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Domenica 2 novembre sportello diritti

  • sportello diritti 2 novembre

     

     

     

     

     

    SPORTELLO DIRITTI

    Domenica 2 novembre 2014
    dalle ore 15.00 alle ore 19.00
  •  Via Val d’Ossola, Mantova (giardini di Due Pini)
2 novembre verrà presentato lo #Sportello #Diritti ai giardini di 2 pini!
Dalle 15 all 19 ci saranno giochi per bambini, slack line, musica e soprattutto Castagne e Vin Brulè!

L’attuale fase politica ed economica lascia sole le #periferie di fronte alla mancanza di servizi e alla speculazione sulle necessità di base delle persone che le abitano.
Allo stesso tempo, le campagne terroristiche contro i #migranti, hanno il solo effetto di prosurre una guerra tra poveri che restringe i #diritti di cittadinanza per tutte e tutti.

Ogni giovedì dalle 15 alle 19 a La Boje! aprirà uno sportello politico e legale che metterà a disposizione strumenti per:

* permessi di soggiorno
* ricongiugimenti
* diritti di cittadinanza
* ricorso per decreto di espulsione
* informazioni su affitti e bollette

Inoltre stiamo lavorando per garantire:

* punto di incontro e ascolto
* accesso internet gratuito e illimitato
* corso di alfabetizzazione

Venerdi 10 ottobre concerto HC L@Boje ore 21.00

split antimonitor

 

 

 

 

 

Venerdi 10 ottobre 2014
SPAZIO SOCIALE LA BOJE
Strada Chiesanuova 10
Mantova

super concerto ORE 21.00 con:
Presentazione split 7” Antimonitor/Nofu (FCE 001)
Presentazione split cassetta Stanley_Ipkiss/x Cenere x

NOFU – Roma
xCENEREx – Roma
STANLEY_IPKISS – La Spezia/Versilia
ANTIMONITOR – Mantova

Sicuramente l’ingresso è a sottoscrizione popolare, tipo 2 euro!!!

working class in progress!!!………………..

…………..mi raccomando la puntualità che alle 0.00

si finisce in quanto ci trasformiamo tutt* in zucche

Lunedi 1 settembre 6^ Festa Anticapitalista – Teatro

d'equilibre

 

 

 

 

6^ FESTA ANTICAPITALISTA

Dal 29 agosto al 2° settembre 2014

Presso Arci Cinciana in Via G.S. Spiller 19 a Mantova

LUNEDI 1 SETTEMBRE 2014

dalle ore 22.00 TEATRO ANTIRAZZISTA

con la compagnia teatrale di tamburi antirazzisti “d’Equilibre”  direttamente da Mantova e Provincia

……a seguire DJ SET  “Vario”

INGRESSO GRATUITO – POLITICA – CUCINA –BIRRA – BANCHETTI – MUSICA

Spazio Sociale La Boje       www.facebook.com/laboje.spaziosociale

Domenica 31 Agosto 6^ Festa Anticapitalista-WuMing Contingent

wuming contingent

 

 

 

 

6^ FESTA ANTICAPITALISTA

Dal 29 agosto al 2° settembre 2014

Presso Arci Cinciana in Via G.S. Spiller 19 a Mantova

DOMENICA 31 AGOSTO 2014

ore 20.00 presentazione del libro “L’armata dei sonnambuli” con Wu Ming Contingent

ore 22.00 concerto Wu Ming Contingent

+DJ SET vario

INGRESSO GRATUITO – POLITICA – CUCINA –BIRRA – BANCHETTI – MUSICA

Spazio Sociale La Boje       www.facebook.com/laboje.spaziosociale

Sabato 30 Agosto 6^ Festa Anticapitalista-Banda Popolare Emilia Rossa

 

banda popolare dell'emila rossa

 

 

 

 

6^ FESTA ANTICAPITALISTA

Dal 29 agosto al 2° settembre 2014

SABATO 30 AGOSTO 2014

Concerto ore 22.00

BANDA BOPOLARE DELL’EMILIA ROSSA

+ DJ SET REGGAE / DUB

Presso Arci Cinciana in Via G.S. Spiller 19 a Mantova

INGRESSO GRATUITO – POLITICA – CUCINA –BIRRA – BANCHETTI – MUSICA

Spazio Sociale La Boje       www.facebook.com/laboje.spaziosociale

Venerdi 29 Agosto 6^ FESTA ANTICAPITALISTA-LaKattiveria

la kattiveria

 

 

 

 

inizia la nostra 6^ festa anticapitalista per autofinanziare una delle poche realtà mantovane di aggregazione e autogestione politica,
senza avere riferimenti di partito e sindacati istituzionali!!!

