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LIBERARSI DAI CONFINI

Appello della RETE ANTIRAZZISTA MANTOVA per manifestare il 25 aprile contro le guerre, il terrorismo e la chiusura delle frontiere.

Le terribili immagini della metropolitana di Bruxelles lacerata dalle bombe assomigliano non solo a quelle degli attentati del fondamentalismo dell’ISIS in Africa e Pakistan, ma anche a quelle sulle conseguenze dei bombardamenti occidentali (e dei suoi regimi alleati) sulle città della Siria.
Quelle bombe aiutano tanto Daesh a reclutare tra la frustrazione degli islamici che vivono in Europa, tra la marginalità e l’assenza generale di programmi di solidarietà sociale, quanto la destra nazionalista e razzista che, chiedendo la chiusura delle frontiere e “welfare patriottici”, non fa altro che sostenere i programmi di riduzione generalizzata della spesa pubblica pretesa dalla grande finanza.
Le domande dei migranti fermati dai confini di filo spinato che stanno moltiplicandosi, non interrogano semplicemente un senso di solidarietà sociale europeo ormai sovrastatato dalla precarizzazione di milioni di poveri europei, ma sul ruolo dell’occidente nel mantenere i propri privilegi devastando un mondo stravolto dalle disuguaglianze economiche e dalle crisi ambientali.
L’accordo con il criminale governo della Turchia, che riceverà 6 miliardi di euro in due anni dall’UE, per segregare i migranti nei paesi confinanti e i frequenti scambi commerciali con l’Arabia Saudita (epicentro delle letture ortodosse dell’Islam), sono solo le ultime dimostrazioni di come i governanti europei siano totalmente responsabili di questo clima di terrore.
Cosa c’è meglio del terrore e delle leggi speciali per governare un’Europa in cui aumentano i licenziamenti, si eliminano diritti sociali ottenuti con decenni di lotte e si privatizzano la scuola e la sanità, rendendole meno accessibili ?
Non esiste nessuna separazione tra NOI e LORO basata sul colore della pelle, sulla religione o sulla cittadinanza. Esiste invece una separazione netta tra chi sostiene guerre e disuguaglianze, come i governi europei, l’ISIS e la destra, e chi, impoverito e marginalizzato, migrante o nativo, lotta per redistribuire la ricchezza che pochi stanno accumulando e la libertà di muoversi liberamente nel mondo.

Non possiamo più pensare che la chiusura delle frontiere e la riduzione dei diritti di tutti, siano questioni secondarie e sconnesse. Anzi sono l’asse centrale per i potenti per costruire una lotta tra poveri che gli permette di accrescere tranquillamente, sulla nostra pelle, le loro ricchezze.

Per questo pensiamo che non ci possa essere LIBERAZIONE senza una forte mobilitazione che chieda, insieme ai migranti e ai richiedenti asilo, l’apertura delle frontiere, un nuovo sistema di solidarietà sociale europeo e l’opposizione ad ogni guerra e terrorismo.

Le briciole della giustizia e il filo di una memoria interrotta

Marghera 1998. Inizia il processo Montedison. Il pm Felice Casson deposita una richiesta di condanna per 185 anni  ai danni dei dirigenti del colosso della Chimica. Alcuni mesi dopo l’avvio del processo per i morti da CVM (Cloruro di vinile Monomero),  le aziende proposero un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti e sborsarono circa 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Questo servì a fare in modo che alle udienze non vi fosse più pubblico perché i mezzi di informazione e gli stessi giudici erano impressionati dalla folta partecipazione del pubblico al dibattimento. Il processo proseguì perché alcuni lavoratori , tutte le associazioni e i sindacati e gli enti pubblici ( Stato,Regione,Provincia,Comune) non accettarono indennizzi, purtroppo però l’aula bunker di Mestre si svuotò e i giudici si trovarono di fronte solo lo stuolo di avvocati della difesa e i pochi dell’accusa e qualche sparuto cittadino. Solo per la sentenza finale l’aula bunker si riempì di nuovo (dal sito ass. Gabriele Bortolozzo).

Mantova 2016

Apprendiamo dal giornale la notizia della decurtazione della pena per gli imputati delle morti al petrolchimico di Mantova. Dimezzamento delle pene e non è ancora finita. 72 morti di questa città, in realtà molti di più perché 72 sono solo quelli che si sono costituiti parte civile nel processo. 72 morti per esposizione a stireni e benzeni, fenoli e cloruri con conseguente insorgenza di mesotelioma, malattie cancerogene e tumorali che hanno ucciso forse centinaia di cittadini. Per la prima volta nella storia, si felicitava il pm Condorelli, nella sentenza del 2015, è stata riconosciuta la correlazione tra i tumori del sangue e l’esposizione al benzene, motivo per cui sarebbero state risarcite le parti sociali e alcune delle famiglie colpite. Non è mai stato però riconosciuta la rimozione dolosa dei sistemi di protezione per la salute.

Più o meno suona così: 40 anni fa Montedison lucrava giganteschi profitti facendo lavorare per circa vent’anni (dalla fine degli anni 70 alla fine degli anni 90) migliaia di operai in condizioni di estremo pericolo per la salute, a contatto con sostanze mortali e senza alcuna protezione. L’hanno fatto coscientemente, tacendo i rischi e omettendo precauzioni, perché i dirigenti di Eni sapevano, ma siccome non ne era comprovato il pericolo, hanno agito intascando montagne di miliardi di vecchie lire, sprezzanti delle conseguenze legali. E questa città ha subito le morti perché tante e tanti di noi hanno assistito a familiari, amici o conoscenti che hanno esalato l’ultimo respiro nel reparto di oncologia o  in altri  in cui l’insorgenza tumorale ha semplicemente accorciato la vita strappandoceli via prima.

A distanza di vent’anni, dopo minuziose ricostruzioni e inchieste la giustizia è capace di attribuire una parziale colpa ai dirigenti di Eni, di riconoscere formalmente quanto era ovvio e di sentenziare pene alle parti accusate passando in media dai dieci anni richiesti dall’accusa ai due sentenziati oggi, in un processo che ancora si deve chiudere. Il quadro è frustrante e potrebbe tranquillamente essere un argomento per imprecare al bar su quanto sia corrotto il mondo in cui viviamo.

C’è però un aspetto che lascia sgomenti più di altri, che fa sentire impotenti di fronte a quella che tutti noi chiamiamo INGIUSTIZIA. Delegare a una giustizia che si muove solo sulla monetizzazione degli interessi (e la supercorazzata Montedison di difensori ha agito bene) e rimanere spettatori passivi di sentenze. Talmente passivi che in venti anni di processo ci si dimentica di chi e di cosa si sta parlando, l’argomento non si tramanda tra generazioni e siamo rimasti schiacciati tra l’impotenza e l’omertà. Come se a forza di tirarlo avessimo spezzato un filo di memoria sicuramente doloroso, ma pur sempre un filo che ci appartiene. Forse è il caso di ammetterlo. E’ anche un po’ colpa nostra, di non aver affollato le aule durante i processi, di non aver presidiato e difeso ciò che noi chiamiamo  giustizia sociale, di non essere stati capaci di mantenere viva la tensione necessaria perché il dibattito rimanesse di dominio pubblico e di rivendicare i diritti e le vite calpestate. La storia e l’Italia sono piene di morti per amianto, benzeni e persino morti per uranio impoverito. Tuttavia solo quando la rabbia si organizza, l’ingiustizia prende la forma dell’istanza sociale e diventa collettiva, quando cioè ritorna protagonista la politica, allora la giustizia ha il giusto contrappeso. Perché dobbiamo smetterla di illuderci che un’entità sovra-determinata, basata su una costituzione scritta quattro generazioni fa, possa garantire una democrazia vera. Quell’entità viene alimentata con i soldi, è composta e diretta da persone appartenenti ai ceti più elevati, è onerosa e solo chi ha ingenti disponibilità finanziarie può permettersi di comprare le migliori garanzie di tutela dei propri interessi: la magistratura non è mai stata di sinistra.

Il resto lo fa la politica e la lotta sociale. E’ un insegnamento della storia: sono i rapporti di forza ad interpretare le leggi. Purtroppo da alcuni decenni vincono solo i più forti, sia perché la sinistra è diventata complice dei poteri forti, sia perché due generazioni hanno fatto buon viso a cattivo gioco per qualche spiccio che gli è stato infilato in tasca.           

