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LIBERARSI DAI CONFINI

Appello della RETE ANTIRAZZISTA MANTOVA per manifestare il 25 aprile contro le guerre, il terrorismo e la chiusura delle frontiere.

Le terribili immagini della metropolitana di Bruxelles lacerata dalle bombe assomigliano non solo a quelle degli attentati del fondamentalismo dell’ISIS in Africa e Pakistan, ma anche a quelle sulle conseguenze dei bombardamenti occidentali (e dei suoi regimi alleati) sulle città della Siria.
Quelle bombe aiutano tanto Daesh a reclutare tra la frustrazione degli islamici che vivono in Europa, tra la marginalità e l’assenza generale di programmi di solidarietà sociale, quanto la destra nazionalista e razzista che, chiedendo la chiusura delle frontiere e “welfare patriottici”, non fa altro che sostenere i programmi di riduzione generalizzata della spesa pubblica pretesa dalla grande finanza.
Le domande dei migranti fermati dai confini di filo spinato che stanno moltiplicandosi, non interrogano semplicemente un senso di solidarietà sociale europeo ormai sovrastatato dalla precarizzazione di milioni di poveri europei, ma sul ruolo dell’occidente nel mantenere i propri privilegi devastando un mondo stravolto dalle disuguaglianze economiche e dalle crisi ambientali.
L’accordo con il criminale governo della Turchia, che riceverà 6 miliardi di euro in due anni dall’UE, per segregare i migranti nei paesi confinanti e i frequenti scambi commerciali con l’Arabia Saudita (epicentro delle letture ortodosse dell’Islam), sono solo le ultime dimostrazioni di come i governanti europei siano totalmente responsabili di questo clima di terrore.
Cosa c’è meglio del terrore e delle leggi speciali per governare un’Europa in cui aumentano i licenziamenti, si eliminano diritti sociali ottenuti con decenni di lotte e si privatizzano la scuola e la sanità, rendendole meno accessibili ?
Non esiste nessuna separazione tra NOI e LORO basata sul colore della pelle, sulla religione o sulla cittadinanza. Esiste invece una separazione netta tra chi sostiene guerre e disuguaglianze, come i governi europei, l’ISIS e la destra, e chi, impoverito e marginalizzato, migrante o nativo, lotta per redistribuire la ricchezza che pochi stanno accumulando e la libertà di muoversi liberamente nel mondo.

Non possiamo più pensare che la chiusura delle frontiere e la riduzione dei diritti di tutti, siano questioni secondarie e sconnesse. Anzi sono l’asse centrale per i potenti per costruire una lotta tra poveri che gli permette di accrescere tranquillamente, sulla nostra pelle, le loro ricchezze.

Per questo pensiamo che non ci possa essere LIBERAZIONE senza una forte mobilitazione che chieda, insieme ai migranti e ai richiedenti asilo, l’apertura delle frontiere, un nuovo sistema di solidarietà sociale europeo e l’opposizione ad ogni guerra e terrorismo.

La lotta della Belleli – impara a rifiutare i ricatti!

Da ormai una settimana i lavoratori della fabbrica Belleli stanno conducendo una lotta esemplare: di fronte alla minaccia della vendita e della cancellazione dei diritti conquistati negli anni, hanno deciso di lottare.
Basterebbe questo per far risultare coraggioso lo sciopero dei giorni scorsi, in una fase in cui in Italia sono pochissimi a protestare, a rendere collettivo il proprio malessere e a generalizzare la propria rabbia. Proprio come abbiamo sostenuto nel caso della #Composad di #Viadana e di altre  lotte nei poli della logistica.
I lavoratori hanno avuto il merito di mettere in campo la sospensione dal lavoro in modo visibile e pronto, in una dialettica che non rimanesse all’interno delle relazioni tra le parti, ma denunciasse la riduzione dei diritti per tutti.
Quanto avvenuto è pienamente nello spirito del #jobsact e delle leggi che vengono avanzate in ogni paese europeo (vedi la LOI TRAVAIL che sta producendo una fortissima ondata di proteste in Francia): l’abbattimento del costo del lavoro e l’eliminazione delle sue protezioni e dei conseguenti elementi unificanti.
In breve significa: eliminazione della contrattazione nazionale e delle precedenti garanzie, estensione della precarietà a tutta la carriera lavorativa e introduzione massiccia del lavoro gratuito e di forme di apprendistato, privatizzazione delle forme di protezione sociale, riduzione dei salari, agevolazione dei licenziamenti.
Oggi 17 marzo Exterran ha annunciato, dopo una settimana di dichiarazioni arroganti, che si presenterà al tavolo delle trattative per la vendita della Belleli, rinunciando così alla pretesa di eliminare un contratto aziendale costruito con decenni di lotte e sacrifici da parte dei lavoratori.
Sui quotidiani tutti si complimentano con il lavoro di mediazione dei politici (tra cui l’imprenditore Colannino, liquidatore nel 2008 di SOGEFI, de-localizzata in Slovenia per lucrare sui fondi pubblici anti-crisi) nell’ottenimento di questo risultato. Noi pensiamo invece che il merito vada soprattutto all’azione dei lavoratori, alla fermezza e alla freddezza con cui hanno preso, in assemblea, scelte importanti che hanno fatto sì che i lavoratori non fossero una variabile invisibile nelle trattative tra multinazionali e nelle incertezze dei mercati internazionali.
Belleli rappresenta il patrimonio delle lotte operaie a Mantova, uno dei simboli dell’orgoglio popolare della città poteva rimanere statico, un reperto di una stagione passata.
Con la lotta dell’ultima settimana invece i lavoratori dimostrano di saper maneggiare bene quel patrimonio, ponendo alcune richieste chiare e ferme, rigettano il ricatto della multinazionale, dimostrando che la loro fabbrica è loro e che  possono gestirla autonomamente  meglio di quaunque squalo della finanza.

Spazio Sociale La Boje!

Favilla – CommuniaMantova

Je suis Omar – un racconto dalla logistica

In questa breve racconto inventato, un compagno de LaBoje! prova a raccontare le sensasazioni che serpeggiano tra i turni di facchinaggio nella totale precarietà lavorativa.

