Questa rassegna di articoli l’abbiamo letta e discussa nei giorni successivi alla manifestazione del 15 ottobre.

Lo spaesamento per una continuazione della mobilitazione tornati da Roma ha preso il sopravvento su tutte le organizzazioni politiche e collettivi, che fossero stati più o meno attivi o entusiasti dei riot della capitale.

La produzione ininterrotta, per quanto intermittente, di conflittualità in Italia, dallo scoppio della crisi, si è scontrata su un corpo sociale troppo affezionato all’antiberlusconismo e non ancora disponibile ad una critica del sistema.

In piazza San Giovanni sono esplose le contraddizioni di un dibattito non affrontato, in quanto sotterraneo tra le organizzazioni di movimento, così il più grande corteo europeo della giornata dell’indignazione mondiale, non ha saputo fare i conti con nuove forme di politicizzazione che interrogano quelle classiche.

Intanto nelle piazze di mezzo mondo si è affacciato un nuovo movimento mondiale.

Nuovo per rivendicazioni, pratiche di lotta e composizione.

 

 

Mantra del sollevarsi

Franco Berardi Bifo

18/10/11

http://looponline.info/index.php/component/content/article/644-mantra-del-sollevarsi-15-ottobre-e-dintorni

Il 15 febbraio del 2003 centomilioni di persone sfilarono nelle strade del mondo per chiedere la pace, per chiedere che la guerra contro l’Iraq non devastasse definitivamente la faccia del mondo. Il giorno dopo il presidente Bush disse che nulla gli importava di tutta quella gente (I don’t need a focus group) e la guerra cominciò. Con quali esiti sappiamo.
Dopo quella data il movimento si dissolse, perché era un movimento etico, il movimento delle persone per bene che nel mondo rifiutavano la violenza della globalizzazione capitalistica e la violenza della guerra. Il 15 Ottobre in larga parte del mondo è sceso in piazza un movimento similmente ampio. Coloro che dirigono gli organismi che stanno affamando le popolazioni (come la BCE) sorridono nervosamente e dicono che sono d’accordo con chi è arrabbiato con la crisi purché lo dica educatamente. Hanno paura, perché sanno che questo movimento non smobiliterà, per la semplice ragione che la sollevazione non ha soltanto motivazioni etiche o ideologiche, ma si fonda sulla materialità di una condizione di precarietà, di sfruttamento, di immiserimento crescente. E di rabbia.
La rabbia talvolta alimenta l’intelligenza, talaltra si manifesta in forma psicopatica. Ma non serve a nulla far la predica agli arrabbiati, perché loro si arrabbiano di più. E non stanno comunque ad ascoltare le ragioni della ragionevolezza, dato che la violenza finanziaria produce anche rabbia psicopatica.
Il giorno prima della manifestazione del 16 in un’intervista pubblicata da un giornaletto che si chiama La Stampa io dichiaravo che a mio parere era opportuno che alla manifestazione di Roma non ci fossero scontri, per rendere possibile una continuità della dimostrazione in forma di acampada. Le cose sono andate diversamente, ma non penso affatto che la mobilitazione sia stata un fallimento solo perché non è andata come io auspicavo.

Un numero incalcolabile di persone hanno manifestato contro il capitalismo finanziario che tenta di scaricare la sua crisi sulla società. Fino a un mese fa la gente considerava la miseria e la devastazione prodotte dalle politiche del neoliberismo alla stregua di un fenomeno naturale: inevitabile come le piogge d’autunno. Nel breve volgere di qualche settimana il rifiuto del liberismo e del finazismo è dilagato nella consapevolezza di una parte decisiva della popolazione. Un numero crescente di persone manifesterà in mille maniere diverse la sua rabbia, talvolta in maniera autolesionista, dato che per molti il suicidio è meglio che l’umiliazione e la miseria.

Leggo che alcuni si lamentano perché gli arrabbiati hanno impedito al movimento di raggiungere piazza San Giovanni con i suoi carri colorati. Ma il movimento non è una rappresentazione teatrale in cui si deve seguire la sceneggiatura. La sceneggiatura cambia continuamente, e il movimento non è un prete né un giudice. Il movimento è un medico. Il medico non giudica la malattia, la cura.
Chi è disposto a scendere in strada solo se le cose sono ordinate e non c’è pericolo di marciare insieme a dei violenti, nei prossimi dieci anni farà meglio a restarsene a casa. Ma non speri di stare meglio, rimanendo a casa, perché lo verranno a prendere. Non i poliziotti né i fascisti. Ma la miseria, la disoccupazione e la depressione. E magari anche gli ufficiali giudiziari.

