Roma, Sabato 24 gennaio 2004, Palazzo dei Congressi, Convention di Forza Italia. Il movimento politico fondato da Silvio Berlusconi ha compiuto i suoi primi dieci anni, un’eternità nella società dell’informazione. La festa, puntigliosamente organizzata dagli scenografi di partito, si poneva come obiettivo la celebrazione – poco laica e molto religiosa – delle gesta compiute dal Presidente, ma soprattutto si concentrava con decisione sulla prossima delicata scadenza: le elezioni per il Parlamento Europeo di giugno. La campagna elettorale è iniziata.

La strategia comunicativa applicata nella convention presenta e riutilizza tutte le formule già sperimentate nel passato: il colore celeste del cielo, a richiamare la fantasmagoria del nuovo miracolo italiano, presente dolcemente e ossessivamente in ogni dove; la musica aulica, ripetitiva e ipnotica dell’inno di Forza Italia, cantata dalle compite, eleganti ed educate coriste.

Le signore eleganti, sexy, impellicciate e un po’ kitsch delle prime file; i ministri, i deputati e gli uomini del Presidente adoranti e sempre più persuasi della straordinarietà del loro leader; il palco tutto dedicato a Lui, privo di appeal se non cavalcato dal Re, ansioso di essere invaso dall’Eroe; il maxi-schermo che riproduce l’immagine mediale del leader innescando un meccanismo di rimandi a spirale, ove a volte non s’intende più quale sia il Berlusconi-Reale – quello dello schermo? quello sul palco? quello riflesso sui balconi di vetro? quello riprodotto dalle fotografie delle bandiere? o forse nella sala, in fondo, sono tutti Berlusconi? La sapienza della regia cinematografica: nei momenti di maggiore enfasi retorica lo schermo dissolve l’immagine del Cavaliere e la riempie con quella della sua gente, a riconfermare e cristallizzare l’osmosi tra il leader e i suoi adepti.

La cerimonia inizia con varie ripetizioni del discorso della “discesa in campo”; ogni racconto epico non può che iniziare con l’elogio delle origini e l’ostentazione feticistica degli archetipi. Berlusconi appare sicuro e rassicurante, promette di salvare il paese da un futuro illiberale e scioglie la magia del “miracolo italiano”. Il volto candido, bello e pulito della ministra Prestigiacomo presenta quindi sei giovani chierichetti azzurri tanto a modo, dalle facce sorridenti dei bravi ragazzi, che recitano il “credo laico” – senz’altro più “credo” che “laico”, così come il senso ultimo della leadership berlusconiana. I baldi giovani scandiscono in maniera perfettamente riverente e austera i passi del vangelo del Presidente, operando una sintesi efficace del linguaggio di Hollywood con quello di Fatima.

Il confine tra religione e spettacolo diviene impalpabile, o meglio la parole politica diviene l’occasione per contaminare le due drammaturgie in stile postmoderno. I giovani azzurri “recitano” il Presidente, lo evocano e lo citano, pronunciano le sue frasi con ossequio e rispetto: è “la parola del Presidente, rendiamo grazie a Dio”, il messaggio subliminale suggerito dai giovani azzurri. La clonazione – il sogno ora salvifico ora distruttivo dei grandi scienziati contemporanei – è realizzata nel Centro Congressi dell’Eur. La voce del Presidente – presente dietro le quinte ed eternizzata e smaterializzata – risuona dolcemente e affabilmente nella Sala. Perché? Berlusconi non solo è vivo, ma sta per tenere un lungo discorso. Quale motivo spinge gli organizzatori a mettere in piedi questa sceneggiata? Il Cavaliere intende replicare se stesso in tutti noi, o meglio, nei volti più belli di tutti noi, negli sguardi che incarnano il futuro del Paese – i bravi, educati e bei ragazzi. La convention conferma d’essere una manifestazione religiosa-spettacolare a fini politici. Come ogni messa che si rispetti, vengono letti i versetti più significativi delle “sacre scritture”, e come ogni spettacolo politico viene proposta narcisisticamente la figura del capo seduttore.

