Il cemento e le nostre vite

1. “…tutta mia la città, un deserto che conosco” (Equipe 84)

Evoca le immagini dell’assedio di Sarajevo, l’area dell’ex Ceramica”

(Gazzetta di Mantova, lunedì 12 novembre)

Parla con un linguaggio bellico il principale giornale cittadino, eppure non c’è stato nessun tipo di assedio o bombardamento negli ultimi 67 anni a Mantova.

L’ area che descrive è quella dell’ Ex Ceramica, situata su una strada, quella che congiunge Valletta Valsecchi con Fiera Catena, che fino a non molti anni fa sembrava essere uscita da un film neorealista.

Lì, un secolo fa, era collocata la maggiore attività produttiva e di distribuzione di merci della città.

Da un lato, la ceramica, una delle poche fabbriche in quello che era un territorio prevalentemente agricolo.

Dall’altro, la fiera dei prodotti provenienti delle campagne, in piazza dei Mille, il macello in corso Garibaldi e porto Catena.

Una zona storicamente popolare insomma, accanto a cui è stato costruito il quartiere di Valletta Valsecchi nel secondo dopoguerra.

Si doveva costruire in fretta e senza badare a spese, le campagne si industrializzavano e la forza lavoro, come una merce, doveva essere allocata in blocchettini di cemento vicini alle zone insustriali.

Pazienza per la qualità dell’ aria, per il panorama e per la mancanza di una piazza o un punto d’ aggregazione. C’ erano tanti bambini, i cortili in cui giocare, il boom economico e la macchina famigliare.

Come Valletta Valsecchi, storie simili possono raccontare le strade e i palazzi di DuePini, Te Brunetti e Valletta Paiolo, ognuno con le sue peculiarità certo, ma rimangono zone periferiche della città, dormitori su cui non investire risorse pubbliche.

L’area di Fiera Catena, ha perso la sua centralità produttiva nella struttura urbana, già nel secondo dopoguerra, ma su di essa è stato investito denaro solo nel momento in cui accorrevano progetti privati.

Nessuna bomba ha fatto i buchi nel tetto della struttura dell’ Ex-Ceramica, o della ben più recente Ex-Comated1 , i responsabili sono stati il tempo e l’incuria, soprattutto se consideriamo che la prima, per essere riutilizzabile, sarebbe dovuta essere bonificata dall’ amianto.

Forse i proprietari degli immobili hanno interessi, oltre che le possibilità, che questi edifici, come molti altri, rimangano invenduti, creando man mano situazioni di disagio o, quantomeno di blocco dello sviluppo urbanistico?

Forse luoghi come l’ Ex Campo di Concentramento di Gradaro, chiamato Stalag 337 durante la Seconda Guerra Mondiale, che dovremmo salvaguardare, con opere di riuso, per mantenere viva la memoria storica, sono più facilmente lottizzabili quando diventano semplici capannoni abbandonati da anni?

L’ unica fabbrica della Mantova di inizio ‘900, che caratterizzava con la sua ciminiera il quartiere popolare a sud della città, coperta da un vincolo di natura paesistica stabilito da un decreto ministeriale del 13 ottobre del 1977, non è scampata all’abbandono coatto.

I tempi di costruzione/demolizione di edifici nella città, se un tempo rispondevano a delle necessità immediate o ad influenze storiche, economiche e politiche, oggi sembrano seguire unicamente gli interessi del mercato del mattone, dalle imprese costruttrici a quelle immobiliari più potenti.

Su quest’affermazione concorderanno tutti i movimenti e le associazioni che negli ultimi anni hanno lottato contro il consumo del territorio.

La dipendenza sempre maggiore dai meccanismi di mercato, accelerata dai tagli ai fondi degli enti pubblici, spinti per questo a svendere il proprio patrimonio (interi edifici piuttosto che fette del territorio) non spiega però tutte le variabili che intervengono tra la città e gli abitanti che la vivono.

Siamo convinti infatti che ogni città, quale concentrazione di potere, viva un’eterna lotta tra chi lo detiene e organizza gli spazi per le proprie necessità, e chi ne è privato.

Basti pensare alle campagne contro i writer che degradano le città, le quali sono sempre silenti verso la pubblicità e le insegne che occupano (a volte violentemente) lo spazio visivo di chi attraversa l’ambiente urbano.

Queste relazioni di potere determinano più di quanto immaginiamo, non solo la composizione e le scelte urbanistiche di una città, ma anche le identità che vivono in questa e di conseguenza i modi di vivere.

Simmel, a Berlino agli inizi del novecento, scriveva delle cause dell’alienazione dell’individuo moderno nella città metropolitana: mancanza di legami che non fossero superficiali (la famiglia o il vicinato) e bombardamento mediatico.

Non vogliamo di certo elogiare la piccola comunità rurale, ma pensiamo che la nostra città, pur rimanendo un paesone in mezzo la campagna, si stata modellata da interventi di tipo metropolitano spesso contraddittori.

Non ci riferiamo ai progetti futuristici della campagna elettorale della lista Benedini (metropolitana leggera e tunnel sotto i laghi), ma a 50 anni di cementificazione selvaggia che hanno modificato la struttura sociale della città in cui viviamo.

Negli ultimi anni soprattutto, si è investito nel mattone come se fosse un un pozzo senza fondo, come se questo non potesse modificare la vita nei quartieri e le reti sociali tra gli individui.

Se le zone residenziali della città, fino 20-30 anni fa, potevano essere considerate delle zone con una loro identità e una serie di luoghi di ritrovo (i negozi, la parrocchia, il circolo e la squadra sportiva), oggi sono luoghi di passaggio o dormitori, totalmente desertificati.

Daniel Bensaid, per intenderci, parlando della Comune descriveva l’ antagonismo tra due modelli differenti di città che caratterizza Parigi: “Le classi dominanti non hanno mai interrotto il tentativo di scongiurare lo spettro Parigi-Comune (…) tutte le politiche urbane non hanno cessato di privare la Parigi-Comune delle sue energie popolari, esiliando il “popolo dei quartieri” nella zona grigia delle banlieu”.

La crisi economica ha sicuramente influito, ma la strada era già tracciata dalla moltiplicazione dei mega centri commerciali e dal moltiplicarsi di insediamenti abitativi isolati.

Le periferie sono sempre di più, sempre più isolate e incapaci di produrre reti sociali, le sirene razziste contro i migranti e il degrado sono solo combustibile elettorale.

Dopotutto è meglio che i poveri e gli emarginati si combattano tra di loro, che siano soli e rancorosi gli uni contro gli altri.

Per reagire al PGT appena approvato e provare a partecipare attivamente alla trasformazione della nostra città, come prima cosa dovremmo proprio conservare e ripescare quelle identità fornite dalla memoria della storia recente, nascoste tra il cemento, ma che sono l’anima dei luoghi che viviamo.

Da lì si possono creare nuovi immaginari partecipativi e unificanti, che rigettino il razzismo e che inventino e rivendichino nuovi modi di vivere e di abitare.

Concludiamo il primo capitolo dei materiali verso l’assemblea/mostra del 26 gennaio “Il vostro spreco, la nostra ricchezza” riprendendo un breve passo di un libro fondamentale per la memoria storica resistente di Mantova, “Tigrai: storia di un borgo e dei suoi abitanti fra documenti e vita quotidiana”.

(dalla testimonianza di un abitante, dopo l’8 settembre ’43)

Venendo alla alla reale conoscenza e consapevoli della casa precaria c’è stata una ribellione del tipo “spachema tut”, era come una rivincita nei confronti del regime che ci aveva voluto emarginare”

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