La prima copertina di Articolozero
La prima copertina di Articolozero

ripubblichiamo il numero zero della fanzine omonima che darà vita ad Articolozero (il sito).

MIO dIO! UN GIORNALE SOVVERSIVO!

“Chiamiamo “emergenza” una continua ri-definizione strumentale del “nemico pubblico” da parte dei poteri costituiti. Grazie all’emergenza, agli occhi della fantomatica “opinione pubblica” viene resa accettabile non solo la violazione ma la vera e propria sospensione delle libertà formalmente sancite dalle costituzioni e dalle carte dei diritti umani.”
Luther Blisset, “Nemici dello stato”

La paura è un prodotto facilmente fabbricabile ma di rapido consumo. Per questo motivo le emergenze esplodono e si estinguono rapidamente, esattamente come la moda della gonna a scacchi ed il tormentone radiofonico estivo. Ad esempio l’emergenza della microcriminalità qui in Italia durò giusto quell’annetto a ridosso delle elezioni politiche, intensificandosi durante la campagna elettorale e scomparendo con l’insediamento dell’attuale governo. Si potrebbe dire che i telegiornali diedero un’eccessiva importanza a piccole rapine di gioiellieri e tabaccai ed a sondaggi in cui emergeva che l’italiano medio voleva “sicurezza”; i maligni potrebbero addirittura insinuare che tutto ciò fosse in qualche modo organico alla campagna elettorale dalla coalizione di centro destra, tanto portata nel reprimere la microcriminalità quanto nel favorire la macrocriminalità. Noi siamo maligni.
A Mantova, probabilmente per via del secolare isolamento dovuto ai laghi, la moda della sicurezza è arrivata un po’ in ritardo. Nonostante le statistiche la confermino fra le città più sicure d’Italia, si è iniziato a parlare di vigili urbani pistoleri e video-sorveglianza. Certo siamo in controtendenza rispetto al trend internazionale. Da un anno a questa parte, come nemico pubblico è molto più cool il terrorismo islamico; una minaccia globalmente diffusa, decentrata e mobile che richiede forme di controllo sempre più invasive ed un esercito sempre più poliziesco. Parola di Bush. Amen.

SORRIDI! NON SEI SU CANDID CAMERA

Alla fine degli anni ’40, lo scrittore inglese George Orwell pubblica un romanzo ambientato nella Londra del 1984. Il libro descrive una società governata dal Grande Fratello attraverso il controllo capillare dei comportamenti dei cittadini; le telecamere spiano di continuo ogni persona, al minimo sospetto, alla minima avvisaglia di pensiero autonomo, interviene una forza di polizia specializzata in psicoreati. – fast forward – Alla fine degli anni ’90 una serie di produttori televisivi decidono citare questo romanzo ribaltandone il significato. Ora il Grande fratello è un reality-show di successo, un trampolino di lancio per personaggini senza qualità che si trovano all’improvviso su milioni di teleschermi. La gente non fatica ad immedesimarsi in loro e si fa strada l’idea che la fama e il successo sono raggiungibili senza grossi sforzi, semplicemente comparendo in uno schermo.
Conclusioni: Il Grande Fratello è buono, il grido di allarme di Orwell è stato soffocato, si è creato un buon terreno culturale per ciò che sta succedendo negli ultimi tempi in Italia.
Per far fronte ad un emergenza criminalità perlopiù fabbricata dai media, nelle maggiori città italiane governate dal centro destra si è deciso installare un sistema di telecamere puntate su luoghi pubblici. – Zoom – Mantova è una città fra le più sicure della penisola, non è governata dal centro destra ma sarà fornita di analoghi sistemi di controllo. Il progetto si chiama “Quartiere sicuro” e dovrebbe avere un costo complessivo di 600 mila euro.
Che dire? Per esempio che uno dei principi che per legge dovrebbe regolare le attività di videosorveglianza è quello della proporzionalità fra mezzi e fini, ovvero è illecito (oltre che illogico) mettere in piedi un sistema di controllo capillare in assenza di un pericoli concreti e specifici. Per esempio, secondo le statistiche delle forze dell’ordine, il quartiere di Lunetta non è a un livello allarmante di criminalità, risulta quindi inspiegabile il progetto di installarci 15 telecamere. Un’illegittimità che è stata recentemente confermata dalla decisione della regione di non stanziare i fondi previsti per “Quartiere sicuro” proprio per il fatto che a Mantova che si consumano molti meno reati in rapporto al numero di abitanti rispetto alle altre città lombarde (un reato ogni 115 abitanti in un semestre mentre nella vicina Brescia è uno ogni 33).
Quindi, senza apparente motivo, saremmo sorvegliati, schedati e trattati come potenziali sospetti. La consapevolezza di essere osservati condizionerà i nostri comportamenti, ci impedirà di ridere, piangere, cantare, ballare in pubblico per non essere additati come “sospetti” e ci renderà, autocontrollati e quindi funzionali ad una serie di comportamenti richiesti dalla società. Può sembrare un quadro eccessivamente allarmista solo se non si tiene conto della direzione in cui si muovono le ricerche su campo. L’ultimo ritrovato è la tecnologia “smart vision”, una serie di software che identificano automaticamente comportamenti “anomali” della persone riprese come ad esempio sostare per troppo tempo in un luogo dove non ce ne è motivo, camminare nella direzione sbagliata, fare capannello o emettere suoni troppo forti. Attualmente questi sistemi vengono sperimentati nelle metropolitane di Londra, Milano e Parigi per individuare venditori ambulanti, mendicanti e tutto il popolo reietto dei metrò. Ma non credo serva molta immaginazione per prefigurarsi altri usi ben più pericolosi in futuro.

