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Un momento dell’assembea di Gezi Park in piazza Taksim.

Una riflessione, verso la presentazione del libro “Vivere senza Padroni”, a cura di Favilla – Idee incandescenti per scatenare incendi.

Cos’è il Potere? Come si riconosce e in che modo si manifesta? Di quali strumenti si serve? E ancora, può esistere una società senza Potere? Esso è sempre una forma di dominio e un sopruso alla libertà?

Se si analizza il linguaggio politico degli ultimi 30 anni, intendo il linguaggio del dibattito, quello delle tribune elettorali, dei talk show televisivi, quello insomma che viene comunemente percepito come il linguaggio politico “ufficiale”; si potrà notare come questo termine sia praticamente sparito dal lessico. Nessun politico di professione, dall’assessore del piccolo comune italiano, al capo del governo; dal leader dell’opposizione al presidente della casa bianca sembra utilizzarlo più.

Eppure mai come in questa congiuntura storica il potere delle democrazie liberali sembra vacillare e scricchiolare sotto i colpi delle crisi socio-economiche di cui è responsabile. E mai, come non accadeva dai sistemi totalitari, viene agito un potere repressivo tanto invadente.

Andate a chiederlo ad un migrante senza permesso di soggiorno, ad un precario 4oenne italiano, ad un attivista NO TAV, essi hanno una chiara visione di cosa sia e come si manifesti il potere….la risposta sarà, sostanzialmente questa: il potere è controllo, coercizione, repressione e oppressione del potente sul debole.

Forse, allora, la politica non usa più il termine potere perchè esso è diventanto sinonimo di dominio, parola impronunciabile quando lo si applica sui propri simili?

 Senza schematizzare troppo, è più o meno questa la visione dell’argomento diffusa oggi dai militanti dei movimenti di avanguardia sociale (dai NO TAV ai vari Occupy, attivisti per i diritti di cittadinanza, la sinistra radicale, militanti dei centri sociali o le parti sane del Movimeno 5 stelle ecc.)

D’altra parte, le esperienze degli ultimi decenni non possono che confermare l’idea che il potere sia sinonimo di dominio, basti pensare all’impatto che ha avuto un’esperienza come quella dl G8 di Genova per avere delle conferme.

Tuttavia, le cose potrebbero non stare così.

Noi tutti, in genere, siamo abituati a definire il potere estraendo il concetto dal modo in cui si manifesta nella sua maniera più chiara e lampante, sia per chi lo subisce che per ch lo applica. In realtà non riusciamo a definirlo perchè non siamo abituati a riconoscerlo.

E si ritorna al punti di partenza: cos’è il potere? A questo punto sarebbe più idoneo chiedersi se il potere è necessariamente dominio, o può essere qualcos’altro, magari qualcosa che ci appartiene e che dovrebbe appartenerci sempre di più.

Se rispondiamo a questa semplice ma necessaaria questione, il nostro agire sociale e politico avrebbe, credo, molta più incidenza.

 In definitiva, il potere non è altro che la capacità di condizionare qualcuno a fare qualcosa che altrimenti non avrebbe necessariamente fatto di sua iniziativa.

Visto in questo modo, il potere è l’esperienza più comune che un essere umano conosce, ed è sempre un rapporto a due tra chi lo applica e chi lo subisce, ma che mai è esente dalla possibilità di resistenza. Una persona esprime potere quando chiede informazioni ad un passante per raggiungere un luogo, lo subisce quando paga un biglietto di corriera, lo emana quando parla in pubblico, ne è condizionato quando urina in un bagno pubblico classificao per genere. Per osservare il Potere non c’è bisogno di vedere uno scontro di piazza, basta guardarsi allo specchio e scopriremmo che la nostra vita sociale è, in fin dei conti, un equilibrio tra l’applicare e il subire una qualche forma di potere.

Al di là delle implicazioni filosofiche sul concetto, nella nostra vita facciamo, però, anche esperienza della resistenza. Essa nasce in noi quando subiamo un potere (che quindi ci fa compiere azioni non sempre aderenti alla nostra volontà) di cui non riconosciamo la leggitimità. Se la nostra capacità resistente non ha abbastanza “carica di potere” per ribaltare il condizionamento subito, allora facciamo esperienza, sulla nostra pelle, del potere come dominio.

