mussolini

Anche quest’anno si celebra il giorno del ricordo, per gli eccidi delle Foibe e per gli “esuli” istriani: una specie di “giorno della memoria” ad uso e consumo di una destra post-fascista bisognosa di un appiglio storico per legittimarsi politicamente.
Prima di affrontare questa problematica storico-politica che risulta sempre “smemorata”, si può fare una premessa: il Comune di Mantova quest’anno ha invitato come “testimonial” l’ex giornalista di
Libero Renato Farina.  Si dice ex-giornalista perché l’attuale deputato del Pdl è stato condannato per aver prodotto false documentazioni contro Prodi per conto dei servizi segreti italiani per cui lavorava; conseguentamente è stato radiato dall’ordine dei giornalisti. La serietà prima di tutto.

“Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava…non si deve seguire la politica che dà lo
zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le
Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500.000 slavi barbari a 50.000 italiani”.

Queste le parole del capo del fascismo che diedero il via all’italianizzazione forzata nel territorio istriano. Già nei primi anni ‘20 gli squadristi avevano mano libera nelle loro incursioni violente ai danni della popolazione facendo già uso delle foibe come “strumento” di repressione politica; partì poi nel ‘22 la campagna di italianizzazione vera e propria: divieto di parlare in sloveno, chiusura di scuole “non italiane”, licenziamenti, chiusura di quotidiani e periodici, devastazioni di sedi associative e ricreative e cancellazione della toponomastica slava compresi nomi e cognomi delle persone. L’azione del governo fascista, volte a difendere la “razza italica, molto prima delle infami leggi razziali, annullò l’autonomia culturale e linguistica delle popolazioni slave ed esasperò i sentimenti di inimicizia nei confronti dell’Italia. Il giorno del Ricordo parla di foibe e di “esuli” di italiani accomunando i due fenomeni in modo antistorico e scorretto: a questo proposito non viene ricordato che, tra le due guerre mondiali, gli esuli sloveni e croati dalla Venezia Giulia furono oltre 100.000.
Una situazione destinata a peggiorare con la brutale invasione del Regno di Jugoslavia nel ’41: insieme ai nazisti, l’Italia fascista occupò Dalmazia, Slovenia e Croazia, imponendo a quest’ultima la crudele dittatura degli Ustascia del nazionalista Ante Pavelic. Furono anni di stupri, massacri, bombardamenti e deportazioni di massa specialmente a danno di serbi e altre minoranze; vi furono deportazioni di cui gli italiani furono parte attiva con la creazione dei campi di concentramento della Risiera di S. Sabba, a Trieste o di Gonars a Udine. Alla fine della guerra la Jugoslavia conterà circa un milione di vittime di cui 300.000 direttamente attribuibili alle truppe d’occupazione italiane.
Come ci si può stupire che si sia giunti ad una resa dei conti alla fine della guerra?
Dopo l’8 settembre ’43 e fino al ’45 con le sorti della guerra rovesciate( e con un aumento della crudeltà delle SS e dei Repubblichini) e con il fascismo in rotta, le popolazioni slave oppresse dalla dittatura e dall’occupazione militare ebbero modo, in un coacervo di motivazioni politiche, etniche e nazionali di fare vendetta. L’esercito popolare della nascente Federazione Jugoslava e bande di “irregolari” intensificarono la lotta contro i simboli della dittatura fascista: contro gerarchi, camicie nere e talvolta semplici civili furono eseguite centinaia di fucilazioni e una serie di infoibamenti il cui numero, a fini propagandistici, aumenta di anno in anno nei fogli di calcolo della destra più o meno neofascista . Dopo la fine del conflitto bellico, nessun italiano criminale di guerra è stato processato.
Parliamo di realtà storica, ampiamente testimoniata e documentata anche se indigeribile per alcuni che vorrebbero ridurre il fenomeno delle foibe all’”odio slavocomunista contro chi aveva la colpa di essere italiano”; quegli italiani che, a dispetto della storia, vanno sempre difesi come “brava gente”.
Dunque, chiunque decida di prendere in considerazione la questione delle foibe, il 10 febbraio o tutto l’anno, deve tener conto di questo contesto: non per negarle o per ridurne l’importanza, ma per contestualizzarle. È giusto che si sappia cosa sono state le foibe, il prima, il dopo e soprattutto cosa non sono state.

Il revisionismo non può vincere,
finchè abbiamo una buona memoria.