Questo clima è stato riassunto efficacemente in una battuta dal presidente del gruppo francese Lafarge Bertrand Collomb, secondo cui, «assistiamo ad uno strano fenomeno. Gli indicatori segnalano una ripresa dell’economia, ma tutti sono preoccupati degli squilibri americani. Si è quindi diffusa la convinzione che gli Stati Uniti stiano vivendo di tempo e di soldi presi a prestito. E se si pensa in questo modo, non si può avere fiducia sulla continuazione di questa ripresa».

Queste preoccupazioni vengono rafforzate anche dall’evoluzione del mercato del lavoro. Nel 1990, a tre anni dall’inizio della recessione, l’economia americana non era stata solo in grado di ricreare i posti di lavoro persi, ma di aggiungerne di nuovi. Oggi invece, a tre anni dall’inizio della recessione, ossia dal marzo 2001, il bilancio registra una perdita di tre milioni di posti di lavoro. La causa di questo fenomeno: il forte aumento della produttività e la delocalizzazione non solo di molte produzioni industriali, ma anche di attività del settore terziario nei paesi a bassi salari.

Cerchiamo di indagare su questi due fenomeni che sono tra loro strettamente interdipendenti. Come abbiamo sempre scritto, l’ultima recessione ha cause e quindi dinamiche completamente diverse da quelle precedenti. Non è stata infatti determinata da un surriscaldamento dell’economia, che ha prodotto un rialzo dell’inflazione e che quindi ha costretto la banca centrale ad adottare una politica monetaria restrittiva che ha frenato la crescita, ma è stata prodotta dallo scoppio della bolla speculativa formatasi nei mercati azionari negli anni Novanta.

In buona sostanza il crollo delle Borse ha interrotto quel circolo virtuoso, che permetteva alle società di finanziarsi a basso costo o addirittura a costo zero, ha quindi permesso un livello eccessivo di indebitamento di molte società così come ha prodotto un eccesso di investimenti e di capacità produttive. E infatti la recessione, prodotta dal crollo degli investimenti delle aziende e resa pericolosa dall’eccesso di capacità produttive e dall’alto livello di indebitamento di aziende e famiglie ha fatto temere anche ad Alan Greenspan che l’economia statunitense (e quindi quella mondiale) entrassero in una pericolosa fase deflazionistica. Di fronte a questo pericolo le autorità americane hanno reagito correttamente e rapidamente: la Federal Reserve ha iniettato liquidità nel sistema economico ed ha abbassato i tassi di interesse a livelli storicamente mai visti; dal canto suo, l’amministrazione Bu sh ha giustamente usato a piene mani la leva della politica fiscale e con un mix di aumenti della spesa pubblica e di tagli delle tasse ha trasformato un attivo del bilancio federale in un disavanzo pari al 4,5% del Pil.

Questa politica economica è stata non solo corretta, ma ha prodotto i risultati desiderati: ha allontanato il pericolo della deflazione e ha fatto ripartire l’economia statunitense e quindi quella mondiale. Essa ha però anche accentuato dei fenomeni secondari che non sono sopportabili a lungo termine: in principal modo lo squilibrio dei conti con l’estero degli Stati Uniti prodotto da un disavanzo commerciale che si aggira ancora attorno al 5% del Pil, nonostante l’indebolimento del dollaro abbia ultimamente cominciato a ridare fiato all’export statunitense. Come tutti sanno, il disavanzo della bilancia americana delle partite correnti vuol dire, da un canto, che gli Stati Uniti vivono al di sopra dei loro mezzi e, dall’altro, che continuano a svolgere la funzione di locomotiva dell’economia mondiale essendo il principale mercato di sbocco delle esportazioni degli altri paesi.

Questo ruolo è particolarmente apprezzato dai paesi asiatici, in particolare da Giappone e Cina, che stanno letteralmente finanziando gli Stati Uniti, affinché questi ultimi continuino a comprare i loro prodotti. Questa intesa di fatto tra Stati Uniti ed Asia può continuare ancora, nonostante le proteste dei paesi, in primis quelli europei, che vedono il valore delle loro monete rivalutarsi rispetto al dollaro e che quindi ne stanno sopportando il prezzo maggiore, ma è improbabile che possa continuare per molto tempo, poiché ciò non vuol dire solo un aumento degli squilibri americani, ma anche un cambiamento dei rapporti di forza economici e politici. Quindi l’incertezza è giustificata, poiché non si intravede ancora un percorso chiaro che permetta all’economia statunitense di ridurre il suo disavanzo con l’estero senza mettere a repentaglio la crescita economica. Ma anche sulla stessa dinamica della ripres a americana vi sono perplessità ed interrogativi. Esse si concentrano sul mercato del lavoro e sulla scarsa capacità di questa ripresa, che stando ai dati è molto forte, di creare nuova occupazione. In effetti, secondo i dati ufficiali negli ultimi tre anni gli Stati Uniti hanno perso tre milioni di posti di lavoro.

Questo dato, va subito sottolineato, è contestato da molti, poiché, si dice, i rilevamenti statistici non colgono i numerosi posti di lavoro che in questi ultimi mesi sono stati creati dalle piccole e medie imprese statunitensi. Se ciò fosse vero, si dovrebbe però automaticamente anche ridurre il tasso di aumento della produttività del lavoro che è balzato al 7,5% annuale. Ma anche se questi dati sottostimano la crescita dell’occupazione, negli Stati Uniti si è diffusa la convinzione che la scarsa prolificità di nuovi posti di lavoro di questa ripresa non è solo dovuta all’impressionante aumento della produttività, ma anche al crescente trasferimento di posti di lavoro verso i paesi a bassi salari. Questa preoccupazione è tale che non è solo diventata un tema centrale della campagna elettorale per la presidenza, ma che anche ha prodotto le prime norme legislative. Infatti la settimana scorsa il Congresso statunitens e ha approvato una legge, che deve essere ora firmata dal presidente Bush, che stabilisce che l’amministrazione federale non può dare in appalto lavori a società che li effettuano all’estero.

Norme analoghe sono state approvate da numerosi Stati americani. Anche a livello scientifico si comincia a dubitare sulla bontà dell’affermazione che il trasferimento all’estero di posti di lavoro (soprattutto quelli a basso valore aggiunto) è più che ampiamente compensato dalla creazione di nuovi migliori posti di lavoro in patria. Infatti, il crescente trasferimento, soprattutto in India, di attività del settore terziario (come quella dei ricercatori e dei programmatori informatici, come l’analisi dei prodotti finanziari, ecc.) fa temere che anche professioni ben pagate e che richiedono un alto livello di formazione non sono al riparo dai venti della globalizzazione.

Questo fenomeno di lungo periodo produce anche effetti di breve termine. Infatti, se gli Stati Uniti non si metteranno a creare nuovi posti di lavoro in quantità analoghe a quelli delle precedenti fasi di espansione, le famiglie americane, che sono già molto indebitate, non potranno continuare a sostenere la ripresa dell’economia americana e di quella mondiale. Queste le ragioni di un’incertezza che è per certi versi perversa. Infatti tutti dipendiamo da una locomitiva americana che però ogni giorno appare sempre più squilibrata.

di Alfonso Tuor

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Una grande incertezza ha fatto da sfondo al World Economic Forum di Davos. Le preoccupazioni riguardano proprio gli Stati Uniti, ovvero il motore dell’attuale ripresa. Esse si concentrano sui crescenti disavanzi fiscale e commerciale e sulla scarsa creazione di nuovi posti di lavoro dell’economia americana.