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Abituarsi all’obbedienza

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

(F.De Andrè – Nella mia ora di libertà)

A cura di Favilla – CommuniaMantova

Abbiamo seguito con interesse le proteste degli studenti del Liceo Classico contro l’autoritarismo della preside. Oltre ad appoggiarne le rivendicazioni, abbiamo discusso con loro della situazione che si è creata, in quanto attivi nei collettivi studenteschi delle scuole di Mantova qualche anno fa.
Ci sembra utile individuare alcuni nodi per comprendere le cause del comportamento autoritario del dirigente scolastico nel relazionarsi con gli studenti, andando oltre alle considerazioni circostanziali (ad esempio “ha un carattere autoritario” o “è il tipo di scuola che è così”).

Da anni constatiamo (e contestiamo) una progressiva americanizzazione delle scuole superiori. Un flusso culturale sostenuto dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno definito la formazione come una merce.
Da non moltissimo tempo l’accesso universale all’istruzione è un diritto garantito, a partire dalla metà dell’ ‘800 è passata dall’essere un privilegio per pochissimi ricchi al diventare progressivamente un canale di mobilità sociale.
Inizialmente “la scuola” serviva semplicemente ad offrire la formazione delle porzioni di manodopera qualificata necessaria ai primi processi industriali.
Con la formazione dei welfare state e le tragedie delle due guerre mondiali, l’istituzione scolastica si è conformata come luogo di socializzazione delle regole dello stato liberal-democratico, canale di accesso al mondo del lavoro e strumento di conservazione dell’ordine sociale, oltre che come diritto inalienabile.

In modo crescente negli ultimi decenni, la formazione è sempre meno un diritto e sempre più una merce, a cui accedere da un mercato di saperi (o meglio di enti formativi pubblici e privati) in competizione.
Ciò ha sicuramente delle conseguenze sul modo di stare a scuola e sul governo di quest’ultima.

Quello che è avvenuto al Liceo Classico, il rifiuto dell’assemblea d’istituto e il successivo scontro tra gli studenti e la preside (arrivata a minacciare denunce se questi non avessero ammesso i propri errori nella tardiva richiesta dell’assemblea) verrebbe da legarli automaticamente alla Buona Scuola di Renzi.
In questa infatti, nel solco delle precedenti riforme (o proposte di legge), si va  a modificare il ruolo del preside, da coordinatore di una comunità formativa a manager di uno degli “erogatori di saperi” disponibili nel mercato della formazione.
La legge va così a cambiare nel senso di una maggiore gerarchizzazione le relazioni tra preside (manager) e personale docente (i lavoratori) e studenti (prima consumatori del pacchetto di saperi e poi prodotti da immettere nel mercato del lavoro o nella formazione terziaria e specializzante.

La repressione paventata verso gli studenti e i docenti del “Virgilio” ci sembra più che una conseguenza diretta della riforma, qualcosa di connesso allo “spirito” con cui le istituzioni hanno voluto governare il cambiamento della scuola pubblica (l’abbiamo spesso chiamato “aziendalizzazione”) e limitare le voci critiche che questo poteva produrre.
Da anni ormai i presidi (con la complicità di qualche docente) insistono per limitare la possibilità di interazione degli studenti con la scuola (pensiamo all’agitazione che suscita un volantino distribuito all’interno ad esempio) e di discutere dell’attualità aldifuori di momenti pre-impostati e stabiliti.

Consideriamo i collettivi studenteschi come delle forme di partecipazione, di informazione sulle disuguaglianze sociali, di responsabilizzazione rispetto l’istituzione scolastica, di aggregazione aldifuori dei meccanismi competitivi tipici della società dell’apparenza. Nonostante siano stati trattati dai dirigenti scolastici  in modo paternalistico come “agitatori” pensiamo che possano essere l’unico argine per una scuola a misura di studentesse e studenti. Il confronto con gli adulti e gli insegnanti è sicuramente importante, ma difficilmente gli allievi delle scuole superiori potranno sentirsi “propria” ed interattiva la scuola senza “rotture” che mettano in primo piano i propri interessi.

Solo dieci anni fa, quando occupammo il Liceo Scientifico, un atteggiamento del genere da parte di un dirigente scolastico non sarebbe stato ammissibile, sia per come erano ancora conformate le scuole superiori nei rapporti di potere interni, sia per una maggiore dinamicità critica degli adolescenti.
I “perché” del torpore degli ultimi anni lo possiamo trovare sicuramente in una serie di fattori politici e culturali: sette anni di governo senza opposizioni in Italia, la diffusione esponenziale dei mass media e di canali virtuali di socialità, la sconfitta dei movimenti contro le riforme della scuola etc..
Ma l’unica causa realmente significativa la troviamo in ciò che viene dopo la scuola: il mondo del lavoro, ovvero la variabile maggiormente considerata da ogni riforma della scuola dal ’67 ad oggi.
Il potere quando guarda alla scuola vede futuri dirigenti, precari, lavoratori specializzati e non. Dimenticativi le favole sul diritto allo studio.
La scuola deve conservare (e non mutare) una società in cui pochi comandano e tanti obbediscono.

Proprio il mondo del lavoro negli ultimi anni ha visto sparire le garanzie conquistate dalle lotte dei lavoratori, quei fragili meccanismi di tutela del posto di fronte la volatilità del mercato e quelle forme di distribuzione della ricchezza.
Oggi devi essere disposto a tutto: ti possono licenziare senza giusta causa, negarti il rinnovo del contratto perché fai troppe domande, farti lavorare per 1/5 dello stipendio che ti spetterebbe per la tua qualifica, convincerti che il tuo lavoro è una forma di volontariato (gratuita).

