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Contro ogni nazionalismo, per un’Europa di diritti e dignità

La Rete Antirazzista Mantova riunisce da più di tre mesi associazioni e singoli che lottano contro il riemergere di nazionalismi e razzismi sul territorio.
L’abbiamo rimarcato fin dall’inizio, solo un confronto aperto ed esteso su tutto il territorio può arginare il montante razzismo da bar fomentato da quello istituzionale dei governi europei.
Si rischia di abituarsi alla chiusura delle frontiere, al filo spinato, al welfare stabilito dal colore della pelle e alle politiche speciali di ordine pubblico.
Per questo tra pochi giorni promuoveremo un ciclo di incontri che toccherà vari punti della provincia per riflettere sulle connessioni tra razzismo, fondamentalismi religiosi, autoritarismo nella gestione della cittadinanza e guerre.

Giovedì sera ci siamo incontrati in tanti per discutere anche del corteo che i neofascisti promuoveranno il 7 febbraio per le strade di Mantova. Nell’usuale “fascist pride” del giorno del ricordo per le vittime delle foibe (istituzionalizzato da Alleanza Nazionale), una commemorazione che rimuove la violenza ventennale del colonialismo fascista contro le popolazioni dell’ Istria e la Dalmazia, forza nuova e naziskin proveranno a prendersi un altro pezzo di legittimità a Mantova.

Bene, Mantova per noi non è una prateria da calpestare, ma una città che deve riaffermare il suo carattere meticcio e solidale. La pianura è sempre stata terra di migrazioni e solidarietà tra contadini, questo è il nostro patrimonio storico alla faccia di chi vuole affermare un’identità mitica di “virgiliani”.

Il 3 convochiamo un’assemblea pubblica per discutere e condividere i percorsi in vista del 7 febbraio, per prenderci in quella giornata periferie e centro storico, per stare insieme giovani e anziani, migranti ed italiani, atei, musulmani e cristiani.

Invitiamo tutt* a partecipare, non tanto per un dibattito storico su quanto avvenuto nel confine orientale dopo la seconda guerra mondiale, non tanto per i neofascisti in cerca di visibilità, quanto per le politiche stesse dei governi europei.
Contro un’Europa di nazionalismi e filo spinato!

RETE ANTIRAZZISTA MANTOVA

IL BUSINESS DELLA LOTTA ALL’ACCOGLIENZA

La melma nera su Mantova e l’artifizio mediatico del razzismo che non c’è

di  Favilla – CommuniaMantova
Spazio Sociale La Boje!

La frazione Virgiliana è una formata da un paio di strade che si intersecano ai capannoni dell’area industriale a est di Mantova.
Ci abitano diverse famiglie di migranti, ma la scarsa densità abitativa e l’assenza di piazze e spazi pubblici di socialità, la rendono una tranquilla zona dormitorio dove ognuno pensa a sé.
Due settimane fa arrivano 45 profughi da Bangladesh, Pakistan e Afghanistan presso un hotel dismesso da 7 anni, gestiti dalla cooperativa Olinda (esterna alla rete SOL.CO, che domina gli appalti nel settore sociale nel mantovano, settore segnato da una situazione di precarietà e appalti al ribasso, aggravatasi ulteriormente dopo i tagli al welfare).  L’amministrazione del nuovo sindaco Palazzi (al cui interno SOL.CO ha un buon peso politico) polemizza con la scelta della prefettura e si impegna per trasferire parte di quei profughi in altre strutture, con la scusa della destinazione d’uso che stabilisce quanti richiedenti asilo possono essere ospitati.

Approfittando del polverone mosso dalla stessa giunta di centro-sinistra, Forza Nuova organizza un presidio sotto l’ hotel attraverso la pagina, creata ad hoc, “Mantova ai virgiliani”.
Il fratello della coordinatrice provinciale dell’organizzazione neofascista organizza l’evento Facebook, che argomentando in sole 35 parole i motivi della protesta, raccoglie a fatica in una decina di giorni 50 partecipanti.
Ricordiamo che a Mantova Forza Nuova è formata da pochissime persone unite da legami affettivi o parentali che vivono in provincia, lontani dalla città. Hanno provato a candidarsi a maggio a Mariana Mantovana (paese di 721 abitanti noto per la discarica provinciale), in linea con la strategia del loro partito di strappare consiglieri comunali in comuni microscopici, ma non sono riusciti a raccogliere le firme necessarie.

Mentre la pagina facebook campanilista pubblicava foto di tortelli e agnolini, evitando accuratamente di produrre un’ analisi sulla questione dei flussi migratori, i collettivi dello Spazio Sociale La Boje! hanno convocato un’assemblea a cui hanno invitato tutte le forze antirazziste.
Nonostante la ristrettezza di tempo, abbiamo pensato fosse necessario convocare un presidio in contemporanea con quello di Forza Nuova in modo da allontanarli dall’hotel Maragò ed entrare in contatto con gli abitanti della Virgiliana.
In più occasioni nell’ultimo anno abbiamo provato ad aprire percorsi di reciprocità e solidarietà tra territori e migranti, basterebbe ricordare il presidio meticcio “Je suis antiraciste” contro l’attentato a Charlie Hebdo e le sparate razziste dei giorni successivi oppure il progetto dello sport antirazzista nelle periferie. Pensiamo che queste campagne a costo zero abbiano prodotto e stiano producendo strumenti e legami sociali per arginare il razzismo nelle periferie della nostra città.

Uno dei momenti dei Mondiali Antirazzisti a cui ha partecipato l'Atletico Langafia, squadra di antirazzisti e richiedenti asilo nata dallo sport popolare in periferia

Mercoledì ci siamo trovati verso le sei per parlare con gli abitanti della frazione, dare la nostra solidarietà ai profughi e agli operatori sociali che vivevano con preoccupazione le ore precedenti al presidio razzista. Abbiamo trovato un quartiere rilassato, ancor più isolato dopo la chiusura delle fabbriche attigue, in cui pochi sapevano della presenza dei profughi e non valutavano negativamente il riutilizzo della struttura alberghiera.