 È evidente che più la capacità di resistenza è debole, più l’azione del potere su di noi ha il margine per diventare una forma di dominio, sia che si applichi su di un singolo che su un gruppo.

 Per anni i movimenti antagonisti hanno provato a sviluppare e ad ampliare l’abilità di resistenza del proprio gruppo, in un certo senso si sono rinforzate forme di difesa . Basti pensare all’utilizzo delle parole d’ordine che sono state utilizzate, alle pratiche pubbliche adottate, alle simbologie condivise. Tuttavia queste pratiche di resistenza non hanno rapprensentanti, negli ultimi decenni, una forza che potesse incrinare i rapporti di potere-dominio che agiscono all’interno della società. Sempre di più, le emanzazioni delle visioni sociali del neo-liberismo hanno dettato i modelli di organzizzazione delle società e delle odiose disuguaglianze che si sono coscientemnte create. La denuncia morale ed intellettuale, l’indignazione, la rabbia violenta che si manfesta in una forma di neo-luddismo contro i simboli del capitalismo, sono riusciti solo a scalfire un modello di gestione del potere ormai pervasivo delle società.

È tuttavia sul proprio terreno di azione, ovvero sul mito del progresso economico incondizionato, che le politiche neo.-liberiste stanno manifestando tutti i propri limiti. Per buona parte della popolazione modiale, oggi, il capitalismo non rappresentà più “l’unico modello possibile” o meglio, non incarna più l’unica risposta. Un complesso e spesso non decifrabile insieme di forze di rottura e di resistenza stanno creando uno strappo all’interno della “maglia di potere” dell’era industriale e post-industriale, determinando una crisi che non è soltanto economica ma strutturale, nel senso che può mettere in discussione le strutture di base della società che conosciamo. Basterebbe pensare alla crisi di sovranità democratica che vivono gli Stati del mediterraneo, in forma diverse a seconda delle sponde Nord-Sud, di cui si cerca di bloccare i contatti umani chiudendo frontiere insesistenti in natura.

 Se è vero che si diffonde la sfiducia nelle istituzioni politiche e che il potere da esse emanato viene percepito esclusivamente sotto forma di dominio, diventa compito di quelle componenti sociali che hanno perpetuato, per anni, una radicale critica antagonista dare delle risposte alternative ma concrete. Queste risposte potranno diventare forza di mutamento solo se ci libera da un tabù, da un senso di sfiducia presente che si è venuto a creare in quella frattura tra immaginario e reale, ovvero tra la capacià di immaginare un modo ed un mondo “altro” rispetto a quello reale e l’impossibilità di realizzarlo. Ma dove partire?

Iniziamo partendo dal rapporto tra noi ed il potere. Iniziamo a ragionare su come NOI siamo e possiamo essere potere e come lo è il nostro modo di concepire i rapporti, conomici e non, tra gli esseri umani.

L’AUTOGESTIONE E’ POTERE! Ed è forse l’unica forma di potere oggi legittimo, in quanto chiunque lo subisce, contemporaneamente lo pratica, annullando così la ragnatela del dominio.

Per questo motivo ogni singola pratica di un gruppo di autogestione, deve essere pensata in chiave politica, ovvero come modello di rapporto sociale. Prendere decisioni in forma condivisa, stabilire compiti individuali e di gruppo in tempi e forme determinate, rendere il singolo partecipe e responsabile delle pratiche e delle modalità politiche secondo le proprie capacità e le proprie possibilità tutte, insomma, le pratiche dell’autogestione, sono elementi validi per disegnare nuove mappe della diffuzione del potere, in modo da rompere l’accentramento del dominio nelle mani di pochi rappresentnti dell’astratta società e di restituirlo nelle tante e laboriose mani dei partecipanti delle concrete comunità di relazione. Condividere gli spazi in cui si vive, autogestire i territori su cui si deve tornar ad essere sovrani! Queste le parole d’ordine per il progresso dell’umanità, l’unica forma di progresso che non conduce all’autodistruzone e libera i rapporti umani dalla droga del consumo e dall’assuefazione dell’individualismo.