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La precarietà picchia duro, nel lavoro e nella vita. Non è cosa passeggera. Non è un problema sociale tra gli altri ne’ un titolo di un giornale. Non è semplicemente la proliferazione di contratti atipici ne’ un dazio che le giovani generazioni sono costrette a pagare per entrare nel mercato del lavoro. È il modo contemporaneo di produrre la ricchezza, di sfruttare il lavoro, di asservire ogni stilla della nostra vita al profitto delle imprese.
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La precarietà picchia duro, nel lavoro e nella vita. Non è cosa passeggera. Non è un problema sociale tra gli altri ne’ un titolo di un giornale. Non è semplicemente la proliferazione di contratti atipici ne’ un dazio che le giovani generazioni sono costrette a pagare per entrare nel mercato del lavoro. È il modo contemporaneo di produrre la ricchezza, di sfruttare il lavoro, di asservire ogni stilla della nostra vita al profitto delle imprese.
La precarizzazione è la crisi della rappresentanza politica e sindacale del lavoro e nel sociale, e segna un punto sulla linea del tempo rispetto al quale non si può tornare indietro. È il punto da cui è necessario ripensare e sperimentare nuove forme e strategie di lotta: contro lo sfruttamento, le gerarchie e le povertà. Una lotta che parli chiaro e a voce alta, perché ricca di tutto ciò che la precarizzazione nega e riduce al silenzio.
Ridotti al silenzio come, ma non solo, i precari del fashion district di Bagnolo al lavoro anche il primo maggio a causa della selvaggia liberalizzazione delle aperture festive che ha avuto la strada spianata dal primo decreto Bersani del 1998 e che oggi viene “concertata” in deroga tra comune, commercianti e parti sociali. Senza contare poi che dal 1997, con il pacchetto Treu, passando per la legge 30 e poi con il Protocollo sul Welfare del governo Prodi, la flessibilità sul lavoro è aumentata peggiorando le condizioni di vita di chi lavora, aumentando anche le morti.
Non ci sono dubbi, siamo incompatibili con tutto ciò.
È ora di abolire tutte quelle leggi e battersi per misure che combattono la precarietà, estendano le garanzie minime (contributi, maternità, stabilità dell’impiego) fino all’introduzione di un Salario Sociale per i disoccupati e i precari (1.000 euro mensili netti).
L’emergenza è anche salariale: di fronte al 20% delle famiglie sotto la soglia di povertà, a salari che si sono dimezzati con l’euro, a uno spostamento di ricchezza verso l’alto serve innanzitutto un aumento netto del reddito mensile tramite l’introduzione per legge di un salario minimo(come esiste già in altri paesi europei).
Negli ultimi anni, la rete dell’EuroMayDay ha costruito, in Italia e in Europa, uno spazio politico e sociale, condiviso, in cui la presa di parola e il protagonismo dei precari e delle precarie, senza mediazioni e mediatori, ha sperimentato forme inedite di visibilità, comunicazione e conflitto.
Il primo maggio, prima a Mantova e poi a Milano, vogliamo condividere questa forza, amplificarla, congiungerla con quella degli altri precari.

Mantovantagonista
Sinistra Critica – Mn
di em@