6^ FESTA ANTICAPITALISTA

Dal 29 agosto al 2° settembre 2014

Presso Arci Cinciana in Via G.S. Spiller 19 a Mantova

VENERDI 29 AGOSTO 2014

LA KATTIVERIA WITH MORUBUTTU

+ DJ SET HIP-HOP, DRUM’N’BASS

INGRESSO GRATUITO – POLITICA – CUCINA –BIRRA – BANCHETTI – MUSICA

Spazio Sociale La Boje       www.facebook.com/laboje.spaziosociale

Sabato 31 maggio ANTARES+THUNDERBOMBER

amtares -Big-Trouble-In-Appletown

 

 

 

 

 

Concerto sabato 31 maggio, alle ore 21.30

ANTARES (Punk Roll from Bo-An-Mn)

THUNDER BOMBER (Heavy Roll from Mantova)

Spazio Sociale LaBoje

Strada Chiesanuova 10

Mantova

NON MANCATE!!!!…..PURA ENERGIA, FINO ALLA FOLLIA!!!

AntareS

Rock’n’roll energico e venato di punk, hard-rock a cavallo tra AC/DC e Motörhead, attitudine street degna della prima scena glam losangelina, piglio cafone e dito medio puntato al mondo. Una volta si sarebbe definito crossover, a tratti viene anche in mente il momento preciso in cui un disco come questo sarebbe potuto essere considerato normale, non certo oggi che certe sonorità sembrano aver preso strade separate e si incontrano sempre più raramente. È vero, il crossover tra stili esiste anche oggi, ma è cosa differente, non è come in questo caso un collidere di energia e divertimento al di fuori di ogni gabbia solo per fare ancora più casino e rendere quanto più adrenalinica possibile la propria formula sonora. Perché, piacciano  o meno, gli Antares sono unici e per questo attraggono anche chi certe sonorità in genere le apprezza malvolentieri: non sono il classico gruppo rock‘n’roll distorto, men che meno sono etichettabili come punk-rock, sembrano piuttosto degli Hanoi Rocks impegnati a fare le cover dei Rose Tattoo con gli strumenti dei Motörhead e l’indole iconoclasta dei Fear, tanto per dire una cosa senza senso eppure in qualche modo ficcante. Sono l’ala strafottente e indisciplinata di ogni scena, quella che non segue le regole e fa sempre la cosa meno cool al momento sbagliato. Gli Antares sono il rutto alla cena di lavoro, la scoreggia in ascensore, la grattata di chiappe alla fermata dell’autobus… Tutte cose che non si fanno, ma anche dannatamente liberatorie. Dieci tracce dieci, dieci potenziali anthem da cantare sotto la doccia e da mandare a tutto volume in auto, sparate dalle casse grazie ad un power-trio come si comanda, basso, chitarra, batteria e via pedalare. Niente fronzoli, niente limiti di stile, proprio come una merendina ipercalorica che se ne sbatte di fondere insieme gusti differenti, tanto sono tutti dolci. Ecco, il trait d’union degli Antares è il rock’n’roll, ogni sua declinazione ci può stare e trova posto in questo Big Trouble In Appletown. – See more at: http://www.thenewnoise.it/antares-big-trouble-appletown/#sthash.UUAn5SGe.dpuf

Venerdi 9 maggio presentazione del libro “Riscatto Mediterraneo” di Gianluca Solera

G.Solera riscatto mediterraneo

 

 

 

 

 

VENERDI 9 MAGGIO 2014 ore 18.30,

la Bibblioteca/Libreria Autogestita FAVILLA

è lieta di presentare il libro di GIANLUCA SOLERA “RISCATTO MEDITERRANEO”

allo Spazio Sociale La Boje

Strada Chiesanuova 10

Mantova

sarà presente un aperitivo di autofinanziamento

vi aspettiamo numerosi!!!

