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Riportiamo pubblicamente, dopo un mese dalle manifestazioni dei “forconi”, le riflessioni che abbiamo condiviso nello Spazio Sociale La Boje! . Gli spunti sono sicuramente parziali e non hanno pretesa di definire  quella situazione, ma di offrire un quadro dei ragionamenti e delle chiaccherate che hanno attraversato La Boje! nella settimana del 9 dicembre, sia nella riunione politica che durante le serate.

Qualche lavoratore che frequenta le iniziative aggregative del nostro spazio, ci aveva chiesto di partecipare ai blocchi del 9 dicembre.
Eravamo molto diffidenti, essendo venuti a conoscenza dell’appuntamento da Saverio Ferrari dell’Osservatorio Democratico sulle nuove destre, invitato a fine novembre dal comitato Mantova Antifascista alla mensa occupata della Cartiera Burgo.
Prima dello sciopero dell’Immacolata ci eravamo spesi sui social network ad informare sulle connessioni tra gli organizzatori della protesta e qualche neofascista in cerca di un posto al sole ( http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=3423&Class_ID=1004 ).

Certo è che dopo qualche giorno di blocchi stradali e manifestazioni sparse per il territorio nazionale, ci sembra miope definire fascista la piazza dei “forconi”.
Per questo ci è sembrato immediatamente più interessante, per quanto più o meno condivisibile, approcciarci a quelle letture   che provavano a comprendere ciò che avveniva, piuttosto che collocarlo in categorie pre-costituite (vedi il dibattito tra http://www.infoaut.org/index.php/blog/editoriali/item/9951-da-piazza-statuto-a-piazza-castello ; http://www.globalproject.info/it/in_movimento/dire-la-verita-cercare-il-bandolo-nella-matassa-della-crisi/15990 ; http://www.infoaut.org/index.php/blog/precariato-sociale/item/9939-rivolte-tossiche-o-contraddizioni-in-seno-al-popolo ).

Se il centro-sinistra politico e sindacale ha reagito accusando il 9 dicembre di fascismo, violenza e invocando il rispetto del regolamento per gli scioperi (accodandosi in questo modo a Confindustria), la sinistra radicale ha provato a discutere di qualcosa che non si aspettava con quei contenuti e in tempi così ristretti.
Come emerge da questo articolo ( http://www.connessioniprecarie.org/2013/12/10/i-forconi-e-qualcosa-di-piu/ ), tante domande su questa protesta interrogano anche quei collettivi, spazi sociali, reti di movimento che provano a costruire strumenti per autorganizzare le collettività contro la messa a profitto di ogni aspetto delle nostre vite.

Di fronte allo smantellamento del welfare accelerato dai piani di austerità e alla de-industrializzazione del primo mondo, come andrà a comporsi la classe oppressa?
Attorno a quali omogeneità e a quali luoghi potrà addensarsi? Quali rivendicazioni e canali culturali  potranno aprire percorsi di politicizzazione allargata?

Più che partecipare o cavalcare le tigri, ci sembra interessante analizzare il movimento del 9 dicembre come un elemento utile per fare dei piccoli passi avanti nelle gradi domande appena menzionate che dovrebbero preoccupare qualsiasi rivoluzionario.

La crisi produce mutamenti profondi negli strumenti culturali attraverso cui le classi si identificano e prendono posizione, mutano la composizione e gli atteggiamenti, si allentano i confini tra chi è “tutelato” e chi no.
Da anni ormai, di fronte la sconfitta del movimento operaio e la progressiva de-legittimazione di strumenti organizzativi classici quali il sindacato e il partito, viviamo esplosioni di rabbia intestinale e lontana dal binomio oppresso/oppressore.
Ci siamo già dimenticati del voto nelle fabbriche del nord alla Lega o della sinistra che, in mancanza di altri riferimenti parlamentari, segue il contraddittorio programma di Grillo?
I 5 stelle hanno accertato solo nei giorni scorsi, attraverso una rocambolesca consultazione via web, se si dovessero esprimere contro o a favore del reato di clandestinità, che imprigiona illegalmente migliaia di migranti.
Proprio l’atteggiamento e lo stile del comico genovese sembra aver plasmato tante delle persone che hanno partecipato ai blocchi, segno dell’egemonia culturale della narrazione del popolo italiano unito contro un’indistinta casta.