Dunque è meglio prepararsi all’imprevedibile. E’ meglio sapere che la violenza infinita del capitalismo finanziario nella sua fase agonica produce psicopatia, e anche razzismo, fascismo, autolesionismo e suicidio. Non vi piace lo spettacolo? Peccato, perché non si può cambiare canale.
Il presidente della Repubblica dice che è inammissibile che qualcuno spacchi le vetrine delle banche e bruci una camionetta lanciata a tutta velocità in un carosello assassino. Ma il presidente della Repubblica giudica ammissibile che sia Ministro un uomo che i giudici vogliono processare per mafia, tanto è vero che gli firma la nomina, sia pure con aria imbronciata. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che un Parlamento comprato coi soldi di un mascalzone continui a legiferare sulla pelle della società italiana tanto è vero che non scioglie le Camere della corruzione. Il Presidente della Repubblica giudica ammissibile che passino leggi che distruggono la contrattazione collettiva, tanto è vero che le firma. Di conseguenza a me non importa nulla di ciò che il Presidente giudica inammissibile.

Io vado tra i violenti e gli psicopatici per la semplice ragione che là è più acuta la malattia di cui soffriamo tutti. Vado tra loro e gli chiedo, senza tante storie: voi pensate che bruciando le banche si abbatterà la dittatura della finanza? La dittatura della finanza non sta nelle banche ma nel ciberspazio, negli algoritmi e nei software. La dittatura della finanza sta nella mente di tutti coloro che non sanno immaginare una forma di vita libera dal consumismo e dalla televisione.
Vado fra coloro cui la rabbia toglie ragionevolezza, e gli dico: credete che il movimento possa vincere la sua battaglia entrando nella trappola della violenza? Ci sono armate professionali pronte ad uccidere, e la gara della violenza la vinceranno i professionisti della guerra.
Ma mentre dico queste parole so benissimo che non avranno un effetto superiore a quello che produce ogni predica ai passeri.

Lo so, ma le dico lo stesso. Le dico e le ripeto, perché so che nei prossimi anni vedremo ben altro che un paio di banche spaccate e camionette bruciate. La violenza è destinata a dilagare dovunque. E ci sarà anche la violenza senza capo né coda di chi perde il lavoro, di chi non può mandare a scuola i propri figli, e anche la violenza di chi non ha più niente da mangiare.
Perché dovrebbero starmi ad ascoltare, coloro che odiano un sistema così odioso che è soprattutto odioso non abbatterlo subito?
Il mio dovere non è isolare i violenti, il mio dovere di intellettuale, di attivista e di proletario della conoscenza è quello di trovare una via d’uscita. Ma per cercare la via d’uscita occorre essere laddove la sofferenza è massima, laddove massima è la violenza subita, tanto da manifestarsi come rifiuto di ascoltare, come psicopatia e come autolesionismo. Occorre accompagnare la follia nei suoi corridoi suicidari mantenendo lo spirito limpido e la visione chiara del fatto che qui non c’è nessun colpevole se non il sistema della rapina sistematica.

Il nostro dovere è inventare una forma più efficace della violenza, e inventarla subito, prima del prossimo G20 quando a Nizza si riuniranno gli affamatori. In quella occasione non dovremo inseguirli, non dovremo andare a Nizza a esprimere per l’ennesima volta la nostra rabbia impotente. Andremo in mille posti d’Europa, nelle stazioni, nelle piazze nelle scuole nei grandi magazzini e nelle banche e là attiveremo dei megafoni umani. Una ragazza o un vecchio pensionato urleranno le ragioni dell’umanità defraudata, e cento intorno ripeteranno le sue parole, così che altri le ripeteranno in un mantra collettivo, in un’onda di consapevolezza e di solidarietà che a cerchi concentrici isolerà gli affamatori e toglierà loro il potere sulle nostre vite (anche togliendo i nostri soldi dai conti correnti delle loro banche come suggerisce Lucia).
Un mantra di milioni di persone fa crollare le mura di Gerico assai più efficacemente che un piccone o una molotov.