 

Dopo la “Primavera araba” tutto è cambiato. Nel suo ultimo libro, Riscatto mediterraneo – presentato recentemente al Cairo, alla Mashrabia Gallery of Contemporary Art e all’Arci Corvetto di Milano – Gianluca Solera ci mostra come questa parte del mondo sia diventata il fulcro del cambiamento, il luogo dove si sperimenta unnuovo progetto di civilizzazione. Il libro è un invito a sperare che il futuro immaginato nelle piazze delle città del Mediterraneo sial’inizio di un percorso politico, sociale e culturale comune. Abbiamo parlato con l’autore a Milano, appena tornato dall’Egitto.

Lei si occupa da molto tempo di interculturalità. Parlando di “dialogo” e di culture, cosa ci attende nei prossimi anni?
E’ una domanda complessa. Io non credo che esista il dialogo tra le culture, e lo dice uno che si è occupato di questo per più di dieci anni. Ma esiste il dialogo tra le persone, perché le persone hanno identità complesse e articolate, soprattutto nel Mediterraneo. Il concetto del dialogo tra le culture è piuttosto un concetto politico, che è stato utilizzato e manipolato nel corso degli ultimi anni, in particolare dopo la stagione dei grandi attentati terroristici di matrice alqaedista, nel primo decennio di questo millennio. La storia stessa della Fondazione Anna Lindh [Gianluca Solera è anche coordinatore delle reti della Fondazione Anna Lindh per il dialogo tra le culture – NdR] dimostra quanto ambiguo sia questo concetto della politica del dialogo tra le culture, in reazione allo scontro tra le civiltà. Proprio nella differenza tra le culture si identifica il problema della coesistenza o della pacifica relazione tra comunità di matrice culturale o religiosa diversa: siamo cristiani o musulmani, occidentali o levantini, fondamentalisti o laici secolari. Questo io credo sia un elemento che non corrisponda a verità. E la stagione delle battaglie sociali e delle rivoluzioni degli ultimi tre anni dimostra che, in realtà, il fattore che genera i conflitti nella regione non è quello delle differenze identitarie o religiose, ma nel differente accesso ai diritti. La questione della politica del dialogo interculturale è stata utilizzata sovente dai regimi precedenti, soprattutto nei Paesi arabi, per distogliere l’attenzione da questo. Ha sostituito, invece, una riflessione e una politica di fondo sull’accesso ai diritti, sulla giustizia sociale, sulla ripartizione delle risorse e sulla libertà civile. Bisogna fondare una nuova politica sulla partecipazione cittadina e sulla cooperazione tra cittadini di identità o biografie o culture o storie diverse, ma attorno ad una comune lotta per i diritti civili.

Lei ha partecipato all’iniziativa “Boats 4people”, che FocusMéditerranée ha seguito. Rispetto a due anni fa, cosa è cambiato per le persone che arrivano sulle nostre coste?
Boats 4people è un progetto del 2012. Da allora le cose non sono molto cambiate. Forse è cambiato il passaporto di origine di quelli che attraversano il mare (in questo momento sono soprattutto siriani), però la dinamica è la stessa. La questione dei visti è simbolica. Quello che dico nel libro è che i cittadini del Mediterraneo si devono unire insieme per combattere le ingiustizie, per avere più diritti civili, perché le risorse siano distribuite in modo equo, perché vi siano più opportunità per tutti e non vi siano diseguaglianze. Questo deve avvenire attraverso una crescita, una maturazione dei diversi segmenti delle società civili del Mediterraneo, affinché possano avere una visione politica dal basso, che sia regionale e quindi transnazionale. Uno dei temi che si deve affrontare da una prospettiva cittadina è proprio quello della libera circolazione delle persone, e quindi tutte le dinamiche dei flussi migratori. I governi hanno troppi interessi e troppi calcoli di carattere interno e non si smuoveranno dalle loro posizioni. Come dicevo, quella dei visti è una questione simbolica, nel senso che, se vogliamo rovesciare la prospettiva e fare in modo che il Mediterraneo non sia la periferia –  perché ora il Mare Nostrum è la periferia: se abbiamo delle cacciatorpediniere ai limiti delle nostre acque territoriali è perché consideriamo che quella sia la fine del mondo, le nostre Colonne d’Ercole –, dobbiamo ripensare la nostra presenza, la nostra identità e la nostra storia dal Mediterraneo, al centro e non alla periferia dell’Europa. Per questo dico che la politica dei visti deve essere rivista: la libera circolazione è uno degli elementi fondamentali per costruire un processo di integrazione.

