Il filosofo Giorgio Agamben ha rinunciato a professare il proprio insegnamento negli Stati Uniti. In segno di protesta, perché non intende sottoporsi ai nuovi dispositivi di controllo imposti dal governo americano ai cittadini stranieri che si recano in Usa, cioè lasciare le proprie impronte digitali ed essere schedati. Agamben intende, attraverso questo gesto clamoroso, annunciato sulle pagine di Repubblica l’8 gennaio scorso, lanciare un appello agli intellettuali europei perché protestino in modo radicale contro le misure di sicurezza e di sorveglianza tecnologica che gli Usa stanno mettendo in pratica.

Agamben denuncia i gravi pericoli della schedatura elettronica. Il modo in cui le nuove tecnologie digitali sono impiegate sono secondo il filosofo italiano identiche al modo in cui veniva usato il tatuaggio nell’ambito della persecuzione razziale dello stato nazista. Si tratta di un dispositivo che si basa sulla dottrina giuridica dello stato d’eccezione, cioè sull’autosospensione sovrana delle norme giuridiche ordinarie dovuta a pericoli decisivi per la stabilità dell’ordine politico.

In realtà, questa situazione, apparentemente contingente e transitoria, nella prospettiva della dottrina della guerra preventiva e dalla strategia della “giustizia infinta” diventa di fatto la prassi consueta. Lo stato d’eccezione diventa lo stato normale. Per questo motivo esistono forti analogie col modo in cui governarono i totalitarismi nazifascisti e comunisti. Nella tragica esperienza del totalitarismo si è sperimentata appunto l’imposizione sistematica delle procedure dello stato d’eccezione.

L’interrogativo che solleva Agamben è questo: Il modello della politica contemporanea non è più la polis ateniese, bensì il campo di concentramento tipo Auschwitz? Questo spostamento è dovuto all’impiego di nuove e sofisticate tecnologie di controllo che permettono di governare la vita biologica degli individui attraverso la loro implementazione direttamente nella natura corporea?

Si tratta di questioni importanti, formulate con l’ausilio di un esercizio filosofico radicale, ma che sono fortemente agganciate al modo in cui sta operando subdolamente l’espansione dei metodi di sorveglianza elettronica e di violazione costante della privacy da parte di istituzioni e corporations.

L’orizzonte post-democratico della politica contemporanea, segnata dal declino irreparabile della prerogative di sovranità della Stato-nazione, suggerisce l’impiego di categorie di pensiero critico che mettano in discussione il profilo liberale delle ideologie neoconservatrici. Ma soprattutto una teoria critica degli assetti tecnologici nella misura in cui l’infrastruttura della rete governa molta parte dei processi sociali.

Se pensiamo al fatto che dispositivi di controllo come le impronte digitali o i test biometrici stanno modellando e identificando i profili della personalità, basandosi su mere rilevazioni statistiche e agendo attraverso criteri che sfuggono a qualsiasi presa di coscienza, ci rendiamo ben presto conto di come l’orizzonte liberale e individualistico della politica sia stato oltrepassato e sfondato dalle nuove tecnologie di governo della società.

Il gesto di Agamben è stato appoggiato anche da Carla Benedetti che ha rinunciato al suo incarico presso la New York University. Vederemo nei prossimoi mesi se l’appello di Agamben, che è stato pubblicato anche su le Monde, innescerà una mobilitazione tra gli intellettuali sul tema del controllo autoritario nel contesto della network society.


Il filosofo Giorgio Agamben ha rinunciato a professare il proprio insegnamento negli Stati Uniti. In segno di protesta, perché non intende sottoporsi ai nuovi dispositivi di controllo imposti dal governo americano ai cittadini stranieri che si recano in Usa, cioè lasciare le proprie impronte digitali ed essere schedati.