La scuola è il luogo dove imparare l’obbedienza necessaria al nuovo mercato del lavoro, progettato dal Partito della Nazione e sollecitato da grandi capitali e agenzie di credito.
Per questo i manager della Buona Scuola dovranno eliminare tutti i germi della contestazione sessantottina, fortunatamente ancora presenti.
Il ’68, spesso descritto come “ideologico”, nasceva in realtà da elementi molto concreti: contro l’autoritarismo condannato da Don Milani nel suo “Lettere ad una professoressa”; contro la visione di una didattica verticale incontestabile; contro una scuola in cui gli studenti erano solo fruitori in vista di una posizione sociale prestabilita e non membri di una comunità formativa in continua evoluzione.

Si contestava il piedistallo della cattedra del docente, le modalità meccaniche di apprendimento e la supposta neutralità del sapere e del potere.
Si richiedevano diritti, trasporti ed uguaglianza nell’accesso all’istruzione.

Nelle scuole-aziende non serve più la dialettica tipica di una comunità, anzi qualsiasi disponibilità al dialogo potrebbe macchiare il marketing del soggetto formativo. La scuola deve essere come un detersivo, un prodotto omogeneo, superficialmente perfetto ed acritico.

Il ’68 a Mantova incominciò con gli studenti dello Scientifico che rimasero nel cortile della scuola una volta finito l’intervallo. Venerdì 18 dicembre gli studenti del “Virgilio” hanno fatto un’azione simile organizzando un presidio critico fuori dalla scuola prima dell’inizio delle lezioni.

I prossimi passi per gli studenti del classico-linguistico saranno quelli di assumersi quanto avvenuto nelle ultime settimane e di convincersi della giustezza del ribellarsi in una scuola così conformata. Gli allievi dei Licei, per rendere ancora più esplosiva la propria critica, dovranno sicuramente tenere a mente la gerarchia occupazionale che andranno ad occupare una volta fatta la maturità. Potranno diventare agenti dell’obbedienza o indispensabili fonti di critica e mobilitazione nei luoghi di lavoro.

La cattiva scuola di Renzi-Giannini

Per i precari della scuola l’estate è sempre stato una stagione piena di contraddizioni e dubbi. Il lungo periodo di inattività farcito dall’assegno di disoccupazione (che arriva spesso tra ottobre e dicembre) non è mai stato libero da preoccupazioni che proiettano la mente all’inizio del futuro anno scolastico: avrò un contratto favorevole? Riuscirò a lavorare tutto l’anno? Andrò in una scuola favorevole alle mie aspettative?

La domanda più assillante rimane, comunque,la stessa di sempre: sarà la volta buona per andare di ruolo?

L’estate 2015, tuttavia, sarà ricordata dal variegato mondo del precariato scolastico in modo diverso da tutti gli altri, è infatti l’estate della “buona” scuola! I mesi precedenti si sono chiusi con le mobilitazioni sindacali che sono riuscite a manifestare un primo segnale di opposizione all’Italia renziana che sembrava fondarsi su un granitico consenso. L’altro risultato importante delle mobilitazioni di fine primavera è stato l’aver ricompattato il fronte dei docenti in passato diviso, schematizzando un po’ la realtà, tra i docenti di ruolo ed i precari. Sarebbe più che logico aspettarsi un autunno caldo sul fronte scolastico, visto che coinciderà con l’introduzione dei provvedimenti osteggiati e, bisogna riconoscerlo, realizzati dal duo Renzi-Giannini.

Saltiamo, dunque, tutte e tutti sulla grande barca contestatrice che vede finalmente uniti sindacati, precari, famiglie e studenti?

A ben guardare, la situazione è più sfaccettata e rischiosa.

Le prime contraddizioni nel fronte dei docenti si stanno già manifestando durante le iniziali convocazioni di Agosto per il personale della scuola.

Le problematiche sono emerse per i docenti delle scuole dell’infanzia e delle primarie. Queste nomine sono state effettuate al di fuori del piano di assunzioni della riforma (che partiranno dal 15 Agosto) e si sono rivolte a chi era già inserito nelle graduatorie permanenti, ovvero quelle dove si trovano i candidati in possesso di abilitazione titolo che non coincide con la laurea o il diploma ai quali è successivo. Una sentenza del consiglio di Stato ha accolto un ricorso dell’ANIEF (un’associazione pseudo-sindacale attiva nel promuovere qualsiasi forma di ricorso e petizioni, anche se in contraddizione tra di loro) che equiparava i titoli di alcuni docenti in possesso del diploma abilitante come abilitazione vera e propria e inserendoli nelle GAE. Questa sentenza ha determinato che alcuni docenti si sono visti scavalcare da altri che possederebbero un titolo in meno, non molti per la verità in quanto la sentenza aveva in sé parametri stabiliti (età, anni di servizio ecc.). Sono scattate immediatamente le proteste che hanno visto gli insegnati e le insegnanti coinvolte andare a prendere la tanto agognata nomina a tempo determinato in abiti neri da lutto.

Qualcosa, a ben vedere, non torna. Per quale motivo una persona che sta per essere assunta a tempo indeterminato, oggi come oggi, lo fa vestendosi a lutto? Semmai avrebbe dovuto protestare chi quel posto non lo ha avuto per “colpa” di altri che hanno vinto un ricorso. Naturalmente è arrivata puntuale la solidarietà dei vari sindacati che, mesi prima, avevano anche favorito il ricorso tanto vituperato.

I veri nodi, però, sono in arrivo a partire da metà Agosto.