 A proposito dei visti, lei ha lanciato una provocazione: “abolire i visti tra i Paesi del Mediterraneo”…
L’idea di abolire i visti tra i Paesi del Mediterraneo si basa proprio sull’integrazione mediterranea ed è effettivamente un’idea provocatoria. Organizzare, ad esempio, un movimento referendario mediterraneo transnazionale, su base volontaria non vincolante, attivando dei gruppi locali in diverse città sulla riva nord e sulla riva sud, che chieda, appunto, l’abolizione dei visti … potrebbe essere l’iniziativa per dare un segnale forte alle istanze governative.

Nel suo libro, lei parla anche delle Rivoluzioni che hanno interessato il Mediterraneo, con un’analisi su quello che è avvenuto, ad esempio, in Tunisia, in Libia, ma anche in Egitto. Che cosa hanno in comune queste rivolte?
Il mio libro, infatti, non è sulle Rivoluzioni arabe, ma sul Mediterraneo. Lo sottolineo, perché ci ho pensato prima di costruirlo. Credo ci sia stato proprio un fenomeno di contagio, che ha attraversato diversi Paesi, nato dall’immolazione di Mohamed Bouazizi che fece esplodere la “Rivoluzione dei Gelsomini” in Tunisia. Una Rivoluzione che si propagò in diversi Paesi arabi del mondo Mediterraneo, raggiunse le coste europee e poi si manifestò anche nel movimento Occupy Wall Street, … Questo fenomeno di contagio si basa proprio su elementi comuni (che scardinano un pregiudizio o un malinteso): le Rivoluzioni arabe sono il frutto della mancanza di libertà civile e politica; i movimenti di protesta dei cittadini cosiddetti “indignati” sulla costa settentrionale sono il frutto, invece, di una crisi economica. Io penso che siano le due facce della stessa medaglia. La crisi economica e la crisi politica sono l’espressione, a diversi livelli di sviluppo di Paesi e società interessati, della questione della relazione tra il cittadino ed il potere. E questo è emerso con grande forza ed energia attraverso la stagione di riscatto di cui abbiamo parlato. Ho nella mente un’immagine bellissima e simbolica che è quella di una persona, un israeliano, che su Boulevard Rothschild a Tel Aviv sventola un cartello con su scritto “I am Egyptian”. Gli elementi comuni alle varie rivolte sono numerosi. Partiamo dalla volontà di rioccupare gli spazi pubblici come spazi dell’agire collettivo, dalla denuncia della collusione della classe politica e le corporazioni economiche, dalla riorganizzazione, di fronte alla demolizione, dello stato sociale in servizi che cercano di ridurre le difficoltà per i cittadini, dal rifiuto dello scontro identitario, dalla volontà di tutelare i beni comuni, dalla valorizzazione del lavoro come elemento centrale dello sviluppo. Anche negli slogan c’è un capitolo nell’e-book (che è più lungo di quello cartaceo) dove li confronto. Lo stesso slogan centrale della Rivoluzione tunisina: “lavoro, libertà e dignità cittadina”, raggruppa un po’ tutte queste valenze della crisi, che è una crisi articolata, perché si specchia nel mondo politico, economico e delle relazioni sociali.