Omar è uno dei ragazzi che lotta a Viadana. L’ho conosciuto pochi giorni fa in piena notte  davanti al cancello della Composad. Con lui, alle quattro di notte c’erano moglie e figli, un fuoco acceso e tanti altri come Omar. Non importa da quale paese provenga Omar, so solo che non ha ancora la cittadinanza italiana anche se vive e lavora qui da ormai diversi anni.
Omar porta avanti una lotta per la dignità, lo fa per sé, per la sua famiglia, per i suoi colleghi di lavoro. Finora è stato un numero, una particella di una forza lavoro impiegata a confezionare mobilio del cazzo per la grande distribuzione: scaricare trucioli, pressare trucioli, tagliare trucioli pressati, caricare trucioli pressati da acquistare a Mondo Convenienza. La cucina che ho in casa e che ho pagato novecentonovanta euro probabilmente me l’ha assemblata Omar.
Anch’io una volta ho lavorato presso un assemblatoio di cartoni, quelli che trovate per le promozioni degli shampoo e delle merendine ai supermercati o quelli che tutti avete ammirato come mobilio di cartone al Festivaletteratura. Un capannone con attrezzature obsolete, un sacco di colla a caldo da inalare e tendini spesso infiammati. Ero un numero con una maglietta arancio fluo, un numero simpatico che parla perfettamente dialetto mantovano se preferite, ma pur sempre un numero. Merce umana che prestava la sua manodopera in una catena di montaggio. Nulla di qualificato e di perfettamente sostituibile, tanto che esattamente come le mozzarelle al supermercato io e gli altri scadevamo dopo cinque giorni: l’azienda aveva subappaltato a una agenzia interinale l’assunzione di manodopera con contratti settimanali e ormai più della metà delle maestranze durava cinque giorni prorogati finchè il padrone lo avesse gradito. Alla fine del semi-turno, come un gioco impietoso, mentre timbravi l’uscita del venerdì guardavi un tabellone scritto a pennarello in cui leggevi chi avrebbe lavorato la settimana seguente. Se il tuo nome c’era il gioco continuava, se non eri presente “game over”, a casa, e potevi assistere in diretta al dramma di una madre con due figli lasciata a casa senza che nemmeno nessuno si disturbasse a comunicare la scelta aziendale tra esseri umani.
Così ogni maledetto venerdì notte un rantolo di disperazione di donne e uomini nel parcheggio, in una notte silente, rimaneva per una manciata di minuti a cadenzare il motore dei compressori industriali. I sindacati c’erano eccome, con tanto di bandierine rosse, ma quello era un privilegio per quelli assunti prima della crisi, quelli con i contratti indeterminati. Le stesse RSU ti sconsigliavano di aderire al loro sciopero perché in tal modo avresti accorciato la tua permanenza nello stabilimento e se avevi fortuna, tanta fortuna, ed eri puntuale ad abbassare il cappello all’occorrenza, dopo circa centoventi rinnovi settimanali forse avresti avuto diritto ad entrare nel club dei tutelati, quelli per intenderci protetti dalle garanzie di un contratto Nazionale. Di fronte al pianto e all’umiliazione di una collega che lavorava lì da oltre un anno con cui avevo bevuto al massimo tre caffè, ecco lì, in quel momento pensavi che oltre a essere un posto di merda, beh pensavi  solo “anche per oggi non tocca a me”. Era l’unica cosa che riuscivi a pensare oltre all’insaziabile voglia di mettere a ferro e fuoco tutto.
Omar parla malissimo italiano ma il linguaggio della sua lotta parla chiaro e lo comprendo al volo. Le sue parole sono pietre e si riflettono negli sguardi fieri di tanti uomini venuti da altre parti del mondo che ai cancelli è come se mi guardassero e  dicessero all’unisono “oggi tocca a noi, tutti insieme fino alla fine”
Basta pensare di essere bestie che ricevono la grazia di una paga da fame senza poter rivendicare nemmeno la metà dei diritti che gli spetterebbero. Omar rischia tutto e lo fa insieme agli altri. Ma Omar mi ha dimostrato che cos’è la solidarietà, che lottare uniti si può, si deve. Il mio pensiero vola a ciò che avremmo potuto fare in quell’assemblatoio di cartoncini o a tutti gli amici che vivono in Brianza, ragazze e ragazzi che hanno prestato lavoro gratuitamente o con la paga di 3 euro all’ora ad Expo, che hanno accettato di strisciare perché meglio un umiliazione retribuita che non avere nulla in mano. Beh Omar e gli altri mi hanno dimostrato che la dignità non ha prezzo. Grazie Omar, grazie per l’insegnamento, je suis Omar.

Le briciole della giustizia e il filo di una memoria interrotta

Marghera 1998. Inizia il processo Montedison. Il pm Felice Casson deposita una richiesta di condanna per 185 anni  ai danni dei dirigenti del colosso della Chimica. Alcuni mesi dopo l’avvio del processo per i morti da CVM (Cloruro di vinile Monomero),  le aziende proposero un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti e sborsarono circa 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Questo servì a fare in modo che alle udienze non vi fosse più pubblico perché i mezzi di informazione e gli stessi giudici erano impressionati dalla folta partecipazione del pubblico al dibattimento. Il processo proseguì perché alcuni lavoratori , tutte le associazioni e i sindacati e gli enti pubblici ( Stato,Regione,Provincia,Comune) non accettarono indennizzi, purtroppo però l’aula bunker di Mestre si svuotò e i giudici si trovarono di fronte solo lo stuolo di avvocati della difesa e i pochi dell’accusa e qualche sparuto cittadino. Solo per la sentenza finale l’aula bunker si riempì di nuovo (dal sito ass. Gabriele Bortolozzo).

