Un contributo verso la manifestazione dei migranti del #13g

Distribuito durante il presidio MaiConSalvini del 22 maggio come foglio di controinformazione “Favilla”.

Nel testo abbiamo provato a smontare i punti principali su cui si costruisce la retorica razzista dei partiti che costruiscono consenso sulla pelle dei migranti. In conclusione abbiamo provato a riassumere su quali fronti le migrazioni pongono sfide ai movimenti e alle istituzioni rispetto l’estensione della cittadinanza e la partecipazione dei territori.

a cura di Favilla – CommuniaMantova

 

due

La migrazione è spesso oggetto di speculazioni ideologiche che quasi sempre pagano bene elettoralmente. Di fronte a qualsiasi fatto di ordinaria cronaca che riguardi i migranti, eserciti di giornalisti e addetti ai lavori dalla Lega al Pd fanno gara a chi riesce a piazzare la provocazione più roboante o la dichiarazione più socialmente spendibile per cercare di raggranellare facili consensi.
Il gioco è facile , partecipato da tutte le forze politiche che governano e che hanno governato e ha assunto molteplici forme da tanti anni. Basta spingere sugli istinti di pancia di lavoratori e disoccupati che stanno pagando di tasca propria il debito dei colossi finanziari europei per fornire elementari quanto false risposte al disagio economico che stiamo vivendo. Il meccanismo diventa semplice se supportato da  narrazione nazionale a reti unificate e a flusso continuo, che sciupa litri di inchiostro per esaltare l’incompatibilità dei migranti con i presunti crismi della cultura occidentale. Un motore a tamburo battente alimentato da tante organizzazioni politiche che spara a cadenze regolari aggiornamenti di cronaca nera sui migranti che colpo dopo colpo hanno costruito solidi immaginari in grado di stordire e disorientare un intero paese. Nella maggior parte dei casi supposizioni e disinformazione di parte erigono inossidabili certezze la dove non esistono fatti concreti, ma soltanto storture della realtà o suggestioni malevole di episodi.  In tal modo  illazioni elevate al rango di notizie ufficiali sedimentano in larghi strati sociali incrostazioni di paura. Il possesso e il controllo della comunicazione peraltro è di ricchi bianchi indirizzata a bianchi non ricchi. Non esiste mai a pensarci bene una versione, almeno per rendere un minimo di onore a al codice deontologico del giornalismo, un racconto seppur parziale dei migranti stessi.
Sentiamo la necessità di dover ricostruire pezzi di verità prima di poter esprimere una valutazione su chi asserisce di voler affondare le carrette del mare, piuttosto che sciorinare un insopportabile pietismo radical-chic in grado di produrre  solo effetti indesiderati di intolleranza sociale.
Tanto per cominciare vediamo di partire dall’aspetto recentemente più mediatizzato del problema. Gli sbarchi clandestini.
Nessun essere al mondo attraversa il deserto rischiando di morire di fame e sete, abbandona la propria famiglia e la propria casa, si consegna a trafficanti di schiavi pagando una somma che potrebbe equivalere a tutti gli averi a disposizione di amici e parenti per rischiare la vita su una carretta del mare o di morire soffocato dentro un container al solo scopo di perseguire il puro piacere di venire a rompere i coglioni al lavoratore italiano già afflitto dalla crisi. Si ipotizza con ogni probabilità che la fuga verso un mondo dove si produce ricchezza risponda alla necessità di dover scappare da guerre e carestie e cercare di poter inviare aiuti ai propri cari che si sono svenati per tentare la fortuna di un attraversamento verso l’Europa. Il movente è approssimativamente lo stesso che costrinse milioni di italiani a emigrare in America Latina e nelle miniere in Belgio per scappare dalla fame e dalle persecuzioni fasciste .

