Centomila persone in piazza, per chiedere sicurezza, sul lavoro e del lavoro. Tantissimi i migranti e le precarie, che non credono alla favola dell’Expo.
Tanti carri, tante idee e soprattutto tantissimi precari. Il 2008 segna un primo maggio milanese ricco, brillante e arrabbiato, senza precedenti. I centomila che anche quest’anno hanno partecipato alla MayDay Parade sono il simbolo dell’Italia con tanti problemi e poche soluzioni. L’idea dominante, che si parli di call center o sindacati, che si sia giornalisti o metalmeccanici, è quella di lavorare duramente, sia per arrivare alla fine del mese, che per trovare risposte dal basso alla sopravvivenza quotidiana. Perché la precarietà è una malattia da cui non si guarisce in fretta. All’ottavo compleanno i precari, milanesi e non, hanno realizzato che non bisogna aspettarsi nulla dalla politica, che se si vuole migliorare il welfare [delle persone, non delle aziende] lo si deve fare costruendosi sicurezze da sé, senza più appellarsi ad aiuti esterni che tanto non arriveranno. Si ricordano i 301 morti sul lavoro dall’inizio dell’anno ad oggi [dati Inail]. Morti bianche troppo spesso attribuite al caso; talmente frequenti che si fa prima a rassegnarsi che a trovare rimedio. Sicurezza non solo del lavoro ma anche della casa. Il problema degli affitti è fra i più sentiti, soprattutto fra studenti ed immigrati, consapevoli del fatto che l’expo 2015 sarà una colata di cemento sulla città che farà schizzare i prezzi degli immobili alle stelle e che, ancora una volta, li lascerà ai margini.
Ed è proprio l’Expo uno dei bersagli della MayDay 2008. Inquinamento, nuovi quartieri residenziali, violenze architettoniche e soprattutto precari, precari, precari, usa e getta, per un anno. L’expo sarà l’emblema indiscusso della precarietà italiana [ma anche egiziana, senegalese, argentina, indiana, romena, ecc ecc] almeno per i prossimi otto anni “www.noexpo.it”:http://www.noexpo.it]. La MayDay 2008 ha trattato altri due argomenti critici: i migranti e le precarie. Il carro dei migranti, non a caso, era alla testa del corteo: fra musica e balli, le voci dei più precari tra i precari, si sono alternate per urlare alla città che ancora li ignora che sono importanti, anzi fondamentali. Un ragazzo africano urla che «le statistiche dicono che i lavoratori stranieri producono il 6 per cento del Pil. Come possono dire che veniamo in Italia e fare dei danni? Noi facciamo quei lavori che nessuno vuole più fare e ne siamo fieri». E forse dovrebbe esserlo anche Milano, la quale si affiderà proprio questo popolo di invisibili per costruire l’Expo 2015. I migranti stanno crescendo, non solo di numero, ma anche nella presa di coscienza del loro valore, che supera di gran lunga quello dei loro stipendi. Forse l’idea di uno sciopero generale dovrebbe iniziare a solleticare le loro menti. Su un altro carro c’è un utero in gabbia col cartello affittasi e una sposa impazzita sbatte la testa sulle sbarre e fa a pezzi il bouquet. Una ragazza incinta ha attaccato l’adesivo «handicap» sul pancione. Tre ragazze compongono il cartello «non siamo madonne ma vogliamo essere assunte».
Le precarie evidentemente hanno subito molte pressioni dall’ultima MayDay e fanno di tutto per manifestare la loro rabbia. Le donne sono, con i migranti, la categoria meno protetta nel far west del rinnovo contratto ogni tre mesi [e pagamento a nove] e del lavoro sommerso senza scrupoli. Le donne devono produrre tanto, sebbene pagate meno degli uomini, ma non riproducono più. E come dar loro torto? Le spose sul carro sono squilibrate e nevrotiche. Gli attacchi all’Esselunga e al trattamento che riserva alle sue lavoratrici sono diretti: sotto l’immagine di una donna col volto tumefatto la scritta [che fa il verso agli slogan usati dall’azienda] spinge a chiedersi se sia un pugile o una cassiera. Ovviamente, anche quest’anno, gli organizzatori non si sono dimenticati il divertimento, almeno per un giorno. Il gioco proposto è un puzzle, i cui pezzi, situati nei diversi carri, ricostruiscono il quadro tipico della vita precaria: le immagini, che vanno da una casa bellissima [e irraggiungibile] ad un passaporto con le ali, da una chiave inglese a due penne che si incrociano sotto un teschio, campeggiano su un panorama urbano, sporco e inquinato. Fra sogni incerti e lavori insicuri, non resta che affidarsi a San Precario, ormai diventato il santo per eccellenza del Primo maggio, e rimboccarsi le maniche. Almeno fino alla prossima MayDay.

di Michela Chimenti