In queste Rivoluzioni le donne sono state attrici e non spettatrici, come si sarebbe portati a credere. Qual è la sua opinione in merito?
La donna ha avuto un ruolo centrale nei processi rivoluzionari in tutti i Paesi, anche se poi le condizioni locali, le tradizioni e le regole della convivenza hanno portato ad avere una percezione diversa. In Egitto, ad esempio, nel 2011, quando è caduto Hosni Mubarak, la giunta militare che gestisce il Paese ha arrestato moltissime ragazze, che poi sono state sottoposte al “test di verginità”. Naturalmente si giustificavano dicendo che venivano sottoposte al test per essere sicuri che, una volta arrestate, non fossero accusati i soldati di abusi sessuali nei loro confronti. Ma la vera ragione era quella di umiliarle. E’ stata una ragazza di circa 20 anni, Samira Ibrahim, di cui parlo anche nel libro, che ha denunciato queste pratiche. Grazie a lei, poi, le stesse sono state vietate dalla Corte Egiziana. Se si pensa al potere e alla stima di cui gode l’esercito in Egitto, l’iniziativa di questa ragazza è di una forza e di un coraggio straordinari. E’ diventata, poi, uno dei simboli della presenza femminile nella Rivoluzione. La mia impressione è che un salto di qualità vi sia stato: le donne non solo sono state a fianco dei manifestanti, ma anche in prima linea e sono anche state delle voci di primo livello tra i ranghi dei rivoluzionari. Tanto è vero che il premio Nobel nel 2011 è stato assegnato a tre donne (tra le quali c’era una yemenita, mentre una tunisina e una egiziana erano state candidate). Per ciò che riguarda la Tunisia, questa volontà di partecipare e di decidere del proprio destino ha interessato anche molte donne dell’area islamista. Infatti, la legge che è stata applicata per eleggere l’Assemblea nazionale costituente, quella che ha recentemente approvato il testo costituzionale, prevedeva metà dei rappresentanti di sesso femminile e metà di sesso maschile.  Anche il dibattito che vi è stato sulla Costituzione, sul famoso articolo relativo alla donna in cui Ennahda difendeva il principio della complementarità (era stato visto dai settori più secolari come un passo indietro rispetto al principio della parità sessuale), non è stato solo esterno al partito islamico, ma anche interno ad esso. Infatti, l’articolo che poi è stato approvato ha avuto i voti anche di Ennahda  e si è ritornati al testo originario che affermava, quindi, il principio di parità tra uomo e donna. Vi è stata sicuramente una matrice femminile in molte delle cose che sono successe. Ora, il vero problema è capire cosa succederà con le varie onde di restaurazione, di ritorno al passato con il recupero dei regimi precedenti. Come possiamo vedere in questo momento in Egitto o in Siria. La donna riuscirà a mantenere una sua forza, una sua presenza, una sua voce quale attore politico?

Slider_440x240_Riscatto MediterraneoLei è appena tornato dall’Egitto. Che aria ha respirato? Qual è oggi la situazione politica, economica e sociale nel Paese?
Il 25 gennaio, per il terzo anniversario della Rivoluzione, ero in piazza ad Alessandria e il clima e i messaggi erano completamenti diversi. Innanzitutto è una perenne campagna per la candidatura del capo delle forze armate Al Sisi. Una parte è spontanea per la popolarità acquisita dopo le manifestazioni del 30 giugno scorso, che chiedevano elezioni anticipate rispetto al governo di Mohamed Morsi. I consensi arrivano soprattutto dalle classi medio-basse. Nella borghesia secolare, però, il generale Al Sisi non gode di grande popolarità tra i giovani rivoluzionari “Al Shoura Al-Shabaab”. Al referendum di due settimane fa sul nuovo testo costituzionale, infatti, ha vinto il “sì”, ma sono andati a votare solo il 38% degli egiziani. L’anno prima, il testo era stato messo al voto da Mohamed Morsi: aveva partecipato circa il 32% degli aventi diritto (quindi un numero inferiore dell’attuale), ma il risultato era stato più equilibrato, con circa i due terzi a favore e un terzo contro. Questo vuol dire che tutti quelli che sono contro questo testo costituzionale appena approvato non sono andati a votare. Molti dei quali sono rivoluzionari, perché quello che sta facendo l’Esercito è ripercorrere e ripetere le modalità della repressione che sono state proprie della storia recente, quella che chiamano “aman al daula”, la sicurezza dello Stato. Con la nuova legge, poi, sulla regolamentazione delle manifestazioni, hanno potuto agire non solo contro le proteste a favore di Morsi, ma anche su chi manifesta per avere più diritti civili o contro la legge stessa. Le accuse mosse a questi attivisti sono poi quelle che venivano usate anche con il governo di Hosni Mubarak per delegittimare degli oppositori politici: fomentazione della violenza, tradimento dello Stato. Al Sisi non si esprime su queste cose. E’ dunque difficile sapere cosa succederà. Tutti stanno cercando di approfittare della popolarità di questo personaggio per riguadagnare il terreno perduto con la Rivoluzione: i generali, i grandi imprenditori corrotti, i media, che sono sempre con il vincente. Non si sa se al Sisi sia a favore del precedente regime o voglia veramente riformare in modo democratico il Paese. E’ questa la grande variabile. Secondo me, il peso del “sistema” è così importante che comunque la Rivoluzione ne risentirà. E non escludo che, se le questioni legate alla giustizia sociale, alla povertà, all’accesso ai servizi, al lavoro, … non verranno risolte, dopo un certo periodo di tempo vi possa essere un’ulteriore ondata di protesta. Non dimentichiamoci che quando la giunta militare ha governato, la gente in piazza gridava: “che cada il regime militare”.  Io personalmente credo che sarà sempre più difficile esprimere il proprio dissenso, perché il sistema di sicurezza continua ad essere sempre più pressante ed i media stanno operando una propaganda che discredita la Rivoluzione. Infatti, uno degli argomenti per processare Mohamed Morsi, oltre al fatto che avrebbe dato l’ordine di sparare sui dimostranti, e che sia scappato dalle prigioni, è che la Rivoluzione del 2011 sia stata un grande complotto ideato da Hamas e dai Fratelli Musulmani. Ovviamente  questa teoria è assurda, sia perché Hamas non ha questo potere, sia anche perché i Fratelli Musulmani sono andati in piazza solo pochi giorni prima della caduta di Hosni Mubarak .