 

 

 

L’ illusione della democrazia

 

Internazionale, numero 922, 4 novembre 2011

http://ateneinrivolta.org/approfondimenti/internazionale/l%E2%80%99illusione-della-democrazia

di Slavoj Žižek*

 

Le proteste a Wall street e di fronte alla cattedrale di St. Paul a Londra hanno in comune “la mancanza di obiettivi chiari, un carattere indefinito e soprattutto il rifiuto di riconoscere le istituzioni democratiche”, ha scritto Anne Applebaum sul Washington Post. “A differenza degli egiziani di piazza Tahrir, a cui i manifestanti di Londra e New York si richiamano apertamente, noi abbiamo istituzioni democratiche”. Se si riduce la rivolta di piazza Tahrir a una richiesta di democrazia di tipo occidentale, come fa Applebaum, diventa ridicolo paragonare le proteste di Wall street a quelle in Egitto: come possono i manifestanti occidentali pretendere ciò che già hanno? Quello che la giornalista sembra non vedere è un’insoddisfazione generale per il sistema capitalistico globale, che in luoghi diversi assume forme diverse.

“Eppure in un certo senso”, ammette Applebaum, “è comprensibile che a livello internazionale il movimento non sia riuscito a produrre proposte concrete: sia le origini della crisi economica globale sia le sue soluzioni sono, per definizione, al di fuori della sfera di competenza dei politici locali e nazionali”. Ed è costretta a concludere che “la globalizzazione ha chiaramente cominciato a minare la legittimità delle democrazie occidentali”. È proprio questo il punto su cui i manifestanti vogliono richiamare l’attenzione: il capitalismo globale mina la democrazia. La conclusione logica è che dovremmo cominciare a riflettere su come espandere la democrazia oltre la sua forma attuale – basata su stati-nazione multipartitici – evidentemente incapace di gestire le conseguenze distruttive dell’economia. Invece Applebaum accusa i manifestanti “di accelerare il declino” della democrazia.

Sembra sostenere quindi che, siccome l’economia globale non è alla portata del sistema democratico, qualunque tentativo di espandere la democrazia per gestire l’economia rischia di accelerare il declino della democrazia stessa. Cosa dovremmo fare allora? A quanto pare dovremmo continuare a riconoscere un sistema politico che, stando alla spiegazione di Applebaum, non è in grado di fare il suo lavoro. In questo momento le critiche al capitalismo non mancano: siamo sommersi da storie di imprese che inquinano spietatamente l’ambiente, banchieri che intascano bonus enormi mentre le loro banche sono salvate dal denaro pubblico, fabbriche che sfruttano i bambini per confezionare abiti destinati a negozi di lusso.

Ma c’è un tranello. Il presupposto è che la lotta contro questi eccessi dovrebbe svolgersi nel quadro liberaldemocratico. L’obiettivo è democratizzare il capitalismo, estendere il controllo democratico sull’economia globale grazie alla denuncia dei mezzi d’informazione, a inchieste parlamentari, leggi più severe, indagini di polizia eccetera. Ciò che non si mette mai in discussione è il quadro istituzionale dello stato democratico borghese.

Qui l’intuizione cruciale di Marx è attuale ancora oggi: la questione della libertà non dovrebbe essere riferita solo alla sfera politica, cioè a cose come le libere elezioni, l’indipendenza della magistratura, la libertà di stampa o il rispetto dei diritti umani. La vera libertà risiede nella rete “apolitica” dei rapporti sociali, dal mercato alla famiglia, dove la trasformazione necessaria per promuovere dei miglioramenti non è la riforma politica, ma un cambiamento nei rapporti sociali di produzione. Noi non votiamo su chi possiede cosa o sul rapporto tra i lavoratori in fabbrica. Queste cose sono lasciate a processi che esulano dalla sfera del politico, ed è un’illusione che si possa cambiarle “estendendo” la democrazia: creando, per esempio, banche “democratiche” controllate dal popolo.

Occorre ricordare che i meccanismi democratici fanno parte di un apparato dello stato borghese chiamato ad assicurare il regolare funzionamento della riproduzione capitalistica. Alain Badiou aveva ragione quando sosteneva che il nemico ultimo oggi non si chiama capitalismo, impero, sfruttamento o cose del genere, ma democrazia: è l’“illusione democratica”, l’accettazione dei meccanismi democratici come unico mezzo legittimo di cambiamento, a impedire un’autentica trasformazione dei rapporti capitalistici.

Le proteste di Wall street sono appena un inizio, ma bisogna cominciare così, con un gesto formale di rifiuto che è più importante del suo contenuto propositivo, perché solo un gesto di questo tipo può aprire lo spazio a un nuovo contenuto. Perciò non dovremmo farci distrarre dalla domanda su cosa vogliamo. Questa è la domanda che l’autorità maschile rivolge alla donna isterica: “Ti lamenti e piagnucoli: almeno sai cosa vuoi?”. In termini psicoanalitici le proteste sono una crisi isterica che provoca il padrone, minandone l’autorità. E la domanda del padrone, “Ma cosa vuoi?”, nasconde il suo sottinteso: “Rispondi nei miei termini oppure stai zitto!”.

