usb

La sigla sta per Unione sindacale di base ma nel video di presentazione l’acronimo è declinato anche in “Unità, Solidarietà, Bisogni”. Usb, inoltre, è anche la porta di accesso a un computer, sia per far funzionare la stampante che una comune “chiavetta”. Non stupisce, dunque, che lo slogan di lancio del nuovo soggetto sindacale giochi su questo refrain e scommetta su un “Connetti le lotte”. E dunque il congresso di fondazione di questo nuovo sindacato di base, che inizia oggi a Roma e che riunirà delegati e delegate in rappresentanza dei circa 250.000 iscritti dichiarati, vuole invertire la tendenza alla scomposizione, ormai più che decennale, sancendo la fusione di due sigle importanti come RdB e SdL ma anche altri settori, di categoria o territoriali, provenienti dalla Cub, la Confederazione unitaria di base nata attorno al sindacato metalmeccanici, Flmu, di Giorgio Tiboni. Oltre a queste sigle, alla giornata conclusiva del congresso, che si terrà il 23 maggio presso il Teatro Capranica, parteciperanno altri soggetti sindacali, che hanno mostrato interesse per il percorso di unificazione, quali il sindacato della comunicazione, Snater, la forte componente del settore trasporti, Or.S.A. e lo Slai Cobas, altra minisigla di un arcipelago di forze, spesso con un certo insediamento locale o settoriale, che da circa un trentennio, cercano di rubare la scena alla Cgil, mantenendo una linea radicale ma senza essere riusciti a fare quel salto qualitativo che molti di loro si aspettavano.
La fusione tra Rdb e Sdl prova a dare una sterzata a questa situazione. L’Sdl, tra l’altro, è già il frutto di una fusione, avvenuta nel 2007, tra l’ex Sincobas e il Sulta, sindacato dei trasporti molto forte storicamente all’Alitalia e nei trasporti locali. Dal canto suo l’Rdb è tra le organizzazioni pioniere del sindacalismo alternativo alle tre confederazioni, molto presente nel Pubblico impiego e nella Sanità.
L’Usb avrà una struttura confederale, sostanzialmente basata su due macro-aree categoriali, il pubblico e il privato. Inoltre, aderiranno in forma associativa l’A.s.i.a, associazione per il diritto alla casa e l’organizzazione di pensionati. Domenica si svolgerà l’assemblea di fondazione, dopo che saranno stati celebrati i congressi di scioglimento delle due organizzazioni costitutive dell’Usb e saranno composti gli organismi dirigenti. Non ci dovrebbero essere problemi anche se l’Sdl si è presentata all’appuntamento con una minoranza del 13% – tali i dati registrati al congresso che si conclude oggi – che chiedeva un maggior approfondimento del processo di unificazione e una maggiore autonomia e decisionalità per le strutture di base. Ma è un dibattito interno, destinato a continuare e che non mette in discussione la fusione che si realizzerà, all’incirca, con due terzi dei nuovi organismi appannaggio delle Rdb e un terzo all’Sdl e ai settori provenienti dalla Cub.
La gran parte del lavoro sarà ovviamente tutta da fare. Il nuovo sindacato nasce nel vivo della più grande crisi economica del dopoguerra e il confronto con la manovra economica del governo Berlusconi è già cominciato. Anche in questa chiave va inteso il lancio della manifestazione nazionale prevista per il 5 giugno prossimo – convocata congiuntamente a un’altra organizzazione del sindacalismo di base, la Confederazione Cobas, che però non aderisce all’unificazione – indetta inizialmente in solidarietà con i lavoratori greci e via via trasformatasi, necessariamente, in una manifestazione contro la “stangata”. La manifestazione poteva essere uno strumento messo a disposizione di uno schieramento più ampio e invece Usb e Cobas hanno deciso di promuoverla da soli, suscitando la contrarietà della Cub, ad esempio, e, forse, limitando le potenzialità stesse della giornata che comunque vedrà certamente in piazza altri settori della sinistra sociale ma anche politica.
Ma la partita più delicata riguarderà le elezioni per le Rsu nel pubblico impiego dove il superamento della soglia del 5% è decisivo per ottenere una rappresentanza al tavolo delle trattative (oltre che distacchi e permessi sindacali). Le Rdb possono superare questa soglia nel comparto Ministeri pubblici e nella Sanità e quindi sarà in quest’ambito che la nuova organizzazione sarà chiamata a misurarsi. Anche per questo si discute quale dovrebbe essere la sigla che concorrerà alle elezioni per le rappresentanze: la nuova sigla, Usb, come chiedono alcuni o ancora la vecchia sigla Rdb come si augura chi non vuole rischiare di incorrere in errori nel voto dei lavoratori?
Questione ancora più delicata è il rapporto con la Cgil. Le due organizzazioni che faranno nascere l’Usb hanno mantenuto negli anni un approccio un po’ differente: più intransigente l’Rdb, con un’ipotesi dichiaratamente concorrenziale e quindi conflittuale; disposta a seguire anche un percorso unitario l’Sdl, sia pure a condizione di contenuti condivisibili. Oggi la situazione vede una Cgil in una fase di transizione: Epifani ha stravinto il congresso ma la sua linea non è riconosciuta da governo e da Cisl e Uil. L’opposizione interna ha raggiunto un risultato non indifferente, il 17%, ma non abbastanza da segnare la vita interna e sta discutendo se e come strutturarsi e se, e come, far vivere una linea conflittuale anche nel rapporto diretto con i lavoratori. Come si relazionerà a questa situazione il sindacato di base che sta per nascere non è definibile a priori e del resto una maggiore unità dell’intera sinistra sindacale, variamente collocata, è resa difficile sia da condizionamenti materiali che politici (non è che la sinistra Cgil brilli per capacità di relazione con il sindacalismo extraconfederale, anzi). Eppure, la questione di una rifondazione del sindacalismo di classe mentre saluta la nascita di una soggettività più efficace continua ad aver bisogno di una più ampia e significativa massa critica. E quello che avverrà in Cgil finirà per riguardare anche la nuova Usb a cui facciamo i nostri migliori auguri.