Aiutiamoli a casa loro. Di solito è il refrain utilizzato quando numerosi esponenti politici vogliono premiare il loro profilo umanitario per non intaccare il consenso patriottardo costruito sulla condanna e sull’intolleranza dei migranti. Rimane scontato che se una persona non trova miglior soluzione al proprio presente se non quella di recidere definitivamente i propri affetti e scappare verso un incognito futuro dove è facile trovare solo umiliazione e morte una qualche ragione razionale riconoscibile dal nord e dal sud del mondo ci potrebbe anche essere. Potremmo introdurre a questo punto l’importante elemento di sovranità dei popoli sulla gestione e sul possesso delle proprie risorse naturali. E’ semplice e imbarazzante segnalare che un efficace modo per aiutare un migrante a casa sua è di riconsegnare le ricchezze del sottosuolo al dominio pubblico di quel paese invece di far lucrare profitti postcoloniali alle occidentalissime e cinesi aziende multinazionali del petrolio, del gas, del farmaco e della filiera agricola. Tradotto per gli italiani sarebbe necessario che se Salvini se la sentisse di ripetere una dichiarazione di convinto sostegno ai popoli del sud del mondo per evitare che emigrino dovrebbe semplicemente ripubblicizzare Eni e con una moratoria sui profitti restituire tutte le privazioni di importanti energie del suolo ai legittimi governi dal medio Oriente all’Africa. Ma siccome  soprattutto nei teatri di conlitti bellici i primi a intervenire (così è successo sia in Afghanistan che in Iraq) e ad anticipare l’intervento militare dell’esercito italiano sono proprio gli ingengneri di Eni,  Salvini entrerebbe in  contraddizione con i poteri partecipati dal capitalismo italiano. Ovvio che risulta più semplice raccontare che per evitare stragi in mare è meglio prevenire consegnando merendine e bottigliette d’acqua ai popoli affamati dai profitti del capitalismo e fare leva magari sul pietismo umanitario cattolico.
Un altro efficacissimo sistema per “aiutare un migrante a casa” sarebbe quello di non regalare armi alle fanatiche falangi armate islamiche che tengono sotto scacco milioni di persone sotto le effigi della fede ma che in realtà spesso sono solo mercenari al soldo dei ricchi africani a loro volta in busta paga degli investitori occidentali. Mantenere instabili le strutture sociali di paesi afflitti dal colonialismo è un efficacissima garanzia di farsi i propri profitti senza dover pagar altro dazio che qualche favore ai potentati locali.
Un terzo suggerimento, senza scomodare le poco digeribili teorie sull’imperialismo potrebbe essere quello di respingere a furor di popolo le risoluzioni Onu che legittimano le opzioni belliche e ideologiche dei regimi che godono dell’appoggio e del rifornimento balistico dei paesi Occidentali come Israele e i ricchi sceicchi Sauditi. Potrebbe incredibilmente stabilizzarsi il quadro geopolico ed evitare gli esodi di milioni di persone.

tre
Il capitalismo europeo necessita di forza lavoro a basso costo. Esattamente come la produzione negli Stati Uniti si avvale di forza lavoro di Latinos provenienti dal Messico e di Maquilladoras oltreconfine, in Cina di lavoratori che emigrano dalla campagna con forti similitudini allo schiavismo, in Europa occorre, per garantire gli enormi profitti delle multinazionale massacrare salari e diritti di lavoratori indigeni e avvalersi di forza lavoro ricattabile e immediatamente disponibile. Questa nutrita schiera di disoccupati e sottoccupati alcuni decenni or sono veniva anche descritta da un signore con la lunga barba bianca esercito industriale di riserva. La conflittualità tra lavoratori migranti e indigeni per chi accetta di lavorare alla minore paga possibile per poter permettere al ricco padrone la quinta casa si nutre solo ed esclusivamente grazie al razzismo.

Il flusso costante di persone in cerca di lavoro in Europa è un dato strutturale un solido elemento non governabile dettato dalle condizioni economiche, politiche e sociali in cui il capitalismo occidentale è parte del problema. Il modello della fortezza Europa è costruito a partire dalle esigenze di creare una sacca di manodopera ricattabile che possa contribuire alla crescita delle marginalità di profitto della aziende Europee.
Il meccanismo è semplice. Milioni di persone arrivano in Europa quindi è bastato introdurre un principio in base al quale un individuo può rimanere a tempo determinato a lavorare entro i confini Ue mentre un altro anche se è già arrivato deve rimanere nel silenzio, in clandestinità a lavorare in nero, per contribuire ai profitti e allo sviluppo economico senza poter rivendicare alcun diritto e alcuna paga.  In questo modo hanno utilizzato una leva di scardinamento delle cosiddette rigidità che garantiscono un reddito e l’esercizio dei diritti conquistati con le lotte del secolo scorso che hanno liberato i lavoratori dello schiavismo dell’ottocento. Ecco quindi che viene regolarizzata  una parte di migranti mentre l’altra rimane consegnata a vivere nella paura di essere espulsa. La partitura per quote di un flusso costante di migranti è stata scientificamente progettata per essere inferiore alle reali necessità persino quando non stavamo attraversando la crisi economica che oggi viviamo. In pratica alcuni anni fa se a Confindustria occorreva introdurre una forza lavoro di un milione di migranti le quote formali per rientrare in possesso del permesso di soggiorno regolare veniva fissata a 500 mila unità in modo da avere mezzo milione di migranti clandestini. Per mantenere funzionale questa architettura politica occorrono strutture propedeutiche all’espulsione della manodopera in eccesso (i c.i.e.) e un esercito (Frontex) che respinga le eccedenze del sistema produttivo prima che arrivino e un pacchetto di leggi varate dai governi nazionali che possano legiferare l’incipt delle poliche migratorie europee. In Italia la Turco-Napolitano per prima ha introdotto e reso esecutivo il principio di vincolare la presenza di un migrante a un regolare permesso di soggiorno relegando milioni di persone nella paura e nel ricatto. Ci ha pensato poi la Bossi-Fini a inzuppare di razzismo istituzionale con decentramento dei poteri alle questure un ossatura legislativa razzista che ha per anni fatto lucrare ai capitalisti europei.

