Due passi indietro

1962-1965: Concilio vaticano II

il Concilio Vaticano II voluto da Papa Giovanni XXIII segnò una rottura (non totalmente applicata) con l’impostazione più retrograda della Chiesa: le aperture al “nuovo” e soprattutto la caratteristica ecumenica, con la volontà di raggruppare e mettere in relazione tutte le componenti della Chiesa anche quelle più lontane, ad esempio i protestanti, e “localistiche” come le chiese sudamericane e africane, rompendo il tradizionale “eurocentrismo”,caratterizzarono questo concilio. Pur con i limiti di un’istituzione ecclesiastica, si poteva sentire il clima di “cambiamento” che di lì a pochi anni sarebbe esploso in tutto il mondo.

Tra le disposizioni finali(detti documenti conciliari) veniva ripensata la struttura gerarchica della chiesa, si applicava la possibilità di “apertura” alle altre chiese non ritenendo più la chiesa di Roma infallibile(nemmeno cent’anni prima si era stabilita -l’infallibilità del Papa- per decreto ufficiale!) e anche il rito messale veniva modificato(dalla messa post tridentina in latino si passava alla messa in linguaggio comune).
Non è azzardato dire che buona parte dell’associazionismo cattolico o affine che percepiamo come solidarista o “progressista” abbia avuto come big-bang il concilio vaticano II; la “teologia della liberazione”, movimento ecclesiastico filo-marxista sviluppatosi soprattutto in sudamerica a partire dalla fine degli anni ’60 ha molto in comune con quel Concilio.

Dopo il concilio 1975-1988

L’ala più tradizionalista e reazionaria della chiesa avversò il concilio sin dall’inizio: ogni discussione e delibera suonava come uno schiaffo verso tutto ciò che la chiesa aveva rappresentato. Grande fu la critica nei confronti del rinnovamento liturgico, della collegialità episcopale, dell’ecumenismo e della libertà religiosa, che avrebbe lasciato, secondo l’ala tradizionalista, “a tutte le false religioni la libertà d’espressione” in uno spirito “liberale ecumenico”.
Quest’area si raccolse intorno a monsignor Lefebvre che diede vita ad un processo scismatico “sui generis”.
Sospeso a Divinis nel 1975 la sua comunità detta di “San Pio X” continuò ad operare finchè non venne decretato lo “scisma” nel 1988(anno in cui comunque il monsignore si accordò con il capo dell’inquisizione dell’epoca per l’utlizzo di libri liturgici pre conciliari iniziando un “curioso” sodalizio!). La Chiesa di Roma concesse però ampia facoltà ai sacerdoti e ai fedeli coinvolti nello scisma di rientrare nella piena comunione con la Chiesa cattolica. Ritornarono in massa. Nonostante le defezioni la Fraternità Sacerdotale San Pio X mantenne e continua a mantenere anche ora, dopo la morte di monsignor Lefebvre, seminari e distretti organizzati, con ce-lebrazione di Messe secondo il rito preconciliare detto di “San Pio V”, in numerosi paesi.

Nota:
Le Congregazioni sono dei dicasteri della Curia Romana collaborano col papa nel governo spirituale della Chiesa(praticamente dei ministeri). La Congregazione per la Dottrina della Fede è l’organismo della Curia Romana incaricato di vigilare sulla purezza della dottrina.
Deriva dal Sant’uffizio e quindi, storicamente, dal Tribunale dell’inquisizione.
Il “ministro” della congregazione dall’81 al 2005 è stato un certo Joseph Ratzinger (artefice di “riavvicinamenti” con gli scismatici lefebvriani e delle scomuniche alla maggior parte degli esponenti della teologia della liberazione impegnati nelle lotte contro i regimi militari e fascisti del sud-america).

2009 – perché oggi? Perché loro?

