È nato così Camille De Toledo, un artista poliedrico e vulcanico, contemporaneamente scrittore, cineasta, agitatore d’idee e poeta. Un giovane ribelle e romantico che usa la penna e la cinepresa per andare controcorrente e spiazzare i suoi interlocutori. Ha solo ventisei anni, ma i giornali francesi lo considerano già un protagonista della cultura di questi nostri anni. E per convincersene, basta dare uno sguardo al suo impressionante curriculum. Il ragazzo ha frequentato le migliori scuole francesi, è passato per Sciences Po e la London School of Economics, finendo poi a New York a studiare cinema e fotografia. Ma la sua formazione se l’è fatta anche in Chiapas, nelle assemblee di Porto Alegre e tra i manifestanti di Davos e Genova. Dall’immersione nel mondo della contestazione “no global” ha poi tratto una trilogia di riusciti documentari per la televisione franco-tedesca Arte, passando in seguito al cinema con ottimi risultati. L’anno scorso, a Cannes, De Toledo ha presentato Tango de olvido (Tango dell’oblio), un film girato in bianco e nero in Argentina che è molto piaciuto a registi come Scorsese e Kiarostami. Ora, oltre a lavorare al suo primo romanzo, sta finendo il montaggio di “Racontez-nous, Anna”, una satira feroce e senza concessioni sul mondo della real tv, per girare la quale si è molto ispirato a Pasolini, un regista che, insieme a Kurosawa, Wenders e Chris Marker, considera uno dei suoi maestri. Tra questi ci mette anche Albert Camus, “uno che in un’epoca molto ideologizzata ha saputo restare libero e capace di pensare con la propria testa”. Cosa che per altro ha dimostrato di saper fare anche lui, nelle pagine di “Superpunk arcimondano”, che racconta “le confessioni scomode di un giovane disobbediente”. Un’opera molto letta negli ambienti della contestazione d’oltralpe, e che Le Monde ha salutato come “un sasso nello stagno, brillante di lucidità e stupefacente di maturità”. In queste pagine scritte con intelligenza e impertinenza, Camille De Toledo critica le derive del presente, la follia della società dello spettacolo e il dandismo di massa, la falsa contestazione e il nichilismo usa e getta. “Oggi è urgente ripoeticizzare la politica”, ci dice in un bistrot del quartiere latino, “abbiamo bisogno di creatività per spiazzare gli avversari, come ha fatto il subcomandante Marcos quando ha attaccato un campo militare con degli aeroplanini di carta. Occorre essere immaginativi e fuori dagli schemi anche in politica. Oggi, quando rileggo Breton e i surrealisti, mi sento perfettamente d’accordo con lo spirito della loro rivolta politico-poetica. Nell’uomo c’è qualcosa d’irriducibile che possiamo chiamare poesia, amore, linguaggio. Qualcosa che sfugge agli ordini e si ribella, ma che è sempre attaccato e aggredito dal taylorismo, dal machismo, dalla comunicazione, dalla pubblicità, dai linguaggi stereotipati, da tutti quegli elementi che producono il presente asfissiante e senza futuro in cui viviamo. Per sfuggire a questa prigione quotidiana, abbiamo bisogno di fantasia, utopia e poesia. Anche i “no global” ne hanno molto bisogno, perché non si tratta solo di abolire le superstrutture economiche e combattere il Fondo Monetario o il Wto. Ancora più importante è cambiare la testa degli individui”. Cosa dicono i “no global” di lui? “I professionisti della contestazioni mi considerano come un simpatico sognatore, ingenuo e divertente. Mi guardano con condiscendenza perché anche loro sono prigionieri delle strutture, sono dei tecnocrati della contestazione che non capiscono la necessità di allargare la coscienza della gente. Sono contestatori di professione che però non sanno nulla del “senso del possibile” di Musil. I professionisti della contestazione in realtà sono noiosi, non mi interessano. Per fortuna, molte altre persone si sono riconosciute in ciò che ho scritto, giacché, in questa società, provano lo stesso senso di soffocamento che provo io. Hanno le mie stesse sensazioni”. Non si sente solo, quindi? “Il libro è stato letto da molti e qualcuno dice perfino che è diventato un libro di culto per i no logo, no global, no border. Non so se sia vero, ma in ogni caso non mi interessa essere il portabandiera di un gruppo o di una categoria sociologica. Non mi interessano le bande e i manifesti. Sono contento però che alcune delle mie idee si siano fatte strada, come ad esempio il bisogno di un romanticismo dagli occhi aperti: per me è un’idea importante, ci aiuta a cogliere il nostro posto nel tempo e nel mondo”. Camille De Toledo è uno pseudonimo. Alla fine del libro lui rivela di appartenere a una grande famiglia della borghesia francese, la fondatrice dell’impero Danone. Qual è stata la reazione della famiglia alla sua ribellione? “È stata una rottura violenta, non hanno per nulla apprezzato la pubblicazione di “Superpunk arcimondano”. Prima mi consideravano un ragazzo un po’ bohémien, vagabondo e alternativo, ma in fondo simpatico e gentile. Dopo la pubblicazione del libro, però, sono diventato un reietto al quale nessuno deve più parlare. Negli anni Settanta era normale rimettere in discussione la famiglia, oggi non più. Eppure la famiglia – intesa come clan che, attraverso il vincolo del sangue e dell’onore, difende un patrimonio – contribuisce a veicolare quell’ordine che difende sempre i propri interessi. È l’anello fondamentale della catena che opprime tutti e contribuisce a creare quel senso di soffocamento di cui dicevo prima. Non sono sicuro che sia possibile rompere definitivamente con la propria famiglia. Io però almeno ci ho provato”.

http://www.feltrinelli.it/FattiLibriInterna?id_fatto=2000

ALIAS ET IDEM, FABIO SEGALA.


“Superpunk, arcimondano – Confessioni scomode di un giovane disobbediente”

Feltrinelli Editore – Super Universale Economica – Trad.: Anna Maria Ferrero

Camille De Toledo è nato nel 1976. Ha studiato storia in Inghilterra, fotografia e cinema a New York, la falsa trasgressione a Parigi, il falso esotismo a Tangeri, la nostalgia (bella) a Buenos Aires. Ha un naturale trasporto per la disobbedienza.

“Sono un asmatico dell’anima. L’epoca mi causa un problema respiratorio. Mi manca l’aria. Ciò mi ha spinto molto presto a cercare nel guazzabuglio degli anni Novanta qualche spazio, due o tre idee, per respirare”.