Vicenza non è invisibile: migliaia sfilano contro il raddoppio della base Usa

invisibili «Pensavamo di essere soli e invece siete ancora qui. E’ davvero commovente rivedervi!». Boicottati dai media nazionali, attaccati da quelli di qui, tutti di proprietà degli industriali pro Dal Molin, i promotori del corteo contro la nuova base hanno tutte le ragioni per gridare dal palco itinerante la loro contentezza.

invisibili «Pensavamo di essere soli e invece siete ancora qui. E’ davvero commovente rivedervi!». Boicottati dai media nazionali, attaccati da quelli di qui, tutti di proprietà degli industriali pro Dal Molin, i promotori del corteo contro la nuova base hanno tutte le ragioni per gridare dal palco itinerante la loro contentezza.

Sono più dei ventimila previsti, il triplo di quando si materializzarono in piazza la prima volta il 2 dicembre di un anno fa. Sono settantamila, forse, più simili al 9 giugno che contestò Bush piuttosto che al più ecumenico 17 febbraio. E se qualcuno è mancato sono state le componenti moderate, magari ambigue, non certo i vicentini (Lalla Trupia, deputata indigena di Sd, dice di non averne mai visti così tanti in piazza) che aprono il corteo con una sfilza di maschere bianche a simboleggiare la condizione di presenze inascoltate. E sfilano passando innanzi al brutto teatro, un vero e proprio ecomostro, sorto sulle rovine di un centro sociale per scongiurare che l’intera città possa tramutarsi a sua volta in un teatro, di guerra s’intende. Da queste parti va forte il nobel Dario Fo e un’altra star del movimento sarà don Gallo, il prete genovese fondatore della comunità di S.Benedetto al Porto che dal camion non smette di gridare ai cristiani come lui di uscire dalle chiese e mettersi a gridare a loro volta. 51 sacerdoti vicentini lo hanno fatto, come loro gli evangelici metodisti e gli scout in divisa mescolati agli statunitensi per la pace, alle delegazioni belga e tedesca, alle americane di Code Pink.

Orgogliosissimi, quelli di Quinto Vicentino si riconoscono da cartelli, pettorine, striscioni. Tutti blu con scritto che il loro paese ha già detto No al Villaggio americano. Racconta Innocente, uno degli attivisti, che c’è voluto un anno ma il consiglio comunale ha respinto all’unanimità un progetto di 220mila metri quadri che avrebbe stravolto l’unica zona verde di una cittadina cresciuta per anni al ritmo di 80 abitanti nuovi al giorno. Innocente vuole smentire anche la leggenda metropolitana sul benessere che lo Zio Sam seminerebbe nei territori dove mette su base: «Chiedilo al popolo delle partite Iva», esorta il cronista. Terra dove non attecchiscono più le bugie come quella della presunta opera compensatoria offerta a Vicenza, una tangenziale devastante per l’ambiente e utile solo a unire Ederle 1 con Ederle 2. Che accadrà adesso? si domanda Cinzia Bottene, portavoce del presidio permanente, da quale parte delle ruspe si metterà il governo? Le guiderà o starà con chi cerca di fermarle? Le parole di D’alema e Napolitano hanno avuto il solo merito di ricompattare il fronte del No fatto di molte anime. «Questo presidente è più guerrafondaio di Cossiga!», esclama il portavoce Cobas Piero Bernocchi che ricorda il nuovo step del movimento no war, la giornata mondiale del 26 gennaio. Una riunione fiorentina, domani, stabilirà se la tappa italiana sarà una manifestazione nazionale. Quelli dell’aeroclub, «persone normali» non si sentono scomodi a sfilare con gli ex disobbedienti di Casarini: la nuova base interromperà 90 anni di volo amatoriale e a loro non va proprio giù. Già da un po’, la pista è interdetta per tre giorni a settimana. «Sono le contraddizioni interne a settori della borghesia locale – commenta la deputata veneta Tiziana Valpiana del Prc – anche An chiede che siano rimborsati gli industriali che avevano investito in un aeroporto civile che non ci sarà più». A rischio sfratto anche i rugbisti. Forse sarà più facile trovare un nuovo campo per loro ma la battaglia, lo sanno tutti, va oltre.
scvicenza Tra donne in nero (tante) e uomini casalinghi (molti meno), si svela un Italia fatta da comitati grandi e piccoli che difendono terra, acqua, pace e comunità. Lillipuziani, sindacati di base, No Tav, No Mose, No Expo milanesi, novaresi contro gli F35, anarchici, comunisti, studenti, centri sociali, presìdi contro discariche, rigassificatori, aeroporti spesso decisi «alla zitta», come spiegano da Ampugnano, 8 km da Siena, teatro di un progetto di aeroporto turistico. «Sono movimenti forti, questa manifestazione lo conferma, e non sono riconducibili ai partiti di governo», osserva Franco Turigliatto, senatore di Sinistra critica.