A un certo punto Berlusconi entra in scena, proprio dopo che sono state percorse le tappe epiche del suo cammino, proprio dopo aver visto il suo volto mediale che lanciava serenamente la sfida ai nemici del Paese. Miracolo della tecnica: il volto del leader è sempre lo stesso, immutabile ed eterno. Sono passati dieci anni ma il Cavaliere è rimasto lo stesso. Scriverebbe Benjamin: “la comunicazione politica nell’epoca della sua manipolazione chirurgica”. Dopo qualche sorriso rassicurante inizia l’omelia, non a caso con la lettura di un articolo-ritratto di Don Baget Bozzo, che sottolinea l’aspetto spirituale e in fondo miracoloso della discesa in campo berlusconiana. Applausi ed abbracci, il prete sale sul palco e manifesta al Cavaliere il suo legame e la sua “fedeltà”. E’ un gesto fortemente simbolico, il prete, che solitamente si affida ciecamente a Dio, in questo caso celebra un altro “signore”: il Cavaliere dei miracoli. E’ profondo il messaggio subitaneo lanciato con questo gesto. Subito dopo va prepotentemente in scena il nulla. Non il solito “nulla” politico, arricchito di un surplus comunicativo e immaginifico, peggio. Berlusconi incanta la platea con il già-detto e il già-provato; gli avversari sono sempre gli stessi – i comunisti e i magistrati. Vengono sciorinati i miracoli compiuti, ma senza toni altrettanto persuasori e con un trionfalismo palesemente edulcorato e palpabile.

Gli sguardi della platea non restano ammaliati, né persuasi: il leader non convince, le sue doti seduttive sembrano irreversibilmente appannate – non c’è stato in questi 10 anni nessun vero miracolo, se non il cammino e la presenza spettacolare, invadente e continua del Presidente. La gente lo sa, si vede, tanto è vero che quando Berlusconi volta pagina, annunciando “passiamo ora alla politica estera”, la platea si produce in un lungo applauso. Il Cavaliere condisce alcune dissertazioni, o meglio interpretazioni storiche, con qualche battuta e alcune considerazioni affettuose e celebrative del popolo di Forza Italia: in effetti grazie a queste ultime si legittimano e si rendono credibili le prime, questo è il cuore dell’eloquio berlusconiano. Fino a qualche anno fa, quando Berlusconi era ancora “puro” e distante – nella manifestazione scenica e non nei contenuti – dal “teatrino politico”, ogni sua performance sulla scena mediatico-politica era contraddistinta dall’esibizione totale della sua anima spettacolare e mistica. Con il passare del tempo il “sistema” lo ha totalmente assorbito e integrato non solo nelle sue logiche – era così in fondo dal principio – ma anche nel suo linguaggio.

Chi avrebbe mai detto, 10 anni fa, che Berlusconi in una convention avrebbe intrattenuto la platea parlando anche di Euro e di politica estera? Il Cavaliere è riuscito a trarre a sé l’ampia sfera degli esclusi, le culture asincrone rispetto ai tempi dello stato, emarginate dalle sue ideologie e dai suoi linguaggi astrusi, legate piuttosto all’immaginario spettacolare e alla cultura del consumo, felicemente rappresentate e rispecchiate nel territorio fantasmatico ma fortemente societale dello schermo televisivo. Si percepisce chiaramente, in sala, che l’abbraccio con le folle riesce solo nel momento in cui Berlusconi lascia i panni del politico per riprendere quelli della star. A un certo punto, infatti, il discorso noioso e privo di appeal riesce a riacquistare una punta attrattiva ed emotiva. “L’unica chance di questo paese siamo noi. E allora vi chiedo: abbiamo fatto bene finora?”. “Sììì…”. “Proseguiamo?”. “Sììì”. “E io mi chiedo: lo rifaresti?”. Lui e la folla, insieme: “Sììì”. “Vi abbraccio uno per uno, vi voglio bene”. Il Cavaliere recupera un’altra volta, in questa occasione, lo stile retorico appellativo di stampo mussoliniano, e ciò funziona a col-legare nella stessa persona collettiva – realissima in quanto fantastica – il leader e la sua folla.

Berlusconi è riuscito prima di tutti (in Italia) a sostenere e a capire che la comunicazione politica è una merce come tutte le altre, che chi vuole sbaragliare la concorrenza deve riuscire a dotare di un’anima l’inanimato, la merce, appunto. Il Cavaliere ha saputo sempre ben sfruttare le regole del linguaggio pubblicitario e spettacolare, ha dato una speranza e proiettato verso un futuro migliore il pubblico, benché tali promesse fossero chiaramente improbabili, spesso vaghe e in molti casi persino assurde. Non importa: la pubblicità vende sogni e non realtà, vende merci simboliche che sono consumate nel momento stesso dell’acquisto, e che per ciò stesso devono affidarsi e rimandare ad altre merci, ad altri acquisti. Questa è la spirale del consumo. La depressione e l’insoddisfazione che tutti provano un secondo dopo l’acquisto di un oggetto deve essere reinvestita nel rimando che l’oggetto stesso fa ad un’altra merce. La morte di ogni oggetto simbolico porta con sé l’annuncio salvifico di un altro. Nel 1994 Berlusconi ha promesso un milione di posti di lavoro, ha fondato la sua comunicazione politica sul rinnovamento e sulla legittimazione dell’immaginario spettacolare tardo-televisivo censurato dalle culture egemoni cattoliche e comuniste.