Finora i manifestanti sono riusciti a evitare di esporsi alla critica fatta da Lacan agli studenti del 1968: “Come rivoluzionari siete degli isterici che vogliono un nuovo padrone. Lo troverete”.

Traduzione di Gigi Cavallo.

*Slavoj Žižek è un filosofo e studioso di psicoanalisi sloveno. Il suo ultimo libro è Dalla tragedia alla farsa (Ponte alle grazie 2010).

 

La fine della grande illusione

di Marco Bertorello e Danilo Corradi* dalla rivista Erre (http://ilmegafonoquotidiano.it/rivista/indignati-di-tutto-il-mondo) in vendità a 5 euro allo spazio sociale La Boje!

Dopo il movimento antiglobalizzazione, i giovani e le giovani continuano a riempire le piazze, a contestare, a reclamare diritti e a mostrarsi “indignati”. Ci sono alcuni elementi comuni in questa nuova effervescenza sociale, tratti da una comune condizione materiale che subisce la crisi di più, almeno sul piano delle speranze, di altri soggetti sociali. La società della conoscenza ha fatto larghe promesse che ora non riesce a mantenere.

Appunti e note per una sinistra anticapitalista.

Da Seattle oramai sono passati tredici anni e il movimento antiglobalizzazione è in quella forma una pagina di storia. I giovani e le giovani continuano però a infiammare le piazze e a essere protagonisti in molteplici forme, vecchie e nuove, di conflitti, indignazioni di massa, processi di radicalizzazione, fenomeni elettorali con alcune caratteristiche comuni a quella esperienza. Lo stesso referendum vittorioso si inserisce in questa dinamica. Processi molto diversi che disvelano grandi potenzialità, contraddizioni e forme nuove di partecipazione e di percezione di sé. Dinamiche spesso veloci nella loro costruzione, travolgenti nella loro espressione, ma anche rapidissime nel loro apparente dissolvimento senza un lascito organizzativo che sarebbe stato lecito aspettarsi. Una soggettività atipica che merita una riflessione più profonda per indagare le possibili forme di una nuova soggettivazione di classe.

È l’intreccio tra crisi economica, ecologica e politica che può determinare l’affermarsi di nuove identità, frutto a loro volta di profondi sconvolgimenti sul piano socio-economico. Ma come vengono elaborati questi processi dai principali soggetti che ne sono al centro, come ad esempio le nuove generazioni? Sembra manifestarsi una crescente insofferenza verso l’ordine costituito attraverso differenti gradi di indignazione e mobilitazione: ci sono particolari figure sociali che stanno animando questi fenomeni?
Domande complesse a cui è rischioso e difficile rispondere. In questo articolo proveremo a ragionare abbozzando solo alcune suggestioni analitiche con l’obiettivo di stimolare un’analisi e una risposta politica necessaria quanto urgente, consapevoli che i cambiamenti sul piano sia ideologico sia identitario sono la risultante di un complesso intreccio di fattori socio-economici e politici che in questa sede solo parzialmente proviamo a focalizzare.

