I media ufficiali, una volta definiti “stampa borghese” riescono a giocare un ruolo decisivo nel tradurre mediaticamente i rapporti di forza tra gli interessi partitici ed economici presenti nel nostro paese.

Sembrerebbe un’affermazione banale nel paese di Berlusconi, capo del governo e delle televisioni, in realtà gli interessi in gioco trascendono la sua figura e il polo politico del centrodestra. Senza aver la pretesa di trattare una questione così ampia e sfaccettata in poche righe, la reazione della stampa e dei media ufficiali il giorno seguente all’assedio al cantiere della tav ha cristallizzato gli interessi in campo per questa grande, inutile e dannosa opera.

Di fronte a ciò, all’insofferenza di essere prima attaccati con lacrimogeni usati come armi e poi stigmatizzati come violenti , abbiamo delle “armi” per difenderci.

Quando sembra che ci sia tutto meno il punto di vista di chi vive in quella valle e lotta per difenderla, possiamo raccontare noi cosa è avvenuto.

Costruire ed immaginare negli anni un media di movimento come questo a Mantova ci ha permesso di avere un punto in più da dove “attaccare” il sistema, da dove dare una visione altra della società e dei processi che l’attraversano, da dove smontare l’aura di neutralità che i poteri forti danno ai mutamenti sociali per difendere i propri interessi.

Di seguito alleghiamo dei video, una narrazione di quella giornata di lotta da parte di un compagno che l’ha vissuta e un istant e-book pubblicato da agenzia-x per rendere accessibile a tutti una verità altra, meno incasellabile negli stereotipo giornalistici, ma più vicina
a ciò che realmente è successo e sta succedendo su quelle montagne.

 

L’istant e-book “Nervi saldi” di Agenzia-X lo potete trovare qua: http://www.agenziax.it/oc_main.php?pid=53&sid=30

Qualche filmato sulla giornata del 3 luglio, le violenze della polizia e la successiva conferenza stampa:

http://www.youtube.com/watch?v=p1SIPHRGZZk&feature=player_embedded

http://www.youtube.com/watch?v=okrTnRL77O0

http://www.youtube.com/watch?v=s-fIq–cZV0

 

 

La nostra generazione: ribelle sulle montagne!
da un Compagno di AteneinRivolta Trento

Tutto inizia a Venaus alle 6 del mattino, dopo essere arrivati alle 5 ed esserci infagottati nei sacchi a pelo su dei giacigli di fortuna, sentiamo tintinnare le tazze e i vasetti di marmellata.
Al presidio, luogo della grandiosa vittoria del movimento no tav, che nel 2005 riuscì a rioccupare la zona sgomberata precedentemente dalla polizia, ci si sveglia presto e si inizia a parlare dei percorsi che arrivano alla zona rossa posta dalla polizia ai margini del presidio della Maddalena.
Fin dalle prime parole e sorrisi assonnati era chiaro che avremmo assediato la prepotenza dello stato, costituita dalla militarizzazione di una valle minacciata da un’inutile grande opera.

Tornati verso le macchine, mentre preparavamo le bottiglie di Malox e acqua per riprenderci dal goffo risveglio, scherzavamo sul termine “grande opera”, come qualcosa di simile ad una rappresentazione teatrale, nella quale con tono melodrammatico le varie istituzioni si fanno beffe della popolazione valsusina ribaltando la realtà.
E così un’opera inutile e disastrosa diventa progresso, le popolazioni che la rigettano diventano black block, mentre 3000 agenti di polizia, sui telegiornali poveri pacifisti responsabili dell’ordine, militarizzano l’intera valle attaccando i dimostranti.
Ci mettiamo in marcia verso Giaglione, luogo da cui avremmo dovuto arrivare al presidio della Maddalena attraverso i sentieri boscosi che attraversano la valle. Un compagno di fianco a me si lamenta della lunga attesa mentre guarda le montagne illuminate dal sole e mi sussurra “giornata perfetta per combattere l’arroganza del potere…manca solo un po’ di vento…qua non scherzano, ci intossicheranno con i lacrimogeni cs”.

