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Al compagno Giulio Pellegrino, un comunista, un pezzo di storia dell’antifascismo e delle lotte della nostra città che se ne è andato e proveremo a tenere vivo.

Purtroppo qualche giorno fa c’ha lasciato Romano Pellegrino, detto Giulio, in rifiuto a quel nome omonimo al fratello di Mussolini.
Tutti quelli che hanno attraversato cortei, sezioni o assemblee negli ultimi 60 anni lo ricorderanno per la sua generosità, la caparbietà nel portare avanti tutte le iniziative e soprattutto, l’essere sempre presente in tutte le lotte contro questo sistema di cose e per la costruzione di una società più uguale e più giusta.

Giulio è stato una staffetta partigiana nella Mantova del ventennio, scappato dai proiettili, era già noto a 13 anni alle forze dell’ordine per essere un sobillatore della resistenza contro il regime fascista, uno di quei reietti che andava a fare le pernacchie all’ufficio d’arruolamento dei repubblichini.
È stato tra i fondatori del PCI mantovano, un compagno di base, senza pretese dirigenziali, ma sempre in prima linea, sempre disposto a dire la sua.
C’era quando nel febbraio del ’46 i giovani proletari affamati di Fiera Catena, Piazza Virgiliana e Te Brunetti assaltavano il Teatro Sociale, dove la parte benestante della città, non intaccata dal fascismo e dalla guerra, aveva organizzato un buffet di beneficienza. L’orchestra quel giorno suonò L’Internazionale.

C’era il 7 luglio del 1960 quando con la Federazione dei Giovani Comunisti Italiani, si trovarono, sempre davanti al Sociale, per alzare il selciato e scaricare, lanciando sampietrini contro la polizia, la rabbia per i 5 compagni uccisi nella vicina Reggio Emilia dalle forze dell’ordine del ministro Scelba.

C’era anche quando, Berlinguer intraprese più decisamente una via riformista e antirivoluzionaria, con il compromesso storico con la democrazia cristiana.
L’affermazione secondo cui “era finita la spinta rivoluzionaria della Rivoluzione d’Ottobre” spinse Giulio a definire il segretario del PCI un disonesto. A ben vedere quello era il primo passo verso un partito distaccato dalla classe, organizzato dalle lobby economiche e sorretto da venditori di aspirapolveri che più che pensare a programmi e soluzioni sembrano in cerca di “consumatori di voti”: il partito democratico.

Giulio, incontrato nella nostra esperienza in Rifondazione, un partito distrutto dal gioco governista e da cui uscì, come noi, in opposizione a questo, c’ha affezionato ad un’idea altra del comunismo locale, di ciò che aveva simboleggiato la falce e il martello nel nostro territorio.
Non quella dei Montresor, dei Napolitano, delle speculazioni, degli ipercoop, ma quella delle sezioni di paese, dei gruppi di contadini che andavano a piedi in città alla manifestazione, con le bandiere rosse attaccate ai rami degli alberi, quella del sacrificio per i compagni, per quello spirito diverso dall’amicizia e dalla famiglia, ma dal lottare insieme per uguaglianza e libertà, che man mano ti da la forza e il coraggio per pensare che la rivoluzione non è una possibilità, ma una necessità.
Nonostante scherzasse spesso con noi sui “santini rivoluzionari”, soleva darci dei “trotskysti libertini” o degli “anarchici perditempo” a causa del nostro anti-stalinismo, siamo sempre stati insieme in piazza: nell’opposizione al riemergere dei fascismi, nel contrastare i giochetti burocratici all’interno di Rifondazione o gli apparati di potere di quei costruttori di turbogas e ipermercati tra cui c’era qualche suo ex-compagno di partito.
Ma Giulio ricordava che semmai erano “compagn’ a chiatar”.
Vogliamo dedicargli la festa di quest’anno, insieme ai compagni morti in Piazza Taksim e nella contro rivoluzione egiziana.
Avremmo voluto vederlo mangiare tra i tavoli di San Giacomo per riparlare della resistenza, delle lotte operaie e contadine, di quell’idea che senti dentro.

Ciò che viene ricordato non muore, vive nei ricordi, nei racconti e nei miti che plasmano la lotta per la fine dell’ oppressione dell’uomo sull’uomo stesso.