Mantova 2016

Apprendiamo dal giornale la notizia della decurtazione della pena per gli imputati delle morti al petrolchimico di Mantova. Dimezzamento delle pene e non è ancora finita. 72 morti di questa città, in realtà molti di più perché 72 sono solo quelli che si sono costituiti parte civile nel processo. 72 morti per esposizione a stireni e benzeni, fenoli e cloruri con conseguente insorgenza di mesotelioma, malattie cancerogene e tumorali che hanno ucciso forse centinaia di cittadini. Per la prima volta nella storia, si felicitava il pm Condorelli, nella sentenza del 2015, è stata riconosciuta la correlazione tra i tumori del sangue e l’esposizione al benzene, motivo per cui sarebbero state risarcite le parti sociali e alcune delle famiglie colpite. Non è mai stato però riconosciuta la rimozione dolosa dei sistemi di protezione per la salute.

Più o meno suona così: 40 anni fa Montedison lucrava giganteschi profitti facendo lavorare per circa vent’anni (dalla fine degli anni 70 alla fine degli anni 90) migliaia di operai in condizioni di estremo pericolo per la salute, a contatto con sostanze mortali e senza alcuna protezione. L’hanno fatto coscientemente, tacendo i rischi e omettendo precauzioni, perché i dirigenti di Eni sapevano, ma siccome non ne era comprovato il pericolo, hanno agito intascando montagne di miliardi di vecchie lire, sprezzanti delle conseguenze legali. E questa città ha subito le morti perché tante e tanti di noi hanno assistito a familiari, amici o conoscenti che hanno esalato l’ultimo respiro nel reparto di oncologia o  in altri  in cui l’insorgenza tumorale ha semplicemente accorciato la vita strappandoceli via prima.

A distanza di vent’anni, dopo minuziose ricostruzioni e inchieste la giustizia è capace di attribuire una parziale colpa ai dirigenti di Eni, di riconoscere formalmente quanto era ovvio e di sentenziare pene alle parti accusate passando in media dai dieci anni richiesti dall’accusa ai due sentenziati oggi, in un processo che ancora si deve chiudere. Il quadro è frustrante e potrebbe tranquillamente essere un argomento per imprecare al bar su quanto sia corrotto il mondo in cui viviamo.

C’è però un aspetto che lascia sgomenti più di altri, che fa sentire impotenti di fronte a quella che tutti noi chiamiamo INGIUSTIZIA. Delegare a una giustizia che si muove solo sulla monetizzazione degli interessi (e la supercorazzata Montedison di difensori ha agito bene) e rimanere spettatori passivi di sentenze. Talmente passivi che in venti anni di processo ci si dimentica di chi e di cosa si sta parlando, l’argomento non si tramanda tra generazioni e siamo rimasti schiacciati tra l’impotenza e l’omertà. Come se a forza di tirarlo avessimo spezzato un filo di memoria sicuramente doloroso, ma pur sempre un filo che ci appartiene. Forse è il caso di ammetterlo. E’ anche un po’ colpa nostra, di non aver affollato le aule durante i processi, di non aver presidiato e difeso ciò che noi chiamiamo  giustizia sociale, di non essere stati capaci di mantenere viva la tensione necessaria perché il dibattito rimanesse di dominio pubblico e di rivendicare i diritti e le vite calpestate. La storia e l’Italia sono piene di morti per amianto, benzeni e persino morti per uranio impoverito. Tuttavia solo quando la rabbia si organizza, l’ingiustizia prende la forma dell’istanza sociale e diventa collettiva, quando cioè ritorna protagonista la politica, allora la giustizia ha il giusto contrappeso. Perché dobbiamo smetterla di illuderci che un’entità sovra-determinata, basata su una costituzione scritta quattro generazioni fa, possa garantire una democrazia vera. Quell’entità viene alimentata con i soldi, è composta e diretta da persone appartenenti ai ceti più elevati, è onerosa e solo chi ha ingenti disponibilità finanziarie può permettersi di comprare le migliori garanzie di tutela dei propri interessi: la magistratura non è mai stata di sinistra.

Il resto lo fa la politica e la lotta sociale. E’ un insegnamento della storia: sono i rapporti di forza ad interpretare le leggi. Purtroppo da alcuni decenni vincono solo i più forti, sia perché la sinistra è diventata complice dei poteri forti, sia perché due generazioni hanno fatto buon viso a cattivo gioco per qualche spiccio che gli è stato infilato in tasca.           

Pensiamo che le parti sociali e le organizzazioni politiche avrebbero dovuto e potuto giocare quel ruolo importante di  saper trasmettere una storia ai giovani, di identificare un abuso, delimitarne i soggetti che l’hanno provocato, difendere gli interessi collettivi (la salute e l’ambiente in cui viviamo per esempio) e la tutela di chi è stato colpito da vicino da un lutto. Invece possiamo solo limitarci a constatare la loro totale complicità e responsabilità quando non si affonda piuttosto nel buio dell’ignoranza.
Un indignazione che speriamo possa almeno innescare un rigurgito di critica e distanza da chi ancora oggi, nonostante tutto, insiste sul barattare la salute per un piatto di lenticchie.
Non bastavano le sostanze aromatiche che abbiamo  inalato, i rifiuti di Seveso arrivati a Mantova e mai ripartiti, i cloruri della ex-Burgo, le micro polveri dei Turbogas di Burchiellaro, etc..       No oggi abbiamo una Versalis (gruppo ENI) in cui solo pochi giorni fa è andato a fuoco un reparto e oggi minaccia un’uscita di scena indenne con una cessione al fondo americano Sk Capital Partners.

Questo scenario prelude al trasferimento altrove dei propri profitti e un’ equazione in cui per cinquant’anni hanno macinato cifre astronomiche, hanno ucciso dei nostri cittadini, intossicato acqua e terra e un piano di riparazione del danno ambientale a carico della fiscalità pubblica.

Quattro chilometri più in là c’è l’ipotesi di una riapertura della ex-Burgo, con il nuovo inceneritore preteso dal gruppo Pro-Gest e il conseguente aumento di emissioni di micro polveri, in un’aria già satura di sostanze inquinanti. Ancora oggi, nonostante una storia macabra abbia permeato intimamente la nostra città, sono in tanti a sostenere un capitalismo che massacra ambiente e vite umane in cambio di pochi denari. E’ stomachevole trovare in quella schiera alcuni soggetti che rappresentavano l’opposizione al turbogas 15 anni fa. Oppure da chi fa sindacato a targhe alterne, solo quando deve riaffermare il suo ruolo nelle sedi della concertazione, in questo caso totalmente dipendenti dagli interessi dell’imprenditore della carta Zago.