Il corteo inizia così a radunarsi e si incammina per le strade di Giaglione mentre guardo la mia mascherina medica e mi chiedo quanti minuti potrà sostenere quelle terribili sostanze cancerogene.. Mentre attraversiamo le strade tipiche di un borgo di montagna ci stupiamo nel vedere gli sguardi dei vecchietti alle finestre, noi, abituati di essere tacciati di violenza e appartenenze black bloc per spaventare le popolazioni, leggiamo invece nei loro occhi stima nei nostri confronti.
Qualcuno ci butta dell’acqua, una signora con un enorme crocifisso al collo ci dice “state attenti ragazzi, quelli non hanno pietà”, un signore intento a curare le sue vigne applaude mentre noi passiamo sotto gridando “sono arrivati i liberatori”.
Eccitato per un clima che mai ho visto da quando vado in manifestazione prendo sottobraccio una compagna e le dico “oggi sembriamo proprio dei partigiani”.

Il sentiero per i boschi è lungo e dispersivo, dalla stradina di paese che non riusciva a contenerci si passa a sentieri da fare in fila indiana che nascondevano i numeri reali interrogandoci continuamente su dove fossero finiti tutti.
Cerco di stare con i compagni della mia città, ci conosciamo e insieme ci sentiamo più sicuri. Tutti i nostri occhi sono puntati su una signora di sessant’anni che ci avvisa delle probabili postazioni digos, ogni cinquanta passi si girava e ci diceva “via i passamontagna, dovete respirare” oppure cinquanta metri dopo “occhio ai poliziotti, meglio coprirsi ora, dopo non servirà più a niente” e almeno 100 persone vicino a me diventavano improvvisamente irriconoscibili.
Proprio in quel momento mentre scruto dal passamontagna le persone che ho al mio fianco, mi rendo conto di quanti compagne e compagni della mia età si sono fatti chilometri e chilometri, per difendere la valle, per dare una mano all’autodeterminazione dei valsusini contro lo strapotere degli interessi privati.
Mi viene da pensare al 14 dicembre, seppur con una composizione più eterogenea, migliaia di persone stanno attraversando i boschi della Val Susa, molte con il volto coperto, con la stessa eccitazione che c’è quando l’insofferenza per i soprusi si trasforma in rabbia contro chi li perpetra, proprio come in piazza del Popolo.

Arriviamo al presidio della Maddalena e non tardiamo a vedere il ponte e le reti della zona rossa, disegnano già futuro e presente della Val Susa: il grigio del cemento e il blu dei difensori delle speculazioni.
Le nostre vite però valgono più dei loro profitti e ci mettiamo poco per rimettere in sesto il presidio nel quale i vicequestori hanno fatto sfogare gli assetti antisommossa, i quali hanno cagato in giro, tagliato tende, distrutto finestre bruciato le bandiere no tav.

Una lunga fila indiana arriva al presidio, ormai ci stiamo abituando al caldo del passamontagna quando una delle mie amiche esclama in dialetto “alurà andema a ciapar ciò che è nostar?”, subito dopo dal megafono invitano a far andare avanti i valsusini che si dirigeranno per la salita che porta alle reti della zona rossa. Dietro alle reti metalliche un immenso schieramento di polizia dotato di idranti attende il nostro arrivo.
Giunti nello spiazzo che precede la rete con le mani alzate proviamo a forzarla con tutte le energie che abbiamo, vediamo scorrere lentamente l’acqua dagli idranti, in poco tempo diventano getti potentissimi, arretriamo di qualche passo e boom! Partono i lacrimogeni, tanti, da tutte le parti, incandescenti fanno reazione con l’acqua sprigionando così una vera cappa di fumo da cui non riusciamo ad uscire. Salto due volte per cercare l’aria, mi tolgo tutto quello che ho davanti alla bocca, ma la situazione non migliora, c’è troppo fumo ovunque, non vedo ad un centimetro da me e la gente è nel panico, non possiamo scendere perchè il corteo sta salendo.
Guardo a lato e con spirito di sopravvivenza mi arrampico sulle vigne che costeggiano il piazzale, mi corico sotto un albero, doccia di malox, lo passo ad altre due persone e penso a quanto sarebbe pacifico e rilassante questo posto, sdraiato sotto le vigne a guardare le nuvole che si arrampicano sulle montagne.

I miei sogni bucolici però finiscono presto, quei bastardi sparano dal ponte che si erge ad un’altezza di trenta metri sull’intera area, le vigne diventano luogo pericoloso, inadatto a prendere aria, salgo ancora un po’ di metri e mi nascondo dietro un albero.
Un suono di frusta attira la mia attenzione mentre impunto gli scarponi nel terreno friabile di queste immense montagne, mi giro e noto a pochi metri da me un anziano valsusino accompagnato da un cumulo di sassi e una fionda. Come un cecchino paziente si era mimetizzato nella boscaglia e da lì faceva partire colpi che arrivavano sino allo schieramento di polizia protetto dalla rete.

