Dall’altra parte le aziende che scricchiolano ma non mollano, le precettazioni, le minacce di multe fino a 500 euro, politici e amministratori che sparano cifre fasulle sugli stipendi e tutte le forme di repressione utilizzabili.

Nel centro poi, con un ruolo ormai molto marginale, stanno i sindacati confederali, che continuano a dimostrare tutta l’ambiguità di intenti, ma allo stesso tempo firmano un contratto indecente, successivamente uno che è un ripiegamento di fronte alla mobilitazione della base. Rifiutano un referendum consultivo dei lavoratori e sgorgano un fiume di dichiarazioni di responsabili indignati.

Possiamo trarre alcune considerazioni importanti. Sotto tutti gli aspetti. In primo luogo, i sindacati confederali hanno messo a nudo il loro effettivo ruolo di mediatori degli interessi delle imprese, nelle dinamiche in corso. Si è visto che, dove i lavoratori rivendicano un contratto, senza il quale attualmente si vive in condizioni al limite dell’umano, dove esercitano una forza di opposizione e non più di pallida e incerta difesa, i confederali, si sono schierati apertamente con le aziende. Tenendo conto che questi si sono impegnati nel confondere tale ruolo, si è delineato un chiarimento importante per tutti i lavoratori, di tutte le categorie.

Se poi pensiamo a ciò che (non) hanno fatto nel caso delle numerose e grandi aziende chiuse in questi anni, alla incredibile cecità di fronte a buchi come quello della parmalat e ancora alla legge antisciopero firmata quasi sotto dettatura o alla finta unità ritrovata ma subito spezzata dal persistente problema della rappresentatività dentro le fabbriche, il regolamento voluto dalla cgil scuola nel tentativo di escludere i sindacati di base dalle trattative, l’abbandono dei dipendenti alitalia nelle loro mobilitazioni.appare chiaro come questi si interessino solo della fascia che permette loro di esistere, cioè i pensionati. Una sorta di branchia dell’imprenditoria che si impegna nel mantenere la pace sociale? Sembra proprio essere così, visto che non combatte in nessuno dei settori del precariato, luogo che diventerà la norma disumana dell’intera realtà lavorativa.

In secondo luogo, se i tranvieri riescono ad ottenere le loro minime rivendicazioni, potrebbe diffondersi a cascata anche tra le altre categorie la vecchia, ma sempre valida concezione, che la lotta paga.

Forse non suona molto bene, ma significa in sostanza un mutamento forte nel pensiero collettivo. Il fatto che ci si possa accorgere che la partecipazione alla vita economico -politica di una comunità, avviene proprio attraverso lo sciopero.

Questa forza dal basso, si sta costituendo con la nascita del coordinamento nazionale di lotta degli autoferrotranviari e la nascita di simili organizzazioni anche tra altre categorie. In controtendenza rispetto gli ultimi 25 anni, si possono prospettare delle campagne e un’organizzazione di quelle vere, che in breve assicurino dalle perdite nei contratti. Ma che inoltre, prevedano istanze per opporsi alle radici ultra -liberiste che regolano le manovre di privatizzazione dei servizi, il caro vita, i licenziamenti e i fallimenti.. insomma, tutti quei fenomeni, a discapito della gente comune e quella più povera, proprie di questo tipo di sistema.

Il 26 è indetto un nuovo sciopero generale, dove il coordinamento nazionale dei lavoratori in lotta, presenterà la propria piattaforma rivendicativa, che non si limita al contratto scaduto, ma parla anche di futuro, chiedendo una riduzione drastica del precariato e l’inserimento di clausole sociali per utenti e lavoratori sulla qualità del trasporto pubblico. Questo per fortuna, sembra essere solo l’inizio.

mangiabimbi


Dopo lo sciopero generale del 9 gennaio, a che punto siamo? Da una parte i lavoratori dei trasporti pubblici che continuano a chiedere il minimo: il recupero dell’inflazione e il rimborso degli arretrati. Come lo fanno? Senza neanche bisogno di parlare dell’evidente, si mobilitano in scioperi e azioni non meno generali e autorganizzati. A Roma, per esempio, dopo la precettazione, i lavoratori hanno deciso di riprendere il servizio, ma a passo di lumaca, non violando l’intimidazione del prefetto, ma rendendo nullo il servizio. Quelli milanesi, dopo due giorni di blocco totale non cedono, anche se sono usciti per il servizio, rigettano l’accordo locale di ripiego e lasciano il compito ad altre città, Bologna e Venezia in testa.