Federico Zappino, filosofo queer, scrive libri, rende pubblicamente accessibili le sue riflessioni, traduce in italiano Judith Butler.

Domenica 20 maggio lo incontriamo alle 18, allo Spazio Sociale La Boje di Mantova, per dare corpo a una riflessione che vogliamo diventi un manifesto politico di adesione al Pride di Mantova del prossimo 16 giugno, a partire dal testo della conferenza che tenne al Pride di Palermo dello scorso anno, “Orgoglio, resistenza, sovversione” (https://operavivamagazine.org/orgoglio-resistenza-sovversione/).

Il modo di produzione capitalista si fonda su un ordine gerarchico che esso stesso contribuisce a naturalizzare: quello della classe, della razza, delle abilità, e ovviamente del genere, dei corpi e del desiderio. La sovversione di questo ordine ci pare una necessità urgente, e la decostruzione del dominio eterosessuale un elemento fondamentale del nostro essere rivoluzionari.

«Il capitalismo necessita di una Norma sessuale per perpetrare il proprio dominio», Mario Mieli

«L’eterosessualità è un sistema sociale che produce la dottrina della differenza tra i sessi per giustificare la sua oppressione», Monique Wittig

«Il mio corpo viene istituito da prospettive di altri che non posso abitare ma che senz’altro, mi abitano. Questo è un punto importante, perché non è solo il mio corpo a stabilire quale sia la mia prospettiva: il mio corpo, piuttosto, è ciò che spiazza la mia prospettiva e che fa di questo spiazzamento una necessità», Judith Butler

«Chiunque, a sinistra, si spenda teoricamente e praticamente per un’aspirazione di eguaglianza sostanziale e di giustizia deve essere messo di fronte a questa domanda: che tipo di promessa di eguaglianza o di giustizia può costituire, agli occhi delle minoranze di genere e sessuali, l’ipotesi di rovesciamento dell’attuale ordine sociale ed economico, con tutte le sue inaccettabili e naturalizzate diseguaglianze e ingiustizie, in assenza di una sovversione esplicita delle modalità di produzione, riproduzione e organizzazione sociale delle relazioni che producono le differenze di genere e sessuali in modi che sono indistinguibili dalle diseguaglianze? Che tipo di eguaglianza sostanziale e di giustizia dovremmo immaginare se le loro basi culturali sono le differenze di genere e sessuali che puntualmente si trasformano nelle forme sociali dell’abiezione e della diseguaglianza materiale?

Se la povertà e la subalternità economica e materiale non sono fenomeni naturali, bensì il frutto del modo in cui sono organizzate le relazioni sociali, e dei modi in cui, all’interno di tali relazioni, si perviene a occupare una posizione di privilegio o di abiezione, allora diventa cruciale de-naturalizzare non solo le matrici culturali che governano queste relazioni sociali, ma anche i fenomeni sociali che esprimono la nostra oppressione, perché è proprio la naturalizzazione a rendere impossibile qualunque forma di cambiamento.

Noi dobbiamo poter vivere bene, dobbiamo vivere una vita che conta, al di là e a prescindere dal fatto che ci adeguiamo, o meno, ai criteri che dovrebbero misurare il grado della nostra riconoscibilità – al di là del fatto che siamo ritenute “degne”, o meno, di benedizione. Lo svilimento della benedizione da parte dell’autorità, infatti, non si compie attraverso il mero rifiuto, bensì attraverso una lotta finalizzata a deprivarla del suo potere di stabilire chi può vivere, e vivere bene», Federico Zappino

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