LA COSTITUZIONE É DEL POPOLO, VOTA NO!

In questo breve testo proveremo a comunicare il punto di vista dei collettivi de La Boje! verso il referendum costituzionale del 4 dicembre.

Negli ultimi 20 anni, chi ha frequentato i movimenti sociali diritti e dei beni comuni, ha assistito ad un progressivo accentramento del potere e della ricchezza. Berlusconi ha rappresentato il simbolo della sfera dell’economia che entrava prepotentemente in quella della politica, facendosi promotore degli interessi post-ideologici del privato su quelli della collettività. Ma i governi di centrosinistra non sono mai stati da meno e per mostrare un buon profilo imprenditoriale, hanno anticipato il centrodestra targato Mediaset in ogni tappa della trasformazione neoliberista delle nostre società: inasprimento del sistema pensionistico, privatizzazione delle aziende statali, ingresso dei privati nelle scuole pubbliche, competizione tra pubblico e privato nell’erogazione dei servizi.
Erano gli anni ’90 la new economy spingeva a barattare i diritti conquistati faticosamente con il gioco dei risparmi in borsa, le ideologie erano finite e WTO, Fondo Monetario internazionale e Banca Mondiale avevano predisposto tutto per rendere il mondo un grande mercato in cui ogni giorno l’incontro tra domanda e offerta stritolava le vite di milioni di persone.
Le contraddizioni accumulate in quegli anni stanno ora producendo diverse conseguenze per le quali le sempre meno democratiche democrazie occidentali stanno esigendo una maggiore “governabilità”. L’appassimento delle organizzazioni politiche e sindacali di massa, il progressivo astensionismo passivo, l’esternalizzazione dei servizi sociali e l’intreccio sempre più stretto tra attori politici e privati, ci consegnano una società atomizzata sempre più incapace a coltivare un dibattito autonomo dai grandi media e ad incanalare la rabbia in percorsi autorganizzati di proposte dal basso.
I pochi che continuano ad esercitare una democrazia partecipativa (che pervadeva lo “spirito del ’45” in cui è stata scritta anche la nostra Costituzione) vengono ferocemente repressi con dispositivi giudiziari risalenti al fascismo come il “foglio di via” e il reato di “devastazione e saccheggio”.
La politica che chiede “più governabilità” è la stessa che ha approvato a suon di manganellate le riforme che hanno svilito la scuola pubblica, la stessa che drena denaro pubblico da più di vent’anni per il TAV nella militarizzata Valsusa, che ha salvato le banche private con i risparmi dei lavoratori, che ha calpestato il referendum sull’acqua e centinaia di istanze per la difesa dei territori con il decreto legge “Sblocca Italia”.
È effettivamente vero che, cambiamento o meno della costituzione, le attuali repubbliche hanno ridotto il dibattito parlamentare a mero formalismo come dimostra l’approvazione della Loi Travail della presidenziale Francia, ma in caso di vittoria del Sì l’anomalia diventerebbe la regola.
Una delle missioni dell’apparato neoliberista negli ultimi venticinque anni è stata quella di “rubarci le parole” con cui diamo un senso alla realtà: la “casta” ha sostituito i “padroni” o “i ricchi”, “i cittadini” e la “gente”, i “lavoratori” e i “poveri”.
Renzi ha accelerato la campagna referendaria nelle ultime settimane combinando il cittadinismo favorevole ai grillini (facendo passare la sua riforma come anti-casta in quanto riduce i parlamentari) all’approccio da “venditore di pentole” della politica come “mercato di voti” (nella sola Mantova ha promesso 27 milioni di euro di investimenti).
Contro questo approccio avvantaggiato ulteriormente da un apparato culturale a sostegno del SÍ che, aldilà della vertiginosa presenza del premier nei salotti televisivi, annovera al suo interno tanti nomi dei girotondi anti-berlusconiani, da Virzì a Sorrentino, serve una grande narrazione.
Per vincere e resistere dopo il 4dicembre proponiamo un racconto che provi ad unire: l’autoritarismo nelle scuole e nei luoghi di lavoro all’impoverimento decisionale dei territori e delle periferie; gli stage alla diffusione del lavoro gratuito e precario in ogni piega del terziario; la privatizzazione dei servizi e dei beni comuni, alla progressiva riduzione del potere di acquisto e di accesso al diritto alla salute, all’educazione e alla casa.