PAOLO

MANI IN ALTO, LEI E’ IN SOSTA VIETATA!

Anche Mantova, come le altre città governate dalla destra disporrà entro breve di un corpo di Polizia Municipale armato e di telecamere per una sorveglianza a tappeto. Non mi aspettavo certo una svolta radicale verso principi marxisti o di sinistra da parte del Comune, ma nemmeno che ricalcasse di pari passo la politica di repressione tipica di uno stato di polizia. Entro breve potrò ammirare dal fodero della Lusvardi il luccicare di una semiautomatica Tanfoglio calibro 9, pronta per l’uso non appena parcheggio in doppia fila per 8 secondi. Fantastico. In nome della democrazia e del dialogo con i cittadini. Ma questa, a giudizio della giunta comunale, è una città dove dilaga il crimine, dove i tre borseggi e i due furti in villette all’anno macchiano la fedina penale di Mantova. Pertanto armi a tutti! Fra un po’ magari anche agli ausiliari del traffico o agli spazzini: i due barboni di Mantova sporcano e stonano con la mostra dei Gonzaga e le armi serviranno ai netturbini in caso vengano aggrediti. Non si tratta purtroppo di una nuova edizione urbana di FutuRisiko. Si parla di quanto realmente accadrà a Mantova fra qualche settimana o mese. Inviterei gentilmente Burchiellaro a fare un giro turistico a Quarto Oggiaro durante qualche ronda notturna, per farsi un’idea di cosa possa significare “criminalità”. Ma in base a cosa la giunta comunale giustifica una tale prevenzione? Da uno studio commissionato dallo stesso comune di Mantova sulla criminalità, emergono dati e sondaggi che dimostrano come la paura della criminalità sia sostanzialmente slegata dall’effettiva attività criminale.
Il 91% di coloro che sono state vittime di un reato, dichiarano di aver subito furti o tentati furti, scippi o tentati scippi, borseggi, rapine,truffe,ecc. Non si è trattato dunque di gravi problemi come percosse, lesioni, stupri, violenze o tentati omicidi. Oltretutto soltanto il 20% dei mantovani sostengono che Mantova sia una città per niente o poco sicura.
A cosa appigliarsi allora, di fronte a simili percentuali? Dov’è che a Mantova possiamo competere a livello criminale con le altre città?Il cervello di Burchiellaro deve aver dato la risposta : nomadi e immigrati sono uguali in tutta Italia, quindi Mantova è una città poco sicura per la presenza di questi sospettosi individui. Ed ecco che le armi servono più che altro ai vigili quando devono andare a fare controlli al campo nomadi (vedi intervista), e anche quando devono affiancare Carabinieri e Celerini allo stadio. Domanda: perché ci devono andare i vigili allo stadio? Non bastano già e altre numerose forze dell’ordine? Forse è il caso di rivedere il ruolo della polizia municipale. Capisco la voglia del sindaco o di Ildebrando Volpi di possedere
un corpo armato per soddisfare personali appetiti bellici, ma questa non è una giustificazione.
Dallo stesso sondaggio emergeva che l’esigenza dei cittadini è quella di stabilire rapporti umani con i vigili, rivendicando a gran voce la presenza di un vigilie di quartiere. Si richiedeva cioè alla polizia municipale di fornire persone in grado di ascoltare le esigenze dei cittadini, persone con le quali instaurare rapporti umani, non personificazioni giustizialiste della legge.
Curioso che in passato il Pci abbia stroncato in pieno la possibilità di armare i vigili, ipotesi già ventilata in passato, e che adesso coloro che si dicono gli eredi dell’ex partito comunista italiano si schierino totalmente a favore.
Forse varrebbe la pena soffermarsi anche sul significato di criminalità. Non tanto per addentrarci in una discussione sull’etimologia del termine, quanto piuttosto sulle situazioni che noi definiamo appartenenti alla effettiva attività criminale. A Mantova più che altrove, come emerge dalle tipologie di reati commessi, credo sia più corretto parlare di insicurezza o paura dell’ambiente urbano, piuttosto che di criminalità.
Nel 1978 Albert Hunter affermava che “la paura in ambiente urbano è soprattutto paura del disordine sociale”, che viene considerato una minaccia per l’individuo. Il disordine sociale, per intenderci, può scaturire da una mancanza di solidarietà fra individui che vivono nella stessa zona, tra cittadini per l’appunto. Per questo credo sia più utile favorire un percorso di integrazione sociale fra le diverse culture, attuare progetti di aiuto alle fasce più deboli della popolazione, formare vigili disposti al dialogo più che ad essere propensi a punire chi viola legge senza alcuna possibilità di appello. Non è aumentando la dose di repressione che si risolvono i problemi. Se si sceglie la strada della violenza non si fa altro che incrementare il pericolo del crimine, anche armato. Soltanto in questo modo credo si possano prevenire gli sporadici episodi di microcriminalità che “turbano” l’ordine cittadino.

