Roma – Alla cronaca del “putsch” e al ricordo della parabola politica di Shevardnadze, non è quasi mai seguita un’analisi delle ripercussioni che i fatti di Tbilisi possono avere nell’immediato futuro di milioni di persone. Colpisce il silenzio di Washington. Lo Shevardnadze degli ultimi due anni era di sicuro un amico degli americani. Li aveva “invitati” in Georgia a combattere presunte cellule di Al Qaeda ed era favorevole alla costruzione dell’oleodotto Baku-Ceyhan (via Tbilisi). Eppure l’amministrazione Bush ha speso poche generiche frasi di circostanza per commentare i fatti georgiani. Putin, dal canto suo, ha ben poco di che gioire. Si è affrettato a dire che Shevardadze ha fallito perché ha perseguito “una politica che non teneva conto delle realtà geopolitiche”. Come dire: sei voluto andare con gli americani ed ecco come sei finito. In realtà Mosca, attraverso il suo ministro degli Esteri Igor Ivanov, ha cercato fino all’ultimo una mediazione tra Shevardadze e l’opposizione. Perché se l’ex ministro degli esteri di Gorbaciov non è amato da Putin, non è detto che chi gli succederà sarà più gradito. Mosca teme soprattutto il riaprirsi delle vecchie questioni con i separatisti dell’Ossezia. Putin ha già i suoi guai in Cecenia e non vuole assolutamente altri focolai di tensione nel Caucaso. Ma insieme a Putin ci sono almeno altri cinque presidenti che guardano con angoscia ai fatti della Georgia.Sono i leader delle repubbliche dell’Asia Centrale. Quello che è accaduto a Shevardadze potrebbe presto capitare a loro. Tolen Toktasynov, leader del movimento d’opposizione kazakho “Scelta democratica” è esplicito: “Corruzione, mancanza di democrazia, povertà diffusa sono problemi di tutti i Paesi dell’Asia centrale. Quanto è accaduto in Georgia dovrebbe far aprire gli occhi a tutti. Sono convinto che nel giro di 5-6 anni l’intera vecchia generazione politica sarà spazzata via”. I governi dei vari Paesi dell’area hanno reagito in modo diverso ai fatti georgiani. In Turkmenistan, il regime tirannico di Sapurmarat Niyazov ha semplicemente impedito che i cittadini venissero a conoscenza dei fatti. Nel Paese vige il monopartitismo e qualsiasi voce d’opposizione è stata messa a tacere con l’ondata di repressione scatenata dopo l’attentato che Niyazov avrebbe subito (in circostanze mai chiarite) il 25 novembre 2002. La proclamazione dello stato di emergenza è stato il pretesto per varare provvedimenti tanto ridicoli quanto ingiusti. Basti pensare che, dal 5 febbraio 2003, la legge turkmena considera “parricida” chiunque “metta in dubbio la legittimità della politica del Presidente Niyazov”. Che, non a caso, si fa chiamare “Turkmenbashi”, cioè “padre di tutti i turkmeni”. Appena più aperta la situazione in Uzbekistan. Qui i partiti politici sono quattro, ma sono tutti riconducibili all’ex partito comunista. Tre nuove formazioni attendono il via libera per partecipare alle elezioni legislative del dicembre 2004. Ma la repressione del dissenso rimane forte. Molti i prigionieri politici. Il presidente Islam Karimov ha dichiarato che “Shevardadze si è dimesso per preservare la stabilità del Paese”. I media parlano di “forze oscure hanno preso il potere in Georgia”. Insomma, un po’ di paura c’è.In Kazakhstan il presidente Nursultan Nazarbaev ha emesso un comunicato stampa in cui si esprime “soddisfazione per la saggezza del popolo georgiano” e la “responsabilità civica di Shevardadze”. Il tenore di vita dei kazakhi è di gran lunga superiore a quello dei georgiani, ma la corruzione è dilagante. Lo stesso Nazarbaev è accusato di affari illeciti con compagnie petrolifere straniere. In Kyrgyzstan il Ministro degli Esteri spera “che le forze politiche della Georgia evitino provvedimenti che possano destabilizzare il Paese”. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione Europea (Osce) parla di frequenti violenze e soprusi nei confronti delle forze dell’opposizione. Il presidente Askar Akaev fa buon viso a cattivo gioco e si dichiara “ottimista sulle prospettiva di riforma nei Paesi dell’area”.Il Tagikistan guarda alla Georgia con un occhio al proprio passato. Il governo non commenta i fatti, mentre i media ricordano che quanto accaduto a Tbilisi negli ultimi giorni ricorda molto i fatti che nel 1992 fecero scoppiare in Tagikistan una guerra civile durata ben cinque anni. Cinque Paesi governati da ex funzionari del Pcus trasformatisi in leader autoritari e nazionalisti. Cinque patriarchi sentono l’autunno che si avvicina. Di qui a poco più di un anno ci saranno elezioni legislative in quattro Paesi della regione. Si comincia in Kazakhstan nell’ottobre 2004 e si termina in Kirghizistan e Tagikistan nel 2005. Difficile dire se le elezioni saranno regolari. Ma non è detto che per fermare il cambiamento basteranno i brogli. A Shevardnadze l’ultimo trucco è stato fatale.

Da clorofilla

di Antonello Sacchetti


Come interpretare il cambio di regime avvenuto il 23 novembre scorso con le dimissioni di Shevardnadze e la salita al potere dell’autoproclamatasi presidentessa ad interim signora Nino Burdzhanadze? Golpe (seppure di velluto)? Rivoluzione? Vittoria della democrazia? Difficile dare etichette a un processo così rapido in un contesto politico tanto diverso dal nostro. Il fatto è che tutte le repubbliche ex sovietiche sono quasi sempre viste come realtà lontane e marginali. Ma… L’ultimo trucco è stato fatale