Le nostre vite valgono più dei loro profitti.

La lotta dei Facchini di Viadana – Una storia di tutti

Hanno bloccato i cancelli della Composad per oltre sei giorni in modo continuativo. Tir bloccati giorno e notte e produzione ferma. Erano anni che una lotta operaia non irrompeva nello scenario dell’inesorabile declino del manifatturiero nella nostra provincia facendo emergere il protagonismo di chi la crisi la subisce. Composad è un’azienda della multinazionale del truciolare Gruppo Saviola che si estende in diversi stabilimenti nel Viadanese e non solo. La maggior parte dei dipendenti sono stati scorporati dall’azienda e appaltati a diverse cooperative, così che le responsabilità salariali e di diritti della forza lavoro non potessero ricadere sotto diretta responsabilità aziendale. Ma fin qua nulla di nuovo, in fin dei conti la legge Treu che introdusse la possibilità di affittare forza lavoro aveva esattamente questa funzione.
Succede che i lavoratori delle cooperative hanno rivendicato il diritto di lavorare sotto le tutele e con le paghe del CCNL di categoria, al pari dei loro altri colleghi che svolgono lo stesso lavoro,  invece di essere codici usa e getta in mano a speculatoti di manodopera. A portare avanti tale istanza si incarica una piccola ma combattiva organizzazione sindacale, ADL Cobas che dopo innumerevoli richieste di trattare con l’azienda e altrettanti puntuali dinieghi decide di alzare il livello del conflitto e di bloccare i cancelli della Composad. Perché nessun incontro è stato possibile? Semplicemente perché AdL Cobas, nonostante il vero consenso e l’ adesione tra i lavoratori, non fa parte di una delle sigle stipulanti il CCNL di categoria. Andrebbe specificato, per onor di cronaca che Cgil-Cisl e Uil hanno riscritto alcuni anni fa, insieme alle parti padronali, dopo le incalzanti lotte degli autoferrotramvieri e del sindacalismo di base, le leggi sulla rappresentanza, auto-legittimandosi a essere sindacati unici e rappresentativi dei lavoratori in quanto parti stipulanti dei CCNL. La stessa cosa, in sostanza, che nei metalmeccanici hanno fatto Fim e Uilm a danni della Fiom. Una trappola per i lavoratori confezionata nel 1994 e con varie riscritture fino al 2014 ha garantito alle sigle confederali di poter avere addirittura il 33% della rappresentanza d’ufficio anche se non hanno alcun iscritto tra i lavoratori.
Oggi il presidente del gruppo Saviola ha dichiarato la chiusura dello stabilimento e la messa in CIG a zero ore per i dipendenti delle cooperative, additando le responsabilità delle mancate commesse ai blocchi dei camion.  Ora le parole vanno anche pesate. Per richiedere anche solo la CIG occorre presentare un bilancio che evidenzi come la crisi abbia determinato le condizioni di mancanza di commesse (ma non pare il caso dal momento che lo stesso presidente lamenta l’ammanco economico determinato dai blocchi) e ancora di più per dichiarare una chiusura di stabilimento o un istanza di fallimento occorre portare i libri contabili in tribunale. Il tutto per non voler aprire un tavolo di trattativa con le parti per il rispetto del CCNL e sulle trattative di secondo livello.
Diversamente è una lotta che si ripropone in termini ottocenteschi, in cui l’arroganza padronale, pur di non riconoscere quanto legittimamente sostenuto dai lavoratori minaccia la chiusura per rappresaglia, che pare abbia intenzione di seguire il consiglio di qualche affermato azzeccagarbugli, per chiudere lo stabilimento di Composad, magari trasferire la produzione in un altro stabilimento limitrofo del gruppo Saviola e punire gli “schiavi” che si sono ribellati.
Già lo scorso anno di fronte ad un’altra cooperativa che era scesa in picchetto contro le condizioni di sfruttamento interno, si era registrato a Viadana il riconoscimento delle tredicesime nelle buste paga dei lavoratori delle aziende confinanti, per paura che nascessero altri focolai. Che la lotta paghi lo sappiamo bene, e questa è una vera che parla di tutte noi e di tutti noi.
L’importante è scegliere da che parte stare.

Spazio Sociale La Boje!

Favilla – CommuniaMantova

Contro ogni nazionalismo, per un’Europa di diritti e dignità

La Rete Antirazzista Mantova riunisce da più di tre mesi associazioni e singoli che lottano contro il riemergere di nazionalismi e razzismi sul territorio.
L’abbiamo rimarcato fin dall’inizio, solo un confronto aperto ed esteso su tutto il territorio può arginare il montante razzismo da bar fomentato da quello istituzionale dei governi europei.
Si rischia di abituarsi alla chiusura delle frontiere, al filo spinato, al welfare stabilito dal colore della pelle e alle politiche speciali di ordine pubblico.
Per questo tra pochi giorni promuoveremo un ciclo di incontri che toccherà vari punti della provincia per riflettere sulle connessioni tra razzismo, fondamentalismi religiosi, autoritarismo nella gestione della cittadinanza e guerre.

Giovedì sera ci siamo incontrati in tanti per discutere anche del corteo che i neofascisti promuoveranno il 7 febbraio per le strade di Mantova. Nell’usuale “fascist pride” del giorno del ricordo per le vittime delle foibe (istituzionalizzato da Alleanza Nazionale), una commemorazione che rimuove la violenza ventennale del colonialismo fascista contro le popolazioni dell’ Istria e la Dalmazia, forza nuova e naziskin proveranno a prendersi un altro pezzo di legittimità a Mantova.

Bene, Mantova per noi non è una prateria da calpestare, ma una città che deve riaffermare il suo carattere meticcio e solidale. La pianura è sempre stata terra di migrazioni e solidarietà tra contadini, questo è il nostro patrimonio storico alla faccia di chi vuole affermare un’identità mitica di “virgiliani”.