Pensiamo che le parti sociali e le organizzazioni politiche avrebbero dovuto e potuto giocare quel ruolo importante di  saper trasmettere una storia ai giovani, di identificare un abuso, delimitarne i soggetti che l’hanno provocato, difendere gli interessi collettivi (la salute e l’ambiente in cui viviamo per esempio) e la tutela di chi è stato colpito da vicino da un lutto. Invece possiamo solo limitarci a constatare la loro totale complicità e responsabilità quando non si affonda piuttosto nel buio dell’ignoranza.
Un indignazione che speriamo possa almeno innescare un rigurgito di critica e distanza da chi ancora oggi, nonostante tutto, insiste sul barattare la salute per un piatto di lenticchie.
Non bastavano le sostanze aromatiche che abbiamo  inalato, i rifiuti di Seveso arrivati a Mantova e mai ripartiti, i cloruri della ex-Burgo, le micro polveri dei Turbogas di Burchiellaro, etc..       No oggi abbiamo una Versalis (gruppo ENI) in cui solo pochi giorni fa è andato a fuoco un reparto e oggi minaccia un’uscita di scena indenne con una cessione al fondo americano Sk Capital Partners.

Questo scenario prelude al trasferimento altrove dei propri profitti e un’ equazione in cui per cinquant’anni hanno macinato cifre astronomiche, hanno ucciso dei nostri cittadini, intossicato acqua e terra e un piano di riparazione del danno ambientale a carico della fiscalità pubblica.

Quattro chilometri più in là c’è l’ipotesi di una riapertura della ex-Burgo, con il nuovo inceneritore preteso dal gruppo Pro-Gest e il conseguente aumento di emissioni di micro polveri, in un’aria già satura di sostanze inquinanti. Ancora oggi, nonostante una storia macabra abbia permeato intimamente la nostra città, sono in tanti a sostenere un capitalismo che massacra ambiente e vite umane in cambio di pochi denari. E’ stomachevole trovare in quella schiera alcuni soggetti che rappresentavano l’opposizione al turbogas 15 anni fa. Oppure da chi fa sindacato a targhe alterne, solo quando deve riaffermare il suo ruolo nelle sedi della concertazione, in questo caso totalmente dipendenti dagli interessi dell’imprenditore della carta Zago.

Le nostre vite valgono più dei loro profitti.

La lotta dei Facchini di Viadana – Una storia di tutti

Hanno bloccato i cancelli della Composad per oltre sei giorni in modo continuativo. Tir bloccati giorno e notte e produzione ferma. Erano anni che una lotta operaia non irrompeva nello scenario dell’inesorabile declino del manifatturiero nella nostra provincia facendo emergere il protagonismo di chi la crisi la subisce. Composad è un’azienda della multinazionale del truciolare Gruppo Saviola che si estende in diversi stabilimenti nel Viadanese e non solo. La maggior parte dei dipendenti sono stati scorporati dall’azienda e appaltati a diverse cooperative, così che le responsabilità salariali e di diritti della forza lavoro non potessero ricadere sotto diretta responsabilità aziendale. Ma fin qua nulla di nuovo, in fin dei conti la legge Treu che introdusse la possibilità di affittare forza lavoro aveva esattamente questa funzione.
Succede che i lavoratori delle cooperative hanno rivendicato il diritto di lavorare sotto le tutele e con le paghe del CCNL di categoria, al pari dei loro altri colleghi che svolgono lo stesso lavoro,  invece di essere codici usa e getta in mano a speculatoti di manodopera. A portare avanti tale istanza si incarica una piccola ma combattiva organizzazione sindacale, ADL Cobas che dopo innumerevoli richieste di trattare con l’azienda e altrettanti puntuali dinieghi decide di alzare il livello del conflitto e di bloccare i cancelli della Composad. Perché nessun incontro è stato possibile? Semplicemente perché AdL Cobas, nonostante il vero consenso e l’ adesione tra i lavoratori, non fa parte di una delle sigle stipulanti il CCNL di categoria. Andrebbe specificato, per onor di cronaca che Cgil-Cisl e Uil hanno riscritto alcuni anni fa, insieme alle parti padronali, dopo le incalzanti lotte degli autoferrotramvieri e del sindacalismo di base, le leggi sulla rappresentanza, auto-legittimandosi a essere sindacati unici e rappresentativi dei lavoratori in quanto parti stipulanti dei CCNL. La stessa cosa, in sostanza, che nei metalmeccanici hanno fatto Fim e Uilm a danni della Fiom. Una trappola per i lavoratori confezionata nel 1994 e con varie riscritture fino al 2014 ha garantito alle sigle confederali di poter avere addirittura il 33% della rappresentanza d’ufficio anche se non hanno alcun iscritto tra i lavoratori.
Oggi il presidente del gruppo Saviola ha dichiarato la chiusura dello stabilimento e la messa in CIG a zero ore per i dipendenti delle cooperative, additando le responsabilità delle mancate commesse ai blocchi dei camion.  Ora le parole vanno anche pesate. Per richiedere anche solo la CIG occorre presentare un bilancio che evidenzi come la crisi abbia determinato le condizioni di mancanza di commesse (ma non pare il caso dal momento che lo stesso presidente lamenta l’ammanco economico determinato dai blocchi) e ancora di più per dichiarare una chiusura di stabilimento o un istanza di fallimento occorre portare i libri contabili in tribunale. Il tutto per non voler aprire un tavolo di trattativa con le parti per il rispetto del CCNL e sulle trattative di secondo livello.
Diversamente è una lotta che si ripropone in termini ottocenteschi, in cui l’arroganza padronale, pur di non riconoscere quanto legittimamente sostenuto dai lavoratori minaccia la chiusura per rappresaglia, che pare abbia intenzione di seguire il consiglio di qualche affermato azzeccagarbugli, per chiudere lo stabilimento di Composad, magari trasferire la produzione in un altro stabilimento limitrofo del gruppo Saviola e punire gli “schiavi” che si sono ribellati.
Già lo scorso anno di fronte ad un’altra cooperativa che era scesa in picchetto contro le condizioni di sfruttamento interno, si era registrato a Viadana il riconoscimento delle tredicesime nelle buste paga dei lavoratori delle aziende confinanti, per paura che nascessero altri focolai. Che la lotta paghi lo sappiamo bene, e questa è una vera che parla di tutte noi e di tutti noi.
L’importante è scegliere da che parte stare.

Spazio Sociale La Boje!

Favilla – CommuniaMantova

PILLOLE DI ANTIRAZZISMO: CHI SONO I RAZZISTI E COME FUNZIONA IL SISTEMA DELL’ACCOGLIENZA

Chi è “Mantova ai Virgiliani”?
É una sigla creata da Forza Nuova, organizzazione neofascista, che sta provando a darsi legittimità e inserimento sociale sfruttando l’allarme mediatico dell’arrivo di migranti e replicando in ogni città questa formula (ad es. Brescia ai bresciani, Verona ai veronesi etc.).
Nonostante il tentativo di definirsi come comitato apartitico che ammicca al mondo ultras mischiando nazionalismo e “colori” cittadini, la regia è chiaramente legata agli esponenti locali del partito dell’ex terrorista nero Roberto Fiore.
A questi si sono aggiunti i naziskin legati ai gruppi veneti, alcuni ragazzi raccolti attorno al leader della band nazi-rock (Acciaio Vincente), resisi protagonisti di minacce, aggressioni e mitomanie (ascoltare le canzoni per credere).
Oltre a questo panorama nel “comitato apartitico c’è ben poco, basta scorrere i “mi piace” della loro pagina Facebook per scoprire la galassia neofascista del nord Italia, o riprendere i video della prima uscita alla Virgiliana dove il coordinatore di Forza Nuova del nord Italia (Luca Castellini) coordinava fascisti provenienti da Bergamo, Verona, Brescia e Cremona.
Un comitato che vorrebbe restituire Mantova ai mantovani si è presentato al territorio facendo  gestire la manifestazione a persone venute da fuori (che dei virgiliani sanno ben poco) e utilizzando media nazionali (nel quartiere Virgiliana erano presenti le telecamere di Sky e Rete4) che si ingrassano su problemi su cui servirebbe approfondimento.
Non è che c’è chi sfrutta Mantova solo come vetrina su cui farsi pubblicità?
Oltre a tutto questo ci teniamo a ricordare che le città sono più sicure senza fascisti, come mostrano le implicazioni di membri di Forza Nuova, Veneto Fronte e Casa Pound in diversi episodi di aggressioni premeditate ed omicidi, nel 2006 ad Ostia e nel 2008 a Verona, ai danni di Nicola Tommasoli colpevole di aver rifiutato di offrire una sigaretta.

