The_Obama_Surge_in_Afghanistan_by_Latuff2

da it.peacereporter.net

L’annuncio del ministro La Russa. Il dossier di PeaceReporter sulla missione militare italiana in Afghanistan

In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ha annunciato l’intenzione del governo Berlusconi di inviare sul fronte di guerra afgano altri mille soldati nella seconda metà del prossimo anno.
Intenzione poi confermata dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, che dal vertice Nato di Bruxelles ha specificato che, con il già programmato invio di 200 istruttori militari, il nostro contingente militare salirà a 4mila uomini, diventando il quarto più grande schierato in Afghanistan dopo quelli statunitense (100mila), britannico (9.500) e tedesco (4.400), scavalcando canadesi (2.800) e francesi (3.100).
Le truppe da mandare in Afghanistan verranno recuperate in gran parte dal Kosovo, forse qualcuna anche dal Libano. Anche i soldi necessari per finanziare l’escalation italiana in Afghanistan (che verrà votata il prossimo giugno) proverranno dal disimpegno militare su altri fronti, senza quindi comportare ulteriori aggravi di spesa. “Ci sono altre missioni alle quali si possono sottrarre risorse – ha detto La Russa – ho fatto un piano di riequilibrio e quando Tremonti l’ha visto, ha esultato: ‘Proprio al bacio’, ha detto”.
Il ministro ha spiegato che i mille uomini in più verranno impiegati in combattimento: “A Herat sono schierati tre Battle Group: prevediamo di portarli a quattro, in modo da permettere una svolta radicale nell’attività operativa”, consentendo alle truppe italiane di “bonificare una zona e poi di presidiarla in modo da impedire agli insorti di riconquistarla”.
Per capire come siamo arrivati fin qui, PeaceReporter ripercorre le tappe del progressivo coinvolgimento italiano nella guerra in Afghanistan.

Soldati attualmente schierati: 2.800 (ne sono autorizzati al massimo di 3.227, quota raggiunta nei mesi scorsi con l’invio delle truppe di rinforzo temporaneo per le elezioni, poi ritirate)
Militari caduti in missione dal 2001: 22 (di cui 14 in azione e 8 in incidenti o per malattie)
Costo della missione dal 2001: oltre 2,5 miliardi di euro (in costante aumento: oltre 500 milioni nel 2009 contro una media di 300 milioni nei primi anni).


ENDURING FREEDOM

– Il 7 novembre 2001 il Parlamento approva a larghissima maggioranza (tanne Prc, Pdci e Verdi) la partecipazione italiana all’operazione internazionale Enduring Freedom (“finalizzata al ripristino della legalità internazionale, in conformità agli obblighi derivanti dall’articolo 5 del Trattato di Washington e alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite n. 1368 del 12 settembre 2001 e n. 1373 del 28 settembre 2001”).
– Il 18 novembre 2001 partono per il fronte, imbarcati su navi militari che salpano da Taranto, i primi 600 soldati italiani impegnati nella missione di guerra Enduring Freedom.
– Nel marzo 2003 vengono inviati in Afghanistan altri 1.000 soldati (soprattutto alpini) per combattere sul fronte di Khost (Operazione Nibbio).
La loro missione termina nel dicembre 2003, anche se l’Italia esce formalmente da Enduring Freedom solo nel dicembre 2006 (continuando fino a quella data la sua partecipazione alle operazioni navali nel Mare Arabico).

ISAF

– Il 10 gennaio 2002, a Londra, l’Italia firma un Memorandum of Understanding, con il quale formalizza il proprio contributo alla missione ISAF (autorizzata con Risoluzione n. 1386 del 20.12.2001 e avente il compito di mantenere la sicurezza in Kabul e nelle aree limitrofe, a tutela dell’Autorità nazionale afgana insediatasi il 22 dicembre 2001).
NB: L’unico passaggio parlamentare riguardante la partecipazione italiana alla missione ISAF avverrà A POSTERIORI il 27 febbraio 2002 con l’approvazione della “legge n. 15/2002 di conversione, con modificazioni, del decreto-legge 28 dicembre 2001, n. 451, recante disposizioni urgenti per la proroga della partecipazione italiana ad operazioni militari internazionali”: la “modificazione” riguarda l’inserimento nel testo del decreto di un riferimento alla missione ISAF “connessa a Enduring Freedom”.
– Nello stesso mese di gennaio vengono inviati a Kabul i primi 450 soldati italiani nell’ambito della missione ISAF, che si stanziano nella base ‘Camp Invicta’.