Una visione tecnocentrica
La rivoluzione capitalistica degli anni Settanta nasce dalla doppia risposta alla crisi del ʼ73-ʼ74 e all’ascesa del movimento operaio. La soluzione si è data sul piano economico, finanziario, tecnologico e ideologico. È su questo ultimo aspetto che vogliamo soffermarci. La costruzione del consenso a una ristrutturazione di tale portata è stata costruita a partire dall’utilizzo ideologico di alcune rivendicazioni emerse nei movimenti e nei tumulti che seguirono il Sessantotto.
Il rifiuto dell’alienazione della fabbrica fordista, la libertà individuale, le rivendicazioni di mobilità sociale e i conflitti sulla formazione, il desiderio di liberazione delle donne, sono stati rielaborati e utilizzati dal capitale contro gli stessi soggetti che avevano osato sfidare la sua egemonia. Un’operazione facilitata ovviamente dal progressivo fallimento del socialismo reale e dalla conseguente perdita di credibilità di un’alternativa, una vittoria del mercato e della scienza occidentale dunque sulla grigia e stanca burocrazia statalista dell’Est…
L’ideologia neoliberista associata alla nascente società della conoscenza si è potuta accreditare come via maestra capace di offrire flessibilità e autonomia dalla “fabbrica carcere” e dal lavoro ripetitivo. Il liberismo avrebbe rotto le vecchie burocrazie e gerarchie, la società della conoscenza avrebbe reso padroni del proprio destino e forti delle proprie capacità e professionalità i nuovi lavoratori del terziario, il toyotismo avrebbe reso partecipi e creativi persino i vecchi operai organizzati per team dentro la fabbrica snella e meritocratica, l’ingresso massivo delle donne nel mercato del lavoro veniva propagandato come l’ultimo atto di una parità oramai acquisita.
La tecnologia assurgeva a centro della nuova terra promessa, capace di far divenire intelligenti anche le bombe della guerra del Golfo. Lo sviluppo di Internet disegnava la grande metafora di un mondo nuovo, più democratico, cosmopolita, capace di premiare le nuove idee e di sviluppare le capacità del singolo individuo fuori dalle pesantezze del secolo scorso. L’arricchimento dei nuovi guru dell’informatica alla Bill Gates, o di società come Yahoo e Google, rinverdiva progressivamente il vecchio sogno americano riproposto in salsa postmoderna.
Erano gli anni Novanta, quando si annunciava la libertà dal posto fisso. Una libertà ancora una volta garantita dalla rivoluzione tecnologica che sempre più avrebbe richiesto lavoro qualificato e creativo, ad alta mobilità, dinamico e flessibile. Il lavoro astratto e dequalificato era materia da lasciare ai manuali di storia. Persino una certa cultura post-operaista sempre attenta ai cambiamenti rimaneva incantata dalle novità che stavano intervenendo semplificando oltremodo il quadro generale e di conseguenza i percorsi per affermare un’alternativa.
La sinistra, invece, risultava incapace a darsi un orizzonte credibile di trasformazione, passava di sconfitta in sconfitta, perdendo credibilità, scivolando sempre più a destra, cooptata nel progetto liberista e sempre meno attraversata dai soggetti sociali e per questa via più incline a una profondissima burocratizzazione.

Generazioni tra ideologia e realtà
La distanza tra aspettativa, in particolare delle nuove generazioni, e realtà è andata progressivamente aumentando con un ruolo decisivo della crisi economica e sociale di questi ultimi anni. Un esempio che rende visibile questo processo è la spinta alla formazione che ha mosso milioni di giovani verso l’università e la contemporanea evoluzione quantitativa delle professioni.
Gli studenti universitari iscritti alla fine del ciclo di lotte degli anni Settanta erano ancora inferiori al milione, seppur in crescita continua dagli anni Sessanta. Dopo una frenata negli anni Ottanta le immatricolazioni riprendono a salire nonostante il continuo de-finanziamento del sistema formativo e l’impoverimento delle famiglie con reddito da lavoro dipendente. Una spinta profonda dovuta alla convinzione che il futuro e la mobilità sociale risiedano nell’accesso alla società della conoscenza. Eppure erano gli anni in cui la disoccupazione dei laureati e il boom dei fuoricorso avrebbero dovuto incrinare alcune convinzioni. Il picco si raggiunge nel 2005 (sfiorando i 2 milioni) anno di un’inversione di tendenza significativa dovuta a un calo delle immatricolazioni negli anni precedenti. Dal ’90 a oggi oltre 6.5 milioni di giovani frequentano o sono passati all’università, oltre il 10 % dell’intera popolazione italiana collocata oggi nella fascia di età che va dai 19 ai 39 anni. Nei paesi Ocse le cifre sono maggiori. A questi andrebbero aggiunti coloro che hanno investito nella formazione professionale al di là degli atenei, a partire dalla formazione in campo informatico.
Nel frattempo nell’evoluzione delle professioni non accadeva nulla di ciò che era stato ideologicamente prefigurato. Alla precarizzazione del mercato del lavoro e alla riduzione del salario si sommava una decisa crescita dei lavori dequalificati. E non solo in Italia. Come rilevato recentemente da Martin Ford nella classifica delle professioni americane al primo posto troviamo gli addetti alla vendita (4.374.230) seguiti dai cassieri (3.479.390), gli impiegati di ufficio (3.026.710), cuochi e addetti alla cucina (2.461.890), infermieri, manovali movimento terra, camerieri (sui 2.3 milioni ciascuno) addetti ai call center e pulitori (entrambe oltre i 2 milioni), ecc. Recentemente Krugman ha ripreso la tesi di Ford dalla pagine del New York Times spiegando come la macchina informatica riesca ad automatizzare lavori immateriali qualificati, mentre fa più fatica con vecchie professioni manuali come i camionisti, camerieri, cuochi e pulitori. Persino Richard Florida che da anni sottolinea l’ascesa di una nuova classe creativa non riesce con precisione a scorporarne la consistenza dalla ben più generica occupazione nei servizi.
E ancora. In Italia nel 2006 su 24.7 milioni di occupati, 7 milioni sono impiegati nell’industria e nelle costruzioni, 1 milione nell’agricoltura, 4.5 nel commercio, alberghi e ristoranti, 1.2 in trasporti e magazzinaggio, 1.35 sono badanti o svolgono altre attività in famiglia, 1.6 sono impiegati nell’istruzione, 1.1 nei servizi sociali e personali. I famosi servizi alle imprese sono inseriti in una categoria che comprende le attività immobiliari e arriva a 2.9 milioni. Sanità e assistenza sociale e altre attività della pubblica amministrazione insieme arrivano ai 3 milioni. Dati che non danno proprio l’idea di un boom del lavoro qualificato e ricco di conoscenze. Andando in profondità questa sensazione aumenta. Ad esempio i tecnici informatici, in senso stretto, nel 2005 erano 266mila poco più dei baristi (235mila) mentre i collaboratori domestici (1.2 milioni) sono i primi nelle previsioni di crescita, seguiti al secondo posto dagli addetti non qualificati ai servizi di pulizia.