Il 3 convochiamo un’assemblea pubblica per discutere e condividere i percorsi in vista del 7 febbraio, per prenderci in quella giornata periferie e centro storico, per stare insieme giovani e anziani, migranti ed italiani, atei, musulmani e cristiani.

Invitiamo tutt* a partecipare, non tanto per un dibattito storico su quanto avvenuto nel confine orientale dopo la seconda guerra mondiale, non tanto per i neofascisti in cerca di visibilità, quanto per le politiche stesse dei governi europei.
Contro un’Europa di nazionalismi e filo spinato!

RETE ANTIRAZZISTA MANTOVA

Abituarsi all’obbedienza

Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d’obbedienza
fino ad un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni.

(F.De Andrè – Nella mia ora di libertà)

A cura di Favilla – CommuniaMantova

Abbiamo seguito con interesse le proteste degli studenti del Liceo Classico contro l’autoritarismo della preside. Oltre ad appoggiarne le rivendicazioni, abbiamo discusso con loro della situazione che si è creata, in quanto attivi nei collettivi studenteschi delle scuole di Mantova qualche anno fa.
Ci sembra utile individuare alcuni nodi per comprendere le cause del comportamento autoritario del dirigente scolastico nel relazionarsi con gli studenti, andando oltre alle considerazioni circostanziali (ad esempio “ha un carattere autoritario” o “è il tipo di scuola che è così”).

Da anni constatiamo (e contestiamo) una progressiva americanizzazione delle scuole superiori. Un flusso culturale sostenuto dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno definito la formazione come una merce.
Da non moltissimo tempo l’accesso universale all’istruzione è un diritto garantito, a partire dalla metà dell’ ‘800 è passata dall’essere un privilegio per pochissimi ricchi al diventare progressivamente un canale di mobilità sociale.
Inizialmente “la scuola” serviva semplicemente ad offrire la formazione delle porzioni di manodopera qualificata necessaria ai primi processi industriali.
Con la formazione dei welfare state e le tragedie delle due guerre mondiali, l’istituzione scolastica si è conformata come luogo di socializzazione delle regole dello stato liberal-democratico, canale di accesso al mondo del lavoro e strumento di conservazione dell’ordine sociale, oltre che come diritto inalienabile.

In modo crescente negli ultimi decenni, la formazione è sempre meno un diritto e sempre più una merce, a cui accedere da un mercato di saperi (o meglio di enti formativi pubblici e privati) in competizione.
Ciò ha sicuramente delle conseguenze sul modo di stare a scuola e sul governo di quest’ultima.

Quello che è avvenuto al Liceo Classico, il rifiuto dell’assemblea d’istituto e il successivo scontro tra gli studenti e la preside (arrivata a minacciare denunce se questi non avessero ammesso i propri errori nella tardiva richiesta dell’assemblea) verrebbe da legarli automaticamente alla Buona Scuola di Renzi.
In questa infatti, nel solco delle precedenti riforme (o proposte di legge), si va  a modificare il ruolo del preside, da coordinatore di una comunità formativa a manager di uno degli “erogatori di saperi” disponibili nel mercato della formazione.
La legge va così a cambiare nel senso di una maggiore gerarchizzazione le relazioni tra preside (manager) e personale docente (i lavoratori) e studenti (prima consumatori del pacchetto di saperi e poi prodotti da immettere nel mercato del lavoro o nella formazione terziaria e specializzante.

La repressione paventata verso gli studenti e i docenti del “Virgilio” ci sembra più che una conseguenza diretta della riforma, qualcosa di connesso allo “spirito” con cui le istituzioni hanno voluto governare il cambiamento della scuola pubblica (l’abbiamo spesso chiamato “aziendalizzazione”) e limitare le voci critiche che questo poteva produrre.
Da anni ormai i presidi (con la complicità di qualche docente) insistono per limitare la possibilità di interazione degli studenti con la scuola (pensiamo all’agitazione che suscita un volantino distribuito all’interno ad esempio) e di discutere dell’attualità aldifuori di momenti pre-impostati e stabiliti.

Consideriamo i collettivi studenteschi come delle forme di partecipazione, di informazione sulle disuguaglianze sociali, di responsabilizzazione rispetto l’istituzione scolastica, di aggregazione aldifuori dei meccanismi competitivi tipici della società dell’apparenza. Nonostante siano stati trattati dai dirigenti scolastici  in modo paternalistico come “agitatori” pensiamo che possano essere l’unico argine per una scuola a misura di studentesse e studenti. Il confronto con gli adulti e gli insegnanti è sicuramente importante, ma difficilmente gli allievi delle scuole superiori potranno sentirsi “propria” ed interattiva la scuola senza “rotture” che mettano in primo piano i propri interessi.

Solo dieci anni fa, quando occupammo il Liceo Scientifico, un atteggiamento del genere da parte di un dirigente scolastico non sarebbe stato ammissibile, sia per come erano ancora conformate le scuole superiori nei rapporti di potere interni, sia per una maggiore dinamicità critica degli adolescenti.
I “perché” del torpore degli ultimi anni lo possiamo trovare sicuramente in una serie di fattori politici e culturali: sette anni di governo senza opposizioni in Italia, la diffusione esponenziale dei mass media e di canali virtuali di socialità, la sconfitta dei movimenti contro le riforme della scuola etc..
Ma l’unica causa realmente significativa la troviamo in ciò che viene dopo la scuola: il mondo del lavoro, ovvero la variabile maggiormente considerata da ogni riforma della scuola dal ’67 ad oggi.
Il potere quando guarda alla scuola vede futuri dirigenti, precari, lavoratori specializzati e non. Dimenticativi le favole sul diritto allo studio.
La scuola deve conservare (e non mutare) una società in cui pochi comandano e tanti obbediscono.

Proprio il mondo del lavoro negli ultimi anni ha visto sparire le garanzie conquistate dalle lotte dei lavoratori, quei fragili meccanismi di tutela del posto di fronte la volatilità del mercato e quelle forme di distribuzione della ricchezza.
Oggi devi essere disposto a tutto: ti possono licenziare senza giusta causa, negarti il rinnovo del contratto perché fai troppe domande, farti lavorare per 1/5 dello stipendio che ti spetterebbe per la tua qualifica, convincerti che il tuo lavoro è una forma di volontariato (gratuita).

