Sprofondato nella sedia a dondolo, col bicchiere di solo ghiaccio in mano, un vecchio ambulante di plaza Chacaito allunga il braccio verso l’impianto stereo sepolto all’angolo. “La guerrilla seca”, puro rap venezuelano, esplode sulla piazza per soli ricchi della capitale. Nella Caracas del primo referendum contro Hugo Chavez la guerra dei nervi si combatte anche così. Con lo slang duro delle baracche, l’inno del chavismo underground, sparato a volume altissimo su chi, vestito con i colori della bandiera nazionale, fa la fila per chiedere la revoca del mandato presidenziale.

L’ultimo braccio di ferro politico in Venezuela si chiama “Firmazo”, la carta più difficile per l’opposizione. Fallito il golpe dell’11 aprile del 2001, fallita la serrata del petrolio, tentare per vie costituzionali la cacciata del comandante in capo è l’unica strada rimasta agli avversari revolutiòn bonita. Ma il tempo è poco. Miracolosamente sopravvissuto al golpe economico del dicembre scorso, il tenente colonnello Hugo Chavez Frìas ha abilmente accelerato tutti i tempi delle sue riforme. Moltiplicando il consenso dell’esercito dei poveri al suo governo. Riconosciuti migliaglia di titoli di proprietà agli abitanti delle case occupate, estese ai ranghi bassi delle forze armate le attenzioni riservate agli alti gradi, varata con l’aiuto di Cuba una vasta campagna di alfabetizzazione. E, soprattutto, spalancate le porte all’attesissima riforma agraria. Nel paese del latifondo e dell’apartheid secolare non è poca cosa. I proprietari terrieri- che insieme ai colossi delle tv private, la maggior parte con capitale a Miami, sono i veri attori dell’opposizione- hanno avvisato il governo: se ci togliete le terre sarà guerra civile.

Un primo tentativo di referendum revocatorio è stato invalidato dalla magistratura. Tonnellate di firme false, faxate direttamente dagli archivi delle banche private, non sono servite a indire la consulta popolare. Ora si gioca la rivincita. In grande stile. Miliardi di dollari investiti. Un battage pubblicitario da mondiali di calcio. La raccolta di firme è presentata da tutte le tv come un referendum di fatto. Il tam tam antigovernativo prepara nuovi annunci alla disobbedienza civile. Caracas risponde con tutto l’odio di una città divisa in due. L’atmosfera è incandescente. L’esercito è in strada Le due polizie pure, l’una contro l’altra l’armata. Da una parte la polizia metropolitana agli ordini del sindaco Alfredo la Pena, ferocemente antichavista, dall’altra i tank azzurri della polizia militare, fedele a Chavez. Nei punti più caldi spuntano i blindati della Disip, la polizia politica….

….Per chi vota un cartellino plastificato che certifica il gesto. Una prova richiesta, un ricatto, dai proprietari delle aziende provate per mantenere i dipendenti al loro posto, protesta il governo, chi non la presenterà sarà buttato fuori. Deliri paranoici, risponde l’opposizione, quel cartellino plastificato è solo un souvenir di una giornata importante.

Palazzo di Miraflores. Guardie armate ovunque, protocollo quasi assente, un gigantesco albero di Natale nel patio. Il presidente accoglie i suoi ospiti nel salone da pranzo. Ride e scherza. Racconta il dietro le quinte del vertice iberoamericano in Bolivia. Non sembra preoccupato. Racconta delle facce al tavolo delle conversazioni quando Fidel Castro ha abbracciato il re Juan Carlos dicendo: “quando il re di Spagna sarà eletto…”. Irride le pressioni di chi gli raccomanda un ammorbidimento sul progetto di mercato unico tra stati uniti e sud America. “Il nostro petrolio per entrare al nord non ha bisogno dell’ALCA”. Si compiace del lavoro dei suoi inviati a Washington. “Le relazioni diplomatiche con gli stati uniti le considero migliorate in modo consistente. Il sabotaggio dell’impresa pubblica venezuelana del petrolio ha finito per danneggiare anche loro. Il mio governo garantisce stabilità. Non ci risulta, per ora, che stiano immischiandosi nelle vicende di questi giorni”.

“Il piano golpista me lo immagino già. Quando l’opposizione vedrà che le firme raccolte non sono abbastanza comincerà a sparare in tv cifre false. Dirà che l’appoggio di tre, quattro, cinque milioni di venezuelani disposti a votare contro di me”. Si rabbuia in viso. “Se anche questa volta usano le tv per chiamare le forze armate alla disobbedienza io le faccio chiudere. A dicembre non l’ho fatto e l’hanno preso come un segnale di debolezza. Se ci riprovano oscuro i canali. Il piano di intervento è pronto. Loro l’ho già avvisati. Questa volta basta una telefonata”.

Qualche ora dopo ai telefonini della sicurezza presidenziale arriverà un’informazione da allarme rosso. Non confermata ufficialmente. Un gruppo di ufficiali della marina sarebbe sul punto di dichiararsi in disobbedienza. Un video di chiamata all’insurrezione generale è pronto per la messa in onda.

Angela Noccioni


A colloquio con il presidente del Venezuela in giorni di alta tensione a Caracas: “immagino già il loro piano”. Stretto in una morsa tra l’imperialismo americano e le pretese dei proprietari fondiari e mediatici venezuelo-statunitensi, il presidente venezuelano Chavez, ha dovuto affrontare un golpe militare poi sventato, un “golpe economico” sempre fomentato ( come qualche decennio fa in Bolivia) dai poteri gringo. Oggi si trova di fronte all’ennesimo tentativo di scacciarlo perché dichiarato oppositore delle politiche statunitensi. La prima cosa che Chavez ha fatto è stata quella di aprire il commercio di petrolio, del quale il suo paese è il quarto produttore mondiale, con Cuba. Rompendo quindi l’embargo che strangola l’isola. Chavez subito dopo invece negò le risorse statalizzate petrolifere agli stati uniti, nel periodo antecedente l’attacco all’Iraq. Ora Chavez sta accelerando i tempi delle sue riforme popolari.