Emergenza immigrazione?
Negli ultimi mesi sono arrivati in Europa 310mila migranti (1 ogni 300mila abitanti dell’Unione Europea) un pò pochi per parlare di invasione, soprattutto se pensiamo che le nostre economie beneficiano di accordi commerciali (di materie prime) vantaggiosi rispetto diversi paesi di provenienza. Rispetto a questo argomento pensiamo sia sbagliato differenziare tra “chi scappa dalle guerre”(rifugiati) e “chi scappa dalla povertà”(migranti economici), come fa la Merkel insieme a diversi esponenti politici di “governo”, poiché i confini sono estremamente labili ed entrambi i processi sono figli del neocolonialismo economico e politico dell’occidente verso il sud del mondo.
Venendo ai “35 euro giornalieri” vorremmo ricordare che questi soldi sono percepiti dalle strutture e dalle cooperative ITALIANE che ospitano i migranti (che ricevono unicamente 2,50euro/giornalieri di pocket money). I soldi sono prelevati da fondi pubblici (uno Europeo e uno italiano) a cui contribuiscono in gran parte gli stessi migranti con le tasse di rinnovo dei permessi di soggiorno.
Secondo voi gli stessi governi europei che hanno bruciato miliardi di euro di denaro pubblico per salvare le banche private dopo la crisi del 2007/08, sono disposti a “buttare” i soldi per i profughi o sotto c’è qualche interesse?

Quali soluzioni?
Nonostante Forza Nuova continui ad affermare “stop business accoglienza”, sembrerebbe che le loro motivazioni siano dettate da una visione gerarchica delle razze/etnie e da una preservazione dell’Europa “bianca” e “cristiana”. Posto che entrambe le tendenze sono smentite dalla storia e dalla scienza, queste vanno a formare ciò che viene comunemente denominato “razzismo”. Dalla Lega ai neonazisti usano questo approccio un pò perché ci credono, un pò perché sanno che, come il tifo tra squadre, può aggregare la rabbia dei disoccupati o impoveriti nati in Italia.

Perché altrimenti protestare contro i profughi quando è evidente che non sono loro a guadagnare da questo sistema di accoglienza varato quando Maroni era Ministro dell’Interno?

Non sono i profughi a togliere Mantova ai virgiliani quanto le banche, gli imprenditori che trasferiscono capitali all’estero, le imprese che prima inquinano e poi delocalizzano, tutte persone benestanti, bianche e magari pure “virgiliane”.
Guardando i livelli di reddito e di accesso ai diritti però sembrerebbe che gli italiani poveri abbiano molto più in comune con i migranti che con gli italiani ricchi, che sfruttano entrambi. Il modello di accoglienza europea scarica i costi sul sud europa, fa guadagnare i privati (dell’accoglienza e del settore militare) e crea una manodopera a buon mercato e disposta a tutto. É giunta l’ora di considerare le migrazioni come un punto di partenza per una lotta che chieda: maggiori diritti sociali per tutte e tutti; garanzie di reddito e di lavoro; la fine della gestione a terzi (qua le cooperative) dei servizi sociali (non solo accoglienza, ma anche scuola e sanità).

…IN PILLOLE…

INVASIONE? arrivate 121mila persone (= 0,2% popolazione italiana)

SOLDI PER MIGRANTI? i 40 euro vanno a coop e alberghi italiani, la maggior parte dei soldi vengono da tasse rinnovo permessi di soggiorno

LAVORO? non rubano il lavoro, ma anzi vengono sfruttati in settori come agricoltura, dove solo una lotta comune potrà portare a diritti e salari più alti.

CRIMINALITÁ? secondo ministero dell’interno nessuna correlazione tra migranti e criminalità, ce ne sono invece tra povertà, ricatto ed illegalità.

SPECULAZIONE? Come nella scuola, nella gestione dei rifiuti e nella sanità, l’ingresso di privati nei servizi sociali genera speculazioni. Serve quindi un sistema di accoglienza pubblico, unico ed europeo che assuma direttamente senza passare da soggetti terzi (coop bianche, rosse, nere, mafiose etc.)

Regalare Mantova ai grandi marchi?

Apprendiamo dalla Gazzetta del 9/11 che la giunta mantovana “si è gettata con profusione di grande energia” in una serie di agevolazioni con lo scopo di favorire la presenza di grandi marchi nei locali commerciali rimasti sfitti, in centro e non solo. Il comune di Mantova vuole così rivitalizzare le vie che si apprestano a diventare il salotto della capitale della cultura 2016.

Non possiamo che esprimere perplessità rispetto a tale provvedimento. Modificando i termini del messaggio, si potrebbe tradurre il tutto in altro modo: il comune investe 1 milione di euro per favorire i grandi marchi finanziari che prenderanno i posti lasciati vuoti da piccoli esercenti commerciali impoveriti dalla crisi. È abbastanza chiaro come le politiche neo-liberali non facciano altro che togliere risorse ai poveri e dirottarle verso la ricchezza già esistente.

Chi, se non i grandi marchi escono agevolati dalla crisi in questa faccenda? Perché non si prendono misure uguali per favorire il piccolo e medio commercio o le attività di artigianato che tanto arricchirebbero il tessuto sociale del centro? Quale tipologia di persone si vuole frequentino i luoghi di cui va fiera l’intera città?

Da tempo noi della Boje consideriamo il PD il partito del capitalismo e non ci scandalizziamo, quindi di questi provvedimenti. Quel che ci lascia alquanto meravigliati è la velocità con cui Palazzi rinnega il programma, pur timido, per cui è stato votato da molti mantovani.

Quel che ci separa nettamente dal PD mantovano, che non fatichiamo a definire un partito di destra neo-liberale, è l’idea di città. Alla città del capitale promossa dalla giunta Palazzi noi contrapponiamo la città attraversabile dalla comunità. Alla città securitaria e dell’esclusione, noi contrapponiamo la città dell’integrazione e della condivisione, alla città dell’interesse privato, noi contrapponiamo la città del bene comune.

Una domanda, però, rimane aperta: quale modello preferirebbero gli abitanti di Birmingham?

La cattiva scuola di Renzi-Giannini

Per i precari della scuola l’estate è sempre stato una stagione piena di contraddizioni e dubbi. Il lungo periodo di inattività farcito dall’assegno di disoccupazione (che arriva spesso tra ottobre e dicembre) non è mai stato libero da preoccupazioni che proiettano la mente all’inizio del futuro anno scolastico: avrò un contratto favorevole? Riuscirò a lavorare tutto l’anno? Andrò in una scuola favorevole alle mie aspettative?

La domanda più assillante rimane, comunque,la stessa di sempre: sarà la volta buona per andare di ruolo?

L’estate 2015, tuttavia, sarà ricordata dal variegato mondo del precariato scolastico in modo diverso da tutti gli altri, è infatti l’estate della “buona” scuola! I mesi precedenti si sono chiusi con le mobilitazioni sindacali che sono riuscite a manifestare un primo segnale di opposizione all’Italia renziana che sembrava fondarsi su un granitico consenso. L’altro risultato importante delle mobilitazioni di fine primavera è stato l’aver ricompattato il fronte dei docenti in passato diviso, schematizzando un po’ la realtà, tra i docenti di ruolo ed i precari. Sarebbe più che logico aspettarsi un autunno caldo sul fronte scolastico, visto che coinciderà con l’introduzione dei provvedimenti osteggiati e, bisogna riconoscerlo, realizzati dal duo Renzi-Giannini.

Saltiamo, dunque, tutte e tutti sulla grande barca contestatrice che vede finalmente uniti sindacati, precari, famiglie e studenti?

A ben guardare, la situazione è più sfaccettata e rischiosa.

Le prime contraddizioni nel fronte dei docenti si stanno già manifestando durante le iniziali convocazioni di Agosto per il personale della scuola.

Le problematiche sono emerse per i docenti delle scuole dell’infanzia e delle primarie. Queste nomine sono state effettuate al di fuori del piano di assunzioni della riforma (che partiranno dal 15 Agosto) e si sono rivolte a chi era già inserito nelle graduatorie permanenti, ovvero quelle dove si trovano i candidati in possesso di abilitazione titolo che non coincide con la laurea o il diploma ai quali è successivo. Una sentenza del consiglio di Stato ha accolto un ricorso dell’ANIEF (un’associazione pseudo-sindacale attiva nel promuovere qualsiasi forma di ricorso e petizioni, anche se in contraddizione tra di loro) che equiparava i titoli di alcuni docenti in possesso del diploma abilitante come abilitazione vera e propria e inserendoli nelle GAE. Questa sentenza ha determinato che alcuni docenti si sono visti scavalcare da altri che possederebbero un titolo in meno, non molti per la verità in quanto la sentenza aveva in sé parametri stabiliti (età, anni di servizio ecc.). Sono scattate immediatamente le proteste che hanno visto gli insegnati e le insegnanti coinvolte andare a prendere la tanto agognata nomina a tempo determinato in abiti neri da lutto.