Dalle 19.00, prima dei reparti antisommossa della polizia, sono arrivati i furgoni delle televisioni (rete 4 e sky tg) appostandosi nella corte in cui era previsto il presidio contro i migranti.
Singolare che a Mantova ci sia stata la presenza di televisioni nazionali, dove di solito manifestazioni ben più numerose hanno visto la sola presenza di teleMantova e MantovaTV.
Questa copertura mediatica si può spiegare solamente con quanto avvenuto dopo, con la calata di fascisti da altre città del nord Italia e con la scaramuccia con le forze dell’ordine da consegnare a fotografi e telecamere.

Quello che è avvenuto mercoledì è uno spettacolo di teatro siglato dal patto tra imprenditori della notizia e teatranti fascisti. Non siamo complottisti come chi sostiene che ci sia un progetto plutocratico per abbronzare la pelle degli europei, ma ci sono interessi materiali in comune.
Da un lato i fascisti provano a sfondare in piccole città di provincia, povere di strutture militanti antirazziste di base, facendo calate da altre città (nei video si sentono esclusivamente dialetti di Verona e Brescia) e usando le curve degli stadi, impoverite socialmente dalla repressione, per stringere relazioni. Cercano di riprodurre artificialmente (ad uso dei media), anche quando non c’è, la rabbia razzista che abbiamo visto esprimersi in altre città, importando megafonatori e agitatori.
Dall’altro i media, alla ricerca di un’audience facile, parlano delle migrazioni celando i fattori strutturali (economici, politici, ambientali) e puntando unicamente su quelli emergenziali e allarmistici. In parole povere sui tg ( che formano l’opinione del 70% degli italiani) il migrante o muore affogato o delinque.

Pensiamo che i veri responsabili della situazione che si è creata siano i rappresentanti delle istituzioni. Ci sembra assurdo che i gruppi razzisti possano organizzare manifestazioni sotto le case dei soggetti che vogliono colpire, limitandone la libertà e la sicurezza. Evidentemente la sicurezza di queste persone è un fattore di serie b.
Lo stesso sindaco, il primo a creare agitazione per non essere stato informato dell’arrivo di quei richiedenti asilo, sicuramente avvertito dal prefetto dell’arrivo di neofascisti da fuori da Mantova, avrebbe potuto esprimersi tempesticamente.

La “valla” e il campo da golf di Melilla

Il modo in cui la giunta ha reagito alla calata nera sulla città ci sembra vergognoso perché presta il fianco ai razzisti.
L’assessore al welfare Andrea Caprini (che da sempre lavora tra Pantacon, Arci, festival letteratura) ha dichiarato «Adesso sposteremo altrove anche gli altri stranieri rimasti al Maragò, ma poi stop. Profughi a Mantova non ne vogliamo più. Adesso bisogna coinvolgere anche gli altri Comuni». Curioso che siano stati spostati in case prese in affitto a CoopCase e affidati alla cooperativa La Cosa (formata da collaboratori della nuova giunta comunale).
Ancor più singolare che Caprini possa stabilire che a Mantova non arrivino più “profughi” o “stranieri”, uno slogan più volte sentito dai sindaci leghisti e lontano da una prospettiva solidale e di attivazione della cittadinanza.
Il quadro si completa con l’autorizzazione al consigliere comunale (ex lega nord) Luca De Marchi, un soggetto che si è presentato alle elezioni con una campagna incentrata contro migranti e sinti, a  visitare la struttura della Virgiliana. Ci chiediamo con quale tipo di specializzazione e conoscenza possa valutare quella soluzione all’accoglienza dei migranti.

Insomma il piano è parecchio inclinato e se alcuni potevano credere che questa giunta potesse arginare gli sfoghi razzisti, è prontamente rimasto deluso.
Non aiuta certamente il qualunquismo con cui tanti a sinistra leggono i processi migratori, traducendoli come qualcosa che non gli interessa, un problema che non è il loro.
Ci chiediamo dove fossero mercoledì sera, nonostante i ripetuti inviti, gli attivisti di CGIL, equal, FIOM, SEL e dell’ ARCI.
Possiamo tranquillamente affermare che se non ci fosse stata la celere i fascisti sarebbero arrivati all’ hotel, ma il razzismo non lo combatterà certamente la polizia. Serviva una presenza massiccia della città per falsificare sul nascere, con lo spessore di un’eterogeneità politica antirazzista, la pagliacciata mediatica allestita dai vertici nazionali di forza nuova.

L’azione dei fascisti (che poi la scorsa notte hanno pure attaccato lo striscione alla cooperativa Alce Nero, inserita in Sol.Co), disinformata e stereotipizzata ha paradossalmente favorito le stesse imprese sociali che dominano il welfare mantovano.
Non sappiamo se la nuova sistemazione sarà meglio dell’hotel Maragò, quello che sappiamo è che lo spostamento non ci è sembrato frutto di una visione politica ampia, ma di intrecci oscuri tra politica e cooperative e di passività verso le vaghe sparate dei razzisti.

il fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l'occasione avendo rinforzi da fuori Mantovail fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l’occasione avendo rinforzi da fuori Mantova

L’unico modo per svelare le speculazioni, combatterle e imbastire un sistema di accoglienza efficace, virtuoso e capace di coinvolgere migranti, operatori sociali e comunità è quello di coinvolgere direttamente questi soggetti a partire dallo sfruttamento che subiscono.
I migranti sballottati come merci su cui lucrare, gli operatori sociali sottopagati e alienati dalle loro funzioni lavorative e le periferie impoverite di servizi sociali, strutture e possibilità decisionale.
Pensiamo che sia necessario fissare un’assemblea per mettere in rete a livello provinciale chi la pensa in questo modo e non ci sta a lasciare le strade e la critica all’accoglienza ai fascisti.

