Sabato 16 febbraio presenteremo Jacobin, una rivista uscita da poco, ma già strumento indispensabile per orientarsi in una realtà sempre più incomprensibile.

Parleremo con Giuliano Santoro, redattore della rivista e giornalista, dell’impatto dei processi culturali, televisivi e dei social media sulla politica e sulla società italiana negli ultimi 20 anni.

Quando e come sono germinati il culto dell’uomo forte, l’odio per i poveri, il rinnovamento delle ipotesi sovraniste?

Come possiamo invertire la tendenza e ricostruire un discorso capace di parlare alle diverse oppressioni che compaiono … e a farle comunicare in un processo che produca un riconoscimento reciproco?

A seguire l’editoriale di lancio della rivista edita da Edizioni Alegre.

“Avvenne Domani”

Redazione Jacobin Italia

Ecco l’editoriale del primo numero di “Jacobin Italia”, dal 15 novembre in libreria. Gli abbonati possono scaricare il pdf e leggere i singoli articoli facendo il login con la propria password.
È il sogno di ogni impresa editoriale, quello di raccontare anzitempo il futuro prossimo. Questa rivista non coltiva ambizioni talmente magiche ma si getta in un’impresa altrettanto ambiziosa. Nel tempo claustrofobico del passato rimosso e manipolato, del presente eterno e inafferrabile, del futuro da incubo dobbiamo tornare a immaginare l’avvenire. Il poeta diceva che «il futuro non è ancora scritto» e siccome non vogliamo metterci in fila e aspettare che le prossime pagine del nostro destino siano una copia ancor più brutta del presente, vogliamo scrivere capitoli inattesi e spiazzanti.

Assieme alla testa di Luigi XVI, i protagonisti della rivoluzione francese decisero di afferrare i tempi nuovi cestinando il calendario ereditato dal vecchio mondo. Il 1793 è spirato prima del tempo, a settembre. Poi ha lasciato spazio all’anno II della nuova epoca rivoluzionaria. La ghigliottina ha tracciato un solco, c’è stato un prima e un dopo della rivoluzione. La scelta esprimeva l’utopia fondata sulla ragione al posto di superstizione e fatalismo, ma oggi questa possibilità sembra distante. Il calendario alludeva alla possibilità di lasciarsi indietro il fango e il sangue dell’oppressione. L’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle si è accaparrata una specie di monopolio simbolico sulla speranza e in fondo sull’idea stessa di futuro. È per questo che, contro ogni evidenza, si dicono portatori del «cambiamento». Il loro governo va in direzione opposta a quella che auspicheremmo, ma senza battere un tempo nuovo, lo spirito offensivo dei gialloverdi rischia di farci apparire in posizione difensiva.

Per prendere appunti di futuro cominciamo da una presa d’atto, cruda e persino banale nella sua spietatezza incontestabile. Il paese che ha dato vita al partito comunista più grande d’Occidente e che è stato un laboratorio per i movimenti sociali e il pensiero critico è diventato un paese senza sinistra. Si tratta di un’anomalia o piuttosto di un laboratorio? David Broder e Francesco Strazzari ci aiutano a relativizzare la questione parlando della crisi italiana dentro la più generale trasformazione della politica. Tutto questo quando ha avuto inizio? Anche qui, parlare di tempi e cicli, significa affrontare più livelli. Per Giuliano Santoro il decennio chiave, che ha saldato la rete alla televisione facendo dilagare l’egemonia dello spettacolo che ha spianato la strada alle destre, sono gli Anni Zero. Per Marta Fana e Giacomo Gabbuti, bisogna andare indietro di almeno trent’anni: il declino economico comincia con gli anni Novanta del secolo scorso. In questo paese ci tocca, come sottolineiamo in copertina, vivere. Lo abbiamo davvero fatto al di sopra delle nostre possibilità, abbiamo dunque qualche colpa da espiare? Dati alla mano, Marco Bertorello e Danilo Corradi discutono il dogma del debito.