Corrado

Una delle motivazioni che vengono usate per sostenere l’armamento dei vigili è la presunta pericolosità dell’area del campo nomadi. Abbiamo intervistato a questo proposito un membro dell’associazione “Opera nomadi”.

Com’è il vostro rapporto con le forze dell’ordine?
Noi abbiamo un buon rapporto con i vigili urbani e con i carabinieri, un po’ meno con la Questura perché ci sono problemi di comunicazione. Questo un po’ ci dispiace.
Il rapporto è buono soprattutto con i vigili. Abbiamo una convenzione con il comune di Mantova per la mediazione culturale, quindi i nostri operatori, i mediatori culturali sinti, lavorano insieme, anche con i vigili del quartiere, soprattutto per quelle che sono le pratiche per le residenze: se qualcuno si sposta, abbiamo un rapporto quotidiano via telematico con la polizia municipale per l’entrata e l’uscita delle famiglie. Ci sembra quindi un po’ pretestuoso quello di usare l’argomento “campo nomadi” per armare il corpo dei vigili urbani. Noi comunque rimaniamo disponibili con il comune di Mantova, questo l’abbiamo già ribadito in diverse sedi e come dirigenti siamo disponibili a fare la formazione dei vigili urbani.
Qui al campo nomadi?
Che poi non è propriamente un campo nomadi, è un’area attrezzata a sosta. Già un campo nomadi è un brutto termine, ricorda uno spazio discriminato, come una riserva indiana.
Al di là di questo, sia qui che da loro. Una formazione appunto su cosa sono i sinti, come vivono i sinti, prepararli al rapporto con la popolazione di neosinti, considerando comunque che non è che il campo nomadi e i sinti siano gente “cattiva”: non è mai stato aggredito nessun rappresentante delle forze dell’ordine, qui nessuno è mai stato picchiato.
Per cui c’è una situazione buona, anche se non certo idilliaca…
E’ una situazione buona che non determina certo di armare della gente. Problemi ce ne sono: ci mancano fondi per la l’istruzione: non riusciamo a garantire a tutti i bambini il doposcuola. E questo è un problema da risolvere. Un altro problema riguarda i servizi sociali ridimensionati con la nuova legge col piano di zona, questo è un problema.
Mi dicevano che quando qui vengono i vigili, c’è addirittura un rapporto di amicizia…

Quando i vigili di quartiere vengono, bevono il caffè, bevono una bibita si fermano anche a chiacchierare. Gli spieghiamo, anche quello è un modo di formazione. Formazione che si fa, a lungo termine in cui incontrandoci ci si conosce. Alla fine il punto focale, anche della nostra attività come “Opera Nomadi”, è questo: una reciproca conoscenza tra le due culture in modo da costruire dei patti sociali, per far sì che non ci siano più momenti di attrito e di scontro, nella speranza che non ci sia più il “ghetto-Campo Nomadi”.
Intendi la collocazione isolata del campo?
Sì, un sintomo di urbanistica del disprezzo.

