Questo intervento ha il solo scopo di contribuire ad una corretta contestualizzazione della vicenda delle “foibe” giuliane e istriane, argomento intorno al quale, specialmente negli ultimi anni, la speculazione politica delle destre (e non solo) e l’opera di sistematica disinformazione per parte dei media hanno prodotto risultati devastanti.

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Dopo la prima guerra mondiale il Regno d’Italia diede avvio ad una politica di italianizzazione forzata delle cosiddette ‘terre irredente’; l’italiano divenne la lingua obbligatoria in sostituzione delle lingue e dei dialetti parlati dalle diverse popolazioni; nuovi funzionari e impiegati pubblici subentrarono ai locali. Sloveni, Croati,Dalmati, Cici si trovarono dall’oggi al domani adessere stranieri nella loro terra.

“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Benito Mussolini – 1920

Con l’avvento sulla scena del fascismo si prepararono per le popolazioni predette condizioni di vita ancora più dure. Giunto al potere, il fascismo passò ai fatti. Il sistema scolastico sloveno e croato, in Istria e altrove, fu annientato dalla riforma scolastica del ministro Gentile (1° ottobre 1923); l’uso della lingua slovena e di quella croata fu vietato nell’amministrazione (marzo 1923); allo stesso modo fu vietata l’attività delle associazioni croate e slovene. Nello stesso 1923 fu italianizzata la toponomastica, nel 1927 fu la volta dell’italianizzazione dei cognomi croati e sloveni: violenza gratuita contro le identità personali. Nel 1938 le leggi razziali vennero a colpire specialmente la minoranza ebraica di questi territori, in particolar modo la numerosa comunità ebraica di Trieste, di alta tradizione culturale.
Scoppiata la seconda guerra mondiale, l’Italia mise in atto una vergognosa aggressione militare contro la Grecia, ben presto venendosi a trovare in difficoltà per la strenua resistenza delle popolazioni greche. Fu necessario chiedere aiuto ai Tedeschi, che nel 1941, con Italiani e Ungheresi completarono l’occupazione dei Balcani entrando anche in Jugoslavia. Belgrado subì nella circostanza uno dei più feroci bombardamenti della storia. Finirono sotto protettorato italiano la costa Dalmata, la Croazia, quasi tutta la Slovenia, parte del Montenegro. In particolare, la Slovenia fu annessa all’Italia e venne a costituire la provincia di Lubiana, mentre la Croazia fu istituita in regno a sé stante avendo come re Aimone d’Aosta, cugino di Vittorio Emanuele III; primo ministro ne fu Ante Pavelic, uno dei peggiori e più sanguinari elementi del fascismo europeo, legato a Mussolini da amicizia di antica data. Animati da fanatismo religioso e nazionalista, i fascisti croati -i famigerati Ustascia-, con il sostegno del vescovo di Zagabria e primate cattolico di Croazia Stepinac, non di rado affiancati anche dalle truppe italiane, intrapresero, ricorrendo alle più efferate violenze, un’opera di pulizia etnica contro i Serbi e tutte le minoranze.
Alla fine della guerra la Jugoslavia, teatro di violenze e crudeltà inaudite, avrebbe contato, nel suo insieme un milione e mezzo di morti su 16 milioni di abitanti; di questi morti, 250.000 (300.000 secondo le fonti jugoslave) sono da attribuire a responsabilità diretta delle truppe d’occupazione italiane. Aiuta a dimensionare la tragedia il sapere che i morti italiani (civili e militari) del secondo conflitto mondiale furono in tutto -numero enorme- meno di 300.000, su 45 milioni di abitanti.
Nel perpetrare stragi, saccheggi e brutalità in danno della popolazione slava si distinse la II Armata italiana, agli ordini del generale Roatta. Centinaia di spedizioni italo-croate vennero organizzate contro città e villaggi serbi; fu messa in atto una caccia al serbo in grande stile. Stupri, torture, mutilazioni, roghi videro vittime migliaia di donne e di uomini serbi, di bambini e di vecchi. Non meno di 250 villaggi serbi furono distrutti dalle truppe italiane; ad essi sono da aggiungere quelli che gli Italiani distrussero in concorso con le milizie tedesche e di altri paesi dell’Asse. Mussolini era coerentemente passato dalle parole (del 1920) ai fatti.
Decine di migliaia furono i deportati serbi, militari e civili, nei campi di sterminio tedeschi o in quello della Risiera di S. Sabba, a Trieste, insieme a ebrei ed appartenenti ad altre minoranze.
Sulle coste e le isole dalmate e in Slovenia furono allestiti dalle truppe italiane campi di concentramento che furono luogo di sofferenza e di morte per migliaia di persone: sono i campi di Brac, Hvar, Rab, Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica. Altri ne furono realizzati in Italia: a Gonars (Udine), a Monigo (Treviso), a Renicci di Anghiari (Arezzo), a Padova. Circa 30.000 furono i Croati e gli Sloveni, uomini, donne e bambini, internati dai fascisti in questi luoghi della barbarie rimossi dalla memoria collettiva.