Quindi sarebbe il caso di iniziare a chiamare le cose con il loro nome. La Lega e tutta la destra sono servi dei capitalisti. Sono autori e complici di un sistema economico che ha smantellato i diritti conquistati e lo stato sociale per come lo abbiamo conosciuto e conquistato come sinistra rivoluzionaria e conflittuale. Hanno stabilizzato meccanismi di ricatto e sfruttamento per garantire profitti a chi ha già i milioni e si ergono a paladini dei diritti di quelli a cui li hanno privati fomentando odio e razzismo. Un razzismo necessario a giustificare una guerra tra poveri, come già detto, in cui quella che abbiamo conosciuto come lotta di classe si è spostata su un piano di lotta razziale a bassa intensità, in cui i confini geografici accomunano Marchionne a un lavoratore italiano che lavora a 3 euro all’ora per Expo da una parte e dall’altra lo sceicco che si compra Alitalia e sostiene l’Isis accomunato con il magrebino che non sa come portare a casa il pane e si affida all’intervento sociale degli estremisti islamici. Una relazione di potere già vissuta nel nostro paese durante il ventennio.

Le esternazioni sui profughi e sui migranti dalla Lega a Sel, rientrano in un quadro di stabilizzazione di un sistema che opprime, sfrutta e produce ineguaglianze e ingiustizie. Non passa alcuna distinzione di contenuto tra chi dichiara di respingere i barconi con un blocco navale e di cacciare gli immigrati e chi invece propone un accompagnamento dei barconi a trenta chilometri dalla costa Italiana, seguendo le direttive del progetto Triton, per essere poi congelati in un Cara o in un Cie in attesa di una imminente espulsione.
Sono solo modificazioni formali di una prassi politica che non si vuole in alcun modo mettere in discussione. Alcune risultano indigeste e cariche di odio, altre più umanitarie e tolleranti, in base agli appetiti elettorali cui si rivolgono, ma entrambe non modificano di una virgola la sostanza, perché modificare la sostanza presupporrebbe scontrarsi con gli interessi di chi detiene l’economia europea.

Occorre pertanto per far fronte sicuramente all’emergenza di una condizione di fuga di civili da conflitti ma occorre dire con altrettanta chiarezza che se non si cancella il vincolo giuridico che relega un cittadino del mondo allo stato di regolarità non si risolve. Per questo sosteniamo che una moratoria legislativa che ponga una sanatoria per tutte e per tutti subito e  la possibilità di permanere nel suolo europeo con un permesso incondizionato di alcuni anni sia l’unica soluzione possibile per affrontare un dramma umanitario, un problema sociale esplosivo e per zittire lo sciacallaggio politico che si è prodotto sui fondi dell’Ue dedicati all’accoglienza. Occorre recuperare e mettere a valore una solidarietà internazionale con tutte le organizzazioni, piccole o grandi che siano che lottano contro i sorprusi, anche in occidente per la restituzione del diritto ad autodeterminarsi.
Occorre diffondere riprodurre a livello sociale una lettura di classe di un problema spacciato come razziale. E’ un compito arduo perché giocato senza armi pari, ma che può avere imprevedibili accelerate nelle conflittualità autorganizzate dai migranti (la gru di Brescia, la rivolta di Rosarno, eccetera)
Il percorso riavviato dalla call di bologna per una mobilitazione nazionale rimane un buon punto di partenza così come va proseguito un percorso coraggioso da affrontare senza paure su terrorismo e culture dopo l’attentato di Parigi. Non dobbiamo ergerci a paladini della verità con lenti occidentali, ma impegnarci per restituire il protagonismo a chi sta compiendo eroiche lotte di emancipazione contro sistemi opprimenti.