Nel 2001, mantenendo ferma la sua aderenza al medium televisivo, ha aggiunto sul piatto le issue della sicurezza e dell’abbassamento delle tasse. Si tratta di proiezioni sul futuro, di accomodamenti nei territori dell’utopia e dell’immaginario, indispensabili a rendersi credibile come degno rappresentante. Il Cavaliere facendo tutto ciò ha sempre agito in nome della gente, mostrandosi come primo tra pari ovvero il primo tra gli ultimi. Il 2004 si preannuncia, dal punto di vista delle strategie comunicative, come ancora più vuoto e senz’altro meno ricco, mitologicamente e programmaticamente, di riferimenti, citazioni e sorprese. Il leader sembra in crisi di idee, e forse di sogni. Forse il potere ha bruciato la sua “lucida follia”, il suo fiuto da venditore. Non si può pronunciare un discorso di 2 ore circa senza comunicare nessuna speranza, nessun “progetto” – seppur finto e/o propagandistico. Nessun imprenditore si sognerebbe di rivendere la propria merce in nome di ciò che è stato. Il consumatore, così come l’elettore postmoderno, vuole sempre qualcosa di più. Gli servono gli avversari sui quali fondare la propria identità, è vero, ma necessita anche di qualcosa in cui credere, o meglio, ha bisogno di credere in qualcuno che si produca in altre magie ed altri artifici straordinari.

Il bacino semantico della mitologia berlusconiana sembra dissolversi sempre più, non solo a causa dell’esaurimento della parabola culturale da egli impersonata, quella dell’immaginario televisivo tardomoderno, non solo a causa dell’incipiente passaggio postmoderno, che porta con sé la trasfigurazione del politico e il reinvestimento nel sociale e nella persona attraverso le reti e i new media interattivi, ma ancor di più in relazione alla completa, e avvenuta, vampirizzazione che la Cultura e la Politica moderna, le sue miserie e le sue debolezze culturali, hanno saputo operare ai danni del Cavaliere. Il Cavaliere è un altro avatar della più retriva e impaludata politica moderna, è il travestimento attraverso il quale la Prima repubblica tenta di perpetuarsi.

Ogni convention di Forza Italia, a parte gli elementi già indicati (religiosità e spettacolarità), ha sempre manifestato una caratteristica unica: la totale personalizzazione. E’ indubbio che in tali circostanze Berlusconi sia al tempo stesso il mezzo, il messaggio e l’obiettivo, così come ben sappiamo che non esisterebbe – e che non esisterà – Forza Italia se non ci fosse il suo leader a cementare le differenze, a tenere insieme gli opposti, a delineare un percorso. Forza Italia è Berlusconi, le convention di Forza Italia sono l’elogio di Berlusconi. Nell’ultima occasione ogni pretesto contenutistico, programmatico e politico è venuto meno. Ci siamo accorti che ci si dirigeva verso questo punto già nel 2001, allorché, per esempio, nella rivista Una storia italiana, consegnata a tutti gli italiani, non si presentava nessun riferimento politico che non fosse la vita, le emozioni e le vicende personali del Cavaliere. Nonostante ciò, le ultime campagne elettorali del Cavaliere si sono sempre appoggiate, oltre che al riferimento religioso e spettacolare alla figura mitica del Capo, ad alcune issue politiche – al limite tra la speranza utopistica e la propaganda sfacciata. Oggi no, ogni riferimento contenutistico è svanito, oggi più che mai il corpo del leader è il messaggio. Non è un caso che l’inizio – non ufficiale ma reale – della campagna elettorale sia segnato dal lifting di Berlusconi. Il Cavaliere ha collegato le radici del suo successo all’aura immaginaria che ha saputo cucirsi addosso. Oggi Berlusconi è in crisi di idee come non mai, oltre che aggredito da nodi problematici che il suo governo non riesce ad affrontare.

Il lifting del Cavaliere può essere interpretato, dal punto di vista mediatico, come il tentativo disperato di comunicare ancora qualcosa di splendente ed innovativo, dal punto di vista politico e strategico come la modalità attraverso la quale non solo continuare ad essere al centro del dibattito, ma in maniera più astuta il modo grazie al quale spostare l’attenzione dell’opinione pubblica dalle questioni veramente oscure ed inquietanti (il conflitto di interessi, la legge Gasparri rinviata alle Camere, il lodo Schifani, ecc.) ad argomenti da stampa femminile popolare. Il Cavaliere punta a far circolare, ad alimentare attorno alla sua figura i dispositivi sociali della “chiacchiera” e del “pettegolezzo”, ed attraverso questi ultimi rinforzare e rinsaldare la propria posizione all’interno della ricca sfera dell’immaginario collettivo. In maniera più sottile, psicologicamente ficcante, il Cavaliere intende attraverso questo gesto sedare i sensi di colpa di tutte le persone che sono ricorse alla stessa operazione e di chi intende farlo. Lo svuotamento del peso delle coscienze si riproduce direttamente nel consenso verso il leader. Oramai tutti coloro i quali avvertono il peso estetico della propria vecchiaia sono legittimati psicologicamente a seguire le orme del Presidente-rifatto.

