Perché dallo scoppio della bolla speculativa della new economy in poi le grandi multinanzionali detentrici dei diritti di proprietà sui contenuti sono alla spasmodica ricerca di un sistema per rientrare degli investimenti. In tempi di crisi economica generalizzata è difficile, e lo stiamo vedendo, che parta un mercato di vendita di contenuti di gitali (film, musica, ecc.) come piacerebbe a questi signori rispetto ai loro buchi di bilancio. Nel frattempo, però, i sistemi di scambio alla pari di files (detti “peer-to-peer” i successori di Nasper, per intenderci) rappresentano l’attuale 75% del traffico di rete. Ovvero il 75% del traffico nella rete mondiale investe 250 milioni di utenti che si scambiano film, musica e altro in barba alle norme sul copyright internazionale per pura passione personale. Ma anche per non dover sottostare alla “tassa sul macinato” rappresentata dai costi di cd e biglietti del cinema che sono aumentati con qualità spesso discutibile. Come evitare questa che i media generalisti chiamano indistintamente “pirateria”? In due modi:

1) Con misure legislative sempre più draconiane

2) Con uno stardard tecnologico che permetta ai “legittimi” detentori dei

diritti di controllare direttamente l’utilizzo delle opere date in licenza

Del primo punto fa parte il DDL Urbani approvato lo scorso 12 Marzo e diventato efficace l’altro ieri che introduce multe fino a 1500 Euro ed il sequestro del computer per chi scaricherà d’ora in poi film in questo modo (si prevede il carcere per lo scopo di lucro: 3 anni !)

Del secondo punto fa parte uno standard chiamato DRM (Digital Right Managment) che stava mettendo appunto proprio la Microsoft nell’ottima di una strategia complessiva di tecnologia sicura che aveva il preciso scopo di assicurare alle multinazionali dei contenuti digitali che le loro opere rilasciate in licenza sarebbero diventate fruibili in futuro solo per chi ne aveva legalmente acquisito i diritti. Come? Semplicemente i computer che stanno

progettando avranno un mix di tencologia software ed hardware per controllare di volta in volta che il software, la musica, il fime che stiamo facendo girare sul nostro computer è stato acquistato legalmente. Se il computer, controllando in rete, si accerta di questo acconsentità, altrimenti ve lo potete scordare.

E’ l’uovo di colombo, no?

Quindi se io ho il monopolio di fatto dei sistemi operativi nel mondo (più del 90% sono windows) faccio un accordo con la Disney, ad esempio, per fare in modo che usi il mio standard DRM e i suoi video girino solo sulle macchine che montano le applicazioni che lo implementano: Windows Media Player.

Chi rimane fuori? Chi rendo incompatibile da questo standard ottenendo il monopolio sicuro per mercato del futuro

In questo senso la partita dell’EU ha due chiavi di lettura:

1) La EU, e le imprese europee, che si oppongono a questa situazione per non dovere fare accordi con Microsoft nell’ambito di un attrito più generalizzato tra attori del mercato europeo e statunitense sulla scena mondiale

2) L’interesse dell’amministrazione statunitense a favorire, in questo conflitto, la microsoft

Uno dei primi atti dell’amministrazione Bush fu proprio eliminare il problema giungendo ad un accordo capestro con Microsoft che attualmente è ancora sotto processo negli USA ma per l’impegno dei singoli stati e non del governo federale.

E perché l’ha fatto? Perché è nel preciso interesse di questa amministrazione una Microsoft forte che imponga standard di questo tipo e logiche di questo tipo a tutto il resto del mondo. Ed è stato un preciso obiettivo della Microsoft finanziare il partito repubblicano per questo.

In questo senso si spiega la dura presa di posizione del dipartimento di Giustizia USA che invoca il “libero mercato” esattamente come lo invoca Microsoft con la Software Choice campaign nata per contrastare le legislazioni nazionali che metterebbero in grado il software libero di competere con il monopolio microsoft nella digitalizzazione della pubblica amministrazione.

E allora bisogna stare con Monti in funzione antimicrosoft? Attenzione, le convergenze di interessi possono essere più complesse. Il giro di vite sui sistemi “peer-to-peer”, in Italia con Urbani, hanno un omologo nella Intellectual Property Enforcement Directive approvata a livello europe due giorni dopo il decreto Urbani che, sebbene stabilisca cose anche molto diverse per esempio in materia di reati con profitto o meno (creando

una disarmonia legislativa che Ciampi si è ben guardato da evidenziare firmando il DDL), ha un tratto in comune: la repressione dei circuiti P2P indipendenti per convogliare in quelli a pagamento. E così, noterete, che il lancio del portale di Alice di Telecom Italia con tanto di testimonial d’eccezione, arriva proprio nel momento giusto !

Ultima chicca: sapete come si chiama la presidentessa della commissione che ha elaborato questa roba? Janelly Fourtou, moglie dell’amministratore delegato della Vivendi-Universal, la più grossa multinazionale europea sui contenuti digitali.

Come si dice in questi casi? Conflitto d’interessi? Vi ricorda qualcuno?

Marco Trotta

Il player della discordia

[[image:microsoft.jpg::left:0]]di Marco Trotta

La Commissione Ue ha formalmente condannato Microsoft per abuso di posizione dominante. Lo riferisce un comunicato ufficiale dell’eurogoverno in cui si confermano l’obbligo per il colosso Usa di fornire una versione di Windows senza Media Player. La Commissione Ue ha inoltre condannato Microsoft al pagamento di una multa record da 497 milioni di euro, la piu’ alta sanzione mai inflitta dall’Antitrust europeo. Ma perché la battaglia su Windows Media Player è così importante?