Gli insegnati di scuola secondaria,medie e superiori, inseriti nelle GAE e/o i vincitori dell’ultimo concorso si sono divisi in chi ha avuto la fortuna di essere assunto prima del 15 Agosto(circa 27mila) con i contingenti e le norme in vigore precedentemente alla buona scuola e coloro che dovranno affrontare il calvario emotivo delle fasi A,B,C,D; ovvero step di accesso alle assunzioni che dividono e classificano il già parcellizzato mondo del precariato scolastico.

È a partire da questa fase che emergono le novità della riforma. Agli insegnanti abilitati che non sono stati immessi in ruolo nelle fasi precedenti (circa 80mila) è stata fornita la possibilità di inserirsi in una grande graduatoria nazionale in cui ogni candidato deve esprimere preferenze sulle province in cui desidera lavorare. Il sistema informatico predisposto dal ministero incrocia i dati e indica la cattedra di titolarità assegnata. Fin qui sembrerebbe tutto liscio, anzi, molto positivo; ma è in agguato una clausola ereditata dai passati sistemi di reclutamento: se rinunci alla nomina vieni depennato dalle graduatorie. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Fino ad oggi gli insegnati abilitati erano iscritti in graduatorie provinciali e questo sistema si basava sul presupposto che un lavoratore avesse un interesse a vivere in una determinata provincia. Come è noto, ciò ha determinato spostamenti considerevoli da zone a forte calo demografico (specie nel Sud Italia interno) a zone a buoni livelli di crescita demografica (sopratutto le aree industriali del Nord Italia interessate prima di altre a processi di immigrazione interna o extra-nazionale). Questi fattori hanno portato a dislivelli considerevoli di presenza nelle GAE e tempi di permanenza diversi. Facendo degli esempi, i tempi di immissione in ruolo in province della pianura padana si attestavano, in media 5-10 anni; al sud i tempi si allungavano di ulteriori 10 anni circa. Il risultato è che, ad oggi, i posti disponibili sono quasi esclusivamente in nord Italia e, con la graduatoria nazionale ci sarà un esodo di massa di persone comprese tra i 30 e i 40 anni o più dal Sud al Nord. Circa il 25% dei candidabili alla graduatoria nazionale non ha presentato domanda di inserimento, valutando che il trasferimento sarebbe stato troppo problematico (come conciliare il lavoro di un membro della famiglia con la salvaguardia dell’integrità della stessa?). Per questi insegnanti rimane la possibilità di poter fare delle supplenze annuali o a tempo breve; in pratica una retrocessione da aspirante docente di ruolo a supplente precario a vita, o quasi. Il messaggio di fondo del ministero e del governo sembra essere questo: “caro/a precario/a sei tu disposto a spostarti dove il cervellone elettronico ti assegnerà la cattedra? Bene puoi lavorare…..non sei disposto perché hai famiglia, figli piccoli da crescere, genitori anziani da accudire, affetti emotivi a cui non vuoi rinunciare? Bhè, ci pensavi prima e ora non rompere le scatole con queste sciocchezze sentimentali e non economiche!

Anche in questo caso si è alzata la protesta, formale, dei sindacati. Peccato che la graduatoria nazionale sia stato un cavallo di battaglia di tutti i sindacati che la indicavano, ai tempi della riforma-tagliola Gelmini come una soluzione al precariato. La stessa ministra Giannini non ha nascosto la propria irritazione per le critiche mosse dalle organizzazioni dei lavoratori dopo che non aveva fatto altro, di fatto, che applicare quanto esse suggerivano da anni.

Sia chiaro fin da subito che non esiste una formula magica che elimini i problemi del reclutamento del personale docente in maniera indolore e positiva per tutti e tutte; specie se non si interviene su nodi reali capaci di creare nuovi posti di lavoro e sopratutto maggiore qualità nel sistema scolastico per gli studenti. Ciò che, invece,sembra stia avvenendo è una sovrapposizione a tratti caotica di norme, riforme, provvedimenti giudiziari che destabilizzano l’immagine che il lavoratore ha di se stesso all’interno del gruppo e che faccia interiorizzare il concetto che il lavoro non sia un diritto e neanche una conquista ma piuttosto una concessione.

Si può tranquillamente sostenere che sia proprio questo il nodo reale della questione, sul quale si ritornerà in seguito. Scuole ora, sviscerare il problema delle successive fasi di reclutamento, denominate fasi C e D.

La riforma Giannini prevede ulteriori provvedimenti di assunzione che rappresentano, forse, il nodo più spinoso seppur e si collega con i cosiddetti “poteri della dirigenza”.

Nell’ottica di realizzare la piena autonomia scolastica, introdotta fin dagli anni ’90 con le riforme Berliguer ma poi, nel bene e nel male, ampiamente disattesa; ogni istituto scolastico può destinare parte del proprio bacino di lavoratori a progetti speciali. Questi sono orientati da griglie ministeriali e si pongono l’obiettivo di facilitare il rapporto tra scuola e territorio. Tali progetti erano, in precedenza, finanziati con i fondi di istituto mentre ora vengono direttamente traslati dal monte orario settimanale di lavoro in classe (18 h.); in pratica se un insegnante viene destinato a svolgere 9 ore settimanali al progetto x, andrà in aula nelle 9 ore restanti, svolgendo sempre le sue 18 ore da contratto ma non realizzandole esclusivamente in aula. Sono le dirigenze ed i consigli di Istituto a stabilire quali progetti mettere in piedi e il personale da destinare agli stessi in base al curriculum personale di ogni insegnate o personale tecnico-amministrativo. A questo punto si liberano ore di insegnamento che dovranno essere coperte da nuove assunzioni dette “di autonomia”. È la fase C di assunzioni che coinvolge chi non ha avuto l’assunzione in ruolo nelle tre fasi precedenti ed è inserito nelle liste nazionali; il personale abilitato che non aveva fatto domanda di inserimento nelle suddette liste nazionali ed è rimasto nelle Graduatorie Ad Esaurimento provinciali; gli abilitati non inseriti nelle GAE (in genere gli abilitati TFA e chi è oggi inserito nella 2° fascia provinciale). A conti fatti un bel po’ di gente.