Il processo di personalizzazione, anzi di carnificazione della politica che Berlusconi ha portato avanti giunge così al suo compimento maturo. Ogni ornamento contenutistico – effimero per ciò che concerne la sua politica – viene dismesso: il proprio corpo rifatto è l’unico messaggio che il leader è in grado di lanciare, il simbolo del suo splendore e della sua luminescenza. La blefaroplastica lo strumento attraverso il quale strizzare l’occhio ed ammaliare la platea. La sua figura, divina e spettacolare insieme – un po’ Michael Jackson e un po’ Padre Pio – si presenta come unica merce politica disponibile sul mercato. Un pacco luminoso privo di un contenuto, un quadro vuoto da riempire con i volti dei suoi elettori. Apriamo una parentesi: elettori sempre meno giovani, sempre meno istruiti e sempre meno metropolitani. La figura del Cavaliere, da sempre espressione del massimo dell’innovazione (comunicativa) e del massimo dell’arcaismo (culturale) insieme, tende sempre più a rappresentare le fasce più tradizionaliste e conservatrici del Paese. Chiusa la parentesi.

Il successo del Cavaliere è spesso stato sostenuto dagli improvvidi errori, culturali e comunicativi – fino al punto in cui non possiamo sostenere se siano comunicativi perché culturali o culturali perché comunicativi – dei suoi avversari, i quali hanno sempre “abboccato” alle trappole da lui preparate. Berlusconi, come confermano i dati delle ricerche scientifiche, è sempre riuscito ad essere la issue più discussa di ogni campagna elettorale. Anche in questo caso ha sapientemente sfruttato una banale regola del linguaggio pubblicitario, quella secondo la quale non conta se si parli bene o male di una merce, perché l’importante è che se ne parli. Berlusconi è sempre stato l’oggetto e il soggetto intorno al quale sono state costruite le campagne elettorale dell’ultimo decennio, a scapito di ogni altro argomento. Il Cavaliere è lo spartiacque delle coalizioni e forse, tristemente, l’unico motivo per il quale esse sono separate.

La stampa e i personaggi politici avversari di Berlusconi hanno ancora una volta dimostrato di non aver imparato nulla dalle lezioni comunicative – e culturali? – impartite involontariamente e inconsciamente dal Cavaliere. Ascoltiamo le invettive dei leader del centro-sinistra, leggiamo La Repubblica e persino il moderato, più pacato e più “razionale” Corriere della Sera: ci rendiamo conto amaramente che non si parla altro che del lifting e della blefaroplastica del Cavaliere (6 pagine ne La Repubblica del 17 gennaio, 8 pagine ne L’Espresso del 29 gennaio). Che succede nel momento in cui al “nulla” comunicativo e culturale del Presidente del Consiglio si oppone un più desolante “nulla” dell’opposizione? Davvero dobbiamo consolarci a passare i prossimi mesi a discutere e dissertare – senz’altro interpellando pareri illustri come quello di Galimberti – di chirurgia estetica e cliniche svizzere? Siamo certi che qualora le cose continuassero a muoversi in questa direzione, non solo assisteremmo ad uno spettacolo politico ridicolo e sulla scia contenutistica del Grande Fratello, ma che un’altra volta Berlusconi avrà la meglio e, paradossalmente, proprio nel suo momento di maggiore crisi di idee, debolezza politica e vulnerabilità. Non è arrivato per l’opposizione, forse, il momento giusto per proporre idee, culture e comunicazioni alternative piuttosto che incartarsi in un’opposizione sterile e vuota al nulla? Non sono, forse, la politica e la stampa italiana ad aver bisogno di un lifting profondo, culturale e comunicativo?

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Roma, Sabato 24 gennaio 2004, Palazzo dei Congressi, Convention di Forza Italia. Il movimento politico fondato da Silvio Berlusconi ha compiuto i suoi primi dieci anni, un’eternità nella società dell’informazione. La festa, puntigliosamente organizzata dagli scenografi di partito, si poneva come obiettivo la celebrazione – poco laica e molto religiosa – delle gesta compiute dal Presidente, ma soprattutto si concentrava con decisione sulla prossima delicata scadenza: le elezioni per il Parlamento Europeo di giugno. La campagna elettorale è iniziata.