Qualcosa, a ben vedere, non torna. Per quale motivo una persona che sta per essere assunta a tempo indeterminato, oggi come oggi, lo fa vestendosi a lutto? Semmai avrebbe dovuto protestare chi quel posto non lo ha avuto per “colpa” di altri che hanno vinto un ricorso. Naturalmente è arrivata puntuale la solidarietà dei vari sindacati che, mesi prima, avevano anche favorito il ricorso tanto vituperato.

I veri nodi, però, sono in arrivo a partire da metà Agosto.

Gli insegnati di scuola secondaria,medie e superiori, inseriti nelle GAE e/o i vincitori dell’ultimo concorso si sono divisi in chi ha avuto la fortuna di essere assunto prima del 15 Agosto(circa 27mila) con i contingenti e le norme in vigore precedentemente alla buona scuola e coloro che dovranno affrontare il calvario emotivo delle fasi A,B,C,D; ovvero step di accesso alle assunzioni che dividono e classificano il già parcellizzato mondo del precariato scolastico.

È a partire da questa fase che emergono le novità della riforma. Agli insegnanti abilitati che non sono stati immessi in ruolo nelle fasi precedenti (circa 80mila) è stata fornita la possibilità di inserirsi in una grande graduatoria nazionale in cui ogni candidato deve esprimere preferenze sulle province in cui desidera lavorare. Il sistema informatico predisposto dal ministero incrocia i dati e indica la cattedra di titolarità assegnata. Fin qui sembrerebbe tutto liscio, anzi, molto positivo; ma è in agguato una clausola ereditata dai passati sistemi di reclutamento: se rinunci alla nomina vieni depennato dalle graduatorie. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Fino ad oggi gli insegnati abilitati erano iscritti in graduatorie provinciali e questo sistema si basava sul presupposto che un lavoratore avesse un interesse a vivere in una determinata provincia. Come è noto, ciò ha determinato spostamenti considerevoli da zone a forte calo demografico (specie nel Sud Italia interno) a zone a buoni livelli di crescita demografica (sopratutto le aree industriali del Nord Italia interessate prima di altre a processi di immigrazione interna o extra-nazionale). Questi fattori hanno portato a dislivelli considerevoli di presenza nelle GAE e tempi di permanenza diversi. Facendo degli esempi, i tempi di immissione in ruolo in province della pianura padana si attestavano, in media 5-10 anni; al sud i tempi si allungavano di ulteriori 10 anni circa. Il risultato è che, ad oggi, i posti disponibili sono quasi esclusivamente in nord Italia e, con la graduatoria nazionale ci sarà un esodo di massa di persone comprese tra i 30 e i 40 anni o più dal Sud al Nord. Circa il 25% dei candidabili alla graduatoria nazionale non ha presentato domanda di inserimento, valutando che il trasferimento sarebbe stato troppo problematico (come conciliare il lavoro di un membro della famiglia con la salvaguardia dell’integrità della stessa?). Per questi insegnanti rimane la possibilità di poter fare delle supplenze annuali o a tempo breve; in pratica una retrocessione da aspirante docente di ruolo a supplente precario a vita, o quasi. Il messaggio di fondo del ministero e del governo sembra essere questo: “caro/a precario/a sei tu disposto a spostarti dove il cervellone elettronico ti assegnerà la cattedra? Bene puoi lavorare…..non sei disposto perché hai famiglia, figli piccoli da crescere, genitori anziani da accudire, affetti emotivi a cui non vuoi rinunciare? Bhè, ci pensavi prima e ora non rompere le scatole con queste sciocchezze sentimentali e non economiche!

Anche in questo caso si è alzata la protesta, formale, dei sindacati. Peccato che la graduatoria nazionale sia stato un cavallo di battaglia di tutti i sindacati che la indicavano, ai tempi della riforma-tagliola Gelmini come una soluzione al precariato. La stessa ministra Giannini non ha nascosto la propria irritazione per le critiche mosse dalle organizzazioni dei lavoratori dopo che non aveva fatto altro, di fatto, che applicare quanto esse suggerivano da anni.

Sia chiaro fin da subito che non esiste una formula magica che elimini i problemi del reclutamento del personale docente in maniera indolore e positiva per tutti e tutte; specie se non si interviene su nodi reali capaci di creare nuovi posti di lavoro e sopratutto maggiore qualità nel sistema scolastico per gli studenti. Ciò che, invece,sembra stia avvenendo è una sovrapposizione a tratti caotica di norme, riforme, provvedimenti giudiziari che destabilizzano l’immagine che il lavoratore ha di se stesso all’interno del gruppo e che faccia interiorizzare il concetto che il lavoro non sia un diritto e neanche una conquista ma piuttosto una concessione.

Si può tranquillamente sostenere che sia proprio questo il nodo reale della questione, sul quale si ritornerà in seguito. Scuole ora, sviscerare il problema delle successive fasi di reclutamento, denominate fasi C e D.

La riforma Giannini prevede ulteriori provvedimenti di assunzione che rappresentano, forse, il nodo più spinoso seppur e si collega con i cosiddetti “poteri della dirigenza”.

Nell’ottica di realizzare la piena autonomia scolastica, introdotta fin dagli anni ’90 con le riforme Berliguer ma poi, nel bene e nel male, ampiamente disattesa; ogni istituto scolastico può destinare parte del proprio bacino di lavoratori a progetti speciali. Questi sono orientati da griglie ministeriali e si pongono l’obiettivo di facilitare il rapporto tra scuola e territorio. Tali progetti erano, in precedenza, finanziati con i fondi di istituto mentre ora vengono direttamente traslati dal monte orario settimanale di lavoro in classe (18 h.); in pratica se un insegnante viene destinato a svolgere 9 ore settimanali al progetto x, andrà in aula nelle 9 ore restanti, svolgendo sempre le sue 18 ore da contratto ma non realizzandole esclusivamente in aula. Sono le dirigenze ed i consigli di Istituto a stabilire quali progetti mettere in piedi e il personale da destinare agli stessi in base al curriculum personale di ogni insegnate o personale tecnico-amministrativo. A questo punto si liberano ore di insegnamento che dovranno essere coperte da nuove assunzioni dette “di autonomia”. È la fase C di assunzioni che coinvolge chi non ha avuto l’assunzione in ruolo nelle tre fasi precedenti ed è inserito nelle liste nazionali; il personale abilitato che non aveva fatto domanda di inserimento nelle suddette liste nazionali ed è rimasto nelle Graduatorie Ad Esaurimento provinciali; gli abilitati non inseriti nelle GAE (in genere gli abilitati TFA e chi è oggi inserito nella 2° fascia provinciale). A conti fatti un bel po’ di gente.

Ma quali sono, realisticamente, i numeri di queste assunzioni? Si presume che saranno molto esigui nei primi due anni di introduzione della riforma (tempo che si prevede coincida con la fine delle fasi precedenti) e che i primi effetti reali si vedranno nell’A.S. 2017/2018, mentre per l’A.S. In corso bisognerà attendere Novembre

Il 14 Ottobre si sono completate le operazioni di assunzione che hanno coinvolto il normale avvio delle attività scolastiche, con le nomine dei primi supplenti nominati da ogni graduatoria possibile.

Si può, quindi, cercare di trarre un bilancio per pensare e prevedere delle prassi politiche.

Sommando le varie fasi di assunzione (a tempo indeterminato o precarie) con quelle che avverranno con tutele crescenti (fase C) si capisce come la situazione lavorativa degli insegnanti prima precari, sia migliorata, o almeno non peggiorata dal punto di vista contrattuale. La stessa preoccupazione per le nomine dalla graduatoria nazionale si è, di fatto, rivelata poco fondata se guardiamo i numeri di chi non ne ha usufruito. Tale miglioramento non è dovuto esclusivamente ai piani di assunzione di Renzi, ma anche e sopratutto per via del blocco delle abilitazioni che conducono all’immissione in ruolo iniziato nel 2010 con la fine delle SISS (scuole di specializzazioni post laurea abilitanti all’insegnamento della durata di anni e parificate ad un dottorato).

A completare il quadro vi è stata l’assegnazione di 500 € in busta paga per finanziare le attività di aggiornamento individuale preventivamente elargiti sui conto corrente degli insegnanti nominati fino al 14 Ottobre. Rimane inesplicato le modalità con cui ogni insegnante sarà tenuto a fruirne.

La Debolezza delle mobilitazioni sindacali

Le mobilitazioni del corpo docenti avvenute tra fine primavera ed estate, sembrano aver perso spinta ed energia nell’autunno. Se in Maggio, come si accennava precedentemente, gli insegnanti (mobilitati sopratutto dalla FLC-CGIL) hanno dato prova di notevole combattività, la categoria stessa sembra, ultimamente, essere scomparsa dal dibattito pubblico. L’unica manifestazione prevista nei mesi di Settembre-Ottobre ha manifestato più limiti che potenzialità.