Il famoso terziario, quindi, è sempre meno avanzato e sempre più dequalificato. I giovani sono coloro che più hanno impattato queste nuove tendenze. Interessanti a questo proposito i dati dell’ultima indagine di Almalaurea. Tra i laureati, che rimangono una porzione minoritaria di chi ha frequentato l’università, dopo un anno dalla laurea i lavoratori in nero crescono oscillando tra il 6 e il 9% sul totale dei laureati occupati. Il reddito medio dei neo-laureati è in diminuzione costante e oscilla leggermente al di sotto dei mille euro. A tre anni dalla laurea 1 su 4 dichiara che non sa che farsene del proprio titolo e delle capacità acquisite, mentre solo il 21,8% ritiene centrale il proprio titolo per la sua attuale occupazione di cui una cospicua parte solo per necessità “formali”. Il 46% dei laureati di primo livello e il 36% del secondo livello fa lo stesso identico lavoro antecedente alla laurea. Inoltre va considerato che psicologicamente non è facile dichiarare “ho studiato per niente”, dunque queste stime possono considerarsi ottimiste. Parliamo di occupati, perché il 25% è semplicemente disoccupato.
Sia chiaro, nella società italiana i laureati continuano ad avere maggiore occupabilità e un differenziale positivo di reddito, ma questa differenza è sempre più sottile e i nuovi laureati ci mettono sempre di più a trarre qualche vantaggio dalla propria formazione. Un vantaggio dovuto spesso al livello di inquadramento raggiunto piuttosto che alla qualifica del lavoro svolto.
I tassi di disoccupazione e precarietà, particolarmente rilevanti se guardiamo al complesso dei e delle giovani, segnalano la dimensione di una condizione semplicemente opposta a quella che fu promessa per decenni.