Solo in Slovenia morirono nei lager italiani 13.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (isola di Rab) ne morirono dai 1.500 ai 2.500 circa. I civili e partigiani “fucilati sul posto” durante le operazioni militari furono non meno di 2.500. 1.500 invece i fucilati civili trattenuti come ostaggi, uccisi cioè dopo un periodo di internamento. I morti per sevizie, torture o bruciati vivi, che siano documentati, ammontano a 187. Si tratta, come già detto, delle vittime della sola provincia di Lubiana. Nel campo di Gonars, vicino Udine, morirono, letteralmente di fame, migliaia di bambini, soprattutto croati.
Dopo l’8 settembre, ritiratesi le truppe regie, subentrarono in questi territori i Tedeschi e i repubblichini di Salò. Nel frattempo i partigiani slavi, cui si erano uniti molti Italiani, intensificarono la loro azione. La ferocia delle SS aumentò e si indirizzò soprattutto contro i civili: le stragi e le deportazioni non si contarono; si distinse per ferocia il comandante delle SS Odilo Globcnik, triestino. I partigiani jugoslavi riuscirono nell’impresa di liberare da soli la Dalmazia e la Croazia; le azioni militari dei Tedeschi e dei fascisti si concentrarono nella Slovenia e nella Venezia Giulia. Nel villaggio istriano di Vodice (Vodizza, in italiano) furono massacrati da fascisti e SS 400 fra vecchi, donne, bambini di etnia cicik (istriani non latini).
Dopo l’armistizio con gli Alleati (8 settembre 1943) gli Slavi insorsero contro tutto ciò che rappresentava il fascismo, purtroppo identificando l’Italia con esso. Il leader del Partito Comunista Sloveno Kardelj aveva dato la direttiva di “epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo”, ma di fatto furono gli Italiani, nel loro insieme, a patire le peggiori persecuzioni. Come è stato possibile accertare, in quei mesi furono 250-300 i fucilati e gli ‘infoibati’ dai partigiani o dal popolo in rivolta. La stima più pessimistica, ma anche la meno verosimile, parla di 600 morti. Le violenze si indirizzarono soprattutto contro i gerarchi fascisti, le camicie nere, i carabinieri; ma molte furono le vittime anche fra i civili, donne e vecchi fra di essi. Negli scontri con l’esercito tedesco caddero anche molti partigiani italiani. Ben presto i Tedeschi ripresero il controllo del territorio. Sempre nel 1943 ci furono vittime anche in Dalmazia, a Fiume, a Zara, nelle isole; si trattò di circa 2.000 persone, cifra che la propaganda di destra ha sempre gonfiato fino a farla arrivare alle decine di migliaia.
Altro capitolo è quello dell’occupazione titina di Trieste e della Venezia Giulia. Dopo il crollo della Germania nazista (che si era annesso tutto il Nord-Est italiano strappandolo all’alleato di Salò), le formazioni jugoslave si proiettarono, infatti, verso le coste adriatiche per impedire agli anglo-americani di prendere il controllo di quelle terre. Giunsero a Gorizia, Trieste e Fiume fra il 1° e il 3 maggio e per quaranta giorni circa occuparono la fascia adriatica. In questo periodo si scatenò una violenta epurazione. La volontà jugoslava era chiara: creare le premesse per l’annessione.
Le giunte partigiane del CLN furono disarmate, destituite, talora arrestate. In un clima di terrore tutti coloro che apparivano ostili venivano arrestati, deportati, in parte uccisi. A Gorizia furono fatti prigionieri gli esponenti partigiani, indicati come ‘concorrenziali’; ma è a Trieste che accadde il peggio, soprattutto per la presenza, accanto all’esercito jugoslavo, di bande di irregolari croati, serbi, sloveni. Le autorità politiche e militari jugoslave ammisero fin dal 6 maggio: “…ci sono stati arresti e fucilazioni arbitrarie. E’ necessario riprendere il controllo…”. Nonostante ciò, le esecuzioni si susseguirono a ritmo incalzante; i cadaveri vennero gettati nelle foibe giuliane. Agli ‘infoibati’ si aggiunsero i caduti per fucilazione e gli avviati verso i campi di prigionia (fra i più inumani quello di Borovnica, alle porte di Lubiana).
Il numero delle vittime dei quaranta giorni di occupazione slava (Tito fu poi costretto a ripiegare), come hanno potuto accertare le ricerche condotte da studiosi qualificati, fu di circa quattro-cinque mila: cifra che comprende gli ‘infoibati’. Quanto a questi ultimi, il numero dei corpi estratti dalle caverne è inferiore ai mille. Si tratta di un’innegabile tragedia, ma ogni altra cifra risulta frutto di bilanci di fantasia e di propaganda politica.

Noi ricordiamo tutto.
Ricordiamo gli otre 20 anni di dittatura fascista in Istria.
Ricordiamo la pulizia etnica portata avanti da gerarchi e camicie nere.
Ricordiamo i crimini italiani in Jugoslavia.
Ricordiamo i 300mila morti jugoslavi per cui nessun criminale di guerra italiano ha mai scontato un solo giorno di carcere, e per cui non è stato istituito nessun giorno del ricordo.
Abbiamo una buona memoria.

di Aut.Pop