Martedì 24 novembre siamo scesi ancora in piazza per difendere la scuola pubblica e il diritto allo studio messo in seria discussione dalla riforma Gelmini.

Dietro alla parola meritocrazia, continuamente utilizzata sia dal ministero che dai media quando parlano di questa riforma, si nasconde il più grande licenziamento della storia, con oltre 7 miliardi di euro tagliati alla scuola pubblica e 130mila insegnanti precari lasciati a casa.
Riconosciamo in questo un chiaro tentativo di far pagare la crisi a chi non è responsabile della sua nascita: a studenti, precari e migranti. Per questo, a partire dall’anno scorso, ci identifichiamo sotto lo slogan “noi la crisi non la paghiamo”, perchè di fronte a questa condizione che ci viene calata dall’alto non intendiamo abbassare la testa, ma al contrario cerchiamo di costruire ogni giorno, a partire dalle nostre scuole, il conflitto che ci porta a scendere in piazza per cambiare il mondo che ci circonda.
Meritocrazia sembra anche la parola migliore per riassumere la riforma di tecnici, licei e professionali, contro la quale ci mobilitiamo.
Meritocrazia perchè gli studenti vengono divisi in base al loro merito, dove per merito s’intende la classe sociale, la disponibilità economica e i saperi che gli sono stati forniti gli anni precedenti alla scuola superiore. È così chiaro come il figlio di persone laureate, con
disponibilità economica e con una buona preparazione ricevuta da una buona scuola media inferiore, si iscriverà ad un liceo, scuola che, da obbiettivo, avrà il compito di preparare gli studenti per un facile inserimento all’università. Nello stesso modo, uno studente figlio di
operai, possibilmente non italiano, si iscriverà ad un istituto professionale, scuola che, da obbiettivo, gli farà avere una dimensione delle conoscenze limitata alla dimensione pratica del lavoro che farà per il resto del vita, se sarà in grado di trovarlo nonostante la crisi.

Ci si sta muovendo in varie città d’Italia contro questa riforma e l’unica risposta da parte delle istituzioni è stata la repressione. Dicendo questo portiamo la nostra solidarietà ai due studenti arrestati a Milano dopo il corteo del Gandhi (scuole civiche serali destinate a chiudere) e agli studenti che a Roma hanno ricevuto il 5 in condotta perchè hanno tentato di occupare la propria scuola.

Un altro motivo che ci ha portato a scendere in piazza è la mancanza di un vero e proprio spazio assembleare a Mantova. Non è possibile dividere in due i giorni in cui poter fare assemblee d’istituto e non è possibile pagare l’affitto di una struttura per poter esercitare un proprio diritto.

In oltre 200, provenienti da molte scuole cittadine e da Suzzara, abbiamo bloccato la città Martedì, intenzionati a occupare il provveditorato per fare assemblea, decidere le prossime mobilitazioni insieme e far sentire la nostra voce.
Bloccati dalla polizia, abbiamo ottenuto un incontro col provveditore, col quale si è confrontata una nostra delegazione, mentre, davanti al provveditorato, la protesta si trasformava in un occupazione dell’ingresso, in attesa del ritorno della delegazione.Solo l’esito positivo dell’incontro ci ha fatto sgomberare.
Il provveditore, infatti, ha accolto la richiesta di uno spazio assembleare, portata avanti dalla delegazione del movimento, riconoscendo che questo spazio ci spetta di diritto.
L’ha accolta, scaricando un po’ la responsabilità di questo alla provincia, che, secondo la legge, ha il compito di prendersi a carico l’edilizia scolastica.
La mobilitazione non si fermerà qui.
Abbiamo intenzione di portare il problema in provincia, con la convinzione che non ci può essere negato ancora per molto il diritto di fare assemblea.

Questo è solo un primo passo concreto per darci fiducia e continuare a protestare contro questa riforma, per ottenere una scuola diversa, con maggiore partecipazione studentesca, una scuola pubblica, laica e gratuita.

-collettivo studentesco Aca Toro

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