Il consigliere intollerabile

Machete non ha paura dei razzisti e si è tatuato il nome sul petto
Machete non ha paura dei razzisti e si è tatuato il nome sul petto

Nelle ultime settimane abbiamo potuto avere un assaggio della strategia futura di Luca De Marchi (ex lega nord) nel nuovo consiglio comunale: proporre delle soluzioni al limite della censura politica sul tema migrazione, diversità, accoglienza e spesa pubblica. Non ha nulla da perdere dopotutto, sicuro di poter far presa su una cornice di letture della sicurezza e dei processi migratori che i grandi media nazionali hanno contribuito a cristallizzare in senso razzista. Allo stesso tempo sa bene che le sue boutade razziste saranno accolte dal centro-sinistra con derisione e non curanza. Sopotutto questo negli ultimi 20anni ha dimostrato di non avere una soluzione tanto dissimile a quella dei razzisti rispetto le politiche migrantorie, entrambi gli schieramenti rafforzano i dispositivi istituzionali del razzismo (Bossi-Fini, lentezza regolarizzazioni, reato di clandestinità, centri di identificazione ed espulsione) per poi speculare sul lavoro terziario che i processi migratori attivano. Per quanto possano sembrare divertenti e vintage (da terzo reich) le frasi di De Marchi pongono a tutte e tutti il problema di quanta agibilità vogliamo lasciare a Mantova a queste proposte, in un contesto in cui la stessa teoria della razza (ripresa da De Marchi in una lettera il giorno precedente alle elezioni che l’ hanno portato a più del 4% dei consensi), nonostante sia stata scientificamente negata da una miriade di ricerche, fa presa sugli strati popolari in mancanza di convincenti soluzioni solidaristiche. La lotta  al razzismo può essere efficacie anche attraverso all’ironia e alla decostruzione del messaggio razzista, ma prima di tutto dobbiamo renderci conto che la realtà, nei CIE, nel Mediterraneo e alle frontiere europee ha di gran lunga superato le sparate provinciali del burattino De Marchi.

di Favilla- CommuniaMantova

La recente cronaca, locale e nazionale; registra numerosi fatti che riguardano i fenomeni migratori. Da Ventimiglia a viale Risorgimento, dagli accordi europei sui profughi all’episodio di razzismo di Suzzara; emergono due dati certi. Il primo è che i flussi migratori, piaccia o meno, sono strutturali alla società odierna e su questo tema verte il dibattito politico attuale; il secondo è che la più appariscente risposta sociale a tale fenomeno è il più bieco ed agghiacciante razzismo. Non è un mistero che esistono forze politiche che, strumentalizzando la paura della diversità, ottengono consenso elettorale e favoriscono un clima di violenza pericolosa ed irrazionale.

Il consigliere Luca De Marchi ha già regalato due dichiarazioni che noi riteniamo non solo aberranti, ma anche palesi forme di reato. Quando la gazzetta di Mantova ha pubblicato la notizia titolata “Suzzara, riporta il portafogli ma gli sbattono la porta in faccia perchè è nero”; De marchi ha così commentato dalla sua pagina facebook “un bravo e onesto BUNGA BUNGA”. I commenti che seguono sono un’esaltazione di razzismo che va dalla correzione “si dice bingo bongo” alla pubblicazione di immagini che associano le persone di colore alle scimmie. Nella stessa settimana l’ex esponene della Lega si è reso promotore di una campagna di discriminazione razziale come quella di rendere note le geralità di persone immigrate attraverso delle “pettorine di riconoscimento”. In entrambi i casi è stata violata la legge 205 del 1993.

Tutto ciò avviene a poche settimane dalle elezioni amministrative, ed è naturale chiedersi quali altri episodi illegali dovremmo aspettarci da De Marchi. Invitiamo, di conseguenza, il neo eletto consiglio comunale a prendere provvedimenti mirati per non essere complice di queste dichiarazioni. Se poi, la giunta Palazzi sentisse il bisogno di avere un buffone di corte, noi potremmo capire ma non smettrermo mai di denunciare la deriva razzista dentro e fuori le istitituzioni.

Contestare Salvini genera connessioni!

Riflessioni a margine della giornata MantovaMaiConSalvini del 22 maggio.

Venerdì  22 maggio siamo stati tra i principali organizzatori del presidio “Mai Con Salvini” a Mantova.
Per due ore si sono susseguiti interventi sulle politiche migratorie e sulle discriminazioni alle minoranze alternati a performance artistiche e musicali.
La piazza che si è riempita fino a più di 100 persone ha messo insieme associazioni antirazziste, organizzazioni di sinistra, artisti, migranti, Sinti e singoli cittadini che non sopportano il becero razzismo con cui Salvini prova a costruirsi come nuovo riferimento della destra radicale in Italia.

All’indomani della vittoria di Podemos a Madrid e Barcellona, ci interessa raccontare questo evento in relazione ad alcune dinamiche interne ed esterne che possono riguardare il possibile spazio politico di chi si muove contro la privatizzazione della ricchezza e delle istituzioni e per un’estensione dei diritti.

Per quanto riguarda la dialettica interna ai soggetti che hanno costruito la mobilitazione, abbiamo proposto qualcosa che sembrerebbe banale, ma è raro nei contesti di provincia, un’assemblea aperta introdotta da un appello.
Inutile lamentarsi della mancanza di una sinistra politica o provare a costruirne un’allegoria elettorale se poi nella lotta quotidiana sui singoli temi si fatica creare luoghi comuni in cui organizzarsi socialmente e dibattere sulle sfumature interpretative.
Se vogliamo dare continuità alle resistenze e alle alternative sociali che si muovono sul territorio dobbiamo saper utilizzare al meglio lo strumento del comitato e dell’assemblea aperta. Questo non vale in termini di mero ottenimento del risultato politico su singole vertenze (che già sarebbe qualcosa), ma anche rispetto i canali di partecipazione, che sono tanto più aperti e coinvolgenti negli ambiti sociali e composti da una pluralità di soggetti.