Mentre penso che sia meglio allontanarmi, troppo poco pratico rischierei soltanto di scoprire la posizione dell’esperto tommy gun valsusino, guardo giù verso le compagne e i compagni che a turno si sporgono dalla roccia prima del piazzale e lanciano sassi contro la polizia. Uno di loro si ferma allo scoperto a prendere la mira e bam!, il cilindro metallico dei lacrimogeni lo sfiora alla testa. Ci stanno sparando addosso! Non è questione di spari ad altezza d’uomo, stanno proprio mirando le persone per ferirle, se non ammazzarle.
Non posso essere molto d’aiuto qua e continuo a scalare le vigne, sembra il terreno di un addestramento militare, sento gli altri compagni che mi dicono che su a Ramats hanno tranciato le reti e stanno spingendo dentro il manipolo di caschi blu.

Arrivo sopra e di fianco ad un enorme masso trovo i miei compagni che tossiscono, mi arrampico sulle rocce per vedere la situazione, ciò che mi si presenta davanti è una vera e propria guerriglia nei boschi con gente che va avanti e indietro a rifornire le prime linee di acqua e sassi.
A dettare il tempo che passa i suoni tonfi dei lacrimogeni che si schiantano sugli alberi, è meglio che mi muova, un ragazzo urla “la foresta sta prendendo fuoco, acqua!” riferendosi ad un rogo causato da uno dei tanti grappoli di fumogeni che escono dai candelotti metallici.
Mi metto gli occhialini da piscina a lente gialla e stando basso mi muovo verso la polizia, mi accovaccio per prendere delle pietre, sembra di essere in un film sulla guerra in Vietnam: spari, fumo, fuoco e urla.
Ho sempre rigettato qualsiasi retorica militarista, ma quando sento “Avanti compagni!!!Avanti, attacchiamo!!!” e in una trentina usciamo dai ripari di fortuna con una sassaiola contro il blindato che stavano facendo salire in quella zona impervia, mi viene la pelle d’oca.
Retrocedono, retrocedono, ma in pochi secondi una scarica di lacrimogeni ci piove addosso.
Piangendo torno dietro la roccia mentre provo a guardarmi intorno, la mente va agli scontri in via del Corso, riconosco dietro le magliette e i passamontagna compagne e compagni che ho trovato in molte lotte al mio fianco negli ultimi anni.

Penso ai primi anni di militanza, alla paura del dopo Genova, ai discorsi artificiali sulla
non-violenza usata come grimaldello politico da incravattati che sfruttavano i movimenti in cerca di una poltrona governativa. La mia generazione non ha paura di essere etichettata black bloc, di mettersi un passamontagna e assaltare la polizia con tutte le energie in corpo.
Si scaglia contro il potere perchè è legittimo farlo, perchè vede sgretolarsi davanti agli occhi il futuro televisivo che le avevano promesso, mentre un presente a favore degli interessi privati viene difeso da scudi e manganelli.
Rischiamo di essere dinamite con una miccia troppo corta senza riferimenti politici, ma incominciamo a sentirci un corpo unico quando alziamo i cappucci, quando l’insofferenza è troppa e i calcoli politici diventano insufficienti.

È il prezzo della crisi che i potenti devono pagare, non c’è più spazio per operazioni mediatiche, concertazioni e dialoghi con le istituzioni. Non c’è più spazio per la loro arroganza.
Alzo gli occhi, un compagno viene trasportato su una tenda usata come barella, mi guarda e sviene, ha un enorme bolla rosso violacea sullo stomaco, fra poco ci dovremmo ritirare, per la prima volta ho paura, incomincio a pensare che qua ci lasciamo la pelle.

Mi alzo, tolgo la terra dai pantaloni e mi incammino per il “sentiero” che scende alla baita della Maddalena, ho ancora il passamontagna giù e mi accendo una sigaretta per far scendere la tensione, un’anziana signora sulla sessantina sta facendo una montagnola dei sassi, vede che la guardo e mi squadra per qualche secondo, sorride e urla tossendo “Sarà dura!”.
La Val Susa non ha paura, c’è tempo per l’ultimo assalto!!!

Un Compagno di AteneinRivolta Trento