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[ Fabrizio Burattini*
*direttivo nazionale Cgil  – da ilmegafonoquotidiano.it ]

Con i risultati del referendum ricattatorio scrutinati questa notte viene sconfitta l’immagine di una classe operaia italiana ormai ripiegata su se stessa e incapace di sussulti di dignità. Il piano Marchionne subisce una battuta d’arresto di fronte alla volontà di un’amplissima fetta di operaie/i, proprio di quelle/i destinate/i al montaggio delle sue macchine, di condannare i ritmi imposti dal World Class Manufacturing e la cancellazione dei diritti.
La fabbrica di Mirafiori, nonostante le tante batoste, nonostante l’età media avanzata, nonostante l’ampiezza ultrabipartizan del fronte avversario, nonostante anche alcuni tifosi del Sì mascherati ipocritamente da sostenitori del No (leggi Cgil), produce un sussulto di consapevolezza classista che supera il già importante risultato di Pomigliano e che fa giustizia di tante chiacchiere. Oggi nessuno può negare la valenza generale e la forza che i risultati del voto del 14 gennaio assumono. Quei risultati ribadiscono l’esistenza – ancora – di una vasta classe lavoratrice irriducibile alla pura manovalanza nella globalizzazione capitalistica. E l’esistenza di una consapevolezza diffusa nelle fila di questa classe della contraddizione tra i propri interessi e i progetti padronali, consapevolezza che sopravvive nonostante la caduta dei sogni del Novecento, la sparizione dei partiti di massa, i decenni di concertazione, la frammentazione sociale, i veleni razzisti e
leghisti, i tanti teorici della “sparizione della classe operaia”.
Questa costatazione dovrebbe fare giustizia di tante chiacchiere sulla necessità di accantonare la “resistenza” e di “ripartire da zero” sia nei soggetti sociali da individuare, sia nelle pratiche da
intraprendere, sia nelle alleanze da sostenere. Ovviamente i chiacchieroni sostenitori della sparizione della classe operaia e dell’evaporazione della sua potenzialità anticapitalistica proseguiranno nella loro legittima attività.
Certo, come sempre è stupido pensare di “sedersi sugli allori” anche e soprattutto perché il voto di Mirafiori, per quanto straordinario, non cancella la realtà e il peso delle sconfitte politiche e sociali di
questi anni. Ma mostra, anche perché sappiamo quanti errori abbia commesso e, in qualche caso, perfino continui a commettere la stessa Fiom, quanto abbia positivamente inciso in questa vicenda l’atteggiamento più o meno combattivo e classista di una direzione politico sindacale che incoraggia e dà sponda alla irriducibilità della contraddittorietà strutturale degli interessi di classe.
Anche qui c’è la differenza tra il risultato di Mirafiori e quello di Pomigliano. Il referendum di giugno allo stabilimento “G.B. Vico” è stato vissuto molto in sordina. In base a quella esperienza, ma anche per lo svanire di ogni illusione sul carattere episodico della operazione di Marchionne, la Fiom (e, sembrerebbe, anche i sindacati di base) ha deciso di giocare la partita fino in fondo. Anche da questo nasce la maggiore fiducia con cui tanti operai di Mirafiori hanno avuto il coraggio e la dignità di classe di dire No.
Certo, anche quelle/i che hanno detto Sì sono operaie/i. E’, sostanzialmente, la differenza tra classe “in sé” e classe “per sé”. In 2.326 il 14 gennaio, a Mirafiori, scrivendo “No” hanno scritto “per sé”.
Grazie di esistere.