Alla luce di quest’ultimo suo viaggio in Egitto, quali sono i sogni e le aspettative che ha visto in questi ragazzi?
Credo che vogliano essere padroni del proprio destino. Questo vuol dire avere libertà, lavoro e dignità. Un programma politico chiaro, semplice, ma efficace. Molti Paesi arabi non hanno ancora raggiunto un minimo di partecipazione democratica, ma anche le nostre mature democrazie sono malate. Questa relazione tra potere e cittadino si manifesta nella sua valenza sulle due rive del Mediterraneo. Vi è quindi la sensazione che, o attraverso le varie forme di repressione dei diritti di espressione, organizzazione, associazione, eccetera, o attraverso le varie forme di decomposizione del mondo del lavoro e del mondo dei diritti al lavoro – con i tassi di disoccupazione giovanile che superano il 50% in quasi tutti i Paesi del nord Mediterraneo -, i giovani sentano di non essere più padroni del loro destino e quindi vogliano ripensare il “sistema”, che è in crisi, radicalmente, con nuove modalità di partecipazione. Molto spesso si dice che i movimenti degli “indignati” abbiano esaurito la loro carica, ma non si dice che fanno altre cose: si sono decentrati, lavorano nei quartieri, organizzano, ad esempio, le cliniche sociali, o forme di distribuzione della catena alimentare a filiera corta… Ripensare, quindi, il “sistema” per affrontare una crisi che non è congiunturale, ma strutturale. Credo che la cultura mediterranea in sé favorisca un ripensamento del modello di sviluppo, perché è socialità, è scambio, è mescolanza, è il senso della famiglia, del sacro, è  tutto quello che non funziona per il modello neo-liberale che ci vuole tutti atomizzati, individualisti, in competizione, omologati; che vuole tutto sia vendibile e mercificato. E ciò è all’antitesi dell’identità mediterranea. Per me, quello che è successo ha un valore che va al di là dei Paesi stessi. Se riuscissimo, attraverso questi movimenti sociali, a costruire un percorso di sperimentazione, di impegno politico, di lotta politica che sia anche un percorso che vada oltre le frontiere, non daremo solo un contributo alla risoluzione dei problemi regionali, ma anche all

Sabato 8 marzo ore 16.00 presidio P.zza Mantegna Mn – MaleDonne

8marzo maledonne

 

 

 

 

 

8 marzo
Né mimose né cioccolatini, vogliamo decidere sui nostri destini!

Si corre il rischio che questa data assuma un valore puramente celebrativo perché si pensa che le
donne abbiano conquistato tutto e che le loro rivendicazioni non siano più attuali.

Al contrario sempre più attacchi, in Italia e nell’Europa dilaniata dalla crisi, vengono mossi alla
libertà e all’autodeterminazione femminile.
Il 10 dicembre scorso il Parlamento europeo ha bocciato la “Risoluzione Estrela”,
documento che stabiliva, tra le altre cose, il diritto “all’aborto sicuro e legale” in Europa; in Spagna,
la proposta di legge del governo del partito popolare conservatore introduce drastiche limitazioni
alla possibilità di interrompere la gravidanza, solo in caso di violenza sessuale o in comprovate
situazioni di rischio fisico e psichico per la madre e per il feto; in Grecia, infine, le politiche di
austerity hanno escluso l’interruzione volontaria di gravidanza dalle prestazioni gratuite e garantite
dal sistema sanitario nazionale.
In Italia la legge 194 continua a non ricevere piena applicazione a causa del numero elevatissimo di
medici obiettori di coscienza, 2 su 3 in Lombardia, numeri non dovuti esclusivamente a scelte di
tipo etico ma anche ad interessi carrieristici.
Allo stesso tempo le associazioni anti – abortiste ottengono la possibilità di entrare negli ospedali e
nei consultori pubblici per fare propaganda contro il diritto all’aborto e la libertà di scelta.
Impedire l’applicazione di questa legge non è per nulla ‘pro-life” bensì equivale a mettere le donne
in pericolo, costringendole ad una via crucis lunga e dolorosa alla ricerca di una struttura
disponibile all’interruzione di gravidanza, o quando va peggio, all’aborto clandestino.
Inoltre consultori e ospedali pubblici vengono continuamente smantellati dai tagli al welfare e da
politiche di austerity.