La percezione di sé
Come mai alcune tendenze come la minore utilità della laurea nella mobilità sociale (iniziata sul finire degli anni Ottanta) trovano riscontro nei comportamenti sociali (vedi il -13% nelle immatricolazioni tra il 2005 e oggi) solo dopo più di venti anni? Sicuramente l’università rimane una pur piccola speranza di salto qualitativo, ma c’è di più. Le ultime generazioni, anche al di là della formazione universitaria, hanno posticipato sempre più le proprie speranze dominate dall’ideologia della flessibilità e della società della conoscenza, atomizzati in un lavoro sempre più politicamente e socialmente frammentato. “Oggi faccio un lavoraccio, ma continuo a fare nuove esperienze, a formarmi con stages e master, specializzazioni e acquisizione di nuove abilità. Prima o poi il mio talento emergerà”. Questo pensiero è stato ed è molto comune dentro e fuori l’università. È ciò che ha messo in luce Richard Sennett ne L’uomo flessibile, dove dei giovani precari occupati in un forno semi-automatizzato, che rendeva ripetitivo un compito che un tempo avrebbe avuto bisogno di esperienza e conoscenza, si percepivano e si descrivevano come ceto medio e consideravano quel lavoro come transitorio. Transitorio verso il meglio, ma in realtà la stragrande maggioranza dei giovani americani quando cambia lavoro ne trova uno peggiore o pagato meno.
Fino a quando si può fingere? Sulla soglia dei quarant’anni le cose cambiano e la trasmissione sociale degli esempi di chi non ce la fa può diventare particolarmente veloce in epoca di crisi.
Questa crisi ha ulteriormente contribuito a demistificare una sorta di nuova profezia, incentrata sul carattere aperto e collettivo della società della conoscenza, caratterizzata da un regime di abbondanza anziché di scarsità, di economia del dono e di volontariato, dove il primato della reputazione e della condivisione mettevano all’angolo le regole dello scambio commerciale e della necessità. Non solo. Attraverso la rete sembrava fosse possibile estrarre una logica pura del mercato fatta di competizione perfetta e non asimmetrica. Un approccio che aveva al centro una tecnica avulsa dal contesto socio-economico, che non faceva i conti con il ruolo magnetico dell’economia di mercato, la sua capacità, col tempo, di cambiare di segno alle novità che possono rimetterne in discussione i fondamenti. Assorbendo e manomettendo pratiche collaborative, riaffermando i soggetti vincenti e quelli perdenti. L’informatica in questi anni si è diffusa socialmente, è diventata sempre più orizzontale, presente nel lavoro come nel tempo libero delle persone, ma non per questo è stata meno devastante l’attuale crisi economica e sociale, sottostando alle consuete regole del mercato, dei profitti, dell’eccesso di accumulazione. Crisi di sovrapproduzione si sono affermate anche nella new economy, il lavoro non ha ridotto il suo tasso di ripetitività e di semplificazione che ha consentito una decisa immissione di precarietà-sostituibilità. La rivoluzione tecnologica, dunque, non è esterna alle più complessive dinamiche socio-economiche dominanti nella società contemporanea.