ISAF DIVENTA UNA MISSIONE DI GUERRA

– L’11 agosto 2003 il comando della missione ISAF passa alla Nato, ovvero a un’alleanza militare formalmente in guerra con l’Afghanistan. In questo modo l’operazione ‘di pace’ ISAF diventa formalmente una missione di guerra parallela a quella di Enduring Freedom.
– L’8 dicembre 2005 i Ministri della Difesa Nato riuniti a Bruxelles nel Consiglio nordatlantico (Nac) decidono che la missione ISAF si estenderà al sud dell’Afghanistan e che la Nato prenderà il comando delle operazioni militari in questa regione sostituendosi alla missione di guerra Enduring Freedom.
– Il 31 luglio 2006 la Nato prende il comando delle operazioni militari nel sud dell’Afghanistan: ISAF diventa di fatto un’operazione di guerra.
– Il 4 febbraio 2007 le due missioni, ISAF e Enduring Freedom passano sotto comando unificato Usa, nella persona del generale Dan Mc Neill: la missione ISAF, pur rimanendo formalmente una missione a guida Nato, viene di fatto assorbita dalla missione di guerra a guida Usa Enduring Freedom.

L’ESACALTION DELLA PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLA GUERRA

– Il 4 maggio 2006 (in vista dell’espansione a sud) entrano in vigore per tutti i contingenti ISAF le nuove regole d’ingaggio ‘irrobustite’ dalla Nato: le truppe Nato possono ricorrere all’uso della forza per portare avanti l’assolvimento della missione ISAF e in più eliminare le forze ostili sul terreno anche se non rappresentano una minaccia diretta per i soldati con le cosiddette operazioni preventive ‘search and destroy’. Il nuovo governo italiano (Prodi) impone dei ‘caevat’ alle nuove regole d’ingaggio, stabilendo che le truppe italiane possono partecipare ad azioni militari offensive solo previa autorizzazione del governo italiano, che ha 72 ore di tempo per valutare.
– Nel giugno del 2006, sulla base di una decisione già presa dal governo Berlusconi, il governo Prodi autorizza l’invio di un contingente di 200 forze speciali (Task Force 45) che verranno impiegate nell’operazione segreta ‘Sarissa’.
– Nel settembre 2006 il governo italiano, su pressione di Stati Uniti, Gran Bretagna e Canada, autorizza segretamente una maggiore flessibilità nel rispetto dei ‘caveat’, consentendo così alle forze speciali della Task Force 45 e ai 150 soldati italiani della Forza di Reazione Rapida (Qrf) di iniziare a condurre offensive contro i talebani nella provincia afgana sud-occidentale di Farah (operazioni ‘Wyconda Pincer’ e ‘Wyconda Rib’).
– Il 2 aprile 2007, in attuazione dell’ordine del giorno approvato dal Parlamento il 27 marzo a larghissima maggioranza (odg presentato dalla Lega Nord, e che impegna il governo a fornire attrezzature adeguate, nonchè mezzi militari terrestri ed aerei idonei a fronteggiare la situazione in Afghanistan), il Consiglio Supremo di Difesa (Prodi, D’Alema, Parisi, Amato, Bersani, Padoa-Schioppa, Letta, Napolitano) decide l’invio in Afghanistan di mezzi da combattimento (carri armati ‘Dardo’ ed elicotteri da attacco ‘Mangusta’) “a protezione del contingente”, confermando il carattere pacifico della missione.
– Nel febbraio 2008 il governo italiano decide l’invio (ad aprile) di due compagnie da combattimento per la costituzione di un ‘Battle Group’ italiano nell’ovest dell’Afghanistan, portando così a 800 il numero delle truppe italiane combattenti (200 della Task Force 45 e 500 del nuovo Battle Group).
– Nel giugno 2008 il nuovo governo italiano (Berlusconi) allenta il ‘caveat’ che impedisce alle truppe italiane di condurre azioni offensive (autorizzazione in 6 ore invece che in 72), in maniera da consentire una maggiore operatività del Battle Group appena schierato.
– Nel settembre 2008 viene deciso l’invio (a novembre) di due cacciabombardieri ‘Tornado’ autorizzati a usare l’armamento di bordo (non le bombe).
– Nel dicembre 2008 viene deciso l’invio di ulteriori truppe da combattimento per la costituzione di un secondo ‘Battle Group’ italiano nell’ovest dell’Afghanistan (a febbraio 2009), portando così a 1300 il numero delle truppe italiane combattenti (200 della Task Force 45 e 1.000 dei due Battle Group).
Vengono anche rimossi i restanti ‘caveat’, consentendo la piena operatività offensiva delle truppe da combattimento.
– L’ estate 2009 vede le truppe da combattimento italiane (tutti parà della brigata ‘Folgore’) impegnate nelle più massicce offensive mai condotte in Afghanistan, sia sul fronte di Farah che su quello di Bala Murghab: centinaia di insorti vengono uccisi in battaglia dagli italiani. Si registrano anche diverse vittime civili.
– Nell’agosto 2009 vengono spostati da Kabul a Herat 500 soldati italiani per consentire la costituzione di un terzo ‘Battle Group’ italiano sul fronte ovest, portando così a 1800 il numero delle truppe italiane combattenti.
– Nel novembre 2009 i cacciabombardieri italiani schierati in Afghanistan diventano quattro (‘Amx’ al posto dei ‘Tornado’) e sono pronti a condurre anche bombardamenti (per i quali gli equipaggi sono stati appositamente addestrati per un mese negli Stati Uniti).

