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Siamo studentesse e studenti senza diritto ad immaginare un futuro, siamo precari perenni a cui dicevano “dovete fare la gavetta”, mentre ora questa sembra l’unica prospettiva di lavoro.

Siamo madri e padri esodati dai tagli alla spesa, dalle ristrutturazioni aziendali, a pochi anni dalla pensione, arrabattati tra lavoretti per riuscire a pagare affitto e bollette.

Siamo i migranti su cui viene giocato il ricatto del peggioramento delle condizioni di lavoro, liberi di lavorare come schiavi, ma imprigionati dal razzismo istituzionale quando si tratta di vivere.

Il 31 ottobrele segreterie locali di CGIL, CISL e UIL hanno indetto uno sciopero generale di 4 ore a livello provinciale. Lo sciopero è uno strumento di lotta, ma difficilmente gli 11mila licenziati sul territorio, potranno in qualche modo ledere gli interessi di un padrone che non hanno più, che se ne è già scappato all’estero con la borsa piena di soldi.

Bisognava muoversi prima e muoversi in modo diverso. Non ci sentiamo rappresentati dalle parole d’ordine dei sindacati confederali, dal modo in cui la loro strategia concertativa sta contribuendo ad una pace sociale che fa comodo solo agli interessi finanziari. Li riteniamo anzi parte del problema: sostengono le politiche governi illegittimi, gestiscono servizi esternalizzati dal pubblico e negano legittimità di lotta ad una massa di precari e disoccupati.

Siamo uomini e donne che trovano la dignità nel dire ciò che pensiamo, nel mettere le nostre vite davanti agli interessi dei profitti, nel criticare l’ordine costituito.

Il lavoro, nella società del produci-consuma-crepa, è sfruttamento, non è dignità.

Proponiamo, a chiunque sia disponibile a discuterne, la costruzione sociale di uno spezzone di base, conflittuale ed eterogeneoper la manifestazione del 31 ottobre.

Una giornata di lotta, non una semplice sfilata di bandiere, che provi a mettere insieme i soggetti che subiscono le prospettive di impoverimento e sfruttamento concepite dalla TROIKA e mantenute dall’obbedienza ai “governi tecnici”.

Vogliamo una giornata che non ponga al centro un concetto astratto ed inesistente di lavoro, ma anzi una radicale redistribuzione della ricchezza.

Un’inversione di tendenza che “faccia pagare ai ricchi” il prezzo della crisi e rivendichi con forza diritto al reddito e all’abitare.

Per uscire dall’orizzonte di miseria che ci stanno confezionando, dobbiamo provare a puntare in alto, rivendicando una moratoria generalizzata degli sfratti per morosità; un piano di edilizia popolare e di ripubblicizzazione dei beni comuni, con i soldi pubblici della Cassa Depositi e Prestiti (usati invece per salvare le banche); l’esproprio dei terreni da bonificare o invischiati in opere speculative; la difesa dei territori da opere contro l’interesse collettivo; l’applicazione dello IUS SOLI e la fine del reato di clandestinità per dire basta ai morti della guerra tra poveri prodotta dalla Bossi-Fini.

Uno spezzone empatico con le mobilitazioni greche e le piazze occupate in Spagna e nord Africa, che rifiuti l’Europa economico finanziaria del fiscal compact, per un’ Europa sociale dei popoli in rivolta.

La Boje! 20/10/13

Nei prossimi giorni, individueremo il luogo e la data per un’assemblea pubblica, da tenere non oltre la prossima settimana, in comune accordo con i singoli e i collettivi che intendono discutere questo appello.