La scuola è il luogo dove imparare l’obbedienza necessaria al nuovo mercato del lavoro, progettato dal Partito della Nazione e sollecitato da grandi capitali e agenzie di credito.
Per questo i manager della Buona Scuola dovranno eliminare tutti i germi della contestazione sessantottina, fortunatamente ancora presenti.
Il ’68, spesso descritto come “ideologico”, nasceva in realtà da elementi molto concreti: contro l’autoritarismo condannato da Don Milani nel suo “Lettere ad una professoressa”; contro la visione di una didattica verticale incontestabile; contro una scuola in cui gli studenti erano solo fruitori in vista di una posizione sociale prestabilita e non membri di una comunità formativa in continua evoluzione.

Si contestava il piedistallo della cattedra del docente, le modalità meccaniche di apprendimento e la supposta neutralità del sapere e del potere.
Si richiedevano diritti, trasporti ed uguaglianza nell’accesso all’istruzione.

Nelle scuole-aziende non serve più la dialettica tipica di una comunità, anzi qualsiasi disponibilità al dialogo potrebbe macchiare il marketing del soggetto formativo. La scuola deve essere come un detersivo, un prodotto omogeneo, superficialmente perfetto ed acritico.

Il ’68 a Mantova incominciò con gli studenti dello Scientifico che rimasero nel cortile della scuola una volta finito l’intervallo. Venerdì 18 dicembre gli studenti del “Virgilio” hanno fatto un’azione simile organizzando un presidio critico fuori dalla scuola prima dell’inizio delle lezioni.

I prossimi passi per gli studenti del classico-linguistico saranno quelli di assumersi quanto avvenuto nelle ultime settimane e di convincersi della giustezza del ribellarsi in una scuola così conformata. Gli allievi dei Licei, per rendere ancora più esplosiva la propria critica, dovranno sicuramente tenere a mente la gerarchia occupazionale che andranno ad occupare una volta fatta la maturità. Potranno diventare agenti dell’obbedienza o indispensabili fonti di critica e mobilitazione nei luoghi di lavoro.

UN INVITO INFORMALE A PARLARE DI GENUINO CLANDESTINO E SOVRANITÁ ALIMENTARE

Rivolto a contadini e consumatori ribelli alla Grande Distribuzione Organizzata

È da un pò di mesi che parliamo di diritto alla terra e sovranità alimentare. In qualche modo è un tema che è sempre stato nelle nostre corde, dato che molti di noi hanno iniziato ad interessarsi dei problemi globali ai tempi dei social forum, fortemente composti dai movimenti contadini del sud del mondo.

Siamo partiti un po’ da lontano, e da una campagna profondamente diversa da quella di oggi, con il seminario storico sui 130 anni del movimento contadino de La Boje! che, sviluppatosi nel nostro territorio tra società di mutuo soccorso e contadini salariati alla fame, rivendicava in qualche modo “la terra a chi la lavora”.

La campagna ha mantenuto una sua centralità nella nostra provincia non solo in termini di produttività, ma anche su un livello socio-culturale e soprattutto di definizione dell’ambiente.

Da lì, ricordandoci della lettera della Deutsche Bank del 2012 che suggeriva di alienare e cambiare uso ai terreni agricoli, abbiamo incominciato a chiederci di chi fossero e che uso se ne facesse.

Non potendo avere una risposta immediata e convincente alle improvvise cementate o alla sovrabbondanza di mais, abbiamo incominciato ad entrare in contatto con reti e soggetti che approcciavano la manifestazione contro EXPO del primo maggio, andando a mettere l’accento sul fatto che le multinazionali presenti all’esposizione stavano ammazzando (e non nutrendo il pianeta).

All’epoca del bio, del tipico e di Farinetti ( almeno per chi ha capitali e strumenti culturali per non cibarsi solo nella GDO ) l’industria alimentare (quella della carne in particolare) causa più del 50% delle cause del surriscaldamento del pianeta.
Lo stesso processo, guidato dagli stili alimentari occidentali formati sulle pubblicità degli ipermercato, porta all’impoverimento della bio-diversività, alla trasformazione dei contadini in imprenditori e allo sfruttamento (e ai morti) nelle campagne.

Chi beneficia di ciò sono i grandi gruppi agricoli imprenditoriali (che sicuramente fremono in attesa del TTIP, il trattato di mercato unificato tra Europa e Usa), le case farmaceutiche che guadagnano sulle malattie causate da de-nutrizione e sovra/mala -nutrizione e la Grande Distribuzione Organizzata, ultimo anello di una catena che parte con il caporalato nelle campagne.

Nel mentre abbiamo conosciuto: l’esperienza di Mondeggi, fattoria in abbandono sotto speculazione finanziaria oggi autogestita e in salute; lo spazio FUORIMERCATO nella fabbrica autogestita Ri_Maflow, che raccoglie tutti i prodotti legati a progetti che parlano di solidarietà, campagna e mutuo soccorso.

Abbiamo visto come a Bari, e in altre zone d’Italia, i terreni abbandonati possono essere non solo il luogo dello sfruttamento e delle baraccopoli per i lavoratori stagionali, ma anche il posto dove migranti e precari ri-affermano i propri diritti, producendo salsa di pomodoro al giusto prezzo, quello che può dare un reddito.
Oppure di come le mense popolari possano dimostrare che insieme si può essere più forti di qualsiasi patto di stabilità, sfratto, frontiera filospinata o piano di licenziamenti.

Diverse di queste esperienze sono tenute insieme dalla rete informale chiamata “Genuino Clandestino”, che dal 2010 mette insieme i coltivatori che non possono (e rifiutano) rispettare i certificati europei progettati dalla grande industria alimentare. La stessa che affama il mondo e sostiene leggi come quella di “orientamento in agricoltura” (D.Lgs 228/01) che ha perfezionato la trasformazione dell’imprenditore agricolo (ex contadino) in una vera e propria impresa di mercato.