Ma quali sono, realisticamente, i numeri di queste assunzioni? Si presume che saranno molto esigui nei primi due anni di introduzione della riforma (tempo che si prevede coincida con la fine delle fasi precedenti) e che i primi effetti reali si vedranno nell’A.S. 2017/2018, mentre per l’A.S. In corso bisognerà attendere Novembre

Il 14 Ottobre si sono completate le operazioni di assunzione che hanno coinvolto il normale avvio delle attività scolastiche, con le nomine dei primi supplenti nominati da ogni graduatoria possibile.

Si può, quindi, cercare di trarre un bilancio per pensare e prevedere delle prassi politiche.

Sommando le varie fasi di assunzione (a tempo indeterminato o precarie) con quelle che avverranno con tutele crescenti (fase C) si capisce come la situazione lavorativa degli insegnanti prima precari, sia migliorata, o almeno non peggiorata dal punto di vista contrattuale. La stessa preoccupazione per le nomine dalla graduatoria nazionale si è, di fatto, rivelata poco fondata se guardiamo i numeri di chi non ne ha usufruito. Tale miglioramento non è dovuto esclusivamente ai piani di assunzione di Renzi, ma anche e sopratutto per via del blocco delle abilitazioni che conducono all’immissione in ruolo iniziato nel 2010 con la fine delle SISS (scuole di specializzazioni post laurea abilitanti all’insegnamento della durata di anni e parificate ad un dottorato).

A completare il quadro vi è stata l’assegnazione di 500 € in busta paga per finanziare le attività di aggiornamento individuale preventivamente elargiti sui conto corrente degli insegnanti nominati fino al 14 Ottobre. Rimane inesplicato le modalità con cui ogni insegnante sarà tenuto a fruirne.

La Debolezza delle mobilitazioni sindacali

Le mobilitazioni del corpo docenti avvenute tra fine primavera ed estate, sembrano aver perso spinta ed energia nell’autunno. Se in Maggio, come si accennava precedentemente, gli insegnanti (mobilitati sopratutto dalla FLC-CGIL) hanno dato prova di notevole combattività, la categoria stessa sembra, ultimamente, essere scomparsa dal dibattito pubblico. L’unica manifestazione prevista nei mesi di Settembre-Ottobre ha manifestato più limiti che potenzialità.

Da un lato si pone la FLC-CGIL in particolare (e il resto dei confederati in generale) che vive la contraddizione di imbastire una lotta contro il governo del PD, a cui è legato ancor più di altri settori della CGIL; d’altro canto i sindacati di base non riescono più a mobilitare e gestire i propri iscritti.

Ad una lettura più intima delle mobilitazioni recenti, senza dimenticare quelle più lontane intraprese dal 2008, si potrebbe affermare che si è arrivati ad una fase conclusiva, poiché le tematiche e le piattaforme portate avanti hanno, in parte trovato risposta dalla riforma Renzo – Giannini. Sia chiaro, le richieste hanno sempre avuto un carattere più rivendicativo che vertenziale, accomunando un poco tutto nello slogan “Immissione in ruolo di tutti i precari”. A ben vedere, però, essendo quello salariale l’unico binario sul quale ha viaggiato il treno della contestazione; esso si perde nel vuoto man mano che la situazione salariale stessa migliora o, sarebbe meglio dire, non peggiora alla stessa velocità che colpisce il resto del lavoro dipendente, pubblico o privato che sia.

La questione salariale ha portato, ad avviso dello scrivente, più problemi che alto, in quanto è un ostacolo ad un allargamento della mobilitazione verso il protagonismo degli studenti nonché al resto della società. Perché mai gli studenti dovrebbero sostenere la lotta salariale di una categoria che non percepiscono, a volte giustamente, come vicina alle proprie rivendicazioni? E perché mai una famiglia, magari in difficoltà economica, dovrebbe sostenere una lotta salariale di un lavoratore che non sempre è più povero di tanti altri, pur intellettualmente preparati?

Quel che è mancata è stata un’idea progettuale di rinnovamento radicale dell’istituzione scolastica. Questo grande assente, pur se da molti rincorso, non è stato mai al centro delle discussioni. Sta probabilmente qui la grande differenza con le mobilitazioni del passato (che non sono partite dagli insegnanti) e, oggi, si paga totalmente il conto di questa situazione.

Di fatto il modello si scuola neo-liberista, che Renzi media dal modello anglosassone del suo idolo Tony Blair non ha trovato nessun reale ostacolo al suo affermarsi. La scuola che oggi si disegna è una scuola prettamente classista, (non priva di elementi razzisti e xenofobi) in cui viene presentato alle generazioni in formazione un modello basato sul concetto di lavoro=concessione. Come spiegare, infatti l’isterico riferimento agli stage formativi in azienda che coinvolgono anche per 600 h. Gli studenti e le studentesse? (200 facoltative per i licei, 400 per i tecnici, 400+200 facoltative per i professionali).

Quale altro motivo se non l’appropriazione della ricchezza prodotta dal lavoro è alla base di una pianificazione in cui i giovani sono portati ad interiorizzare l’obbligatorietà di essere solo ed esclusivamente lavoratori dipendenti?

