Una certezza che trova conferma nei rilevamenti effettuati, a partire dal

1959, dal Gruppo nazionale di difesa per le catastrofi idrogeologiche (Gndci) che fa capo sempre al Consiglio nazionale di ricerche. “Sono

numerosi i fattori che portano ad affermare che quello di Scanzano non è un sito adeguato”, spiega Maurizio Polemio, il ricercatore dell’Irpi che sta conducendo lo studio sulla zona finalizzato alla tutela delle acque sotterranee dall’intrusione marina. “Conosciamo alla perfezione le caratteristiche di quel sito”, afferma Polemio, eppure nessuno, né dalla Sogin né dal Ministero ha mai pensato di contattare i ricercatori dell’Istituto.

Accanto alle caratteristiche del sottosuolo, considerate rarissime al mondo, che hanno determinato la scelta, univoca al momento, di sistemare il deposito di scorie radioattive proprio nel giacimento di salgemma di Scanzano, uno dei requisiti fondamentali è la stabilità del terreno.

Presupposto per poter sistemare un qualsiasi carico di rifiuti non biodegradabili e radioattivi è che né scosse sismiche né altri tipi di

movimenti tellurici debbano mai verificarsi, per evitare che i grossi bidoni sistemati nel sottosuolo possano spostarsi, anche soltanto di millimetri e così rischiare pur minimi versamenti di liquami tossici. Così deve essere dal momento dell’interramento fin poi: per l’eternità, si potrebbe dire. Ma a Scanzano, secondo l’Irpi, questa caratteristica mancherebbe del tutto. “La scelta è caduta su Scanzano – spiega Maurizio Polemio – perché il sito è stratigrafico e a circa 670 metri di profondità si trova uno strato di argilla e poi salgemma, ancora argilla e quindi salgemma. Proprio la presenza di sale denota l’assenza di acqua e quindi denoterebbe la stabilità del sito”. Peculiarità, come detto, considerate uniche. Ma proprio la presenza del giacimento potrebbe essere all’origine di smottamenti del terreno. “In Calabria per esempio – spiega il ricercatore – quando si è proceduto allo svuotamento del giacimento, la collina di Belvedere di Spinello è crollata.

L’operazione era stata eseguita scavando due pozzi attraverso i quali veniva iniettata acqua nel giacimento per far risalire la salamoia. Questo ha provocato il crollo della collina”. Per evitare dunque gli smottamenti basterebbe adottare una tecnica diversa e più accurata per lo svuotamento del giacimento. In ogni caso, la popolazione della zona si è finora opposta all’estrazione del sale. “La gente del posto – racconta il componente dell’Irpi di Bari – temeva che nel giacimento svuotato fossero poi versati i rifiuti tossici conservati dal centro di ricerche Enea di Trisaia in località Rotondella. Il problema come si vede era già stato posto in passato”.

Ma non è soltanto questo il problema. “Altra questione ancora più importante – spiega Maurizio Polemio – riguarda il fatto che l’area in questione è molto vicina al fiume Cavone e dal punto di vista idrogeologico non è affatto sicura. Si deve ricordare che la Piana del Metapontino era in precedenza una zona paludosa, bonificata meccanicamente solo negli anni Cinquanta quando vennero posizionate idrovore che sono tuttora in funzione. I dati del Gndci mostrano che con cadenza quasi decennale, quella zona è oggetto di alluvioni”.

Per fare un esempio concreto: lì potrebbe succedere quello che è accaduto soltanto due mesi fa a Palagiano e nel Tarantino in seguito alle forti piogge di settembre. I dati del Gruppo nazionale di difesa per le catastrofi idrogeologiche del Cnr mostrano che alluvioni si sono verificate a novembre del 1959, a gennaio del 1960, a gennaio del 1972, a novembre del 1976, a dicembre del 1984. “E i dati a nostra disposizione si fermano ai primi degli anni Novanta – dice il ricercatore dell’Irpi – Ma è già abbastanza per dire che almeno una volta ogni dieci anni è possibile che si verifichi un’alluvione. Ora, è facile immaginare cosa possa accadere nel caso che si verifichi una piena proprio nella zona in cui sono sotterrati i bidoni di materiali radioattivi”.

A tutto ciò, va aggiunto ancora un altro dato, altrettanto significativo. La costa ionica è in continuo movimento e l’erosione è ormai in stato avanzato. “Negli ultimi 15mila anni – spiega Polemio – il livello del mare è salito di ben cento metri. Se il periodo di tempo può sembrare abnorme, bisogna comunque considerare che i rifiuti che si vorrebbero interrare sono destinati a rimanere lì per migliaia di anni”. Se dunque fra i criteri primari per la scelta c’è la stabilità del sito, dovrebbero bastare queste argomentazioni per dire di no, non soltanto attraverso gli slogan, al deposito delle scorie. “Il requisito fondamentale della stabilità idrogeologica non esiste – dice seccamente Maurizio Polemio – quindi quel sito non è adeguato ad accogliere quel tipo di rifiuti”.

I ragazzi delle scuole del Metapontino che hanno occupato la stazione di Metaponto hanno chiesto in una lettera al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, “di venire a visitare i campi coltivati con tanto amore dai nostri padri e dai nostri nonni, il nostro mare pulito e la nostra sabbia color oro”. “Presidente – è scritto nella lettera – siamo qui sui binari di Metaponto e vorremmo che anche lei venisse con noi su questa linea ferroviaria. La sua presenza a Metaponto avrebbe sicuramente l’effetto di far retrocedere il governo dal suo criminale progetto”.

da la Repubblica


BARI – “Scanzano Jonico non è un sito adeguato ad accogliere un deposito di scorie nucleari”. Parola del Cnr. La secca certezza, fra mille allarmismi e altrettante rassicurazioni mai veramente certificate da analisi approfondite e trasparenti, deriva da anni di studi che la sezione barese dell’Istituto di ricerca per la protezione idrogelogica (Irpi) del Cnr sta conducendo proprio nell’area nella Piana di Metaponto con il finanziamento dell’Unione europea.