Alla fine è successo, o almeno così sembrava. Nella tarda serata di sabato, il premier Conte ha annunciato la chiusura di “tutte le attività produttive non strategiche”, come ulteriore provvedimento in contrasto alla diffusione della pandemia di Covid-19 in corso. Un annuncio e un provvedimento, peraltro tardivi, che non mancano comunque di suscitare dubbi e criticità, rispetto a tempi e modi di applicazione e alle reazioni che essi stanno suscitando nel dibattito politico.

In primis, un pensiero ai principali sciacalli politici di questa vicenda. Non si era ancora spenta la luce rossa della diretta sui social di Conte, che già Matteo Salvini esultava: “finalmente, ci hanno ascoltato sulla chiusura delle fabbriche”, e assieme a lui salmodiava pure la collega postfascista Meloni. Peccato che sia stato proprio un governo di destra a maggioranza prima forzista e poi leghista a smantellare il sistema sanitario regionale della Lombardia negli ultimi trent’anni, e ridurlo al colabrodo di posti letto e strutture inadeguate che è oggi. E non è un dato di poco conto: come ripetiamo ormai da settimane, l’affollamento e il potenziale collasso delle strutture ospedaliere è figlio dei tagli alla Sanità pubblica, della privatizzazione della sua gestione. Un sistema sanitario adeguato nei numeri e nelle risorse avrebbe sicuramente permesso di affrontare questa pandemia con conseguenze meno disastrose in termini di vittime.

Tornando al decreto, i problemi e le negatività rimangono. L’elenco delle attività considerate essenziali è già di per sé lunghissimo, parliamo di 80 codici Ateco, ma soprattutto nel testo del decreto si comunica che qualsiasi azienda può autocertificare, con una semplice comunicazione al prefetto, di far parte della filiera che viene utile a una delle attività essenziali, senza comunque ricorrere in sanzioni in caso di falso. Ciò significa che i provvedimenti di chiusura delle attività sono facilmente aggirabili, di fatto vanificando qualsiasi possibilità per migliaia di lavoratori di sottrarsi all’esposizione al contagio.
Insomma, ancora una volta a comandare non è il fondamentale diritto alla salute che costituzionalmente dovrebbe essere garantito, bensì la logica del profitto di cui Confindustria e padronato sono massimi esponenti e depositari. Il testo del decreto è stato infatti così redatto dopo le insistenti pressioni che queste associazioni hanno portato. È chiaro che siamo di fronte all’ennesimo gioco di scatole cinesi in cui a perdere sono esclusivamente i lavoratori, i precari, i marginali. Per tutelare gli interessi di pochi, si gioca con la vita di molti. Il tutto avviene additando come motivazione che non si può chiudere tutto, perché in questo modo si paralizza la già fragile economica italiana, diminuirà la capacità produttiva del paese, si perderanno quote di mercato.
Ebbene, di fronte a una crisi globale che mette a repentaglio la sopravvivenza stessa delle persone, riteniamo che le quote di mercato possano aspettare, che non è possibile mandare al macello migliaia di esseri umani perché altrimenti calerebbero i fatturati.

La situazione emergenziale in cui ci troviamo ha un solo pregio: fa emergere il ricatto a cui (ci) siamo costantemente esposti, e che fino a poche ore fa identificavamo nel dualismo tra salute e lavoro. Questa definizione non basta più: il ricatto non è tra salute e lavoro, ma tra salute e capitale. Tra salute e modello produttivo, economico, sociale. È ormai lampante, laddove a fronte di un’emergenza così estesa prima di tutto si sospendono le libertà individuali in nome del bene collettivo, e solo dopo insistenti pressioni e tentennamenti si decide di ascoltare fino in fondo il parere di scienziati e medici e si decide per l’interruzione delle filiere di produzione non essenziali, ma allo stesso tempo si gioca sulle specifiche, sui commi, di fatto rendendo essenziali produzioni che non lo sono, e ancor peggio permettendo a chi possiede i mezzi di produzione di autocertificarsi come essenziale e proseguire l’attività come se nulla fosse.

L’obiezione è facile: ma la gente deve andare a lavorare, altrimenti quando tutto sarà finito come farà? Ebbene, è proprio qui che si gioca la partita decisiva. Questa crisi sta dimostrando una volta di più come questo sistema ipercapitalista non sia più sostenibile, né per il pianeta, né per i suoi abitanti: molti studi scientifici stanno dimostrando come il SARS-Covid2 abbia accelerato la sua diffusione grazie all’inquinamento atmosferico; i tagli alla sanità pubblica hanno portato le strutture ospedaliere a non riuscire a sostenere il numero altissimo di contagiati bisognosi di cure tutti assieme; allo stesso tempo, le fabbriche e gli uffici – per loro natura luoghi di potenziale contagio massivo – non hanno chiuso fino ad oggi perché la produzione non può fermarsi. Il risultato è un sistema globale sull’orlo del precipizio, perché su quel precipizio si è messo da solo, quando ha deciso che il pareggio di bilancio vale più della vita delle persone.

L’emergenza ha avuto l’unico merito di scoperchiare queste contraddizioni perverse, e di metterci di fronte a una scelta: tra la vita, una vita dignitosa e equa, e il profitto di pochi. Tanto nell’emergenza quanto nella consuetudine, va messo in discussione e ripensato il modello economico, produttivo e sociale nella sua interezza: lo sfruttamento del pianeta e dei suoi abitanti va fermato. Non è idealismo, è la realtà di oggi.