Chavez vince ma il campanello d’allarme continua a suonare

Alla vigilia delle elezioni venezuelane del 23 novembre 2008 la grande stampa italiana ha fatto articoli di colore che preannunciavano la crisi del bolivarismo, denunciando tra l’altro l’eccessivo impegno di Chávez a sostegno di alcuni candidati, tra cui il suo fratello maggiore (come se fosse l’unico caso al mondo di un parente candidato: senza ricordare i gemelli polacchi, basta pensare al fratello di Bush…)
Poi, dopo i risultati, silenzio o quasi.

La ragione è semplice: il crollo del partito unico voluto da Chávez, che aveva fatto una cattiva prova nel referendum del 2 dicembre 2007 (due milioni di voti in meno degli iscritti…) non c’è stato. Effettivamente l’impegno personale di Chávez ha trasformato questa competizione amministrativa regionale e locale in un nuovo referendum sulla sua persona, e l’elettorato ha risposto positivamente, in primo luogo con il 65,45% di partecipanti al voto, la percentuale più alta mai raggiunta da dieci anni a questa parte.
La vittoria del Partido Socialista Unido de Venezuela, è indiscutibile. Si è affermato in 17 Stati, sottraendone quattro all’opposizione (Guárico, Sucre, Aragua y Yaracuy). Cinque milioni e trecentomila i voti a sostegno dei candidati “socialisti e bolivariani”, meno di quattro milioni all’opposizione, 300mila in meno rispetto alle precedenti contese elettorali.
All’opposizione vanno gli Stati di Merida, Zulia, Nueva Esparta, Miranda, Carabobo e Tachira, ma anche il Distretto della Capitale (Alcaldía Mayor), che non è formalmente uno Stato ma ovviamente pesa molto.
La sconfitta più significativa è stata quella di Miranda, che abbraccia una parte consistente dell’area della capitale, dove Chávez aveva appoggiato Diosdato Cabello, governatore uscente, detestato dalla popolazione per la sua corruzione e l’ostentazione del suo facile arricchimento. Cabello ha raccolto solo il 36,74% facendo passare sotto il controllo dell’opposizione questo Stato grande e popoloso. Della inopportuna protezione assicurata da Chávez a Diosdado Cabello, che era stato messo alla testa della “Commissione disciplinare” del PSUV, di cui si era servito per espellere dal partito nascente alcuni deputati critici, avevo parlato nel mio libro Il risveglio dell’America latina (a p. 108).
La perdita di Miranda, sommata a quella di Zulia, già in mano all’opposizione, è preoccupante perché consolida il dominio della destra nella popolosa fascia costiera ricca di petrolio e industrie (il cosidetto corredor electoral). Chávez farebbe bene a riflettere su cosa ha significato il suo appoggio incondizionato a esponenti della “boliborghesia” (non il solo Cabello) che attaccavano apertamente i diritti dei lavoratori.
Negli ultimi tempi ci sono stati due segnali positivi, la rinuncia alla repressione poliziesca nei confronti dei lavoratori della Sidor in lotta e l’accettazione della loro richiesta di nazionalizzare l’impresa inadempiente, e il ritorno in fabbrica del sindacalista trotskista Orlando Chirino, coordinatore nazionale de la “Unión Nacional de Trabajadores” e della “Corriente Clasista, Unitaria, Revolucionaria y Autónoma” (C-CURA), che era stato licenziato nel 2007 dalla PDVSA, l’azienda petrolifera di Stato. La premessa è stata la sostituzione dello scandaloso ministro del Lavoro, José Ramón Rivero, che era abituato a chiedere l’intervento della polizia o di squadracce contro i lavoratori che manifestavano sotto il ministero. È necessario continuare in questa direzione, recuperando la fiducia dei lavoratori, che si era incrinata negli ultimi due anni e aveva portato non al loro passaggio all’opposizione, ma a consistenti manifestazioni di astensionismo soprattutto nel referendum e negli Stati in cui il candidato sedicente “bolivariano” era impresentabile.
Non hanno invece avuto successi significativi gli stretti collaboratori di Chávez passati all’opposizione, come il generale Raúl Isaías Baduel.

