acquademoSi è chiusa la due giorni di Firenze del Forum per l’acqua pubblica. Nasce l’alleanza con la Fiom, gli studenti, le altre lotte in campo. Perché vincere il referendum non sarà una passeggiata

Checchino Antonini

«Anche il lavoro è un bene comune», spiega il leader dei metalmeccanici Landini ai trecento del popolo dell’Acqua che, a migliaia, ricambieranno la “cortesia” il 16 ottobre nella piazza romana della Fiom. E probabilmente anche dal palco di quella manifestazione. Landini, come loro, va in cerca di «punti di contatto tra le tante resistenze», di una nuova cultura che batta l’«attacco all’agire collettivo». Gli interventi, tanto per citarne, dei No Dal Molin, della rete di Atenei in rivolta, dei Cobas scuola, di No Mose, No Ponte – da sempre interni alla battaglia per l’acqua – stanno lì a testimoniare che i tempi per una connessione significativa sono maturi. Prima del 16, i movimenti per l’Acqua saranno a Messina nell’anniversario della frana di Giampilieri e contro il Ponte sullo Stretto. Poi sarà la volta delle manifestazioni regionali della scuola, il 15. Fino alla piazza dei metalmeccanici.
«Ecco il nesso con voi – dice ancora Landini – i contratti collettivi nascono per mettere dei vincoli al mercato». Così pure le battaglie per la ripubblicizzazione. Come dietro le mosse di Marchionne «c’è di più dell’attacco alla Fiom», così anche i referendum dell’acqua parlano di democrazia, modello di sviluppo, assetto dei territori, saperi. Tute blu e popolo dell’acqua hanno in comune un’altra urgenza, quella della continuità. Dopo il 16 Landini crede che debba proseguire la mobilitazione per l’estensione dei diritti e contro la frantumazione sociale. «Noi ci siamo e possiamo darvi un contributo», assicura Landini ai movimenti per l’acqua che hanno la medesima necessità di mantenere sui territori lo stesso radicamento che ha consentito la raccolta record di quasi un milione e mezzo di firme sui tre quesiti che potrebbero mettere sotto scacco «le politiche neoliberiste e il decisionismo dei Palazzi».

«Per noi cambia la fase», spiega Marco Bersani: da un lato si dovrà mettere in piedi un livello di comunicazione (e serviranno fondi) che consenta di ottenere il quorum, dall’altro dovrà proseguire la mobilitazione nei territori contro le gestioni privatistiche delle risorse idriche. L’agenda è fitta e vede già scritte alcune date: quella del 4 dicembre, mobilitazioni regionali in parallelo all’appuntamento di Cancun e per premere per una moratoria alla furia privatizzatrice del decreto Ronchi. Si tornerà in piazza all’inizio di primavera, il 19 marzo, secondo una consuetudine della rete di vertenze sui beni comuni.
L’assemblea, intanto, ha discusso dei gruppi di lavoro che lavoreranno sullo statuto della struttura tecnico-burocratica che dovrà gestire la campagna referendaria (ci sono degli obblighi di legge); sulle regole dell’ambito decisionale dei popoli dell’acqua; su come finanziare e gestire un servizio idrico di nuovo pubblico e l’intero ciclo dell’acqua. «Se dovesse cadere il governo – avverte il Cobas Vincenzo Miliucci – la manifestazione del 4 dicembre dovrà essere nazionale perché il referendum non venga rinviato di un anno causa elezioni politiche». Dalla loro, i movimenti hanno il precedente del referendum antinucleare che, nell’88, si tenne in autunno slittando solo di pochi mesi grazie a una deroga. Contro, invece, c’è la potenza di fuoco del partito trasversale dei padroni dell’acqua: Confindustria, Federutility, multinazionali e praticamente tutti i principali partiti e la grande stampa. A digitare “acqua” – tra i lanci d’agenzia – non si trovano tracce di questa assembela che, nei fatti, è la partenza di una campagna referendaria importantissima.

da ilmegafonoquotidiano.it