Da un lato si pone la FLC-CGIL in particolare (e il resto dei confederati in generale) che vive la contraddizione di imbastire una lotta contro il governo del PD, a cui è legato ancor più di altri settori della CGIL; d’altro canto i sindacati di base non riescono più a mobilitare e gestire i propri iscritti.

Ad una lettura più intima delle mobilitazioni recenti, senza dimenticare quelle più lontane intraprese dal 2008, si potrebbe affermare che si è arrivati ad una fase conclusiva, poiché le tematiche e le piattaforme portate avanti hanno, in parte trovato risposta dalla riforma Renzo – Giannini. Sia chiaro, le richieste hanno sempre avuto un carattere più rivendicativo che vertenziale, accomunando un poco tutto nello slogan “Immissione in ruolo di tutti i precari”. A ben vedere, però, essendo quello salariale l’unico binario sul quale ha viaggiato il treno della contestazione; esso si perde nel vuoto man mano che la situazione salariale stessa migliora o, sarebbe meglio dire, non peggiora alla stessa velocità che colpisce il resto del lavoro dipendente, pubblico o privato che sia.

La questione salariale ha portato, ad avviso dello scrivente, più problemi che alto, in quanto è un ostacolo ad un allargamento della mobilitazione verso il protagonismo degli studenti nonché al resto della società. Perché mai gli studenti dovrebbero sostenere la lotta salariale di una categoria che non percepiscono, a volte giustamente, come vicina alle proprie rivendicazioni? E perché mai una famiglia, magari in difficoltà economica, dovrebbe sostenere una lotta salariale di un lavoratore che non sempre è più povero di tanti altri, pur intellettualmente preparati?

Quel che è mancata è stata un’idea progettuale di rinnovamento radicale dell’istituzione scolastica. Questo grande assente, pur se da molti rincorso, non è stato mai al centro delle discussioni. Sta probabilmente qui la grande differenza con le mobilitazioni del passato (che non sono partite dagli insegnanti) e, oggi, si paga totalmente il conto di questa situazione.

Di fatto il modello si scuola neo-liberista, che Renzi media dal modello anglosassone del suo idolo Tony Blair non ha trovato nessun reale ostacolo al suo affermarsi. La scuola che oggi si disegna è una scuola prettamente classista, (non priva di elementi razzisti e xenofobi) in cui viene presentato alle generazioni in formazione un modello basato sul concetto di lavoro=concessione. Come spiegare, infatti l’isterico riferimento agli stage formativi in azienda che coinvolgono anche per 600 h. Gli studenti e le studentesse? (200 facoltative per i licei, 400 per i tecnici, 400+200 facoltative per i professionali).

Quale altro motivo se non l’appropriazione della ricchezza prodotta dal lavoro è alla base di una pianificazione in cui i giovani sono portati ad interiorizzare l’obbligatorietà di essere solo ed esclusivamente lavoratori dipendenti?

La buona scuola sta marciando a ritmi veloci, ma ancora più rapido è il tentavo del “partito della nazione” di mutare il carattere ed il volto della società, a partire proprio dalla scuola, il nuovo e più pericoloso laboratorio del dogmatismo neo-liberista.

IL BUSINESS DELLA LOTTA ALL’ACCOGLIENZA

La melma nera su Mantova e l’artifizio mediatico del razzismo che non c’è

di  Favilla – CommuniaMantova
Spazio Sociale La Boje!

La frazione Virgiliana è una formata da un paio di strade che si intersecano ai capannoni dell’area industriale a est di Mantova.
Ci abitano diverse famiglie di migranti, ma la scarsa densità abitativa e l’assenza di piazze e spazi pubblici di socialità, la rendono una tranquilla zona dormitorio dove ognuno pensa a sé.
Due settimane fa arrivano 45 profughi da Bangladesh, Pakistan e Afghanistan presso un hotel dismesso da 7 anni, gestiti dalla cooperativa Olinda (esterna alla rete SOL.CO, che domina gli appalti nel settore sociale nel mantovano, settore segnato da una situazione di precarietà e appalti al ribasso, aggravatasi ulteriormente dopo i tagli al welfare).  L’amministrazione del nuovo sindaco Palazzi (al cui interno SOL.CO ha un buon peso politico) polemizza con la scelta della prefettura e si impegna per trasferire parte di quei profughi in altre strutture, con la scusa della destinazione d’uso che stabilisce quanti richiedenti asilo possono essere ospitati.

Approfittando del polverone mosso dalla stessa giunta di centro-sinistra, Forza Nuova organizza un presidio sotto l’ hotel attraverso la pagina, creata ad hoc, “Mantova ai virgiliani”.
Il fratello della coordinatrice provinciale dell’organizzazione neofascista organizza l’evento Facebook, che argomentando in sole 35 parole i motivi della protesta, raccoglie a fatica in una decina di giorni 50 partecipanti.
Ricordiamo che a Mantova Forza Nuova è formata da pochissime persone unite da legami affettivi o parentali che vivono in provincia, lontani dalla città. Hanno provato a candidarsi a maggio a Mariana Mantovana (paese di 721 abitanti noto per la discarica provinciale), in linea con la strategia del loro partito di strappare consiglieri comunali in comuni microscopici, ma non sono riusciti a raccogliere le firme necessarie.

Mentre la pagina facebook campanilista pubblicava foto di tortelli e agnolini, evitando accuratamente di produrre un’ analisi sulla questione dei flussi migratori, i collettivi dello Spazio Sociale La Boje! hanno convocato un’assemblea a cui hanno invitato tutte le forze antirazziste.
Nonostante la ristrettezza di tempo, abbiamo pensato fosse necessario convocare un presidio in contemporanea con quello di Forza Nuova in modo da allontanarli dall’hotel Maragò ed entrare in contatto con gli abitanti della Virgiliana.
In più occasioni nell’ultimo anno abbiamo provato ad aprire percorsi di reciprocità e solidarietà tra territori e migranti, basterebbe ricordare il presidio meticcio “Je suis antiraciste” contro l’attentato a Charlie Hebdo e le sparate razziste dei giorni successivi oppure il progetto dello sport antirazzista nelle periferie. Pensiamo che queste campagne a costo zero abbiano prodotto e stiano producendo strumenti e legami sociali per arginare il razzismo nelle periferie della nostra città.

Uno dei momenti dei Mondiali Antirazzisti a cui ha partecipato l'Atletico Langafia, squadra di antirazzisti e richiedenti asilo nata dallo sport popolare in periferia

Mercoledì ci siamo trovati verso le sei per parlare con gli abitanti della frazione, dare la nostra solidarietà ai profughi e agli operatori sociali che vivevano con preoccupazione le ore precedenti al presidio razzista. Abbiamo trovato un quartiere rilassato, ancor più isolato dopo la chiusura delle fabbriche attigue, in cui pochi sapevano della presenza dei profughi e non valutavano negativamente il riutilizzo della struttura alberghiera.

Dalle 19.00, prima dei reparti antisommossa della polizia, sono arrivati i furgoni delle televisioni (rete 4 e sky tg) appostandosi nella corte in cui era previsto il presidio contro i migranti.
Singolare che a Mantova ci sia stata la presenza di televisioni nazionali, dove di solito manifestazioni ben più numerose hanno visto la sola presenza di teleMantova e MantovaTV.
Questa copertura mediatica si può spiegare solamente con quanto avvenuto dopo, con la calata di fascisti da altre città del nord Italia e con la scaramuccia con le forze dell’ordine da consegnare a fotografi e telecamere.

Quello che è avvenuto mercoledì è uno spettacolo di teatro siglato dal patto tra imprenditori della notizia e teatranti fascisti. Non siamo complottisti come chi sostiene che ci sia un progetto plutocratico per abbronzare la pelle degli europei, ma ci sono interessi materiali in comune.
Da un lato i fascisti provano a sfondare in piccole città di provincia, povere di strutture militanti antirazziste di base, facendo calate da altre città (nei video si sentono esclusivamente dialetti di Verona e Brescia) e usando le curve degli stadi, impoverite socialmente dalla repressione, per stringere relazioni. Cercano di riprodurre artificialmente (ad uso dei media), anche quando non c’è, la rabbia razzista che abbiamo visto esprimersi in altre città, importando megafonatori e agitatori.
Dall’altro i media, alla ricerca di un’audience facile, parlano delle migrazioni celando i fattori strutturali (economici, politici, ambientali) e puntando unicamente su quelli emergenziali e allarmistici. In parole povere sui tg ( che formano l’opinione del 70% degli italiani) il migrante o muore affogato o delinque.