Oltre ad informarci e promuovere la salsa “Sfruttazero” nelle ultime settimane abbiamo partecipato al corteo in difesa dell’esperienza di Mondeggi Bene Comune a Firenze e approfondito i legami tra industria della carne e distruzione dell’ ecosistema terrestre ( con la de-forestazione e l’inquinamento prodotto) con la proiezione del documentario “Cowspiracy”, abbiamo pensato cosa si potesse fare a livello locale.

La migliore sintesi di quello che vorremmo fare l’abbiamo trovata nella presentazione dello Spazio FuoriMercato della Ri-Maflow:

“Superando la dicotomia tra città e campagna, tra produttori e consumatori, dobbiamo ricomporre le molteplici lotte e costruire insieme una comunità che vada al di là del buon cibo e della tutela dell’ambiente per affrontare i temi dei diritti di chi lavora, dei prezzi ‘sorgenti’ di produzione e dei prezzi al momento del ‘consumo”.

Ci piacerebbe in primo luogo conoscere contadini e attivisti che condividono con noi questi temi per strutturare una continuità di ragionamento sul territorio.
Capire con loro se fosse possibile strutturare reti di consumo critico e mutualistico ( ricordiamoci che oggi molti faticano a fare una spesa decente in termini di qualità e quantità) e mercatini autogestiti in cui scambiare prodotti non certificati (clandestini per la GDO).
Oppure se qualcuno è interessato ad estendere e aderire alla rete Genuino Clandestino o a supportare progetti di mutuo soccorso con esperienze esemplari di lotta ed autoproduzione.

Vi aspettiamo,
La Boje!

  1. http://www.communianet.org/il-network/130-anni-da-la-boje
  2. http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=21034
  3. tbcfirenzemondeggi.noblogs.org
  4.  http://www.fuorimercato.com/new/
  5. www.rimaflow.it
  6.  https://www.produzionidalbasso.com/project/sfruttazero-autoproduzioni-fuori-mercato/
  7.  http://www.cowspiracy.com/

 

 

Le marce contro il clima e la necessità di una rivoluzione eco socialista

In una lettera pubblicata sulla Gazzetta Bassoli (consigliere di Sel) riprende la manifestazione del climate march che si è svolta anche nella nostra città sintetizzando una posizione largamente diffusa da alcune associazioni ambientaliste ad altre ambigue come Avaaz che coopera direttamente con le segreterie di Ban-Ki-Moon.  Il ragionamento più o meno è il seguente: milioni di persone hanno manifestato la propria preoccupazione (Papa incluso) per l’innalzamento climatico globale nell’auspicio le preoccupazioni collettive sui disastri ambientali riescano a infondere un’etica ai responsabili di  multinazionali e governi nel Cop21. Un copione difficilmente digeribile anche per un cinepanettone. Vediamo perché

Duecento anni di produttivismo hanno portato il sistema climatico al collasso. Le condizioni ambientali disastrose hanno portato alla scomparsa di  interi ecosistemi, catastrofi ambientali che milioni di persone, specialmente i più poveri,  pagano con la propria vita. La responsabilità delle emissioni incontrollate è per l’80% dei paesi sviluppati e in via di sviluppo, mentre a pagarne quasi sempre le spese sono i Paesi del Sud del Mondo.  Secondo le dottrine liberiste la sola economia di mercato, sarebbe in grado di risolvere la stabilizzazione del clima con il diritto allo sviluppo all’espansione produttiva. Per questo ancora oggi assistiamo alle convention sul clima dell’Onu su cui i media enfatizzano speranze e buoni propositi.  Occorre però dare una spiegazione del motivo per cui i propositi vengono costantemente disattesi da Kyoto a Copenaghen a Cancun e avranno i medesimi esiti a Parigi. Il riscaldamento globale è un dato di fatto e nella migliore delle ipotesi è solo possibile mitigarne al massimo gli effetti e costruire percorsi di adattamento e transizione. Una frase così moderata e condivisibile però presuppone draconiane misure di riduzione delle emissioni e l’utilizzo di tutta la tecnologia disponibile per sostituire un energia fossile con una rinnovabile, a prescindere dai costi.  Le necessità di crescita produttiva e di miglioramento del rapporto costi/efficienza non sono in nessun modo compatibili con un impegno a una riduzione dell’abbassamento delle emissioni. L’energia pulita senza emissioni ha un costo enormemente superiore a quella fossile estratta. Ha un valore sociale crea benefici collettivi, ma un costo di infrastrutture sicuramente più alto. Le lobby delle energie fossili e i settori che da esse dipendono si rifiutano di pagare il conto e perseguono il solo scopo  proteggere i propri sovraprofitti , hanno determinanti partecipazioni ai governi e agli organismi internazionali di monitoraggio (il Cop21 appunto) e  non hanno alcun interesse economico a sostituire le energie pulite e rinnovabili con quelle fossili. Al massimo possono ritenere redditizia l’introduzione di una nuova fascia di mercato per l’utenza che ne ha le possibilità e cerca di contribuire come singolo consumatore optando per una scelta ecosostenibile, ma la risibile energia pulita andrebbe a sommarsi a quella estratta, non a sostituirla.  Quindi occorre chiarire che per  salvare il mondo dalle catastrofi ambientali occorre rivoluzionare il sistema economico e rivoluzionare quello energetico. Questi principi configgono violentemente, senza alcuna mediazione possibile, con le necessità di aumentare rendite e profitti delle multinazionali, che avranno i loro maggiori ricavi intensificando lo sfruttamento intensivo del suolo, l’inquinamento delle acque, il decentramento delle attività produttive dove non esistono controlli (petrolchimici in primis), lo sfruttamento della forza lavoro e ovviamente le emissioni di CO2.  Eppure il potenziale tecnico delle energie rinnovabili consentirebbe di coprire per oltre dieci volte i bisogni dell’umanità. Non si tratta quindi di una impasse fisica, ma sociale. La sostanza di fondo del problema, è politica. In ultima istanza scelta che abbiamo di fronte è drammaticamente semplice:
O si ridimensiona radicalmente la sfera della produzione capitalistica per garantire la transizione verso un altro sistema produttivo ed è allora possibile limitare al massimo i danni del riscaldamento pur garantendo a tutte e a tutti uno sviluppo umano di qualità, basato esclusivamente sulle energie rinnovabili
O si resta nella logica capitalista di un’accumulazione sempre più frenetica, e allora il disordine climatico che ne deriva riduce drasticamente il diritto di esistere per milioni di persone e le generazioni future saranno condannate a fare le spese della rincorsa di energie pericolose: nucleare,Ogm, agro-carburanti e stoccaggio geologico della CO2
Soluzioni intermedie non esistono, o sono solo speculazioni illusorie di chi vuole rabbonire un’opinione pubblica inferocita per i disastri a cui assiste e subisce, che deve tutelare i propri profitti

