borgo chiesanuova

 

 

Più di sei mesi fa è stato approvato l’ultimo PGT dal consiglio comunale di Mantova.

Niente di nuovo rispetto alle precedenti giunte di differente colore politico: svendita del territorio, aumento dei centri commerciali e “cittadelle dei servizi” con le carte in tribunale.

In un contesto in cui la politica è serva dell’economia, il governo del territorio ha preferito le interlocuzioni con i soggetti privati, i costruttori che mettono qualche soldo nelle casse comunali e privatizzano una porzione di città, influenzandone lo sviluppo e le reti sociali che la fanno vivere.

Mai si è dato invece un confronto con le persone che la città la vivono ogni giorno, soprattutto i quartieri periferici che mancano sempre più di servizi, negozi e luoghi di socialità.

In ogni caso, se il confronto ci fosse stato, si sarebbe probabilmente tradotto in una gigantesca vendita di pentole, poichè sembra mancare più di ogni cosa un ragionamento d’insieme sulla città, che parta dal basso, dai bisogni delle persone che più subiscono il prezzo combinato di crisi economica e speculazioni, libero da interessi privati e ingerenze imprenditoriali.

I primi ragionamenti li abbiamo scritti  qui.

 

Da gennaio ci siamo impegnati in una campagna che abbiamo chiamato “Nel mio quartiere basta cemento, partecipazione al 100%”, presentata con una mostra composta dalle foto che abbiamo raccolto riprendendo alcuni dei mostri di cemento celati dalla “città-cartolina”.

http://www.articolozero.org/2013/01/261-il-vostro-spreco-la-nostra-ricchezza-mostra-assemblea-cittadina-contro-la-cementificazione/

Luoghi che, oltre ad avere una forte carica emotiva, richiamano allo spreco di risorse, a ciò che si potrebbe facilmente fare per ridare luce e utilità a questi posti abbandonati.

Più in generale l’edificio abbandonato è simbolo di uno “sviluppo” che non va, di una società occidentale che affonda il sogno del progresso infinito nei paesaggi delle sue periferie, addobbati da fabbriche chiuse, case vuote, quartieri fantasma.

Dal mettere in mostra i luoghi abbandonati, siamo passati, in aprile, al mettere a disagio gli architetti e i dirigenti della società che controlla il gruppo Esselunga, giunti in città per discutere con la cittadinanza un progetto già approvato, nonostante nei dettagli sia ancora poco definito.

http://www.articolozero.org/2013/04/il-loro-confronto-e-una-pistola-puntata-alla-tempia/

In quella circostanza è emersa, oltre che la forte capacità di intervenire sugli aspetti più spinosi del progetto da parte dei comitati di cittadini presenti nella sala, anche la fragilità di queste “presentazioni” private, volte a convincere la popolazione con promesse di sviluppo e felicità diffusa.

http://www.articolozero.org/2013/04/giu-il-sipario/

Ora proveremo a far girare la mostra il vostro spreco, la nostra ricchezza nei quartieri popolari della città. Non solo un gesto per mostrare ciò che è nascosto: dietro agli slogan rispetto la ripresa del settore edile, delle opportunità di lavoro e di crescita, spesso si nasconde la totale irrazionalità dell’attuale logica che vede il territorio solamente come “terreno di conquista” per accumulare profitto.

Quali materiali edili usati? Quale utilità per il quartiere? Quale influenza sul tessuto del territorio in cui verrà inserito? Quale futuro per gli edifici inutilizzati?

Rimangono domande senza risposte, come per l’ EXPO 2015, che da vetrina per un modello di città, si è rivelato essere ciò che i comitati denunciano da anni: un’immensa speculazione, con infiltrazioni mafiose nelle gare di appalto e deroghe sui parametri architettonici da rispettare.

 

Lo spazio urbano, diventa sempre più luogo della politica. Un po’ perchè la crisi economica ne intensifica l’utilizzo privato, come la recente cessione di un territorio privato per l’istallazione di un ripetitore Vodafone nel mezzo del quartiere Angeli PEP.

In parte perchè si riduce la distanza tra governati e governanti, tra decisioni prese e conseguenze reali e appare più nitida divergenza tra interessi privati e necessità collettive.

Sta a noi la scelta se agire lo spazio urbano che viviamo in modo passivo, o come campo su cui costruire reti di resistenza e di produzione di democrazia diretta e di alternative dal basso.

 

NEL MIO QUARTIERE BASTA CEMENTO

PARTECIPAZIONE AL 100%

 

 

1- CULTURA E CONOSCENZA come armi per dare significati popolari e non commerciali agli spazi che viviamo. Per avere una comunità di persone, servono significati condivisi rispetto al quartiere che si vive, per avere questi bisogna conoscere la storia e la contemporaneità di quest’ultimo. Riconoscersi in una cultura propria, in continua mutazione, è un primo passo per reagire ai quartieri dormitorio, alle speculazioni sotto casa, alle definizioni che vengono appiccicate da giornali e imprenditori del mattone.

Non saremo mai “le ninfee”, “il quartiere degradato” o “dello spaccio”, saremo Valletta, Lunetta, Due Pini, Colle Aperto e Te Brunetti, con una nostra storia e un futuro dato dalle persone che ci vivono.

 

2- DIRITTO ALLA CASA E ALLA SALUTE come bandiere, per sostenere una concezione dello spazio che viviamo come esseri umani che offra a tutti un tetto sulla testa e un rapporto di rispetto e armonia con l’ambiente che ci circonda.

I dati ISPRA del 2013 segnalano che in Lombardia nel 2010 si è arrivati a consumare intorno al 12% del territorio, un dato a cui la nostra città non sfugge con un 12,4% del territorio consumato negli ultimi 10 anni. Eppure abbiamo un dormitorio che nelle stagioni più fredde è affollato e 5.500 tra appartamenti e negozi sfitti.

I lavori precari e l’abbassamento del potere d’acquisto dei salari, obbligano i giovani a rimanere in casa, a non potersi fare una vita autonoma, mentre chi ha un lavoro stabile, non può mettere via i risparmi con un costo delle spese d’affitto che gli consuma buona parte dello stipendio mensile.

 

3- DEMOCRAZIA DIRETTA e CREAZIONE DI NUOVI POSSIBILI per spostare a nostro vantaggio il rapporto di forze. Finché saremo isolati e disinformati potranno imporci ogni loro affare privato come necessità comune. Dobbiamo renderci conto di quanto le leggi, in mancanza di una forza dal basso, possano essere piegate a favore dei grossi costruttori, il rifiuto di queste è necessario quindi per costruire ambiti costituenti di un’alternativa.

Le penali per la mancata costruzione non devono essere pagate. La popolazione non può accollarsi un debito illegittimo, contratto attraverso dispositivo politico-economici che tutelano unicamente le grosse imprese e per questo sono spesso strumento per traffici loschi.

Richiediamo la tassazione delle case sfitte come strumento di redistribuzione di ricchezza per la comunità.

Cosa proponiamo? Solo mettendo insieme la conoscenza diffusa dello spazio urbano delle associazioni, comitati o singoli cittadini che lottano contro lo spreco del territorio possiamo dare vita ad ambiti che producano una città diversa, che risponda ai nostri bisogni.