Pensiamo che i veri responsabili della situazione che si è creata siano i rappresentanti delle istituzioni. Ci sembra assurdo che i gruppi razzisti possano organizzare manifestazioni sotto le case dei soggetti che vogliono colpire, limitandone la libertà e la sicurezza. Evidentemente la sicurezza di queste persone è un fattore di serie b.
Lo stesso sindaco, il primo a creare agitazione per non essere stato informato dell’arrivo di quei richiedenti asilo, sicuramente avvertito dal prefetto dell’arrivo di neofascisti da fuori da Mantova, avrebbe potuto esprimersi tempesticamente.

La “valla” e il campo da golf di Melilla

Il modo in cui la giunta ha reagito alla calata nera sulla città ci sembra vergognoso perché presta il fianco ai razzisti.
L’assessore al welfare Andrea Caprini (che da sempre lavora tra Pantacon, Arci, festival letteratura) ha dichiarato «Adesso sposteremo altrove anche gli altri stranieri rimasti al Maragò, ma poi stop. Profughi a Mantova non ne vogliamo più. Adesso bisogna coinvolgere anche gli altri Comuni». Curioso che siano stati spostati in case prese in affitto a CoopCase e affidati alla cooperativa La Cosa (formata da collaboratori della nuova giunta comunale).
Ancor più singolare che Caprini possa stabilire che a Mantova non arrivino più “profughi” o “stranieri”, uno slogan più volte sentito dai sindaci leghisti e lontano da una prospettiva solidale e di attivazione della cittadinanza.
Il quadro si completa con l’autorizzazione al consigliere comunale (ex lega nord) Luca De Marchi, un soggetto che si è presentato alle elezioni con una campagna incentrata contro migranti e sinti, a  visitare la struttura della Virgiliana. Ci chiediamo con quale tipo di specializzazione e conoscenza possa valutare quella soluzione all’accoglienza dei migranti.

Insomma il piano è parecchio inclinato e se alcuni potevano credere che questa giunta potesse arginare gli sfoghi razzisti, è prontamente rimasto deluso.
Non aiuta certamente il qualunquismo con cui tanti a sinistra leggono i processi migratori, traducendoli come qualcosa che non gli interessa, un problema che non è il loro.
Ci chiediamo dove fossero mercoledì sera, nonostante i ripetuti inviti, gli attivisti di CGIL, equal, FIOM, SEL e dell’ ARCI.
Possiamo tranquillamente affermare che se non ci fosse stata la celere i fascisti sarebbero arrivati all’ hotel, ma il razzismo non lo combatterà certamente la polizia. Serviva una presenza massiccia della città per falsificare sul nascere, con lo spessore di un’eterogeneità politica antirazzista, la pagliacciata mediatica allestita dai vertici nazionali di forza nuova.

L’azione dei fascisti (che poi la scorsa notte hanno pure attaccato lo striscione alla cooperativa Alce Nero, inserita in Sol.Co), disinformata e stereotipizzata ha paradossalmente favorito le stesse imprese sociali che dominano il welfare mantovano.
Non sappiamo se la nuova sistemazione sarà meglio dell’hotel Maragò, quello che sappiamo è che lo spostamento non ci è sembrato frutto di una visione politica ampia, ma di intrecci oscuri tra politica e cooperative e di passività verso le vaghe sparate dei razzisti.

il fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l'occasione avendo rinforzi da fuori Mantovail fumogeno lanciato dentro La Boje dopo il presidio, i fascisti hanno colto l’occasione avendo rinforzi da fuori Mantova

L’unico modo per svelare le speculazioni, combatterle e imbastire un sistema di accoglienza efficace, virtuoso e capace di coinvolgere migranti, operatori sociali e comunità è quello di coinvolgere direttamente questi soggetti a partire dallo sfruttamento che subiscono.
I migranti sballottati come merci su cui lucrare, gli operatori sociali sottopagati e alienati dalle loro funzioni lavorative e le periferie impoverite di servizi sociali, strutture e possibilità decisionale.
Pensiamo che sia necessario fissare un’assemblea per mettere in rete a livello provinciale chi la pensa in questo modo e non ci sta a lasciare le strade e la critica all’accoglienza ai fascisti.

Liberi di solcare il mare

Un contributo verso la manifestazione dei migranti del #13g

Distribuito durante il presidio MaiConSalvini del 22 maggio come foglio di controinformazione “Favilla”.

Nel testo abbiamo provato a smontare i punti principali su cui si costruisce la retorica razzista dei partiti che costruiscono consenso sulla pelle dei migranti. In conclusione abbiamo provato a riassumere su quali fronti le migrazioni pongono sfide ai movimenti e alle istituzioni rispetto l’estensione della cittadinanza e la partecipazione dei territori.

a cura di Favilla – CommuniaMantova

 

due

La migrazione è spesso oggetto di speculazioni ideologiche che quasi sempre pagano bene elettoralmente. Di fronte a qualsiasi fatto di ordinaria cronaca che riguardi i migranti, eserciti di giornalisti e addetti ai lavori dalla Lega al Pd fanno gara a chi riesce a piazzare la provocazione più roboante o la dichiarazione più socialmente spendibile per cercare di raggranellare facili consensi.
Il gioco è facile , partecipato da tutte le forze politiche che governano e che hanno governato e ha assunto molteplici forme da tanti anni. Basta spingere sugli istinti di pancia di lavoratori e disoccupati che stanno pagando di tasca propria il debito dei colossi finanziari europei per fornire elementari quanto false risposte al disagio economico che stiamo vivendo. Il meccanismo diventa semplice se supportato da  narrazione nazionale a reti unificate e a flusso continuo, che sciupa litri di inchiostro per esaltare l’incompatibilità dei migranti con i presunti crismi della cultura occidentale. Un motore a tamburo battente alimentato da tante organizzazioni politiche che spara a cadenze regolari aggiornamenti di cronaca nera sui migranti che colpo dopo colpo hanno costruito solidi immaginari in grado di stordire e disorientare un intero paese. Nella maggior parte dei casi supposizioni e disinformazione di parte erigono inossidabili certezze la dove non esistono fatti concreti, ma soltanto storture della realtà o suggestioni malevole di episodi.  In tal modo  illazioni elevate al rango di notizie ufficiali sedimentano in larghi strati sociali incrostazioni di paura. Il possesso e il controllo della comunicazione peraltro è di ricchi bianchi indirizzata a bianchi non ricchi. Non esiste mai a pensarci bene una versione, almeno per rendere un minimo di onore a al codice deontologico del giornalismo, un racconto seppur parziale dei migranti stessi.
Sentiamo la necessità di dover ricostruire pezzi di verità prima di poter esprimere una valutazione su chi asserisce di voler affondare le carrette del mare, piuttosto che sciorinare un insopportabile pietismo radical-chic in grado di produrre  solo effetti indesiderati di intolleranza sociale.
Tanto per cominciare vediamo di partire dall’aspetto recentemente più mediatizzato del problema. Gli sbarchi clandestini.
Nessun essere al mondo attraversa il deserto rischiando di morire di fame e sete, abbandona la propria famiglia e la propria casa, si consegna a trafficanti di schiavi pagando una somma che potrebbe equivalere a tutti gli averi a disposizione di amici e parenti per rischiare la vita su una carretta del mare o di morire soffocato dentro un container al solo scopo di perseguire il puro piacere di venire a rompere i coglioni al lavoratore italiano già afflitto dalla crisi. Si ipotizza con ogni probabilità che la fuga verso un mondo dove si produce ricchezza risponda alla necessità di dover scappare da guerre e carestie e cercare di poter inviare aiuti ai propri cari che si sono svenati per tentare la fortuna di un attraversamento verso l’Europa. Il movente è approssimativamente lo stesso che costrinse milioni di italiani a emigrare in America Latina e nelle miniere in Belgio per scappare dalla fame e dalle persecuzioni fasciste .