Enrico Piovesana

afghanistan sbarco

Obama giustifica l’escalation della guerra in Afghanistan come avrebbe fatto il suo predecessore

“Come comandante in campo, ho deciso di inviare altri 30mila soldati in Afghanistan nel vitale interesse della nostra nazione. (…) Sono convinto che la nostra sicurezza è a rischio in Afghanistan e Pakistan. Quello è l’epicentro dell’estremismo violento praticato da Al Qaeda. E’ da laggiù che noi siamo stati attaccati l’11 settembre ed da laggiù che, mentre parlo, nuovi attacchi vengono pianificati. Questo non è un pericolo immaginario, una minaccia ipotetica: nei mesi scorsi abbiamo catturato all’interno dei nostri confini dei terroristi inviati dalla regione di confine tra Afghanistan e Pakistan per compiere atti terroristici. (…) Gli americani sono stati vittime di attentati abominevoli provenienti dall’Afghanistan e sono tuttora il bersaglio di questi stessi estremisti che stanno complottando lungo il confine afgano. Abbandonare quell’area adesso significherebbe creare un rischio inaccettabile di nuovi attacchi contro il nostro paese e i nostri alleati”.

afghanistan load your weapon

“In Afghanistan per impedire nuovi 11 Settembre”. Obama ha detto quello che avrebbe detto Bush. Il discorso pronunciato a West Point dal premio Nobel per la pace poteva essere benissimo pronunciato dal presidente guerrafondaio che lo ha preceduto. Stesse parole, stessi concetti, stessa visione politica, stessa propaganda basata su falsità.
Il presidente Barack, dopo aver già raddoppiato nel giro di un anno il numero dei soldati Usa schierati in Afghanistan (erano 32mila quando arrivò alla Casa Bianca, sono 68mila oggi), ora manda al fronte altri 30mila giovani americani, li manda a uccidere e morire. Per cosa? Per difendere l’America dai terroristi di Al Qaeda che stanno laggiù, che da laggiù hanno colpito l’11 settembre e che laggiù stanno preparando nuovi attacchi contro l’America, come dimostrerebbe l’arresto a settembre di tre immigrati afgani che vivevano a Denver e New York, accusati di progettare un attentato alla Gran Central Station di Manhattan.