Davide

CHI U.S.A. L’ABUSO?

<<Entro in casa tua, in nome della legge, sono la polizia drogata di poteri. Posso perquisire la tua casa, te stesso, sequestrare la tua automobile, i documenti.>> Negli Stati Uniti, dopo l’11 settembre, sono state incrementate sia la gamma che la portata dei poteri della forza pubblica. Bush e collaboratori hanno battezzato “Patriot Act” questo pacchetto di misure. Tutto ciò vuol dire una informazione uniformata, servile, ottusa; significa subire in lacrime l’inno americano, sorridere alle bandierine americane o gemellarsi ad esse col nostro tricolore in precedenza accuratamente unto di cheese-burger; significa sopportare migliaia di opinionisti, strateghi militari, esperti di terrorismo. Patriot Act significa, nei fatti, che un turista qualsiasi può essere un sospetto e quindi fermato dall’FBI, dalla polizia o dal tremendo Servizio Immigrazione Americano, senza l’autorizzazione di un magistrato, senza indizi, prove o flagranza di reato, col divieto di contattare un avvocato e senza limiti di detenzione. Un vero e proprio Rapimento di Stato. Per questo santissimo Patriot Act, Bush ha gettato nel camino un’impressionante serie di diritti della persona internazionalmente riconosciuti, pagine e pagine di costituzione americana, e, tra gli altri, il famoso Quinto Emendamento, su cui si basa l’integrità psichica e morale dell’americano medio, che garantisce ogni cittadino contro la privazione della libertà personale, della proprietà, di parola, di iniziativa privata, eccetera. Siccome giunti a questo punto il lettore si aspetta qualcosa di pratico o comunque una conclusione, non posso non soddisfarlo con la denuncia di Amnesty (e non è la sola a farsi sentire) riguardo alla scomparsa, dall’ 11 settembre ad oggi, di oltre 1000 persone arrestate negli USA per sospette “attività antiamericane” (anche l’autore di questo articolo presto verrà prelevato) e di questi presunti delinquenti non si sa nulla, neppure dove siano attualmente detenuti. Amnesty si è offerta con il Bureau of prisons di fornire assistenza legale per loro e le famiglie, ma da singoli accertamenti è emerso che intenzionalmente i numeri di telefono forniti dalle forze di polizia ai detenuti sono inesatti. Il governo americano continua a tenerli in prigione per fantomatici scopi preventivi. Per finire, appena si alza una voce contraria, ecco che il Sistema invoca la paura, l’emergenza terroristica, invoca l’amore per la patria, l’unità, la fratellanza e la fantomatica libertà americana. Tutto ciò non è solo abuso di potere, non è solo desiderio di prevaricare, schiacciare o vendicare, deve esserci qualche cosa di più, di diverso e di deviato: qualcosa di puramente psichico, una perversione di comando, una gran voglia di violenza senza volti, senza scopi diversi che sete di sangue, forse solo effetti collaterali di un consumismo esasperato. Ma intanto medito che mentre un qualsiasi adolescente con queste problematiche finisce facilmente al riformatorio, capita che se questi elementi stanno alla base di una nazione, il risultato sia dato inequivocabilmente da tre lettere puntate: U.S.A..

