalla sua nuova prospettiva, all’interno dell’air force one, il presidente elabora (o rispolvera) le linee generali di uno stile di vita chiamato “guerra permanente”. No, non si tratta di una religione, come molti possono credere, dato che ancora non risolve enigmi come l’origine del mondo, delle lingue, ma fornisce una nuova chiave interpretativa del presente, dai complessi equilibri internazionali ai rapporti famigliari ed è, non dimentichiamolo, il metodo di autodifesa adottato dal più potente degli eserciti. A mezza via tra una fede ed un’arte marziale, questo fenomeno ha affascinato il mondo nei giorni del suo primo, estenuante collaudo.
Mentre l’america si interroga, scrive dediche, accende lumi, George W. le parla e rivendica il suo santo diritto ad una vendetta senza precedenti: “ovunque si trovi il colpevole” dice “non sfuggirà alla giustizia”, è necessario difendere l’America, e con essa il mondo libero, e i suoi valori universali: questa operazione di autodifesa si intitola “Giustizia Infinita”.
Le prime dichiarazioni pubbliche del presidente consentono di individuare gli indirizzi fondamentali della dottrina: innanzi tutto un nuovo, sorprendente fondamentalismo assolutista, che rompe con un certo relativismo novecentesco ormai superato e attribuisce a tutto il sistema valenze mistiche dalle potenzialità inesplorate, oltre a far sembrare chi ne parla un invasato; un’indomabile ansia vendicativa cui corrisponde il bisogno patologico di un nemico, immaginario o reale non importa, dato che la sua funzione è del tutto strumentale.
Al momento di scegliere il bersaglio, George lo individua in un ricco sceicco saudita, capo di un’organizzazione criminale internazionale con sede a Kabul, Afghanistan. A dispetto dei maggiori analisti internazionali, che collocherebbero i responsabili ideologici ed economici in Arabia Saudita e negli stessi Stati Uniti, il presidente decide un massiccio intervento militare proprio a Kabul. Questa apparente incoerenza deve essere spiegata, per impedire che al povero George venga applicata con troppa disinvoltura l’etichetta di “stupido”.
Ora, se io avessi una petroliera americana vuota, e ne volessi una piena, dovrei costruire un oleodotto che parte dal Mar Caspio (punto di partenza di tutti gli oleodotti dell’Asia centrale) e arriva ai porti del Pakistan, dove la mia petroliera si trova. Quale sarebbe la strada migliore? Dunque, passerei per Turkmenistan e Uzbekistan, che si affacciano sul mare; a questo punto eviterei l’Iran, in quanto regime ostile all’america; stesso discorso per Cina e India, con l’aggravante che farei molta strada per nulla. Mi rimarrebbe una sola possibilità: l’Afghanistan.
L’amministrazione americana pensò queste corbellerie molto tempo fa, dato che già nel 1994 si progettò la costruzione dell’oleodotto, e per questo venne propiziata l’ascesa dei taliban, che si impegnarono a realizzarlo in cambio di un occhio di riguardo da parte del potente alleato. Quando nel 1998 il regime afgano rifiutò di completare il lavoro, divenne per gli americani una realtà scomoda.
Questa interessante storiella spiega solo in parte le ragioni di un intervento bellico, in realtà atto ad instaurare una presenza militare americana nella regione, a difesa di interessi economici e strategici di cui sopra si è fatto solo un esempio. Il resto della storia non è tanto diverso dal primo atto; c’è sempre una guerra, un nemico, e una dottrina che si affina sempre di più e si arricchisce di un nuovo concetto. Dopo la guerra umanitaria e infinita è arrivata la guerra preventiva: quella che si fa giocando in anticipo, per giustificazione divina (ancora…); l’ultima straordinaria trovata di George e dei suoi colonnelli, che permette loro di attaccare per primi e dire “ha cominciato lui”…
Inutile dire che questo concetto viola tutte le norme in materia sia nazionali (il nostro articolo 11 della Costituzione che prevede la guerra solo in caso di difesa) sia internazionali (La Carta delle Nazioni unite rafforzata dalle decisioni della Corte internazionale dell’Aia).
In particolare il nuovo nemico si chiama Iraq, un paese arretrato e ridotto alla fame, dipinto come una minaccia per l’umanità, quando, semmai, l’unico paese che sta potenziando il proprio arsenale nucleare sono gli Stati Uniti (vedi il documento detto Nuclear Posture Review Report, sottoposto dal dipartimento della Difesa all’attenzione del Congresso il 31-12-2001).
Non si tratta certo dell’ultimo tassello di questo mosaico affascinante; ma se abbiamo un futuro, non vedremo completato il disegno americano.

M.A.