Vivere significa anche lavorare, amare, lottare. Qui i piani della produzione e della riproduzione si incrociano. Francesca Coin e Piero Maestri entrano nelle viscere di una di quelle che enfaticamente vengono definite «fabbriche 4.0» e scoprono che il lavoro è fatto di ritmi infernali e ricatti continui. Sara Farris e Sabrina Marchetti ci conducono tra le catene di montaggio invisibili delle fabbriche affettive del lavoro di cura. Girolamo De Michele ragiona della scuola e della mutazione antropologica del lavoro dell’insegnante. Giacomo Gabbuti e Lorenzo Paglione affondano lo sguardo sulla questione, spesso usata strumentalmente dai nostri nemici reazionari, della demografia. Anche emigrazione e immigrazione, al tempo delle identità meticce, si incrociano. Simone Fana e Francesco Massimo riflettono sulla composizione della nuova ondata migratoria dall’Italia. Alberto Prunetti racconta in prima persona la sua storia di migrante italiano. Assia Petricelli e Sergio Riccardi raccontano a fumetti la storia di Soumaila Sacko, il sindacalista maliano ucciso nelle campagne di Rosarno. Non pensiate che la crisi della politica tradizionale (di assenza di sinistra parla Alessandro Robecchi) abbia cancellato i conflitti: Salvatore Cannavò e Lorenzo Zamponi percorrono l’Italia a volo d’uccello, interloquendo con alcuni dei protagonisti delle insorgenze degli ultimi tempi.

Avrete notato come nel paese senza sinistre le parole abbiano cominciato a perdere di senso: si parla di beni comuni, reddito o cambiamento in modo del tutto sganciato dalla realtà materiale. Noi pensiamo che anche il vocabolario sia un campo di battaglia, per questo cominciamo a lanciare qualche sasso nel pantano linguistico del potere e a riprenderci qualche parola-chiave.

In queste pagine non troverete alcuna requisitoria contro chicchessia. Non è compito nostro e non ci interessa giudicare, per di più con in tasca il proverbiale senno del poi, che cosa i partiti o i movimenti del passato avrebbero dovuto fare per evitare la crisi in cui ci troviamo. La ghigliottina serve anche a darci un taglio con alcune vecchie consuetudini e imporre alcune linee di divisione. La lotta per l’avvenire parte dall’avvenire stesso, dalle alternative che bisogna costruire e non dal rimuginare sulle sconfitte. Ciò non toglie che siamo nani sulle spalle dei giganti, e che la nostra storia si riallacci a una lunga sequenza di lotte, di rivoluzioni, di tentativi di creare un nuovo mondo.

La rivista che avete tra le mani è sorella della rivista statunitense Jacobin, il cui direttore e fondatore Bhaskar Sunkara dialoga con Giulio Calella. Ospiteremo in ogni numero una scelta degli articoli pubblicati dai nostri compagni d’oltreoceano. Per cominciare ci occupiamo del decennale della crisi economica del 2008. Cominciando da una sequela di foto segnaletiche messa insieme da Meagan Day. Sono tutti villain, i cattivi dei fumetti che qui diventano personaggi reali e spietati affamatori. Il testo risponde a una domanda che pochi si pongono: che fine hanno fatto gli apprendisti stregoni della finanza tossica? Segue una rassegna, a cura di Eileen Jones, sul modo in cui la grande crisi ha cambiato le storie che popolano il nostro immaginario cinematografico e televisivo. Infine, un articolo sui limiti dell’Unione europea nell’ultimo decennio, a firma Ronald Janssen, e un corposo saggio di Mike Beggs sull’economista socialista Hyman Minsky e la sua teoria dell’instabilità finanziaria.

Last but not least, nel paginone centrale Wu Ming 1 racconta la storia dei giacobini neri, protagonisti della rivoluzione dimenticata di Haiti. Al contrario dei loro avversari francesi, quei ribelli ebbero il coraggio di porre la scandalosa questione della proprietà. Ecco perché li ricordiamo omaggiandoli con la nostra testata.