“Mi sono reso conto che della nostra salute non gliene frega niente!”.
Un operaio di Mantova concludeva così la cronaca di ciò che ha vissuto nell’ultima settimana in azienda.
Ma ci sono molte altre testimonianze sulla stessa lunghezza d’onda : “Da noi ci hanno detto che le mascherine non servono a niente”; “Dobbiamo stare ad un metro di distanza mentre lavoriamo, ma poi ci cambiamo tutti insieme negli spogliatoi”; “Un lavoratore a tempo determinato ha rifiutato di non mettersi la mascherina come chiesto dal capo turno… lo lasceranno a casa”; “noi faremmo anche sciopero, ma i lavoratori interinali sono ricattabili”.

L’emergenza scatenata dalla pandemia del CoronaVirus sta solamente scoperchiando gli elementi strutturali del sistema di sfruttamento in cui viviamo.
Martedì Confindustria Lombardia, in linea con quella nazionale, oltre ad aver rifiutato gli ammortizzatori per le categorie più precarie durante il tavolo tra le parti sociali, si è messa di traverso sulla chiusura delle attività produttive non indispensabili, sostenendo la necessità di “non aggravare l’emergenza economica”.
Nonostante la retorica mediatica stia continuando a provare a individualizzare la responsabilità per la diffusione del virus, concentrandosi su aperitivi e passeggiate nei parchi quali motori del
morbo, la realtà della sua diffusione è sicuramente determinata da una rete produttiva mai del tutto bloccata e da centinaia di luoghi di lavoro che, anche nelle zone rosse, fino a lunedì non avevano attivato nemmeno le minime misure di prevenzione.


In queste settimane di diffusione incontrollata del virus, non possiamo che accodarci all’invito di restare a casa, ma allo stesso tempo vogliamo sottolineare come in questa situazione di crisi sia necessario essere consapevoli di questo: le modalità di descrivere il contesto in cui una crisi si sviluppa e le scelte prese (o non prese) da singoli e istituzioni non sono neutre, bensì rispondono a interessi e necessità, più o meno condivisi.

Il fatto che l’Iveco degli Agnelli e tante altre multinazionali presenti sul nostro territorio abbiano negato fino all’ultimo anche le minime misure per la tutela della salute dei propri dipendenti, dovrebbe far riflettere sui ritardi nell’attuazione di un piano di prevenzione coordinato. Ancora una volta, si è deciso che il capitale e il profitto valgono di più della salute dei lavoratori e delle lavoratrici, agitando lo spauracchio dell’ “emergenza economica”.

In questo contesto di oggettiva emergenza sanitaria, ognuno deve avere il diritto di rinunciare ai propri diritti per il bene comune, limitando al massimo i propri spostamenti e i contatti sociali; invece ancora troppe persone si trovano costrette a mettere a rischio la propria salute e quella degli altri, andando a lavorare in contesti affollati e in precarie condizioni di sicurezza – non solo in termini di profilassi contro il virus. E tutto questo succede perché chi possiede i mezzi di produzione ha deciso che il profitto deve continuare, whatever it takes – per citare impropriamente l’ex capo della BCE Mario Draghi.

Per quanto difficile, l’epidemia in atto deve essere uno stimolo per rinforzare la solidarietà tra esseri umani, e non per gonfiare ancora di più ingiustizie e discriminazioni. Siamo ben consci delle disuguaglianze di ricchezza che dominano la nostra società, per questo pensiamo che, oltre alla chiusura di tutte le attività non indispensabili, debbano essere varate immediatamente forme universali di sostegno al reddito e azioni di riappropriazione del patrimonio pubblico.

Oltre alle fabbriche infatti c’è un mondo di precarietà che sta già cominciando a boccheggiare. Le leggi contro i poveri dei decreti-sicurezza non prevedono nessuna soluzione di fronte a una situazione come questa, anzi la complicano. Le multe ai senzatetto di questi giorni, la condizione sanitaria delle persone con permessi di soggiorno precari, le già sottodimensionate strutture assistenziali come i dormitori a rischio di diventare focolai: tutti questi esempi confermano che “gli ultimi” sono abbandonati a sé stessi.

Le legittime proteste nelle carceri sovraffollate da anni e nei lager per migranti ci dimostrano che il Covid 19 ha fatto esplodere contraddizioni già esistenti rispetto ai diritti minimi fondamentali dei detenuti. Non è un caso che chi non ha risorse sia stato il primo a protestare anche in modo violento, mentre negli ultimi due giorni si stanno verificando scioperi selvaggi in diverse aziende di tutto il nord Italia.

Il mondo del lavoro non è però solamente quello con contratti a tempo indeterminato, tutt’altro. In questi giorni le (finte) partite iva, i lavoratori dello spettacolo, gli educatori sociali e tante figure professionali “esternalizzate” dallo Stato negli ultimi decenni rischiano di non vedere neanche un centesimo per questo periodo di stop forzato dal lavoro. Per questo crediamo che debba essere varato immediatamente un reddito di quarantena che preveda forme dirette ed indirette di sostegno al reddito per tutte e tutti.
Questo ci serve per non essere gli unici a pagare questa nuova crisi, che non è solo medica ma sistemica, e per non dover subire nel futuro prossimo un programma di sacrifici ulteriori, pianificato da chi, dopo anni di privatizzazioni e abusi finanziari, sta già speculando su questa emergenza sanitaria.