Aiutiamoli a casa loro. Di solito è il refrain utilizzato quando numerosi esponenti politici vogliono premiare il loro profilo umanitario per non intaccare il consenso patriottardo costruito sulla condanna e sull’intolleranza dei migranti. Rimane scontato che se una persona non trova miglior soluzione al proprio presente se non quella di recidere definitivamente i propri affetti e scappare verso un incognito futuro dove è facile trovare solo umiliazione e morte una qualche ragione razionale riconoscibile dal nord e dal sud del mondo ci potrebbe anche essere. Potremmo introdurre a questo punto l’importante elemento di sovranità dei popoli sulla gestione e sul possesso delle proprie risorse naturali. E’ semplice e imbarazzante segnalare che un efficace modo per aiutare un migrante a casa sua è di riconsegnare le ricchezze del sottosuolo al dominio pubblico di quel paese invece di far lucrare profitti postcoloniali alle occidentalissime e cinesi aziende multinazionali del petrolio, del gas, del farmaco e della filiera agricola. Tradotto per gli italiani sarebbe necessario che se Salvini se la sentisse di ripetere una dichiarazione di convinto sostegno ai popoli del sud del mondo per evitare che emigrino dovrebbe semplicemente ripubblicizzare Eni e con una moratoria sui profitti restituire tutte le privazioni di importanti energie del suolo ai legittimi governi dal medio Oriente all’Africa. Ma siccome  soprattutto nei teatri di conlitti bellici i primi a intervenire (così è successo sia in Afghanistan che in Iraq) e ad anticipare l’intervento militare dell’esercito italiano sono proprio gli ingengneri di Eni,  Salvini entrerebbe in  contraddizione con i poteri partecipati dal capitalismo italiano. Ovvio che risulta più semplice raccontare che per evitare stragi in mare è meglio prevenire consegnando merendine e bottigliette d’acqua ai popoli affamati dai profitti del capitalismo e fare leva magari sul pietismo umanitario cattolico.
Un altro efficacissimo sistema per “aiutare un migrante a casa” sarebbe quello di non regalare armi alle fanatiche falangi armate islamiche che tengono sotto scacco milioni di persone sotto le effigi della fede ma che in realtà spesso sono solo mercenari al soldo dei ricchi africani a loro volta in busta paga degli investitori occidentali. Mantenere instabili le strutture sociali di paesi afflitti dal colonialismo è un efficacissima garanzia di farsi i propri profitti senza dover pagar altro dazio che qualche favore ai potentati locali.
Un terzo suggerimento, senza scomodare le poco digeribili teorie sull’imperialismo potrebbe essere quello di respingere a furor di popolo le risoluzioni Onu che legittimano le opzioni belliche e ideologiche dei regimi che godono dell’appoggio e del rifornimento balistico dei paesi Occidentali come Israele e i ricchi sceicchi Sauditi. Potrebbe incredibilmente stabilizzarsi il quadro geopolico ed evitare gli esodi di milioni di persone.

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Il capitalismo europeo necessita di forza lavoro a basso costo. Esattamente come la produzione negli Stati Uniti si avvale di forza lavoro di Latinos provenienti dal Messico e di Maquilladoras oltreconfine, in Cina di lavoratori che emigrano dalla campagna con forti similitudini allo schiavismo, in Europa occorre, per garantire gli enormi profitti delle multinazionale massacrare salari e diritti di lavoratori indigeni e avvalersi di forza lavoro ricattabile e immediatamente disponibile. Questa nutrita schiera di disoccupati e sottoccupati alcuni decenni or sono veniva anche descritta da un signore con la lunga barba bianca esercito industriale di riserva. La conflittualità tra lavoratori migranti e indigeni per chi accetta di lavorare alla minore paga possibile per poter permettere al ricco padrone la quinta casa si nutre solo ed esclusivamente grazie al razzismo.

Il flusso costante di persone in cerca di lavoro in Europa è un dato strutturale un solido elemento non governabile dettato dalle condizioni economiche, politiche e sociali in cui il capitalismo occidentale è parte del problema. Il modello della fortezza Europa è costruito a partire dalle esigenze di creare una sacca di manodopera ricattabile che possa contribuire alla crescita delle marginalità di profitto della aziende Europee.
Il meccanismo è semplice. Milioni di persone arrivano in Europa quindi è bastato introdurre un principio in base al quale un individuo può rimanere a tempo determinato a lavorare entro i confini Ue mentre un altro anche se è già arrivato deve rimanere nel silenzio, in clandestinità a lavorare in nero, per contribuire ai profitti e allo sviluppo economico senza poter rivendicare alcun diritto e alcuna paga.  In questo modo hanno utilizzato una leva di scardinamento delle cosiddette rigidità che garantiscono un reddito e l’esercizio dei diritti conquistati con le lotte del secolo scorso che hanno liberato i lavoratori dello schiavismo dell’ottocento. Ecco quindi che viene regolarizzata  una parte di migranti mentre l’altra rimane consegnata a vivere nella paura di essere espulsa. La partitura per quote di un flusso costante di migranti è stata scientificamente progettata per essere inferiore alle reali necessità persino quando non stavamo attraversando la crisi economica che oggi viviamo. In pratica alcuni anni fa se a Confindustria occorreva introdurre una forza lavoro di un milione di migranti le quote formali per rientrare in possesso del permesso di soggiorno regolare veniva fissata a 500 mila unità in modo da avere mezzo milione di migranti clandestini. Per mantenere funzionale questa architettura politica occorrono strutture propedeutiche all’espulsione della manodopera in eccesso (i c.i.e.) e un esercito (Frontex) che respinga le eccedenze del sistema produttivo prima che arrivino e un pacchetto di leggi varate dai governi nazionali che possano legiferare l’incipt delle poliche migratorie europee. In Italia la Turco-Napolitano per prima ha introdotto e reso esecutivo il principio di vincolare la presenza di un migrante a un regolare permesso di soggiorno relegando milioni di persone nella paura e nel ricatto. Ci ha pensato poi la Bossi-Fini a inzuppare di razzismo istituzionale con decentramento dei poteri alle questure un ossatura legislativa razzista che ha per anni fatto lucrare ai capitalisti europei.

Quindi sarebbe il caso di iniziare a chiamare le cose con il loro nome. La Lega e tutta la destra sono servi dei capitalisti. Sono autori e complici di un sistema economico che ha smantellato i diritti conquistati e lo stato sociale per come lo abbiamo conosciuto e conquistato come sinistra rivoluzionaria e conflittuale. Hanno stabilizzato meccanismi di ricatto e sfruttamento per garantire profitti a chi ha già i milioni e si ergono a paladini dei diritti di quelli a cui li hanno privati fomentando odio e razzismo. Un razzismo necessario a giustificare una guerra tra poveri, come già detto, in cui quella che abbiamo conosciuto come lotta di classe si è spostata su un piano di lotta razziale a bassa intensità, in cui i confini geografici accomunano Marchionne a un lavoratore italiano che lavora a 3 euro all’ora per Expo da una parte e dall’altra lo sceicco che si compra Alitalia e sostiene l’Isis accomunato con il magrebino che non sa come portare a casa il pane e si affida all’intervento sociale degli estremisti islamici. Una relazione di potere già vissuta nel nostro paese durante il ventennio.

Le esternazioni sui profughi e sui migranti dalla Lega a Sel, rientrano in un quadro di stabilizzazione di un sistema che opprime, sfrutta e produce ineguaglianze e ingiustizie. Non passa alcuna distinzione di contenuto tra chi dichiara di respingere i barconi con un blocco navale e di cacciare gli immigrati e chi invece propone un accompagnamento dei barconi a trenta chilometri dalla costa Italiana, seguendo le direttive del progetto Triton, per essere poi congelati in un Cara o in un Cie in attesa di una imminente espulsione.
Sono solo modificazioni formali di una prassi politica che non si vuole in alcun modo mettere in discussione. Alcune risultano indigeste e cariche di odio, altre più umanitarie e tolleranti, in base agli appetiti elettorali cui si rivolgono, ma entrambe non modificano di una virgola la sostanza, perché modificare la sostanza presupporrebbe scontrarsi con gli interessi di chi detiene l’economia europea.

Occorre pertanto per far fronte sicuramente all’emergenza di una condizione di fuga di civili da conflitti ma occorre dire con altrettanta chiarezza che se non si cancella il vincolo giuridico che relega un cittadino del mondo allo stato di regolarità non si risolve. Per questo sosteniamo che una moratoria legislativa che ponga una sanatoria per tutte e per tutti subito e  la possibilità di permanere nel suolo europeo con un permesso incondizionato di alcuni anni sia l’unica soluzione possibile per affrontare un dramma umanitario, un problema sociale esplosivo e per zittire lo sciacallaggio politico che si è prodotto sui fondi dell’Ue dedicati all’accoglienza. Occorre recuperare e mettere a valore una solidarietà internazionale con tutte le organizzazioni, piccole o grandi che siano che lottano contro i sorprusi, anche in occidente per la restituzione del diritto ad autodeterminarsi.
Occorre diffondere riprodurre a livello sociale una lettura di classe di un problema spacciato come razziale. E’ un compito arduo perché giocato senza armi pari, ma che può avere imprevedibili accelerate nelle conflittualità autorganizzate dai migranti (la gru di Brescia, la rivolta di Rosarno, eccetera)
Il percorso riavviato dalla call di bologna per una mobilitazione nazionale rimane un buon punto di partenza così come va proseguito un percorso coraggioso da affrontare senza paure su terrorismo e culture dopo l’attentato di Parigi. Non dobbiamo ergerci a paladini della verità con lenti occidentali, ma impegnarci per restituire il protagonismo a chi sta compiendo eroiche lotte di emancipazione contro sistemi opprimenti.