Dei partiti “di governo”, c’è soprattutto Rifondazione, in fondo a tutto lo spezzone, in mezzo tanti militanti e parlamentari e un ristoro gestito dalla federazione locale in Viale Roma. «Stiamo lavorando sulle adesioni alla nostra mozione parlamentare per una moratoria dei lavori almeno fino alla conferenza sulle servitù militari», dice Gino Sperandio, deputato e segretario veneto. Valpiana, il capogruppo al Senato Russo Spena e Michele De Palma, della segreteria nazionale, tornano sulle parole sprezzanti di Napolitano e D’Alema dagli States. «La seconda base non dev’essere costruita – ripete Russo Spena – noi non abbiamo mai accettato una scelta sulla testa della gente, continua la battaglia perché il governo rispetti gli impegni con gli elettori». Anche Claudio Grassi rimanda alla verifica di gennaio con il Dal Molin, l’Afghanistan, la precarietà e i migranti che serviranno a misurare la tenuta dell’Unione: «La decisione di raddoppiare la base è avvenuta fuori dal Parlamento – ricorda – in contrasto col programma dell’Unione ma, soprattutto, con lo spirito della Costituzione». «Il presidente dovrebbe rispondere, anziché alla Casa Bianca, alle domande di pacifismo e autogoverno delle comunità che pone Vicenza», ricorda Michele De Palma. Unici irresponsabili i vertici di Trenitalia che, per 500 euro, bloccano 5 treni e rischiano di far saltare i nervi a un migliaio di manifestanti che devono ripartire. A sbloccare Gino Sperandio che anticipa la somma con la carta di credito. A Milano, alla partenza, è andata peggio ai ragazzi di un centro sociale. Nonostante abbiano pagato 104 biglietti a 22 euro si sono visti consegnare solo 68 ricevute e sono stati caricati in stazione, vittime di una rappresaglia congiunta, hanno detto, della questura e di un corpo speciale che finora non s’era mai sentito: la Protezione aziendale di Trenitalia, stessa struttura che ha ordinato, così riferisce il comandante della polfer locale, di vietare i bagni dello scalo vicentino anche ai clienti del monopolista delle ferrovie pubbliche.

Cappello a larghe tese, cappotto e sciarpa per fronteggiare il “Generale Inverno”, Dario Fo sbotta contro i dirigenti della sinistra che, a suo dire, non si renderebbero conto dell’importanza che hanno queste manifestazioni «e della voglia di sentirsi cittadini che hanno queste persone». Quello che direbbe al governo è molto simile a quanto chiesto da Cinzia Bottene: «Perché continuare a parlare di pace ma poi spendere migliaia di euro per acquistare aerei da massacro?». Davanti all’ennesimo successo dei No Dal Molin, anche il segretario della locale Camera del lavoro, Oscar Mancini, rilancia la proposta di Cgil e Arci: la mobilitazione deve estendersi in tutto il Paese. Obiettivo: cento piazze e altrettanti gazebo per raccogliere firme a sostegno della moratoria. Finalmente il servizio pubblico televisivo si accorge della mobilitazione ma comincia il servizio sul tg regionale con le parole: «Senza incidenti», bucando (al contrario del Gr Rai) la vera notizia della straordinaria stagione di partecipazione che sta vivendo una città.
di Checchino Antonini (da Liberazione.it)