La buona scuola sta marciando a ritmi veloci, ma ancora più rapido è il tentavo del “partito della nazione” di mutare il carattere ed il volto della società, a partire proprio dalla scuola, il nuovo e più pericoloso laboratorio del dogmatismo neo-liberista.

Invalidiamo le Invalsi!

a cura del Collettivo Studentesco Hic Sunt Leones
Anche quest’anno migliaia di studenti e professori in tutta Italia dovranno affrontare i test somministrati dall’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione e formazione) che misurano i livelli di apprendimento degli studenti in base a criteri standardizzati.
Queste prove, una volta corrette, serviranno a formare una classifica nazionale delle diverse scuole, creando inevitabilmente istituti di serie A e di serie B.
Ogni anno il Ministero dell’Istruzione spende 14 milioni di euro per realizzarli, cifra sproporzionata e superflua considerando i tagli che vengono costantemente fatti a danno della Scuola. Inoltre questi test non tengono conto dei diversi programmi svolti dalle scuole, delle situazioni personali, scolastiche e sociali dei singoli alunni, andando a creare una generalizzazione che va a discapito di alunni e professori.
Molto spesso i professori interrompono infatti lo svolgimento del programma scolastico per preparare gli studenti ad affrontare queste prove, restando indietro per non risultare a fine anno una di quelle scuole “di serie B” nella classifica nazionale.
Noi studenti, dall’altra parte, siamo valutati solo su alcune materie, che non possono tenere conto degli studi specifici e approfonditi che conduciamo nei singoli Istituti: i test,  “anonimi” e poco significativi, sono inutili per il nostro percorso di apprendimento.
Le proteste e le voci di dissenso sono sempre più numerose.
Quest’anno il 5 maggio, in occasione delle prove INVALSI, diversi sindacati hanno indetto uno sciopero nazionale contro la Buona Scuola di Matteo Renzi, una riforma che, oltre a dare sempre più potere alle singole scuole e quindi ai singoli presidi, penalizza i professori con la proposta di una meritocrazia sulla base di prove standardizzate come quelle INVALSI.
Dobbiamo allora sottoporci a queste prove che vanno a discapito di noi studenti e della nostra Scuola senza far sentire la nostra voce?
SECONDO NOI NO!
I test INVALSI sono escludenti essendo basati su un concetto di merito del tutto discutibile, antidemocratici, dannnosi  e costosi!
Fai la tua parte, boicottali anche tu!
Consegna in bianco, discutine con i tuoi compagni e con i tuoi professori, togli il codice numerico che ti identifica sul retro del test, insorgi!
I test non sono obbligatori e non sono valutabili!

I forconi visti dal collettivo studentesco

Pubblichiamo questo comunicato prodotto dalla discussione del collettivo studentesco Hic Sunt Leones a proposito dei blocchi stradali iniziati il 9 dicembre.

Pur non essendo “andati a vedere”, quello che emerge è un sentimento di distanza tra le rivendicazioni dei movimenti studenteschi degli ultimi anni e i presidi all’ingresso delle autostrade.

 

lo striscione di forza nuova in testa al corteo dei forconi a Milano
lo striscione di forza nuova in testa al corteo dei forconi a Milano

 

UN PENSIERO RIVOLUZIONARIO NON HA BISOGNO DI FORCONI

Quanto sta avvenendo in queste ultime settimane vede come protagonista di una serie di mobilitazioni nelle piazze i cosiddetti “Forconi”, movimento definito da loro stessi e dai media, un movimento che racchiude settori di piccola e medio-piccola borghesia colpiti dalla crisi.
Un movimento che, oltre a non aver mai esposto un ragionamento logico-politico, ha aperto il sipario di una nuova “rivoluzione” con azioni violente, atti intimidatori e dinamiche di protesta logicamente confuse.
Ci troviamo in una situazione in cui mentre le politiche di austerità e la crisi economica portate avanti dai vari governi continuano a colpire intere famiglie, studentesse e studenti, lavoratori e lavoratrici, questo movimento proclama una rivoluzione basata sullo scontento generale dei cittadini  con metodi in stile populista che vede al vertice gruppi fascisti quale Forza Nuova e Casa Pound.
Cavalcando questo momento di crisi tali esponenti hanno saputo sfruttare il malcontento generale, ottenendo la fiducia del popolo con slogan come “Via la casta digerente” o “Tutti fuori dal parlamento”, per non parlare dell’ufficiale slogan della manifestazione indetta il 9 dicembre, “Quando un governo non fa ciò che dice il Popolo, va cacciato via con mazze e pietre!”: è chiaro che dopo aver mandato a casa la classe dirigente, il loro scopo, confermato anche da Danilo Calvani, leader del movimento, è quello di instaurare uno stato di polizia ossia una dittatura militare.
Noi studenti e studentesse non vogliamo di certo difendere la cosiddetta “casta dirigente” né tantomeno i suoi privilegi ma scegliamo di stare dalla parte di chi oltre a scendere in piazza a manifestare, decide di “fare la rivoluzione” con un ragionamento fondato e un percorso politico, che dia ai manifestanti non solo un elenco di ciò che si vuole ma anche il mezzo per ottenerlo, attraverso l’informazione, la sensibilizzazione e l’autogestione, senza alcun tipo di violenza.
Non possiamo aderire a una rivolta qualunquista, sbagliata non solo nel metodo ma anche nel suo merito: riteniamo sbagliato affrontare i problemi che affliggono il nostro Paese creando tensioni e soprattutto affrontandoli in maniera demagogica e antidemocratica.
Non può esserci nessun collegamento tra movimenti studenteschi che lottano per riprendersi il loro futuro e per una scuola diversa e chi proclama “rivoluzione” bruciando libri e cercando di strumentalizzare i nostri problemi solo per acquisire consensi a scopo elettorale.
Per questi motivi il collettivo studentesco Hic Sunt Leones decide di porsi concretamente contro il movimento dei Forconi e contro la loro campagna, se così si può chiamare, invitando ogni classe sociale oppressa, dai lavoratori precari agli studenti, dai disoccupati a coloro che protestano per poter andare in pensione ad un’età accettabile, a portare avanti la lotta con chi la rivoluzione sociale la vuole davvero, con chi cerca di cambiare la propria realtà ogni giorno attraverso l’autogestione come forma di resistenza e non con slogan in stile ultras.