Numericamente i padri lefebvriani sono una esigua minoranza ma basare il giudizio sulla componente numerica sarebbe un errore. Il loro ritorno all’ovile non è una casualità o un momento di “volemose bene” interno alla chiesa ma scaturisce da dinamiche politiche interne ed esterne al mondo ecclesiastico.
Già gli accordi e gli incontri fatti a fine anni ’80 da questo monsignore “eretico” e il capo dell’inquisizione potrebbero lasciare intendere una qualche forma di contatto tra mondi “teoricamente” inconciliabili. Se poi prendiamo il tradizionalismo cattolico in chiave politica ci accorgiamo della sua caratteristica collocazione: all’estrema destra. La destra fascista, o nazional-socialista o ancora identitario-localista ha da sempre covato avversione per certe “aperture” ecclesiastiche e, da sempre, è in ottimi rapporti con il tradizionalismo cattolico: da Forza Nuova alla Lega Nord le collaborazioni in materia religiosa si sprecano(mentre il più trendy “fascismo del terzo millennio” si professa “anticlericale”!). Non è il “bigottismo” da azione cattolica o da ciellini: qui si parla di molto peggio, dalla revisione storica in appoggio dei regimi fascisti alla negazione della Shoah(questo perché il concilio II aveva anche eliminato la tradizionale idea di -deicidio ebraico- insita nel cristianesimo) e in spregio a tutto ciò che la modernità e la scienza avevano portato nel mondo.
Al dilagare nella società di idee fascistoidi non fa una piega pensare che la stessa cosa si rifletta(se non già venga alimentata) da un passaggio parallelo interno alla Chiesa.
In materia ecclesiastica più Papi hanno ribadito un concetto: non si può stare nella Chiesa se non si rispetta il Concilio. In questo senso la questione, ridotta ai minimi termini, è come la costituzione italiana: io te le cambio dall’alto e modifico la “percezione” dei cittadini e pure i fascisti possono rientrare dalla finestra dopo essere stati cacciati(forse) dalla porta.
Ed ecco che nella chiesa del concilio vaticano II, dopo papa Wojtila non certo progressista ma nemmeno un fautore di un nuovo medioevo, dopo l’elezione di Benedetto XVI è iniziata una crociata contro le libertà dell’uomo e per un ritorno alla fede modello bibbia e manganello: la “reintroduzione” dell’inferno(e chi l’ha detto che si finisce tutti in paradiso grazie al perdono?), proclami integralisti soprattutto contro gli omosessuali e la libertà delle donne in ambito riproduttivo(aborto etc! .). Nondameno la reintroduzione, limitata alla volontà dell’officiante, di celebrare la messa con rito in latino, motivo questo di forte dissidio con i lefebvriani ai tempi del concilio e rivendicazione politica leghista da anni( anche nella popolaresca Mantova con l’appoggio politico-clericale della Lega si sono celebrate messe di propaganda con rito pre-conciliare per rivendicare il ritorno al culto in latino).
Le sparate sui campi di concentramento di questi giorni da parte dei tradizionalisti non sono novità del mese per festeggiare di essere rientrati nell’Ecclesia, bensì specialità della casa da molto tempo.
Il concilio vaticano II era servito anche per prendere le distanze dall’ambigua politica di Pio XII e del suo collaborazionismo con fascisti e nazisti nello sterminio degli ebrei; non è certo un caso che i tradizionalisti se lo rivendichino integralmente e Ratzinger abbia, causando anche scontri diplomatici col rabbinato di Gerusalemme, “smussato” i contorni storici in un “Pio XII calunniato e invece santo della Chiesa che rimase in silenzio per aiutare meglio”.
Il gioco è fatto: si compiono ritocchi, si riammettono gli “scismatici”(non per professione di Fede ma perché si sono “smussati gli angoli”) e si mette in discussione il concilio vaticano II pronti per, a tempo debito, ribaltarne totalmente gli esiti in un definitivo programma di restaurazione.

La restaurazione che stiamo vedendo nell’istruzione, nel mondo del lavoro, dell’economia e nella politica come processo europeo condiviso passa, gioco-forza, anche in campo religioso; sottovalutarlo solo perché siamo più o meno tutti mangiapreti sarebbe un errore.

di Aut.Pop