MEDO

IL TURNO DI SADDAM

Le scelte politiche di George W. Bush sono condivisibili, così come l’ideologia sottesa a queste decisioni; si tratta di avere sufficiente pazienza e buon cuore da mettersi nei suoi panni e capire quali problemi lo abbiano afflitto e debilitato, dalla sua elezione a questa parte.
Nell’agosto 2001 George viene eletto con la minoranza dei voti, sconfiggendo il rivale Al Gore con uno svantaggio risicato ma sufficiente; un mese più tardi, quando ancora si avanzano dubbi sull’accaduto, New York conosce il più grande attacco terroristico che la storia d’america ricordi: cadono le torri gemelle, cadono sulla giostra di Bush, il quale invece vola in alto e si trasforma nell’uomo giusto. Dalla sua nuova prospettiva, all’interno dell’air force one, il presidente elabora (o rispolvera) le linee generali di uno stile di vita chiamato “guerra permanente”. No, non si tratta di una religione, come molti possono credere, dato che ancora non risolve enigmi come l’origine del mondo, delle lingue, ma fornisce una nuova chiave interpretativa del presente, dai complessi equilibri internazionali ai rapporti famigliari ed è, non dimentichiamolo, il metodo di autodifesa adottato dal più potente degli eserciti. A mezza via tra una fede ed un’arte marziale, questo fenomeno ha affascinato il mondo nei giorni del suo primo, estenuante collaudo.
Mentre l’america si interroga, scrive dediche, accende lumi, George W. le parla e rivendica il suo santo diritto ad una vendetta senza precedenti: “ovunque si trovi il colpevole” dice “non sfuggirà alla giustizia”, è necessario difendere l’America, e con essa il mondo libero, e i suoi valori universali: questa operazione di autodifesa si intitola “Giustizia Infinita”.
Le prime dichiarazioni pubbliche del presidente consentono di individuare gli indirizzi fondamentali della dottrina: innanzi tutto un nuovo, sorprendente fondamentalismo assolutista, che rompe con un certo relativismo novecentesco ormai superato e attribuisce a tutto il sistema valenze mistiche dalle potenzialità inesplorate, oltre a far sembrare chi ne parla un invasato; un’indomabile ansia vendicativa cui corrisponde il bisogno patologico di un nemico, immaginario o reale non importa, dato che la sua funzione è del tutto strumentale.
Al momento di scegliere il bersaglio, George lo individua in un ricco sceicco saudita, capo di un’organizzazione criminale internazionale con sede a Kabul, Afghanistan. A dispetto dei maggiori analisti internazionali, che collocherebbero i responsabili ideologici ed economici in Arabia Saudita e negli stessi Stati Uniti, il presidente decide un massiccio intervento militare proprio a Kabul. Questa apparente incoerenza deve essere spiegata, per impedire che al povero George venga applicata con troppa disinvoltura l’etichetta di “stupido”.
Ora, se io avessi una petroliera americana vuota, e ne volessi una piena, dovrei costruire un oleodotto che parte dal Mar Caspio (punto di partenza di tutti gli oleodotti dell’Asia centrale) e arriva ai porti del Pakistan, dove la mia petroliera si trova. Quale sarebbe la strada migliore? Dunque, passerei per Turkmenistan e Uzbekistan, che si affacciano sul mare; a questo punto eviterei l’Iran, in quanto regime ostile all’america; stesso discorso per Cina e India, con l’aggravante che farei molta strada per nulla. Mi rimarrebbe una sola possibilità: l’Afghanistan.
L’amministrazione americana pensò queste corbellerie molto tempo fa, dato che già nel 1994 si progettò la costruzione dell’oleodotto, e per questo venne propiziata l’ascesa dei taliban, che si impegnarono a realizzarlo in cambio di un occhio di riguardo da parte del potente alleato. Quando nel 1998 il regime afgano rifiutò di completare il lavoro, divenne per gli americani una realtà scomoda.
Questa interessante storiella spiega solo in parte le ragioni di un intervento bellico, in realtà atto ad instaurare una presenza militare americana nella regione, a difesa di interessi economici e strategici di cui sopra si è fatto solo un esempio. Il resto della storia non è tanto diverso dal primo atto; c’è sempre una guerra, un nemico, e una dottrina che si affina sempre di più e si arricchisce di un nuovo concetto. Dopo la guerra umanitaria e infinita è arrivata la guerra preventiva: quella che si fa giocando in anticipo, per giustificazione divina (ancora…); l’ultima straordinaria trovata di George e dei suoi colonnelli, che permette loro di attaccare per primi e dire “ha cominciato lui”…
Inutile dire che questo concetto viola tutte le norme in materia sia nazionali (il nostro articolo 11 della Costituzione che prevede la guerra solo in caso di difesa) sia internazionali (La Carta delle Nazioni unite rafforzata dalle decisioni della Corte internazionale dell’Aia).
In particolare il nuovo nemico si chiama Iraq, un paese arretrato e ridotto alla fame, dipinto come una minaccia per l’umanità, quando, semmai, l’unico paese che sta potenziando il proprio arsenale nucleare sono gli Stati Uniti (vedi il documento detto Nuclear Posture Review Report, sottoposto dal dipartimento della Difesa all’attenzione del Congresso il 31-12-2001).
Non si tratta certo dell’ultimo tassello di questo mosaico affascinante; ma se abbiamo un futuro, non vedremo completato il disegno americano.

M.A.