Partendo dallo slogan “io decido” lanciato dal movimento spagnolo, siamo pront* a manifestare
per la piena applicazione della legge 194, per il libero accesso alla ru486 e alla pillola del giorno
dopo, perchè ospedali e consultori rimangano pubblici, laici e gratuiti.
Affermiamo la libertà di scelta sulle nostre sessualità, sui nostri corpi e sulle nostre vite.

Collettivo Ma_Le_Donne
Piazza Mantegna – Mantova
Presidio dalle ore 16

Per info : stayrebelaaa@autistici.org

Venerdi 7 marzo Mario Piavoli documenta le lotte della GRU di BS

gru-bs

 

 

 

 

 

venerdì 7 marzo
ore 18.30
allo Spazio Sociale La Boje! , strada Chiesanuova 10 (Mantova)

dalle 18.30 apertura bar con aperi-cena

ore 19.00 presentazione di
“Con l’aria sotto i piedi” – doc di Mario Piavoli sulla lotta della gru di Brescia

http://www.zefirofilm.it/index.html

a seguire dibattito con la presentazione del libro “La normale eccezione” (Edizioni Alegre) insieme a Felice Mometti di Cross-Point (Brescia)

http://www.ilmegafonoquotidiano.it/libri/la-normale-eccezione

«I migranti non sono i soggetti mancati della cittadinanza. Al contrario: proprio perché non sono i soggetti di diritto di nessuna cittadinanza prestabilita e certa, sono coloro che, mentre sembrano riaffermarne la necessità, ne mostrano i limiti strutturali e in qualche modo l’inesorabile declino storico».

Dall’Introduzione di Felice Mometti e Maurizio Ricciardi

A partire dalle manifestazioni migranti del primo marzo, che da qualche anno attraversano le strade delle maggiori città, andando a ritroso, scorgiamo il loro protagonismo politico nelle lotte del settore della logistica, nei e contro i CIE, nelle vertenze diffuse per il riconoscimento di diritti d’accoglienza e contro il ricatto del razzismo istituzionale.
Negli ultimi 10 anni le istanze dei migranti, pur con forti diversità, hanno saputo esprimere una soggettività che ha messo in mostra i limiti degli attuali regimi politici democratico liberali nel erogare forme di cittadinanza universale (e in diversi casi il rispetto dei diritti umanitari), nell’era dominata dai mercati globali.
La retorica della globalizzazione, utile all’estesione mondiale di paradigmi della competizione e della privatizzazione, ha mostrato “democrazie” che si esportavano con le bombe e si proteggevano con polizie di frontiera e leggi liberticide.
Alla libertà di spostare capitali spostare capitali con un clic, di de-localizzare aziende in pochi giorni, di speculare su crisi ambientali e sulle materie prime di territori molto lontani, non è corrisposta una libertà di movimento e una garanzia di esistenza per le persone.
La crisi economica ha accelerato, in senso autoritario, lo spostamento della politica istituzionale dal garantire gli interessi della collettività, al mantenere la governabilità utile ai mercati finanziari.
La Turco-Napolitano del ’98, la Bossi-Fini del 2002 e il più recente reato di clandestinità, hanno definito in Italia un regime di “razzismo istituzionale” utile ad abbassare il costo del lavoro e a rinchiudere la manodopera migrante in eccesso in istituti ad hoc (prima CPT poi CIE).
La periferia dell’Europa risente maggiormente della pressione dei flussi migratori, che si fanno tanto più intensi di fronte alla mancanza di materie prime e all’esplosione di guerre. Ma le recenti lotte dei rifugiati, hanno interrogato anche la ricca Germania rispetto all’accessibilità dello status di rifugiato, di garantire casa e forme di reddito in un occidente che si rappresenta come “baluardo dei diritti”.
Mentre il vecchio welfare crolla sotto i colpi dell’austerity e viene delocalizzata la produzione industriale, i movimenti migranti fanno scorgere una nuova composizione di classe attorno a domande che non riguardano semplicemente loro, ma le forme di partecipazione e redistribuzione nello spazio politico europeo.