L’ideologia contro se stessa
Esiste un settore dai contorni certamente sfumati che cerca un nuovo protagonismo e che dà vita a nuove e inedite dinamiche sociali. L’ideologia della società della conoscenza è il punto di rottura, ma anche di partenza della nuova insofferenza di massa, dell’elaborazione di chi non ce la fa.
Ecco che la rivendicazione parte dal reclamare esattamente quella società che non è stata realizzata. Una società che la tecnologia, le capacità, la conoscenza e la meritocrazia possono veramente rendere ecologica, democratica, ricca e liberata dall’alienazione del lavoro ripetitivo e comandato. Una società che viene rivendicata come possibile qui e ora, che non passa tanto per una rottura economica e dei rapporti sociali capitalistici, ma per una rottura con le norme, le corporazioni, le caste e le cricche (non a caso fenomeni editoriali) che impediscono il suo avvento quasi naturale. Una sorta di sogno negato che cerca se stesso riproponendosi in forme conflittuali. Se guardiamo ad alcune dinamiche comuni a fenomeni sociali diversi troviamo alcuni esempi contraddittori di questo lungo processo, della sua elaborazione, nelle sue potenzialità e nelle sue problematicità. La rete diviene oltre che una metafora di questo vissuto, anche luogo di esperienza concreta, di percezione di sé, addirittura di cambiamento delle attitudini cognitive per milioni di giovani e meno giovani, sintesi estrema di una realtà virtuale che non coincide con la vita, sia quando navighiamo che quando lavoriamo o studiamo. La rete non era anche il simbolo di un’orizzontalità comunicativa e democratica?
Per anni il dissenso si è manifestato attraverso movimenti dal modesto, se non addirittura inesistente, tasso di aggregazione e consolidamento. Tale fenomeno oltre che essere il risultato di una frammentazione e vaporizzazione dei legami sociali, delle scelte soggettive e delle sconfitte del movimento operaio, è stato anche il frutto di una certa ideologia della società della conoscenza che per anni ha annunciato come la connettività di Internet con la sua leggerezza coniugata con una certa capacità a saper “esserci” attraverso il cyberspazio era in grado di dare vita a un sistema più aperto e democratico dove tra l’individuo e la scelta da assumere non vi fosse intermediazione, ma neppure conflitto per il raggiungimento di un obiettivo. Dove la novità dello sharing (condivisione) e del peering (alla pari) venivano presentati come elementi di una palingenesi eccessivamente totalizzante, senza contraddizione alcuna. Come se l’antagonismo tra soggetti, classi, dispositivi di potere non esistesse. Lo strumento tecnico diventava la nuova pietra filosofale per la costruzione di una nuova ingegneria sociale e politica. La democrazia, la libertà, la giustizia sociale invece necessitano per la loro affermazione della fatica della partecipazione, dell’elaborazione comune, di un conflitto che nel suo svilupparsi riaggrega, trasforma, incalza i soggetti coinvolti. A questo proposito la rivendicazione e la pratica di una democrazia radicale, le assemblee interminabili degli indignados spagnoli, il rifiuto delle burocrazie, la voglia di sperimentarsi con forme atipiche di organizzazione sono forse il portato più importante e più ricco di potenzialità che attraversa una generazione e forse di più, che pone al centro una nuova pratica collettiva. Il rifiuto della burocrazia e di una democrazia rappresentativa può prendere la direzione di un rifiuto qualunque della politica, ma anche una nuova soggettivizzazione politica che abbia al centro l’idea dell’autorganizzazione e di nuove forme di democrazia diretta. Le stesse mobilitazioni nel mondo arabo parlano di Internet come di un’infrastruttura delle sollevazioni utilizzata dalle nuove generazioni, come dai sindacati illegali, non certo come dell’elemento risolutore.
Il problema resta, democrazia, antiburocrazia, ma anche insofferenza verso le forme permanenti di organizzazione anche al di là dei partiti. La leggerezza del web, l’individuo al centro che naviga linkando compulsivamente da una pagina all’altra sembra riproporsi parzialmente anche come pratica sociale di aggregazione. Maggiore comunicazione, più conoscenti, maggiore velocità, ma meno profondità nelle relazioni, molte delle quali si possono interrompere cliccando su spegni. La generazione del flash mob, del grande evento, descrive un universo di immagini forzate e forse un po’ astratte, ma che ci dicono qualcosa di alcune caratteristiche dei soggetti che hanno attraversato i controvertici, e le piazze di questi ultimi anni. Un’onda, molto emotiva, non troppo organizzata, molto radicale.
L’assenza di forme intermedie e permanenti di strutturazione di questa radicalizzazione è forse la caratteristica più complessa e problematica. Non è un caso che anche il piano elettorale a volte divenga terreno di manifestazione dello stesso disagio, l’importante è che il candidato sia appunto esterno alla burocrazia, alla corruzione che blocca il merito e la razionalità tecnologica che non ha bisogno di politica. Un po’ come Facebook e Google, nate nell’ideologia dell’apertura, dell’orizzontalità e del gratuito, e oggi nuovi monopoli del web e della comunicazione. Il populismo della rete trova alcune similitudini con il populismo politico. Il riaffermarsi di un personalismo politico è un termometro di questa tendenza. Ecco che Grillo, De Magistris, Pisapia e lo stesso Vendola, in forme diverse, possono apparire come “uno di noi” e in fondo anche il berlusconismo e la Lega nord hanno beneficiato a tratti della stessa dinamica.
La meritocrazia è un tasto importante di una parte di una generazione che vede negate le proprie aspirazioni perché crede semplicemente non venga riconosciuto il proprio merito. Per noi la meritocrazia ha un senso solo se viene dopo l’uguaglianza, il nuovo capitalismo nega però sempre più il merito, tende a trasformarsi in rendita guidata da una nuova aristocrazia. Un sentimento che può saldarsi con l’uguaglianza o negarla.

Abbiamo provato in questi appunti a descrivere alcune dinamiche che riguardano, come ampiamente segnalato, un settore e non il tutto della classe. Un settore dinamico, al “margine”, ma effervescente, forse il settore che più di altri paga la crisi e che più di altri può divenire avanguardia di fenomeni sociali di ricomposizione e nuova soggettivazione. Un settore non immediatamente anticapitalista, ma che pone rivendicazioni e aspirazioni certamente contraddittorie, ma non proprio compatibili con l’evoluzione di un capitalismo sempre più lontano dall’ideologia che aveva propagandato. Non è un caso che la piattaforma degli indignados sia evoluta rapidamente verso una direzione altamente condivisibile. Che fare? Crediamo che questa domanda meriti una riflessione collettiva che questo articolo prova solo a stimolare. La premessa d’obbligo è navigare in questo mare, valorizzarne gli aspetti e gli spazi di aggregazione (università, scuole, luoghi di lavoro, rete…) di maggiore potenzialità, che possono evolvere sul terreno anticapitalista, immaginare contenuti e forme organizzative che tengano conto di quanto abbiamo provato a descrive, immaginare nuovi punti di alleanza tra settori di classe diversi. Solo da questa molteplicità si può ripartire. Una nuova sinistra anticapitalista deve nascere dentro questa complessità.

* Autori del libro Capitalismo tossico con postfazione di Riccardo Bellofiore, Edizioni Alegre, Roma, luglio 2011.

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