 

 

 

Contestare Salvini genera connessioni!

Riflessioni a margine della giornata MantovaMaiConSalvini del 22 maggio.

Venerdì  22 maggio siamo stati tra i principali organizzatori del presidio “Mai Con Salvini” a Mantova.
Per due ore si sono susseguiti interventi sulle politiche migratorie e sulle discriminazioni alle minoranze alternati a performance artistiche e musicali.
La piazza che si è riempita fino a più di 100 persone ha messo insieme associazioni antirazziste, organizzazioni di sinistra, artisti, migranti, Sinti e singoli cittadini che non sopportano il becero razzismo con cui Salvini prova a costruirsi come nuovo riferimento della destra radicale in Italia.

All’indomani della vittoria di Podemos a Madrid e Barcellona, ci interessa raccontare questo evento in relazione ad alcune dinamiche interne ed esterne che possono riguardare il possibile spazio politico di chi si muove contro la privatizzazione della ricchezza e delle istituzioni e per un’estensione dei diritti.

Per quanto riguarda la dialettica interna ai soggetti che hanno costruito la mobilitazione, abbiamo proposto qualcosa che sembrerebbe banale, ma è raro nei contesti di provincia, un’assemblea aperta introdotta da un appello.
Inutile lamentarsi della mancanza di una sinistra politica o provare a costruirne un’allegoria elettorale se poi nella lotta quotidiana sui singoli temi si fatica creare luoghi comuni in cui organizzarsi socialmente e dibattere sulle sfumature interpretative.
Se vogliamo dare continuità alle resistenze e alle alternative sociali che si muovono sul territorio dobbiamo saper utilizzare al meglio lo strumento del comitato e dell’assemblea aperta. Questo non vale in termini di mero ottenimento del risultato politico su singole vertenze (che già sarebbe qualcosa), ma anche rispetto i canali di partecipazione, che sono tanto più aperti e coinvolgenti negli ambiti sociali e composti da una pluralità di soggetti.

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Nei giorni precedenti al presidio e durante la stessa assemblea di costruzione dell’iniziativa #MaiConSalvini è tornato più volte il tema sull’opportunità o meno di contestarlo. Da un lato sembrava fosse obbligatorio “fare quello che fanno nelle altre città”, dall’altro è tornato più volte il frame che dice che “se li contesti direttamente gli dai visibilità”.
Rispetto la prima ipotesi pensiamo che in questa fase i movimenti di opposizione devono scegliere cosa fare in relazione ad un rafforzamento dell’insediamento nei territori e delle relazione tra i soggetti che li compongono.  Se in parti d’Italia dove la lega è storicamente meno presente, l’opposizione diretta a Salvini ha coagulato non solo attivisti antirazzisti, ma anche cittadini indignati dall’opportunismo leghista nel progetto nazionalista “noi con Salvini”. Da noi si sarebbe tradotta in un aziona avanguardista, che pur strappando diversi apprezzamenti, poco avrebbe impattato su un rafforzamento del lavoro antirazzista nel territorio.

Allo stesso tempo però vogliamo intervenire rispetto all’associazione diretta, che molti a sinistra fanno, tra la contestazione a Salvini e la sua crescita mediatica ed elettorale.
Il leader leghista ha avuto una copertura televisiva tra le più alte del circo mediatico della politica italiana, arrivando a 73 presenze televisive in poco più di 50 giorni. L’operazione di trasformazione in senso nazionalista della Lega Nord trova spazio in una destra orfana di Berlusconi, in cui è facile trovare alleanze (Casa Pound e Fratelli d’Italia) e dettare tempi e temi del discorso. Salvini trova spazio mediatico indipendentemente dalle contestazione perché potrebbe essere la migliore (se non l’unica) marionetta che la classe imprenditoriale ha tra le mani nel caso in cui calasse il consenso verso Renzi e fosse necessaria un’ipotesi autoritaria per approvare le riforme di privatizzazione della ricchezza.
Anzi di fronte questa prospettiva, contrastare anticipatamente Salvini e mostrarne le contraddizioni,  scardina la narrazione omogenea dei media e fa sapere che c’è anche chi pensa che opzioni politiche escludenti non debbano trovare spazio per costruirsi e crescere.

Sacrificare un percorso ricompositivo attorno alle alternative alle false soluzioni leghiste, per paura di far vibrare eccessivamente il termometro del consenso, ci pare un’inutile premura in un momento in cui a sinistra ci sembra sia necessario non tanto un adesione virtuale o una “simpatia”, ma un concreto attivismo materiale, spalla a spalla, sui temi sociali.
La lotta al costituente partito nazionalista di “Noi con Salvini” non è da intendere secondo noi come un’occasione di visibilità “di riflesso” o per rimarcare un’identità antifascista, ma perché consideriamo l’antirazzismo come uno dei pilastri su cui ragionare una possibile nuova sinistra.
Le migrazioni infatti, aldilà dei temi umanistici e umanitari, sollevano delle fortissime questioni di politica economica mondiale che a più livelli riguardano la classe degli sfruttati.
Oltre a contribuire ulteriormente alla scomposizione dell’identità di classe in Europa e ad occupare contemporaneamente le peggiori situazioni lavorative dall’agricoltura ai servivi, i migranti mettono in discussione la struttura della cittadinanza e dei diritti garantiti da questa, la relazione tra stato e cittadino. Le migrazioni sono la più tangibile forma di lotta ad una globalizzazione capitalistica che ogni anno ci lascia con un mondo sempre più diseguale e divaricato tra parti ricche e parti povere.

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In conclusione potremmo affermare che la trasformazione della Lega Nord è pienamente in atto.
Il comizio padano, a detta degli stessi giornali cittadini, ha confermato gli scarsi numeri che storicamente hanno avuto nel capoluogo virgiliano (meno di 150 persone con delegazioni da Parma e Brescia hanno assistito al comizio) presentava una composizione meno popolare e più “da Mantova bene”.
Il partito nazionalista anti-invasione che ha in testa Salvini ha conquistato i cuori della destra Mantovana. Dopo l’implosione della leadership berlusconiana e gli scandali dei diamanti in Tanzania che hanno coinvolto i membri del cerchio magico di Bossi, sembra che l’opzione autoritaria nel nostro paese possa ricostruirsi attorno al polo di “noi con Salvini”.

Favilla – CommuniaMantova

Invalidiamo le Invalsi!

a cura del Collettivo Studentesco Hic Sunt Leones
Anche quest’anno migliaia di studenti e professori in tutta Italia dovranno affrontare i test somministrati dall’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d’Istruzione e formazione) che misurano i livelli di apprendimento degli studenti in base a criteri standardizzati.
Queste prove, una volta corrette, serviranno a formare una classifica nazionale delle diverse scuole, creando inevitabilmente istituti di serie A e di serie B.
Ogni anno il Ministero dell’Istruzione spende 14 milioni di euro per realizzarli, cifra sproporzionata e superflua considerando i tagli che vengono costantemente fatti a danno della Scuola. Inoltre questi test non tengono conto dei diversi programmi svolti dalle scuole, delle situazioni personali, scolastiche e sociali dei singoli alunni, andando a creare una generalizzazione che va a discapito di alunni e professori.
Molto spesso i professori interrompono infatti lo svolgimento del programma scolastico per preparare gli studenti ad affrontare queste prove, restando indietro per non risultare a fine anno una di quelle scuole “di serie B” nella classifica nazionale.
Noi studenti, dall’altra parte, siamo valutati solo su alcune materie, che non possono tenere conto degli studi specifici e approfonditi che conduciamo nei singoli Istituti: i test,  “anonimi” e poco significativi, sono inutili per il nostro percorso di apprendimento.
Le proteste e le voci di dissenso sono sempre più numerose.
Quest’anno il 5 maggio, in occasione delle prove INVALSI, diversi sindacati hanno indetto uno sciopero nazionale contro la Buona Scuola di Matteo Renzi, una riforma che, oltre a dare sempre più potere alle singole scuole e quindi ai singoli presidi, penalizza i professori con la proposta di una meritocrazia sulla base di prove standardizzate come quelle INVALSI.
Dobbiamo allora sottoporci a queste prove che vanno a discapito di noi studenti e della nostra Scuola senza far sentire la nostra voce?
SECONDO NOI NO!
I test INVALSI sono escludenti essendo basati su un concetto di merito del tutto discutibile, antidemocratici, dannnosi  e costosi!
Fai la tua parte, boicottali anche tu!
Consegna in bianco, discutine con i tuoi compagni e con i tuoi professori, togli il codice numerico che ti identifica sul retro del test, insorgi!
I test non sono obbligatori e non sono valutabili!