Da ilmegafonoquotidiano.it

Salvatore Cannavò

usb2

«Un nuovo sindacato metropolitano contro la solitudine» intervista a Paolo di Vetta

Dal Manifesto del 21/5

«Sindacato metropolitano», a prima vista una formula esoterica. Tra le anime dell’Unione, però, ha un ruolo da sperimentare, ma che può essere decisivo in tempi di crisi. Ce lo siamo fatto spiegare meglio da Paolo Di Vetta, una storia nelle vertenze «territoriali».

Cos’è un sindacato metropolitano?
E’ la possibilità di intercettare sul territorio ciò che un sindacato classico non incontra quasi mai. Per esempio, il precariato sui posti di lavoro dai grandi numeri – i call center, ecc – possono anche venire a contatto col sindacato. Mentre si tratta di incontrare anche il lavoro nero, gli intermittenti, le partite Iva, ecc.

Da dove si parte per trovarli?
Sulla precarietà abitativa ne incontriamo davvero tanti. È difficile trovare alloggio, pagare l’affitto o il mutuo. È già una base comune. Ma se vai oltre, se ragioni sulla casa come «reddito indiretto», riesci a tornare anche sul discorso del lavoro. O forme di reddito garantito, o almeno una protezione su casa, tariffe, diritti primari.

Perché parlare di «sindacato»?
Il termine è fondamentale: ci si incontra con il sindacato conflittuale, titolare di diritti, con delegati, ecc. Nelle lotte territoriali non li hai, ma si possono costruire insieme forme sperimentali che possono portare anche a forme di tutela. Si tratta di costruire un soggetto sindacale che si faccia carico di quest’ordine di bisogni sociali.

Al centro c’è sempre la casa?
Non c’è nessun automatismo. Ad esempio, alcune occupazioni hanno riguardato enti o aziende (penso a Unicredit) che vedevano la presenza all’interno del sindacato di base. E’ stato necessario costruirlo, il rapporto unitario. E invece sarebbe bene che un sindacato prenda su di sé l’arco dei conflitti che emanano dall’impresa in cui è presente. Ad esempio, con gli inquilini degli immobili di sua proprietà.

Per quale obiettivo.
Un esempio. Si sta mettendo in gioco il demanio, che per la maggior parte è nel Lazio. E’ una battaglia che si può fare insieme tra sindacato che ha gli iscritti nel ministero e i movimenti per il diritto all’abitare, per mettere questo patrimonio a risolvere l’emergenza abitativa. Non per «valorizzarlo» nel senso del prezzo, ma come «bene comune». Non è semplice: lo stato dice ai suoi dipendenti «se lo vendo ci faccio i soldi e non taglio gli stipendi». Dobbiamo trovare il luogo dove queste due parti si parlano, un fronte che difende i «beni comuni».

E per il reddito?
La contrattazione dipende da chi ti trovi davanti. Il Lazio ha fatto una legge. Ma è importante anche il reddito indiretto. Un precario non può affittare, avere una casa popolare. O resta coi genitori o si arrangia. Ormai vale anche per chi ha un contratto a tempo indeterminato e 1.000 euro al mese. Si apre una prateria sterminata. Non puoi più fermarti alla sola difesa degli inquilini, ti serve un «sindacato dell’abitare al tempo della crisi«. Poi, con questa forza, puoi entrare anche sul terreno dell’urbanistica. Chi disegna le città? Gli immmobiliaristi oppure la risposta ai bisogni sociali?

Puoi fare un esempio concreto?
Il Comune di Roma ha appena approvato una delibera per l’abbattimento delle torri dell’Eur per costruire palazzi residenziali di lusso. La società che gestisce l’affare è per metà pubblica (Fintecna) e per metà privata (Alfiere). Ma qui ci sono fondi immobiliari come l’Imit, con partecipazioni di Enasarco, InarCassa, Enpals. Gli enti che stanno dismettendo i propri alloggi vanno invece a investire come «privati». E disegnano la città. Ecco, con questa idea folle del «sindacato metropolitano» puoi cercare di far pesare sul disegno della città il punto di vista dei diritti delle persone.