Come, Cosa,Dove e per chi produrre. La transizione energetica non è solo necessaria ma dovrà anche essere radicale. Noi optiamo per un modello energetico che richiami una società democratica e una gestione partecipativa e socialmente controllata, in cui i beni comuni siano condivisi collettivamente e non sottoposti alle leggi di valorizzazione del capitale. Per questo cogliamo lo spirito positivo con cui le climate march sono state convocate ma poniamo la necessità di dover intraprendere rivendicazioni altre dal tirare la giacchetta dei potenti per incrementare i propri guadagni avvelenano e uccidono il pianeta.  Sarebbe necessario che tutti ci riappropriassimo della politica e della necessità di determinare le esigenze di vita nostre che non sono quelle delle aziende e delle banche italiane. Peccato che il movimento ambientalista che ha manifestato esattamente tali principi abbia subito la repressione della polizia e la criminalizzazione del governo Hollande.
Per questo solidarizziamo con gli arrestati a Parigi e la repressione della Gendarmerie francese e  oltre a voler confrontarci su un analisi teorica e scientifica siamo impegnati nella costruzione di alternative dal basso.

Vieni a confrontarti con noi:
#martedì8dicembre per il corteo in difesa a Mondeggi-fattoria senza padroni (partenza h11 a La Boje!)
#domenica13dicembre durante la visione di cowspirancy – doc sull’industria della carne e la sovranità alimentare
# verso la fine di dicembre verso il lancio della rete di autoproduzioni di Genuino Clandestino

Una prima importante risposta

Hanno partecipato in tanti, quasi un centinaio, alla manifestazione  “Da che parte stare” contro razzismo, fascismo e terrorismo che la rete antirazzista ha lanciato ieri. Un presidio largo e attraversato da giovani, studenti, migranti, uomini e donne che non vogliono cedere al paradigma di guerra e terrorismo che sta montando in tutta Europa. Per chi non legge il mondo e il sangue versato da Parigi a Gaza, da Bamako a Beirut con la vergognosa rappresentazione mediatica di due insiemi in cui nel primo ci sono i buoni occidentali, bianchi, cattolici, democratici  ed eterosessuali  e nel secondo  i cattivi Non occidentali, Non-bianchi, terroristi e islamici. Perché i cortocircuiti logici sono talmente spudorati che la narrazione del dolore e della paura non la vogliamo lasciare a chi rimane il primo sospettato di essere artefice e complice delle stragi di Parigi e Beirut. Il Califfato esiste e i terroristi islamici ci sono, organizzano e dirigono pezzi di Africa e Medio Oriente. Governano con la paura e il terrore, sono l’espressione più feroce dell’oppressione sulle libertà di espressione, sulla sessualità, sul diritto alla vita. Rendono pubbliche le esecuzioni a morte in cui paventano un raffinato piacere alla rappresentazione pubblica dell’orrore come strumento di dominio e controllo. Qualcosa di simile a quando nazisti e fascisti dovevano punirne uno per educarne cento. Lo stesso orrore e o stesso terrore da cui milioni di persone fuggono e cercano riparo. Ma ISIS non è un corpo estraneo alla governance europea. E’ il servo vigliacco degli interessi dei ricchi Sceicchi e del controllo dei paesi Europei sul Medio Oriente, Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna. Non crediamo alle lacrime versate dai governi che da alcuni decenni si spartiscono Africa e Medio Oriente con le moderne forme di controllo e colonizzazione in uno sporco gioco in cui il meccanismo di armare fanatici religiosi diventa una micidiale forma per gestire territori privati della democrazia . Non crediamo a chi ha intessuto fitte trame commerciali del mercato di armi con i Paesi che finanziano le falangi terroriste islamiche (Arabia Saudita in primis), spesso avvalendosi della collaborazione dei flussi agevolati che il mercato nero offre (mafia e n’drangheta per il nostro Paese).  Non crediamo a chi si appella alla necessità di sospendere i principi di democrazia e libertà che abbiamo consolidato, che ci appartengono, esercitando misure di restrizione di libertà individuali e collettive, repressione, muri, frontiere, coprifuochi, rappresaglie, per poi volerli un domani riscriverli. Non crediamo alla tensione inquisitoria con cui canoni  estetici, culturali, religiosi, diventano elementi per agire una discriminazione su un pezzo di persone che lavorano, studiano, giocano con noi ed alimentare panico e razzismo nella nostra quotidianità. Non lasciamo alcuno spazio ai fascisti e ai comitati fantoccio utili solo a proiettare una diversa immagine sull’opinione pubblica, perché loro sono i nostri fanatici contro cui dobbiamo combattere. E badate bene che siamo perfettamente coscienti che non è il solo numero di neofascisti  che ci inquieta, ma il consenso politico ai peggiori rigurgiti razziali: In Francia Le Pen non è al governo, ma il governo di unità nazionale Hollande-Sarkozy-LePen rende l’opzione fascista francese la politica praticata dal Governo.
Vogliamo al contrario essere solidali ed accogliere le vittime che fuggono da un terrorismo che i nostri governi finanziano e mantengono vivo per tutelare gli interessi economici di multinazionali, abbattere i muri, vivere tutti gli spazi dai concerti ai campi di calcio,dai campi di basket ai teatri alle birrerie ai ristoranti a tutti i luoghi di socialità. Oggi è stato l’inizio di un percorso a cui chiediamo a tutte e tutti di partecipare. Una prima importante risposta.

LaBoje! – FavillaCommuniaMantova