CONTRO TUTTI I FASCISMI: NO A FORCA NUOVA!

Collettivo Studentesco Hic Sunt Leones

Contro l’austerità: CASA, DIRITTI, REDDITO E LAVORO

sciopero31

 

Spezzone conflittuale e generalizzato ore 9.00 Porta Pradella

 

La crisi non finirà nel 2014 o nel 2015, anzi sembra presentare un conto che di anno in anno è sempre più salato.

Chiunque pretenda di fornirvi una soluzione (spesso condita di sacrifici) all’interno degli attuali “confini” politici fatti di primarie, campagne elettorali e votazioni on-line, vi sta in qualche modo mentendo.

Chi non mette in discussione l’attuale modo di produzione e di accumulazione della ricchezza, è parte del problema, non della soluzione.

Non lo affermiamo per estremismo o settarismo, ma perchè pensiamo sia giunto il momento di dire in modo chiaro le alternative che vanno nella direzione opposta alle leggi dell’economia di mercato che BCE, Fondo Monetario Internazionale e Unione Europea vorrebbero imporci per salvare le banche.

Non pensiamo che sia semplice mettersi contro la corrente dei diktat del neoliberismo (più mercato, più competizione, più individualismo), ma per farlo dobbiamo puntare all’unica forza che abbiamo dalla nostra: la partecipazione diretta, generalizzata, oltre le deleghe.

Possiamo unire la tematica ambientale a quella lavorativa, proponendo un percorso di nazionalizzazione della IES controllato dagli operai, che utilizzi i fondi delle speculazioni finanziarie per le bonifiche ambientali.

Si potrebbe dare vita ad un’autogestione dell’intera area Burgo utilizzandola come polo che metta al centro le necessità di chi ora si trova senza un lavoro o senza capitali e spazi con cui realizzare un progetto.

Dovremmo allo stesso tempo immaginare forme di Reddito Sociale Garantito per frenare il ricatto del lavoro che precarizza la vita dei giovani, creando un conflitto tra generazioni che invece dovrebbero unirsi.

Abbassiamo l’età pensionabile e sblocchiamo il turnover del personale nel lavoro pubblico!

Non ci potrà essere rivolta finchè persisteranno leggi razziste come il reato di clandestinità e la Bossi-Fini, che speculano sulla lotta tra poveri per abbassare il costo del lavoro.

Questo sistema schizofrenico pretende di “liberare i capitali” per poi rinchiudere in frontiere e galere le persone in carne e ossa.

Ci obbliga a lavorare 8 ore al giorno, a fare gli straordinari, quando in realtà la crisi è creata dalla sovrapproduzione, e con il progresso tecnologico potremmo lavorare meno e lavorate tutt*, senza la minaccia della disoccupazione.

In questa fase, anche la natura(non solo la Val Susa), il bene comune (non solo l’acqua) e lo spazio urbano diventano oggetti su cui “fare denaro”. Se si trasferiscono le aziende perchè non produttive, la cementificazione e il mercato dell’affitto rimangono settori su cui speculare.

Rivendichiamo quindi il diritto alla casa, la tassazione delle case sfitte e un piano di edilizia popolare da sostenere con il denaro pubblico della Cassa Depositi e Prestiti, che deve essere ripubblicizzata!

 

Spazio Sociale La Boje!

Collettivo Studentesco Hsl

Ross@

Rifondazione Comunista

Unione Sindacale di Base

26/10 discussione pubblica per generalizzare lo sciopero del 31 ottobre

19o
Per proseguire localmente il percorso di lotta che c’ha portato a Roma per lo sciopero generale del 18 ottobre e per la sollevazione del 19 in difesa dei territori e per il diritto alla casa, abbiamo proposto un momento di discussione per partecipare in modo critico allo sciopero locale indetto dai confederali per il 31 ottobre.

Per comprendere collettivamente come attraversare quella giornata allargando il problema delle fabbriche che chiudono ai giovani senza lavoro, alla precarizzazione, alla perdita di diritti basilari come lo studio, la sanità e i trasporti, all’unione delle questioni produttive alle emergenze ambientali e alle speculazioni edilizie.

Per dover delegare il proprio futuro e la propria rabbia ai sindacati confederali, ai tavoli tra le parti sociali e ai governi fantoccio.
Per stare al fianco di chi, in questo momento, sta pagando con la repressione, la lotta per uguaglianza e giustizia sociale.

Per costruire una risposta autorganizzata, aggregante e moltiplicatrice alle politiche d’austerità dettate dall’Unione Europea.

Per ora hanno aderito Rifondazione-Comunista Mantova, Ross@ Mantova, Usb Mantova e Collettivo Hic Sunt Leones…attendiamo altre adesioni (e partecipazione) di singoli e collettivi.

Qua sotto l’appello con cui abbiamo proposto questo momento unitario discussione e costruzione.

http://www.articolozero.org/2013/10/appello-per-una-generalizzazione-dello-sciopero-provinciale-del-31-ottobre/

Appello per una generalizzazione dello sciopero provinciale del 31 ottobre

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Siamo studentesse e studenti senza diritto ad immaginare un futuro, siamo precari perenni a cui dicevano “dovete fare la gavetta”, mentre ora questa sembra l’unica prospettiva di lavoro.