Gli stessi, molto più interessanti, movimenti esplosi nel 2011 (indignados, occupy, rivolte arabe) su cui abbiamo riunito assemblee con collegamenti internazionali e presentato libri, avevano al loro interno uno spirito legalitarista, una fiducia nelle tecnologie quali soluzione contro le disfunzioni del sistema e una presenza, nelle loro rivendicazioni, del frame “casta/finanza corrotta” accanto agli attacchi indirizzati al sistema capitalista in toto.
Precisa questo avvicinamento alle caratteristiche dei movimenti mondiali Guido Viale ( http://www.infoaut.org/index.php/blog/italian-connection/item/9967-siamo-un-po-più-uguali-ai-movimenti-globali ) partendo dall’assunto del collettivo di scrittori Wu Ming, che provarono a spiegare la mancanza di conflittualità, collettiva e strutturata, in Italia con la capitalizzazione della rabbia da parte del movimento 5 stelle di Grillo.
La rabbia non si muove sempre negli stessi canali culturali e forme organizzative anzi, con un atteggiamento strumentale, si potrebbe dire che si manifesta con quelle cornici interpretative presenti nell’ambiente esterno.
Se la cornice di riferimento, per tutta una serie di fattori, non è più quell’immaginario di classe costruito faticosamente non solo dalle lotte dell’operaio massa delle società occidentali, ma anche da quelle per i diritti civili, contro le oppressioni di genere e i colonialismi, il linguaggio della protesta cambia.

Questo ci può suggerire sì da chi è composta, ma anche quali simboli del dissenso sono individuati a livello sociale.
I volantini e gli appelli prodotti da chi ha indetto la manifestazione del 9 dicembre avevano il problema fondamentale di non discostarsi dal linguaggio del potere.
É vero, riprendevano un linguaggio comunemente usato, in tanti hanno detto “da bar”, il che potrebbe richiamare tanto ad un sentimento popolare in senso genuino, quanto ad una lettura superficiale e acritica di quanto avviene nel nostro paese.
I contenuti dei forconi sembravano avere una buona risposta da parte di media e popolazione non solo per la “rabbia della gente”, ma anche grazie all’estrema digeribilità degli slogan.
Tutti potevano starci perché non c’erano rivendicazioni scomode o conflittuali che portassero fuori dalle comodità degli assunti capitalistici.

Non si chiedeva l’utilizzo di una risorsa in una direzione piuttosto che in un altra o l’abolizione della proprietà privata, la stessa casta poteva stare nel “popolo italiano unito contro la casta”.
Se ci potrà mai essere un futuro per quei blocchi stradali che una certa apprensione negli apparati di potere l’hanno creata, si dovrà sviluppare un’auto-politica che stabilirà una gerarchia di interessi e una direzione delle rivendicazioni.

Per fare un esempio il “basta tasse”, vero e proprio mantra di quei giorni, potrebbe risolversi in un neoliberismo ancor più accentuato con un ulteriore aggressione delle privatizzazioni a beni e servizi oppure in una rivoluzione fiscale che tassi le transazioni finanziarie e faccia pagare la crisi ai più ricchi.

Nello stesso momento però bisogna ammettere che aldilà delle rivendicazioni impulsive, le forme della protesta hanno concretizzato in qualche modo quell’uscita da ciò che è concesso che teorizzerebbero le nostre soluzioni alla crisi.
Lo stesso processo di audit del debito pubblico (un processo di partecipazione popolare che stabilisca quale parte del debito non sia legittima e quindi non sia da pagare) in mancanza di una forte attenzione collettiva e a processi che stabiliscano un diverso rapporto tra forze, difficilmente verrà concesso dalle istituzioni.

Anche se c’è stata sicuramente un’eccessiva attenzione dei media nei giorni successivi al 9, non concessa a movimenti più longevi e numerosi di questo, i blocchi stradali hanno in qualche modo rappresentato, anche inconsapevolmente, un voler uscire dalle classici canali della protesta e dagli attori che li controllano.
Da qui la connessione sia con i tranvieri di Genova che con le lotte della logistica ( http://www.communianet.org/news/non-%C3%A8-la-nostra-piazza-ma ), che proprio nel blocco delle merci hanno trovato forza e capacità di conflitto.
Da questo punto di vista i “forconi” sono un buon segnale e non dovrebbe stupire quindi che cgil e pd, i fautori dell’attuale pace sociale, si siano incredibilmente agitati.
Al prossimo sciopero generale di 4 ore con comizio e panino annesso, molti potrebbero preferire forme di lotta più durature in punti strategici. Alle primarie invece, telematiche o a 2euro che siano, altri potrebbero preferire l’autorganizzazione per rivendicare bisogni e diritti.