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Nei giorni precedenti al presidio e durante la stessa assemblea di costruzione dell’iniziativa #MaiConSalvini è tornato più volte il tema sull’opportunità o meno di contestarlo. Da un lato sembrava fosse obbligatorio “fare quello che fanno nelle altre città”, dall’altro è tornato più volte il frame che dice che “se li contesti direttamente gli dai visibilità”.
Rispetto la prima ipotesi pensiamo che in questa fase i movimenti di opposizione devono scegliere cosa fare in relazione ad un rafforzamento dell’insediamento nei territori e delle relazione tra i soggetti che li compongono.  Se in parti d’Italia dove la lega è storicamente meno presente, l’opposizione diretta a Salvini ha coagulato non solo attivisti antirazzisti, ma anche cittadini indignati dall’opportunismo leghista nel progetto nazionalista “noi con Salvini”. Da noi si sarebbe tradotta in un aziona avanguardista, che pur strappando diversi apprezzamenti, poco avrebbe impattato su un rafforzamento del lavoro antirazzista nel territorio.

Allo stesso tempo però vogliamo intervenire rispetto all’associazione diretta, che molti a sinistra fanno, tra la contestazione a Salvini e la sua crescita mediatica ed elettorale.
Il leader leghista ha avuto una copertura televisiva tra le più alte del circo mediatico della politica italiana, arrivando a 73 presenze televisive in poco più di 50 giorni. L’operazione di trasformazione in senso nazionalista della Lega Nord trova spazio in una destra orfana di Berlusconi, in cui è facile trovare alleanze (Casa Pound e Fratelli d’Italia) e dettare tempi e temi del discorso. Salvini trova spazio mediatico indipendentemente dalle contestazione perché potrebbe essere la migliore (se non l’unica) marionetta che la classe imprenditoriale ha tra le mani nel caso in cui calasse il consenso verso Renzi e fosse necessaria un’ipotesi autoritaria per approvare le riforme di privatizzazione della ricchezza.
Anzi di fronte questa prospettiva, contrastare anticipatamente Salvini e mostrarne le contraddizioni,  scardina la narrazione omogenea dei media e fa sapere che c’è anche chi pensa che opzioni politiche escludenti non debbano trovare spazio per costruirsi e crescere.

Sacrificare un percorso ricompositivo attorno alle alternative alle false soluzioni leghiste, per paura di far vibrare eccessivamente il termometro del consenso, ci pare un’inutile premura in un momento in cui a sinistra ci sembra sia necessario non tanto un adesione virtuale o una “simpatia”, ma un concreto attivismo materiale, spalla a spalla, sui temi sociali.
La lotta al costituente partito nazionalista di “Noi con Salvini” non è da intendere secondo noi come un’occasione di visibilità “di riflesso” o per rimarcare un’identità antifascista, ma perché consideriamo l’antirazzismo come uno dei pilastri su cui ragionare una possibile nuova sinistra.
Le migrazioni infatti, aldilà dei temi umanistici e umanitari, sollevano delle fortissime questioni di politica economica mondiale che a più livelli riguardano la classe degli sfruttati.
Oltre a contribuire ulteriormente alla scomposizione dell’identità di classe in Europa e ad occupare contemporaneamente le peggiori situazioni lavorative dall’agricoltura ai servivi, i migranti mettono in discussione la struttura della cittadinanza e dei diritti garantiti da questa, la relazione tra stato e cittadino. Le migrazioni sono la più tangibile forma di lotta ad una globalizzazione capitalistica che ogni anno ci lascia con un mondo sempre più diseguale e divaricato tra parti ricche e parti povere.

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In conclusione potremmo affermare che la trasformazione della Lega Nord è pienamente in atto.
Il comizio padano, a detta degli stessi giornali cittadini, ha confermato gli scarsi numeri che storicamente hanno avuto nel capoluogo virgiliano (meno di 150 persone con delegazioni da Parma e Brescia hanno assistito al comizio) presentava una composizione meno popolare e più “da Mantova bene”.
Il partito nazionalista anti-invasione che ha in testa Salvini ha conquistato i cuori della destra Mantovana. Dopo l’implosione della leadership berlusconiana e gli scandali dei diamanti in Tanzania che hanno coinvolto i membri del cerchio magico di Bossi, sembra che l’opzione autoritaria nel nostro paese possa ricostruirsi attorno al polo di “noi con Salvini”.

