verso lo sciopero generale e la manifestazione di Vicenza

di Salvatore Cannavò (da Il Manifesto)

La grandezza della manifestazione del 20 ottobre mostra un potenziale per opporsi alle politiche liberiste del governo Prodi e agli accordi concertativi. Male hanno fatto coloro che hanno cercato di minimizzare quel milione di No alla «consultazione» di Cgil, Cisl e Uil e male farebbero coloro che ricercassero una mediazione sul Protocollo che recepisce la legge Maroni e la legge 30 in alcuni casi peggiorandole.

Molte di queste istanze hanno attraversato uno spazio che si è presentato per esprimere forme di partecipazione a volte sovrapposte: la contrarietà alle scelte del governo ma anche la speranza che il governo non cada; la risposta alle primarie del Pd con l’esibizione di un orgoglio di sinistra, il «left day» ben visibile nello sventolio ostentato delle bandiere rosse. Un successo, quindi, nel quale, però, anche dopo la riuscita della manifestazione, permangono tre contraddizioni, alla base delle nostre divergenze, che condizioneranno i prossimi passaggi politici.

Il primo nodo è il rapporto con il governo. Se è vero che il corteo è stato attraversato anche da una insofferenza diffusa verso il governo, è anche vero che il segno politico non è stato di opposizione a Prodi. Anzi, la sensazione che il corteo sia servito, da sinistra, a equilibrare il vero contraccolpo ricevuto dall’esecutivo, e cioè le primarie del Pd e la vittoria schiacciante di Veltroni, permane tra tutti gli osservatori. Dopo il 20 ottobre Prodi si è potuto ricollocare agilmente al centro dell’Unione proponendosi come collante di due aree diverse, a volte contrapposte, ma che non hanno intenzione di dividersi. Non è un caso che il diffuso no alla precarietà non si è sostanziato in una rivendicazione precisa, il No al Protocollo, lasciandone l’interpretazione alla politica istituzionale. Da qui la seconda contraddizione, la delega in bianco ai soggetti organizzati, partiti, gruppi parlamentari, sindacati. Come andrà la discussione parlamentare, ci saranno ancora altre iniziative di lotta, quali organismi si depositeranno sui territori e nei luoghi di lavoro? Il punto è che la manifestazione, come le primarie del resto, ha rappresentato un «evento» con una partecipazione densa e liquida allo stesso tempo, capace di aggrumarsi significativamente in una giornata per poi rifluire senza lasciare «movimento» se non una delega in bianco incassata da chi ha la forza per farlo. E’ stato così anche per il movimento no-global anche se in quel caso la delega non riguardava il governo del paese. Questa modalità ci interroga tutti perché attiene al modo in cui si costruisce davvero la partecipazione politica e la si rende un «movimento» che vada oltre «l’evento».

Ecco dunque la terza contraddizione: la logica conseguenza del 20 non sembra essere la proposta di un allargamento del movimento, l’indizione di un percorso di lotta, unitario e radicale, quanto la produzione di uno sbocco politico-partitico nella «cosa rossa». Un esito in larga parte preventivabile, insito nelle direttrici che hanno dato vita alla giornata, ma, per quanto ci riguarda, non adeguato alla necessaria alternativa di sinistra che va costruita alla sinistra del Pd; un’alternativa che continuiamo a ritenere debba essere anticapitalista e indisponibile al governo del moderno capitalismo.

Se si vuole dare una prospettiva di movimento alla giornata del 20, quindi, la discussione deve svolgersi sul piano delle iniziative possibili e dei loro contenuti. Il contrasto al governo è oggi obbligato: dopo un anno e mezzo di «servizio» ai padroni e di subordinazione alla guerra, la misura è colma e le settimane prossime mostreranno che la strada della «pressione continua» non esiste: o si accettano le compatibilità o si rompe.

Davanti a noi ci sono dunque due appuntamenti importanti e utilizzabili da tutti: lo sciopero generale e generalizzato del 9 novembre e la tre giorni vicentina del 14,15 e 16 dicembre. Nel primo caso sarebbe davvero positivo che tutti quelli che hanno a cuore il rigetto del ddl sul welfare partecipassero alla giornata con le loro bandiere, collocazioni e modalità, per una grande giornata d’opposizione generalizzata capace di incidere sulle scelte politiche. Il 15 dicembre a Vicenza costituisce la possibilità di riprendere sul serio la lotta contro la guerra e non solo. Lì, se il movimento di Vicenza lo vuole e lo propone, sarebbe possibile ritrovare tutti i «no» che si sono espressi e si stanno esprimendo dando forma e voce al movimento possibile oggi.
Se è vero che la lotta continua, abbiamo molte occasioni per fare della strada assieme.

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