Giustamente il Sole 24 Ore ha trionfalisticamente parlato di federalismo contrattuale, spiegando che così si arriva alla devolution sui salari e sui diritti. Molto semplicemente si torna alle gabbie salariali, ai minimi tabellari diversi da regione a regione e alla concorrenza selvaggia tra territorio e territorio sugli orari e sulle condizioni di lavoro.

Se questo è l’inaccettabile contenuto dell’intesa che si prefigura, ancor più grave è il principio che la ispira. Quello secondo il quale si può concordare il sistema contrattuale, cioè la costituzione nelle relazioni sindacali, solo con chi ci sta, mettendo ai margini il sindacato più rappresentativo. Se è grave un accordo separato in un contratto, ancora più distruttiva è un’intesa dello stesso tipo sulle regole. Correttezza democratica vorrebbe che esse si definissero con l’accordo di tutti. Se gli artigiani da un lato, Cisl e Uil dall’altro pensano davvero di venire meno a questo fondamentale valore, allora sono tempi bui.

Temiamo che quanto può avvenire tra gli artigiani non sia un caso. Sulle pensioni è ricominciata un’offensiva propagandistica contro l’arroccamento della Cgil. Riparte la solita litania secondo la quale alla fine un accordo bisogna pur farlo. Già si parla di quota 95, che non è un dato altimetrico, ma la disponibilità di qualche dirigente sindacale ad accettare come male minore i 38, 39 anni di contributi invece dei 40 per andare in pensione. Torna la cultura della riduzione del danno, per la quale se alla fine rinuncio a metà del salario, ho guadagnato l’altra metà.

Siamo insomma di fronte al rischio di una crisi profonda della breve stagione di unità che si è sviluppata attorno alla lotta contro la politica economica del governo. La ragione è sempre la stessa.

Pochi giorni fa su “l’Unità” Antonio Padellaro lamentava del ritorno di fortuna per Silvio Berlusconi, che, dopo i disastri della sua politica si trova di fronte un’opposizione di nuovo incerta e divisa. Ciò che avviene sul piano politico riflette esattamente quello che accade sul terreno sindacale. Evidentemente bisogna stare attenti a vendere troppo presto la pelle dell’orso. Il governo, le politiche liberiste, l’attacco ai diritti degli uomini e delle donne, non sono destinati a crollare dalla sera alla mattina. Dalla guerra, alle pensioni, ai salari e ai diritti il governo e la Confindustria ripropongono continuamente una strategia di divisione del fronte avverso. Alla base di essa c’è l’affermazione di un quadro di compatibilità e di scelte di fondo al quale tutti dovrebbero attenersi, padroni e sindacati, governo e opposizione. Se si accede a quel terreno, prima o poi si è costretti ad accettarne le conseguenze. Non basta allora parlare di unità: l’esperienza dimostra che è proprio essa la prima a venir meno, se mancano contenuti forti atti a sostenerla. Se le organizzazioni sindacali non sono d’accordo a difendere assieme il valore ed il ruolo del contratto nazionale, sarà difficile che possano reggere assieme un confronto duraturo con la politica economica e sociale del governo. Se le forze politiche che si oppongono a Berlusconi non riescono a costruire una politica economica e sociale davvero alternativa, prima o poi si divideranno. Berlusconi e la Confindustria fanno scelte politiche e sociali completamente sbagliate, e non semplicemente gestiscono in modo sbagliato scelte inevitabili. Qui a mare pare stia la differenza di fondo che divide i giudizi nell’opposizione e nel movimento sindacale. Non basta ripristinare un po’ di metodi concertativi perché il taglio dei salari e delle pensioni divengano socialmente accettabili. E’ su questo che ci si divide.

L’insegnamento di questa fase è che per essere davvero unitari bisogna costruire un programma davvero diverso da quello di chi governa e comanda.

16 dicembre 2003

(da liberazione)


di Giorgio Cremaschi – Se non accadrà nulla di positivo, il 18 dicembre le organizzazioni delle imprese artigiane, la Cisl e la Uil firmeranno un accordo separato per cambiare il sistema contrattuale del settore. Se davvero dovesse avvenire, sarebbe un fatto gravissimo. Questo prima di tutto perché le aziende artigiane mettono in discussione il contratto nazionale. Secondo il documento da esse preparato da ora in poi a livello nazionale si definirà solo il salario legato all’inflazione programmata, quella risibile cifra che tutti considerano fuori dalla realtà. Tutto il resto del salario nonché gli orari e i diritti fondamentali dei lavoratori si dovrebbero definire a livello regionale.