Favilla – CommuniaMantova

Appello per un 25aprile popolare, meticcio e diffuso

Il 25 aprile e l’esercizio quotidiano di una pratica e critica antifascista, che rifiuti quindi ogni sopraffazione verso un soggetto più debole, devono per noi immergersi completamente nelle contraddizioni della contemporaneità in modo da evitare l’avanzare di devastazione e barbarie.
Non è assolutamente vero che l’antifascismo sia un concetto superato e ce l’ha dimostrato le donne del popolo kurdo a cui vorremmo dedicare questa festa della liberazione.
Tra le bombe di Assad e l’avanzata dell’ISIS hanno saputo organizzare una resistenza popolare in Rovaja (nel nord della Siria), una repubblica popolare organizzata attraverso i principi dell’autogestione territoriale e della democrazia partecipata.
Il 2015 si è aperto con la strage alla redazione di Charlie Hebdo da parte di un commando legato al fondamentalismo islamico.
La campagna d’odio contro l’islam in genere che ne è scaturita non si è manifestata solo  in intimidazioni alle moschee e alla comunità islamica, ma anche nelle parole di esponenti politici volte a rafforzare il razzismo istituzionale verso i migranti che caratterizza la fortezza europa. In questo contesto l’islamofobia assume sempre più i tratti di quello che è stato l’antisemitismo negli anni ’30 e garantire la libertà di culto e spostamento ci sembra il primo passo per chi si dichiara antirazzista.
L’ostruzionismo istituzionale della Carta di Dublino, le ingenti risorse per costruire centri di reclusione e finanziare le operazioni di polizia contro i clandestini e la speculazione sull’accoglienza sono i dispositivi per escludere una parte di popolazione dai diritti di cittadinanza.
In una fase storica in cui l’Europa è governata in modo autoritario dalle istituzioni economiche (BCE e FMI) che impongono riforme peggiorative del mercato del lavoro e del rapporto tra proprietà pubblica e privata, l’attacco verso le fasce meno tutelate diventa la leva di legittimazione politica della destra autoritaria e conservatrice.
Operazioni come quella di Salvini e Casa Pound puntano ad inserirsi nella classe media impoverita dall’austerità insistendo su una differenziazione nell’accesso al welfare e in una stigmatizzazione delle differenze.
In questo modo le campagne “prima gli italiani”, omogenei come se non ci fossero enormi differenze negli interessi di un precario e in quelle di un amministratore delegato, si legano alla denigrazione di qualsiasi alterità nei modelli di comportamento, dai nomadi alle sottoculture giovanili. Su questo piano si è prodotto un legame tra l’estrema destra e il conservatorismo cattolico, che in Italia come in Spagna sfrutta le tensioni date dalla depressione economica per recuperare terreno sul controllo dei corpi delle donne e della sessualità.
Iniziative come quelle delle Sentinelle in Piedi vorrebbero conservare il ritardo del nostro paese rispetto il riconoscimento istituzionale della multi-dimensionalità del genere (come riconosciuto dai genere studies presenti da decine d’anni nelle principali università del mondo) e ai diritti civili e sociali che vengono negati.
In Italia serve una scossa che leghi queste oppressioni, per quanto contraddittorie, in una nuova “sintesi degli esclusi” che rivendichi democrazia, diritti e uguaglianza.
Il lavoro e le scuole sono definitivamente piegati verso una strutturazione autoritaria con il jobs act e la buona scuola  del governo Renzi. Lo stesso sta avvenendo in tutta Europa con i diktat classisti di Francoforte e la crescita della destra radicale con le sue soluzioni razziste, per questo è necessario solidarizzare con chi sta provando a ribaltare i paradigmi neoliberisti con politiche redistributive e sovranità popolare come il governo di Syriza e l’esperienza spagnola di Podemos.

Favilla-CommuniaNet

Collettivo Studentesco Hic Sunt Leones

Spazio Sociale La Boje!

Lunedi 1 settembre 6^ Festa Anticapitalista – Teatro

d'equilibre

 

 

 

 

6^ FESTA ANTICAPITALISTA

Dal 29 agosto al 2° settembre 2014

Presso Arci Cinciana in Via G.S. Spiller 19 a Mantova

LUNEDI 1 SETTEMBRE 2014

dalle ore 22.00 TEATRO ANTIRAZZISTA

con la compagnia teatrale di tamburi antirazzisti “d’Equilibre”  direttamente da Mantova e Provincia

……a seguire DJ SET  “Vario”

INGRESSO GRATUITO – POLITICA – CUCINA –BIRRA – BANCHETTI – MUSICA

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Domenica 31 Agosto 6^ Festa Anticapitalista-WuMing Contingent

wuming contingent

 

 

 

 

6^ FESTA ANTICAPITALISTA

Dal 29 agosto al 2° settembre 2014

Presso Arci Cinciana in Via G.S. Spiller 19 a Mantova

DOMENICA 31 AGOSTO 2014

ore 20.00 presentazione del libro “L’armata dei sonnambuli” con Wu Ming Contingent

ore 22.00 concerto Wu Ming Contingent

+DJ SET vario

INGRESSO GRATUITO – POLITICA – CUCINA –BIRRA – BANCHETTI – MUSICA

Spazio Sociale La Boje       www.facebook.com/laboje.spaziosociale

Sabato 30 Agosto 6^ Festa Anticapitalista-Banda Popolare Emilia Rossa

 

banda popolare dell'emila rossa

 

 

 

 

6^ FESTA ANTICAPITALISTA

Dal 29 agosto al 2° settembre 2014

SABATO 30 AGOSTO 2014

Concerto ore 22.00

BANDA BOPOLARE DELL’EMILIA ROSSA

+ DJ SET REGGAE / DUB

Presso Arci Cinciana in Via G.S. Spiller 19 a Mantova

INGRESSO GRATUITO – POLITICA – CUCINA –BIRRA – BANCHETTI – MUSICA

Spazio Sociale La Boje       www.facebook.com/laboje.spaziosociale

lunedi 2 giugno Compleanno LaBoje+Macero No+grigliata

macero no la boje

 

 

 

 

 

COMPLEANNO LABOJE + MACERO NO + GRIGLIATA ANTICAPITALISTA

Lunedì 2 giugno vi aspettiamo per il 6° compleanno de La Boje!

Dalle 10 alle 17 sarà possibile acquistare i libri di Edizioni Alegre, Eleuthera Editrice, DeriveApprodi Edizioni e Duepunti Edizioni con enormi sconti per evitare che questi vadano al macero.
I libri costeranno solamente 3 euro e attraverso l’acquisto darete un sostegno sia alle case editrici indipendenti che al progetto di Favilla, la libreria, aula studio, biblioteca autogestita che abbiamo aperto al primo piano de La Boje! quest’anno.