 

Gli amministratori al potere in questa città e i loro alleati rivendicano di essere riusciti a tenere la linea della fermezza, della chiusura totale contro la forte richiesta di tanti migranti, che vivono e lavorano a Brescia, di uscire dalla clandestinità, dalla schiavitù.

Il Ministro dell’Interno ha esautorato le Istituzioni di questa città imponendo un vero e proprio stato d’assedio contro la protesta dei migranti truffati dallo Stato e da imprenditori senza scrupoli, dimostrando per l’ennesima volta come lo sproloquio leghista sia solo funzionale allo sfruttamento dei migranti. La Lega Nord di “clandestini” ne vuole di più, perché i “clandestini” sono ricattabili, precari, flessibili ed esclusi dalla società.

Esponenti della gerarchia di una potenza politica e finanziaria come la Diocesi di questa città ci ha accusati di strumentalizzare la lotta dei migranti. Da quale pulpito, verrebbe da dire!

Tutti coloro che indicano i colpevoli della ribellione nei “cattivi maestri e fomentatori italiani” usano questo argomento per provare a negare o depotenziare le ragioni forti della protesta e perché proprio non ce la fanno a pensare che gli immigrati siano in grado di prendere l’iniziativa e decidere il proprio destino, di scegliere di lottare per i diritti. Non riescono a pensarlo perché ne hanno paura.

Temono che la partecipazione, la dimensione collettiva delle lotte che non chiedono “tutori” e nemmeno carità mettano in crisi il loro potere e i loro privilegi.

Abbiamo visto la soddisfazione, espressa da dirigenti sindacali, per la chiusura di quella che per loro è stata solo una brutta pagina nella storia della città. Silenzi imbarazzati e imbarazzanti di organizzazioni sindacali la cui stessa ragion d’essere proclamata è la capacità e volontà di stare dalla parte dei diritti dei lavoratori.

Abbiamo visto le passerelle fugaci, ad uso mediatico, di svariati politici con la coscienza sporca.

Abbiamo visto la scarsa trasparenza di presunti mediatori che avevano come scopo primo delegittimare le richieste dei migranti e conquistare il centro delle scena, senza rinunciare nemmeno a far ricorso a vere e proprie falsità.

Se non si vuol chiudere gli occhi o mentire a se stessi pensiamo che sia chiaro a tutti che l’occupazione della gru ha subito una svolta quando ai migranti è stata data la possibilità di nominare i propri legali di fiducia. Un diritto elementare calpestato per più giorni, come è stato negato il cibo che i ragazzi sulla gru volevano, come è stata loro negata la possibilità di comunicare.

Sono stati messi in campo strumenti di pressione pesantissimi per soffocare una lotta per dei diritti.

Brescia più che la città dell’integrazione, come si è pontificato, ha mostrato le sembianze della città del razzismo istituzionale.

Abbiamo visto però anche un’altra Brescia. Un presidio solidale con la lotta dei migranti sostenuto da persone con diverse appartenenze, senza alcuna appartenenza, con appartenenze perdute e ritrovate.

Sappiamo anche che tantissimi immigrati già vedono e ricorderanno a lungo la gru come i giorni della forza e del coraggio straordinari di salire 35 metri sopra il cielo per conquistare dignità e rispetto, per far conoscere a tutti le loro ragioni contro l’ingiustizia.
Sentono l’orgoglio di averci provato e di esserci riusciti, a carissimo prezzo. Sanno di avere regalato a tutti una lezione incancellabile.

Noi, insieme a tantissimi italiani e bresciani, stiamo e resteremo dallo loro parte. Siamo dalla parte di tutti coloro – italiani e migranti, uomini e donne, lavoratori, studenti, precari – che davvero, nei fatti, hanno la forza e il coraggio di credere che lottare per i diritti sia giusto e possibile.

Noi andiamo avanti. Per e con tutti questi nostri compagni e fratelli. Per i ragazzi migranti della gru e del presidio. Per le persone già espulse o a rischio di espulsione ancora detenute nei Centri di Identificazione e Espulsione. Contro le deportazioni. Contro la sanatoria truffa. Contro le guerre tra poveri.

Nessuna persona è illegale.