Il campanello d’allarme di questi circoscritti ma non insignificanti insuccessi del PSUV deve essere ascoltato. Il “campo controrivoluzionario” si è rafforzato, nonostante non abbia un progetto politico unico e convincente che lo tenga insieme, e pende come una spada di Damocle sul futuro della rivoluzione bolivariana, che deve rafforzarsi rispondendo ai bisogni concreti delle masse, in una situazione resa più difficile dal brusco calo del prezzo del petrolio che rischia di colpire i progetti sociali finora attivi (le misiones), e dall’aumento dell’inflazione, praticamente fuori controllo (era stata programmata in gennaio all’11%, poi a luglio al 17%, ma è già arrivata al 31%).

Chávez vive circondato da “consiglieri” che gli converrebbe perdere e che gli impediscono di conoscere la realtà del paese (ad esempio ha detto di recente che l’emittente televisiva Telesur sarebbe vista da 50 milioni di persone, mentre ne raggiunge appena 100.000) e ha sottovalutato finora l’effetto repulsivo di quegli esponenti della “boliburocrazia” che tendono a diventare parte della “boliborghesia”, e che si distinguono per le proclamazioni retoriche di fedeltà al leader e che giurano sul socialismo senza crederci (come accadeva in URSS e nei paesi del “socialismo reale”).
Grazie a loro, sembra cercare i suoi nemici soprattutto tra quelli che lo sostengono criticamente. Ad esempio, Chávez ha attaccato come “controrivoluzionari” il Partido Comunista Venezolano e il partito Patria Para Todos, che pure appoggiano da sempre il suo governo e perfino i candidati del PSUV in quasi tutti i distretti, solo perché hanno presentato loro candidati in uno Stato. Un atteggiamento che può disorientare e allontanare molti rivoluzionari.
Le correzioni sulla Sidor, la sostituzione di José Ramón Rivero, fanno sperare che la pesante sconfitta del fedelissimo Diosdado Cabello suoni come un segnale di allarme, e spinga a superare le indecisioni ed i nodi ancora da sciogliere, che indeboliscono il sostegno popolare al governo, e rappresentano la sola vera arma nelle mani dei golpisti venezuelani, a cui Chávez dopo l’insuccesso del referendum del 2007 aveva invano offerto ramoscelli d’olivo con l’amnistia, e che oggi per la prima volta hanno sollevato la testa.

Postilla

Un ulteriore calo del prezzo del petrolio, probabile dopo che l’OPEC ha rifiutato il 29 novembre di ridurre la produzione, non avrebbe solo ripercussioni sul bilancio statale, sulle spese per l’assistenza ai ceti più deboli e sulla politica continentale (con sussidi consistenti a paesi amici, da Cuba all’Argentina), ma anche sulla possibilità di nuove “nazionalizzazioni” come quella della Sidor. Infatti, diversamente da come vengono percepite e presentate da parte della sinistra italiana, tutte le “nazionalizzazioni” venezuelane sono state con cospicui indennizzi e sono state accettate facilmente, perché hanno fornito ai capitalisti risorse per nuovi investimenti (come era accaduto anche nell’Italia degli anni Sessanta con la nazionalizzazione dell’energia elettrica, che aveva permesso con gli indennizzi la realizzazioni di grandi concentrazioni come la Montedison…).
Ad esempio Chávez aveva potuto recentemente trovare un accordo con l’ENI, che ha accettato un indennizzo per chiudere la vertenza della Dacion. L’ENI era “operatore” del giacimento secondo un contratto con la compagnia nazionale venezuelana PDVSA, che lo aveva annullato nell’aprile 2006. L’ENI ha avuto grazie alla mediazione di D’Alema una compensazione corrispondente al valore contabile stimato, e soprattutto ha avuto accesso a nuove concessioni nell’Orinoco, considerato la risorsa fondamentale dei prossimi decenni (sempre se il prezzo del petrolio non scende stabilmente sotto i 40 $, rendendo troppo costosa l’estrazione dalle sabbie bituminose dell’Orinoco).

di di Antonio Moscato