#Favilla , come questa iniziativa, è un tentativo di recuperare i saperi critici scarsamente accessibili nella società dei consumi.
Il sistema capitalista da più di vent’anni infatti si regge sull’immaginario della mancanza di alternative possibili al governo del profitto.
Ciò passa anche per l’eliminazione del pensiero critico dalle accademie universitarie e dalle librerie.

Dalle 12.00 ci sarà una grigliata di autofinanziamento, per accompagnare del buon cibo e vino alla lettura dei libri.

FATE GIRARE QUESTA NOTIZIA e vi aspettiamo in tantissimi!!!

Strada Chiesanuova 10 – Mantova

Venerdi 9 maggio presentazione del libro “Riscatto Mediterraneo” di Gianluca Solera

G.Solera riscatto mediterraneo

 

 

 

 

 

VENERDI 9 MAGGIO 2014 ore 18.30,

la Bibblioteca/Libreria Autogestita FAVILLA

è lieta di presentare il libro di GIANLUCA SOLERA “RISCATTO MEDITERRANEO”

allo Spazio Sociale La Boje

Strada Chiesanuova 10

Mantova

sarà presente un aperitivo di autofinanziamento

vi aspettiamo numerosi!!!

 

Dopo la “Primavera araba” tutto è cambiato. Nel suo ultimo libro, Riscatto mediterraneo – presentato recentemente al Cairo, alla Mashrabia Gallery of Contemporary Art e all’Arci Corvetto di Milano – Gianluca Solera ci mostra come questa parte del mondo sia diventata il fulcro del cambiamento, il luogo dove si sperimenta unnuovo progetto di civilizzazione. Il libro è un invito a sperare che il futuro immaginato nelle piazze delle città del Mediterraneo sial’inizio di un percorso politico, sociale e culturale comune. Abbiamo parlato con l’autore a Milano, appena tornato dall’Egitto.

Lei si occupa da molto tempo di interculturalità. Parlando di “dialogo” e di culture, cosa ci attende nei prossimi anni?
E’ una domanda complessa. Io non credo che esista il dialogo tra le culture, e lo dice uno che si è occupato di questo per più di dieci anni. Ma esiste il dialogo tra le persone, perché le persone hanno identità complesse e articolate, soprattutto nel Mediterraneo. Il concetto del dialogo tra le culture è piuttosto un concetto politico, che è stato utilizzato e manipolato nel corso degli ultimi anni, in particolare dopo la stagione dei grandi attentati terroristici di matrice alqaedista, nel primo decennio di questo millennio. La storia stessa della Fondazione Anna Lindh [Gianluca Solera è anche coordinatore delle reti della Fondazione Anna Lindh per il dialogo tra le culture – NdR] dimostra quanto ambiguo sia questo concetto della politica del dialogo tra le culture, in reazione allo scontro tra le civiltà. Proprio nella differenza tra le culture si identifica il problema della coesistenza o della pacifica relazione tra comunità di matrice culturale o religiosa diversa: siamo cristiani o musulmani, occidentali o levantini, fondamentalisti o laici secolari. Questo io credo sia un elemento che non corrisponda a verità. E la stagione delle battaglie sociali e delle rivoluzioni degli ultimi tre anni dimostra che, in realtà, il fattore che genera i conflitti nella regione non è quello delle differenze identitarie o religiose, ma nel differente accesso ai diritti. La questione della politica del dialogo interculturale è stata utilizzata sovente dai regimi precedenti, soprattutto nei Paesi arabi, per distogliere l’attenzione da questo. Ha sostituito, invece, una riflessione e una politica di fondo sull’accesso ai diritti, sulla giustizia sociale, sulla ripartizione delle risorse e sulla libertà civile. Bisogna fondare una nuova politica sulla partecipazione cittadina e sulla cooperazione tra cittadini di identità o biografie o culture o storie diverse, ma attorno ad una comune lotta per i diritti civili.

Lei ha partecipato all’iniziativa “Boats 4people”, che FocusMéditerranée ha seguito. Rispetto a due anni fa, cosa è cambiato per le persone che arrivano sulle nostre coste?
Boats 4people è un progetto del 2012. Da allora le cose non sono molto cambiate. Forse è cambiato il passaporto di origine di quelli che attraversano il mare (in questo momento sono soprattutto siriani), però la dinamica è la stessa. La questione dei visti è simbolica. Quello che dico nel libro è che i cittadini del Mediterraneo si devono unire insieme per combattere le ingiustizie, per avere più diritti civili, perché le risorse siano distribuite in modo equo, perché vi siano più opportunità per tutti e non vi siano diseguaglianze. Questo deve avvenire attraverso una crescita, una maturazione dei diversi segmenti delle società civili del Mediterraneo, affinché possano avere una visione politica dal basso, che sia regionale e quindi transnazionale. Uno dei temi che si deve affrontare da una prospettiva cittadina è proprio quello della libera circolazione delle persone, e quindi tutte le dinamiche dei flussi migratori. I governi hanno troppi interessi e troppi calcoli di carattere interno e non si smuoveranno dalle loro posizioni. Come dicevo, quella dei visti è una questione simbolica, nel senso che, se vogliamo rovesciare la prospettiva e fare in modo che il Mediterraneo non sia la periferia –  perché ora il Mare Nostrum è la periferia: se abbiamo delle cacciatorpediniere ai limiti delle nostre acque territoriali è perché consideriamo che quella sia la fine del mondo, le nostre Colonne d’Ercole –, dobbiamo ripensare la nostra presenza, la nostra identità e la nostra storia dal Mediterraneo, al centro e non alla periferia dell’Europa. Per questo dico che la politica dei visti deve essere rivista: la libera circolazione è uno degli elementi fondamentali per costruire un processo di integrazione.