L’Afghanistan non rappresenta una minaccia per gli Usa. A parte i dubbi sulla fondatezza dei nuovi allarmi terrorismo americani (i tre afgani, che vivevano da anni negli Stati Uniti, sono stati arrestati nell’ambito di una stravagante operazione antiterrorismo dei servizi segreti britannici – Operation Pathway – che ha portato all’arresto anche di diversi studenti immigrati pachistani, poi rilasciati senza accuse), merita ricordare che l’associazione ‘Afghanistan-11 settembre’, con cui sia Bush che Obama giustificano la guerra, è una falsità. Nessuno degli attentatori dell’11 settembre era afgano (c’erano sauditi, yemeniti, giordani, egiziani, algerini, tunisini, ma non afgani.); la base operativa dove i terroristi si sono addestrati per gli attentati non era in Afghanistan ma negli Stati Uniti (dove sono stati fatti entrare con visti falsi della Cia); la responsabilità di Osama bin Laden, che si nascondeva in Afghanistan, non è mai stata dimostrata (l’Fbi, ad oggi, afferma di non avere una sola prova valida del coinvolgimento dello sceicco negli attentati in quanto i video e i messaggi di Osama non sono ritenuti credibili); dopo l’11 settembre 2001 nemmeno un afgano è stato mai coinvolto in vicende o inchieste di terrorismo internazionale; gli insorti afgani che oggi combattono le truppe d’occupazione alleate non sostengono il ‘jihad globale’ di Al Qaeda: combattono solo per la liberazione del loro paese.

Il vero pericolo per l’Occidente è continuare la guerra. Continuare a giustificare la guerra d’occupazione in Afghanistan con la necessità di difendere gli Stati Uniti da nuovi attacchi terroristici è falso perché l’Afghanistan non rappresenta una minaccia per il popolo americano ne per i suoi alleati.
Al contrario, continuare l’occupazione militare dell’Afghanistan (sostenendo un regime fantoccio illegittimo e corrotto) e ordinare addirittura un’escalation militare che porterà più guerra, più violenza, più morti e più sofferenza, non farà altro che fomentare i sentimenti antiamericani e antioccidentali nel mondo islamico, accrescere la popolarità dell’estremismo jihadista e quindi, in ultima analisi, aumentare concretamente il rischio di attentati terroristici contro obiettivi statunitensi e occidentali.
La vera minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e dei suo alleati è rappresentata dalla guerra in Afghanistan di Obama, come prima dalla guerra in Iraq di Bush, poiché queste costituiscono la migliore cassa di risonanza della propaganda antiameircana e antioccidentale dello jihadismo terrorista.

I valori americani per giustificare una guerra che quei valori calpesta. L’aggressione militare, l’invasione, l’occupazione, le stragi di civili, i crimini di guerra e contro l’umanità commessi contro il popolo afgano, rappresentano una flagrante violazione di quei valori occidentali che l’America sostiene di voler difendere e diffondere nel mondo: libertà, autodeterminazione, rispetto per la vita e per la dignità delle persone, rifiuto della violenza.
Nel suo discorso a West Point, Obama ha definito la guerra in Afghanistan “un test per la nostra società libera e per la leadership americana nel mondo. (…) La nostra forza risiede nei nostri valori. (…) Deve essere chiaro a ogni uomo, ogni donna, ogni bambino che vive sotto le oscure nubi della tirannia che l’America difenderà i loro diritti umani, la libertà, la giustizia, le opportunità e la dignità dei popoli. Questo è quello che siamo. Questa è la fonte morale del potere dell’America”.
Agli uomini, le donne e i bambini afgani che da otto anni vivono e muoiono sotto le bombe americane non è molto chiaro. Magari glielo spiegheranno i 30mila nuovi soldati statunitensi inviati da Bush, pardon, da Obama.

Enrico Piovesana