Siamo madri e padri esodati dai tagli alla spesa, dalle ristrutturazioni aziendali, a pochi anni dalla pensione, arrabattati tra lavoretti per riuscire a pagare affitto e bollette.

Siamo i migranti su cui viene giocato il ricatto del peggioramento delle condizioni di lavoro, liberi di lavorare come schiavi, ma imprigionati dal razzismo istituzionale quando si tratta di vivere.

Il 31 ottobrele segreterie locali di CGIL, CISL e UIL hanno indetto uno sciopero generale di 4 ore a livello provinciale. Lo sciopero è uno strumento di lotta, ma difficilmente gli 11mila licenziati sul territorio, potranno in qualche modo ledere gli interessi di un padrone che non hanno più, che se ne è già scappato all’estero con la borsa piena di soldi.

Bisognava muoversi prima e muoversi in modo diverso. Non ci sentiamo rappresentati dalle parole d’ordine dei sindacati confederali, dal modo in cui la loro strategia concertativa sta contribuendo ad una pace sociale che fa comodo solo agli interessi finanziari. Li riteniamo anzi parte del problema: sostengono le politiche governi illegittimi, gestiscono servizi esternalizzati dal pubblico e negano legittimità di lotta ad una massa di precari e disoccupati.

Siamo uomini e donne che trovano la dignità nel dire ciò che pensiamo, nel mettere le nostre vite davanti agli interessi dei profitti, nel criticare l’ordine costituito.

Il lavoro, nella società del produci-consuma-crepa, è sfruttamento, non è dignità.

Proponiamo, a chiunque sia disponibile a discuterne, la costruzione sociale di uno spezzone di base, conflittuale ed eterogeneoper la manifestazione del 31 ottobre.

Una giornata di lotta, non una semplice sfilata di bandiere, che provi a mettere insieme i soggetti che subiscono le prospettive di impoverimento e sfruttamento concepite dalla TROIKA e mantenute dall’obbedienza ai “governi tecnici”.

Vogliamo una giornata che non ponga al centro un concetto astratto ed inesistente di lavoro, ma anzi una radicale redistribuzione della ricchezza.

Un’inversione di tendenza che “faccia pagare ai ricchi” il prezzo della crisi e rivendichi con forza diritto al reddito e all’abitare.

Per uscire dall’orizzonte di miseria che ci stanno confezionando, dobbiamo provare a puntare in alto, rivendicando una moratoria generalizzata degli sfratti per morosità; un piano di edilizia popolare e di ripubblicizzazione dei beni comuni, con i soldi pubblici della Cassa Depositi e Prestiti (usati invece per salvare le banche); l’esproprio dei terreni da bonificare o invischiati in opere speculative; la difesa dei territori da opere contro l’interesse collettivo; l’applicazione dello IUS SOLI e la fine del reato di clandestinità per dire basta ai morti della guerra tra poveri prodotta dalla Bossi-Fini.

Uno spezzone empatico con le mobilitazioni greche e le piazze occupate in Spagna e nord Africa, che rifiuti l’Europa economico finanziaria del fiscal compact, per un’ Europa sociale dei popoli in rivolta.

La Boje! 20/10/13

Nei prossimi giorni, individueremo il luogo e la data per un’assemblea pubblica, da tenere non oltre la prossima settimana, in comune accordo con i singoli e i collettivi che intendono discutere questo appello.

 

 

 

Un corteo studentesco inarrestabile

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Report del collettivo studentesco Hic Sunt Leones 

 

Alle ore 8.00 studentesse e studenti si sono ritrovati alla stazione passante di Viale Risorgimento per scendere in piazza a manifestare contro tagli all’istruzione, privatizzazione dei trasporti e al rincaro di libri e abbonamenti.

Poco primo dell’inizio del corteo, il Collettivo Studentesco Hic Sunt Leones ha svolto la sua prima azione: attaccare dei biglietti falsi su un pullman APAM per poi bloccarlo, questo per rivendicare il diritto al trasporto.

Poco dopo, alle ore 9.00, si è svolta la seconda azione del collettivo davanti alla scuola privata Redentore attaccando una forbice simbolica con la scritta “Taglia Qui”, questo per sottolineare il finanziamento alle scuole private a discapito di quelle pubbliche.

Durante i vari interventi fatti da alcuni attivisti di Hic Sunt Lenoes, oltre alle lotte a sfondo scolastico, si è parlato di altre realtà come quella “No Tav”, ricordando che mentre le scuole pubbliche cadono a pezzi e sono sempre meno finanziate, i fondi per finanziare le “Grandi Opere”, inutili, non mancano.

Infine, prima della fine del corteo, l’ultima azione si è svolta davanti alle Poste di P.zza Martiri di Belfiore, in cui Hic Sunt Leones ha ricordato la poca considerazione da parte di chi amministra la Provincia verso noi studenti, preferendo usare del sarcasmo poco originale sui social network piuttosto che darci uno spazio per confrontarci di persona.

Il corteo s è conclusivo alle ore 11.20 in Piazza Virgiliana, dove gli attivisti di Hic Sunt Leones, hanno portato gli studenti agli ex uffici di collocamento, occupato dalle compagne e dai compagni dello spazio sociale LaBoje!.

Nella stessa sede si è poi svolta un’assemblea studentesca in cui studentesse e studenti si sono confrontati su varie tematiche legate alla scuola.