 A proposito dei visti, lei ha lanciato una provocazione: “abolire i visti tra i Paesi del Mediterraneo”…
L’idea di abolire i visti tra i Paesi del Mediterraneo si basa proprio sull’integrazione mediterranea ed è effettivamente un’idea provocatoria. Organizzare, ad esempio, un movimento referendario mediterraneo transnazionale, su base volontaria non vincolante, attivando dei gruppi locali in diverse città sulla riva nord e sulla riva sud, che chieda, appunto, l’abolizione dei visti … potrebbe essere l’iniziativa per dare un segnale forte alle istanze governative.

Nel suo libro, lei parla anche delle Rivoluzioni che hanno interessato il Mediterraneo, con un’analisi su quello che è avvenuto, ad esempio, in Tunisia, in Libia, ma anche in Egitto. Che cosa hanno in comune queste rivolte?
Il mio libro, infatti, non è sulle Rivoluzioni arabe, ma sul Mediterraneo. Lo sottolineo, perché ci ho pensato prima di costruirlo. Credo ci sia stato proprio un fenomeno di contagio, che ha attraversato diversi Paesi, nato dall’immolazione di Mohamed Bouazizi che fece esplodere la “Rivoluzione dei Gelsomini” in Tunisia. Una Rivoluzione che si propagò in diversi Paesi arabi del mondo Mediterraneo, raggiunse le coste europee e poi si manifestò anche nel movimento Occupy Wall Street, … Questo fenomeno di contagio si basa proprio su elementi comuni (che scardinano un pregiudizio o un malinteso): le Rivoluzioni arabe sono il frutto della mancanza di libertà civile e politica; i movimenti di protesta dei cittadini cosiddetti “indignati” sulla costa settentrionale sono il frutto, invece, di una crisi economica. Io penso che siano le due facce della stessa medaglia. La crisi economica e la crisi politica sono l’espressione, a diversi livelli di sviluppo di Paesi e società interessati, della questione della relazione tra il cittadino ed il potere. E questo è emerso con grande forza ed energia attraverso la stagione di riscatto di cui abbiamo parlato. Ho nella mente un’immagine bellissima e simbolica che è quella di una persona, un israeliano, che su Boulevard Rothschild a Tel Aviv sventola un cartello con su scritto “I am Egyptian”. Gli elementi comuni alle varie rivolte sono numerosi. Partiamo dalla volontà di rioccupare gli spazi pubblici come spazi dell’agire collettivo, dalla denuncia della collusione della classe politica e le corporazioni economiche, dalla riorganizzazione, di fronte alla demolizione, dello stato sociale in servizi che cercano di ridurre le difficoltà per i cittadini, dal rifiuto dello scontro identitario, dalla volontà di tutelare i beni comuni, dalla valorizzazione del lavoro come elemento centrale dello sviluppo. Anche negli slogan c’è un capitolo nell’e-book (che è più lungo di quello cartaceo) dove li confronto. Lo stesso slogan centrale della Rivoluzione tunisina: “lavoro, libertà e dignità cittadina”, raggruppa un po’ tutte queste valenze della crisi, che è una crisi articolata, perché si specchia nel mondo politico, economico e delle relazioni sociali.

In queste Rivoluzioni le donne sono state attrici e non spettatrici, come si sarebbe portati a credere. Qual è la sua opinione in merito?
La donna ha avuto un ruolo centrale nei processi rivoluzionari in tutti i Paesi, anche se poi le condizioni locali, le tradizioni e le regole della convivenza hanno portato ad avere una percezione diversa. In Egitto, ad esempio, nel 2011, quando è caduto Hosni Mubarak, la giunta militare che gestisce il Paese ha arrestato moltissime ragazze, che poi sono state sottoposte al “test di verginità”. Naturalmente si giustificavano dicendo che venivano sottoposte al test per essere sicuri che, una volta arrestate, non fossero accusati i soldati di abusi sessuali nei loro confronti. Ma la vera ragione era quella di umiliarle. E’ stata una ragazza di circa 20 anni, Samira Ibrahim, di cui parlo anche nel libro, che ha denunciato queste pratiche. Grazie a lei, poi, le stesse sono state vietate dalla Corte Egiziana. Se si pensa al potere e alla stima di cui gode l’esercito in Egitto, l’iniziativa di questa ragazza è di una forza e di un coraggio straordinari. E’ diventata, poi, uno dei simboli della presenza femminile nella Rivoluzione. La mia impressione è che un salto di qualità vi sia stato: le donne non solo sono state a fianco dei manifestanti, ma anche in prima linea e sono anche state delle voci di primo livello tra i ranghi dei rivoluzionari. Tanto è vero che il premio Nobel nel 2011 è stato assegnato a tre donne (tra le quali c’era una yemenita, mentre una tunisina e una egiziana erano state candidate). Per ciò che riguarda la Tunisia, questa volontà di partecipare e di decidere del proprio destino ha interessato anche molte donne dell’area islamista. Infatti, la legge che è stata applicata per eleggere l’Assemblea nazionale costituente, quella che ha recentemente approvato il testo costituzionale, prevedeva metà dei rappresentanti di sesso femminile e metà di sesso maschile.  Anche il dibattito che vi è stato sulla Costituzione, sul famoso articolo relativo alla donna in cui Ennahda difendeva il principio della complementarità (era stato visto dai settori più secolari come un passo indietro rispetto al principio della parità sessuale), non è stato solo esterno al partito islamico, ma anche interno ad esso. Infatti, l’articolo che poi è stato approvato ha avuto i voti anche di Ennahda  e si è ritornati al testo originario che affermava, quindi, il principio di parità tra uomo e donna. Vi è stata sicuramente una matrice femminile in molte delle cose che sono successe. Ora, il vero problema è capire cosa succederà con le varie onde di restaurazione, di ritorno al passato con il recupero dei regimi precedenti. Come possiamo vedere in questo momento in Egitto o in Siria. La donna riuscirà a mantenere una sua forza, una sua presenza, una sua voce quale attore politico?

Slider_440x240_Riscatto MediterraneoLei è appena tornato dall’Egitto. Che aria ha respirato? Qual è oggi la situazione politica, economica e sociale nel Paese?
Il 25 gennaio, per il terzo anniversario della Rivoluzione, ero in piazza ad Alessandria e il clima e i messaggi erano completamenti diversi. Innanzitutto è una perenne campagna per la candidatura del capo delle forze armate Al Sisi. Una parte è spontanea per la popolarità acquisita dopo le manifestazioni del 30 giugno scorso, che chiedevano elezioni anticipate rispetto al governo di Mohamed Morsi. I consensi arrivano soprattutto dalle classi medio-basse. Nella borghesia secolare, però, il generale Al Sisi non gode di grande popolarità tra i giovani rivoluzionari “Al Shoura Al-Shabaab”. Al referendum di due settimane fa sul nuovo testo costituzionale, infatti, ha vinto il “sì”, ma sono andati a votare solo il 38% degli egiziani. L’anno prima, il testo era stato messo al voto da Mohamed Morsi: aveva partecipato circa il 32% degli aventi diritto (quindi un numero inferiore dell’attuale), ma il risultato era stato più equilibrato, con circa i due terzi a favore e un terzo contro. Questo vuol dire che tutti quelli che sono contro questo testo costituzionale appena approvato non sono andati a votare. Molti dei quali sono rivoluzionari, perché quello che sta facendo l’Esercito è ripercorrere e ripetere le modalità della repressione che sono state proprie della storia recente, quella che chiamano “aman al daula”, la sicurezza dello Stato. Con la nuova legge, poi, sulla regolamentazione delle manifestazioni, hanno potuto agire non solo contro le proteste a favore di Morsi, ma anche su chi manifesta per avere più diritti civili o contro la legge stessa. Le accuse mosse a questi attivisti sono poi quelle che venivano usate anche con il governo di Hosni Mubarak per delegittimare degli oppositori politici: fomentazione della violenza, tradimento dello Stato. Al Sisi non si esprime su queste cose. E’ dunque difficile sapere cosa succederà. Tutti stanno cercando di approfittare della popolarità di questo personaggio per riguadagnare il terreno perduto con la Rivoluzione: i generali, i grandi imprenditori corrotti, i media, che sono sempre con il vincente. Non si sa se al Sisi sia a favore del precedente regime o voglia veramente riformare in modo democratico il Paese. E’ questa la grande variabile. Secondo me, il peso del “sistema” è così importante che comunque la Rivoluzione ne risentirà. E non escludo che, se le questioni legate alla giustizia sociale, alla povertà, all’accesso ai servizi, al lavoro, … non verranno risolte, dopo un certo periodo di tempo vi possa essere un’ulteriore ondata di protesta. Non dimentichiamoci che quando la giunta militare ha governato, la gente in piazza gridava: “che cada il regime militare”.  Io personalmente credo che sarà sempre più difficile esprimere il proprio dissenso, perché il sistema di sicurezza continua ad essere sempre più pressante ed i media stanno operando una propaganda che discredita la Rivoluzione. Infatti, uno degli argomenti per processare Mohamed Morsi, oltre al fatto che avrebbe dato l’ordine di sparare sui dimostranti, e che sia scappato dalle prigioni, è che la Rivoluzione del 2011 sia stata un grande complotto ideato da Hamas e dai Fratelli Musulmani. Ovviamente  questa teoria è assurda, sia perché Hamas non ha questo potere, sia anche perché i Fratelli Musulmani sono andati in piazza solo pochi giorni prima della caduta di Hosni Mubarak .

Alla luce di quest’ultimo suo viaggio in Egitto, quali sono i sogni e le aspettative che ha visto in questi ragazzi?
Credo che vogliano essere padroni del proprio destino. Questo vuol dire avere libertà, lavoro e dignità. Un programma politico chiaro, semplice, ma efficace. Molti Paesi arabi non hanno ancora raggiunto un minimo di partecipazione democratica, ma anche le nostre mature democrazie sono malate. Questa relazione tra potere e cittadino si manifesta nella sua valenza sulle due rive del Mediterraneo. Vi è quindi la sensazione che, o attraverso le varie forme di repressione dei diritti di espressione, organizzazione, associazione, eccetera, o attraverso le varie forme di decomposizione del mondo del lavoro e del mondo dei diritti al lavoro – con i tassi di disoccupazione giovanile che superano il 50% in quasi tutti i Paesi del nord Mediterraneo -, i giovani sentano di non essere più padroni del loro destino e quindi vogliano ripensare il “sistema”, che è in crisi, radicalmente, con nuove modalità di partecipazione. Molto spesso si dice che i movimenti degli “indignati” abbiano esaurito la loro carica, ma non si dice che fanno altre cose: si sono decentrati, lavorano nei quartieri, organizzano, ad esempio, le cliniche sociali, o forme di distribuzione della catena alimentare a filiera corta… Ripensare, quindi, il “sistema” per affrontare una crisi che non è congiunturale, ma strutturale. Credo che la cultura mediterranea in sé favorisca un ripensamento del modello di sviluppo, perché è socialità, è scambio, è mescolanza, è il senso della famiglia, del sacro, è  tutto quello che non funziona per il modello neo-liberale che ci vuole tutti atomizzati, individualisti, in competizione, omologati; che vuole tutto sia vendibile e mercificato. E ciò è all’antitesi dell’identità mediterranea. Per me, quello che è successo ha un valore che va al di là dei Paesi stessi. Se riuscissimo, attraverso questi movimenti sociali, a costruire un percorso di sperimentazione, di impegno politico, di lotta politica che sia anche un percorso che vada oltre le frontiere, non daremo solo un contributo alla risoluzione dei problemi regionali, ma anche all