Hic Sunt Leones invita ogni studentessa e studente a partecipare all’occupazione che durerà tre giorni, per portare solidarietà e lotta ai compagni e alle compagne che stanno occupando lo spazio.

Ricordiamo, inoltre, che il collettivo si ritrovo ogni giovedì a partire dalle ore 15.00 a LaBoje! (strada chiesanuova 10, Borgochiesanuova).

 

[4/10] assemblea pubblica studentesca verso #11ottobre

 

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Venerdì 4

 assemblea pubblica di tutte le studentesse e gli studenti di Mantova

giardini di piazza Virgiliana ore 15.00

 pranzo sociale (offerta libera) ore 14.30

 

Verso l’11 ottobre: organizziamo il corteo collettivamente!

Il corteo studentesco è un momento di discussione e partecipazione collettiva, non un articolo di giornale.

L’ 11 ottobre è fissata una data di mobilitazione nazionale per tutti gli studenti che non accettano i tagli all’istruzione pubblica.

A livello locale un gruppo di studenti si è già mosso contro l’aumento dei trasporti pubblici, lanciando questa data.

A livello generale ogni studente vive un clima che è sempre più insostenibile, sia per la disorganizzazione delle scuola pubblica tagliuzzata, che per una realtà esterna di crisi, licenziamenti e mancanza di servizi.

Ogniuno di noi è costretto da tempi di vita decisi dai tagli ai trasporti (tornare a casa alle 5) e ai piani di studio (con tante nozioni compresse in poco tempo).

Questi tempi imposti hanno l’obbiettivo di renderci disciplinati al sistema, ad assumere ciò che ci viene imposto dall’alto, senza la minima partecipazione ( ad es. i soldi delle scuole ci sono per i computer, ma non per le gite).

Se vogliamo reagire a tutto questo non possiamo organizzare la rivolta fissandola come se fosse un compito in classe.

Usiamo i nostri strumenti: troviamoci in tanti, in cerchio e partiamo da ciò che subiamo ogni giorno, discutiamo dei nostri disagi e capiamo come reagire collettivamente.

Siamo tanti e senza futuro, solo collaborando tra di noi studenti possiamo vincere e cambiare le cose.

Decidiamo insieme che temi portare in piazza l’11: quali striscioni, quali slogan, quali interventi e contenuti.

 

 

 

Stay Rebel!

comunicato del Collettivo Studentesco HSL sulla manifestazione studentesca del 26 marzo

 

 

Oggi 26 marzo siamo scesi nelle strade e nelle piazze per manifestare il nostro totale dissenso alle politiche di austerità che da troppo tempo dobbiamo subìre.

Partiti da viale Risorgimento abbiamo percorso le strade della città invocando gli studenti a unirsi a noi fino a raggiungere una cifra di circa 150 persone.

Cori e simboli per rivendicare i nostri diritti. La Costituzione garantisce il diritto all’istruzione per tutti, indipendentemente da classe sociale, razza o religione. Siamo quindi scandalizzati dai governi che non solo continuano a tagliare i finanziamenti alla scuola pubblica, non investendo in nuove strutture e privatizzando i trasporti ma trovano i soldi per finanziare con ingenti fondi le scuole private e opere inutili come il TAV.

Le croci appese al Redentore recavano infatti messaggi rivendicativi in questo senso: noi vogliamo una scuola pubblica e laica e rifiutiamo che lo stato finanzi con i nostri soldi le scuole private spesso a carattere religioso, soprattutto se nel frattempo in scuole come l’ITIS considerate “modello” dalle isituzioni scolastiche mantovane e lombarde si inseriscono test d’ingresso a crocette che precludono le aspirazioni personali dello studente, e non tengono conto della provenienza geografica ne di quella sociale, ne possono valutare fattori come l’impegno e la volontà di uno studente.

I motivi della protesta non si fermano però al mondo della scuola, anche se si intrecciano. Abbiamo portato in piazza con interventi e azioni la questione del debito pubblico che condiziona il nostro futuro e delle speculazioni bancarie che vengono puntualmente salvate dai governi con fondi che coprirebbero gli introiti del tanto contestato IMU o della riforma Fornero. Sono stati quindi gettati pezzi da 500 euro alla banca BM in Piazza Martiri di Belfiore ed è stato attaccato un assegno simbolico di “millemila” euro indirizzato alla scuola pubblica in rappresentazione dei finanziamenti che potrebbe ricevere se il debito pubblico venisse pagato da chi ne detiene una gran parte: le banche.

Il corteo si è poi fermato sotto il comune per gridare forte che Mantova è antifascista e antirazzista e per chiedere le scuse di un sindaco che ha legittimato i fascisti che durante la manifestazione di Arcigay per celebrare dei matrimoni sul lungolago si sono presentati con slogan omofobi. Gli stessi che hanno strappato volantini ad alcune ragazze durante un volantinaggio per poi intimidirle. Le scuse non sono ancora arrivate nonostante la sua grossa responsabilità in questi eventi.

Infine è stato ricordato che mentre scorreva il corteo si svolgeva il processo per diffamazione alla madre di Federico Aldrovandi, ragazzo barbaramente ucciso da 4 agenti di polizia durante un controllo. Testimoniamo così la nostra vicinanza ad una delle tante madri che non possono più vedere i loro figli, nostri fratelli, per colpa di uno stato che è sempre più di polizia.

Continueremo a lottare nonostante la politica si disinteressi della scuola e soprattutto dei suoi studenti e porteremo la nostra politica in piazza con le lotte di tutti i giorni, a partire dalle assemblee settimanali del Collettivo Hic Sunt Leones che si ritrova ogni venerdì alle 15.30 allo Spazio Sociale LaBoje!